Lo Zar voleva imporre la sua pace. Sottovalutò la volatilità di Trump e la forza ucraina
FEDERICO RAMPINI
Nulla è andato come previsto, o come temevamo. Il bilancio è sconcertante, tornando sul luogo del famigerato summit un anno dopo. Ferragosto 2025: Vladimir Putin atterrava qui. A invitarlo nella capitale dell’Alaska era stato Donald Trump. Tappeto rosso, trattamento di riguardo, lo Zar incassò subito un trionfo d’immagine.
Joe Biden lo aveva isolato, sanzionato, perfino insultato («macellaio»), condannato come un paria. Trump lo sdoganava, gli regalava una legittimità preziosa. L’orgoglio nazionale russo era appagato in quel vertice alla pari, tra superpotenze dello stesso rango. E così Putin si è illuso. Come tanti, ha attribuito al presidente americano un disegno, una strategia, una coerenza inesistenti. Anchorage è stata il teatro di una sceneggiata ingannevole.
Osservatorio sul futuro
Osservatorio sul futuro Venduta dallo Zar Alessandro II nel 1867 per soli sette milioni di dollari (all’epoca considerati troppi per una landa desolata, inospitale e dal clima estremo), l’Alaska è il più vasto dei 50 Stati Uniti, la sua superficie supera Germania, Francia, Italia e Inghilterra messe insieme. Anchorage è un luogo speciale da cui osservare il mondo, sotto molte angolature: competizione fra potenze per l’energia e altre risorse rare, escalation militare, cambiamento climatico, danni all’ambiente. Ha avuto anche un ruolo di laboratorio politico. Il trumpismo ebbe una pioniera proprio qui. Nel 2008 la presidenza di George W. Bush volgeva al termine, un tramonto macchiato da due guerre interminabili (Afghanistan, Iraq) e dalla crisi dei mutui. Mentre sorgeva la stella di Barack Obama, i repubblicani tentavano di salvarsi dal naufragio nominando come candidato presidenziale un galantuomo, un eroe di guerra, il senatore John McCain. Ma sentendo montare la rabbia popolare anti-establishment lui si scelse come vice la governatrice dell’Alaska, Sarah Palin: personaggio volgare e inquietante, anticipava molti aspetti dell’America Maga, compreso il disprezzo verso gli esperti. In una delle battute con cui catturava l’attenzione dei media, lei si definì un’esperta di geopolitica per il semplice fatto che da casa sua vedeva le coste della Russia…
Ancora oggi l’Alaska è uno Stato «rosso», cioè repubblicano: è dal 1964 che un candidato democratico alla Casa Bianca non vince qui, e Trump ha avuto un margine del 13%. Tuttavia la senatrice locale, la repubblicana Lisa Murkowski, è di un’indipendenza leggendaria, si scontra spesso col presidente, votò il suo impeachment per l’assalto del 6 gennaio 2021 al Campidoglio.
Contesa tra i ghiacci
Anchorage, con i suoi trecentomila abitanti, è una delle città più multietniche d’America; l’intero Stato è cosparso di omaggi progressisti alla storia e ai diritti dei nativi, a cominciare dagli Inuit (la stessa etnia della Groenlandia). Le guide turistiche che accompagnano i crocieristi tra i fiordi di Seward e Whittier sono istruite a descrivere nei minimi dettagli l’avanzato scioglimento dei ghiacciai. Il negazionismo climatico non ha diritto di cittadinanza a questa latitudine. E al tempo stesso, l’Alaska è una delle aree geografiche — insieme con la Russia e il Canada — che si possono definire «vincitrici» nel cambiamento climatico, in quanto i benefici del riscaldamento superano i danni: dal boom del turismo all’apertura di nuove vie navigabili, dall’aumento dei terreni coltivabili al minor costo di estrazione per energia e risorse minerarie. Ogni evoluzione ambientale ed energetica degli Stati Uniti ha avuto in Alaska un’anticipazione e un laboratorio.
Partì da qui negli anni Settanta il boom petrolifero che preannunciava la riscossa americana, la riconquista dell’autosufficienza e del primato mondiale, poi consolidata sotto Barack Obama con la rivoluzione tecnologica del fracking, l’estrazione dello shale gas. È quella leadership che Trump ha voluto rafforzare trasformando gli Stati Uniti nell’arbitro mondiale dei mercati energetici: ha collezionato successi (Venezuela, vendite di gas a Europa e Giappone) prima di schiantarsi sulla rappresaglia iraniana a Hormuz.
Ma sempre l’Alaska fu anche la vittima di una delle più gravi catastrofi ambientaliste della storia: l’incidente della superpetroliera Exxon Valdez nel 1989, una «marea nera» che richiese anni di lavori (e processi) per essere ripulita. Oggi questo Stato continua ad essere una frontiera contesa fra business dell’energia e mobilitazioni ambientaliste per le tutela di aree protette.
Grazie all’Alaska gli Stati Uniti proiettano ambizioni territoriali, strategiche ed economiche verso l’Artico. Il Grande Nord sta diventando affollato e Trump è solo uno dei tanti ad averlo capito. La Russia militarmente ha una presenza antica e soverchiante, come dimostra la sua superiorità numerica in navi rompi-ghiaccio, ancora essenziali per garantirsi l’agibilità delle rotte. La Cina, con un’acrobazia giuridico-diplomatica, si auto-definisce «nazione quasi artica» e accampa pretese su quelle aree. L’asse Mosca-Pechino funziona perché a Putin mancano tecnologie e capitali per sfruttare le risorse del Grande Nord, mentre Xi può sopperire. Al momento alcune delle riserve che l’Artico possiede — energia, minerali — sono troppo costose da estrarre, agli scenari di fanta-geopolitica per adesso non corrisponde un interesse economico reale da parte dell’industria petrolifera e mineraria. Ma il tempo e il cambiamento climatico lavorano per aprire nuove opportunità, e le potenze vogliono essere pronte.
Un summit senza svolta
Questo ci riporta al punto di partenza: la geopolitica e il vertice di un anno fa. Molti inorridirono nel Ferragosto 2025 di fronte all’incubo di un asse Trump-Putin, che poteva significare la fine dell’Ucraina. Cinque mesi dopo le cose peggiorarono quando al World Economic Forum di Davos il presidente americano lanciò le sue minacce sulla Groenlandia, suscitando allarme in Danimarca e in tutta l’Europa. Gli eventi hanno preso una piega diversa. A cominciare dall’Artico: dove le speranze americane di contenere l’avanzata sino-russa poggiano sull’aiuto di alleati europei. La Finlandia è la più preziosa fornitrice di nuove navi rompi-ghiaccio per la Guardia Costiera Usa, i cantieri di Helsinki hanno capacità produttive che l’America ha perso da tempo. La Norvegia è al tempo stesso partner e concorrente: è il campione europeo nello sfruttamento di risorse fossili, vanta gli impianti di estrazione più a Nord di tutto il pianeta, è una potenza tecnologica in questo campo, non ha remore politiche o ambientaliste per proseguire l’avanzata più a settentrione. Il paradosso è evidente: il riscaldamento prodotto in larga misura dall’uso delle energie fossili rende più accessibili proprio nuovi giacimenti di petrolio e gas.
Scritto nel fango
Il rapporto Usa-Europa fa tornare al Ferragosto 2025. Quel summit fu l’inizio di una serie di errori di calcolo. Venne frainteso da Putin: per usare un’espressione cara a Trump, credette di «avere tutte le carte». Impressionato dalla scenografia di Anchorage, un anno fa lo Zar si illuse di poter negoziare direttamente con Trump, sopra la testa di Zelensky, una rapida capitolazione di Kiev. Aveva fatto i conti senza la volatilità del leader americano, e senza le risorse sorprendenti degli ucraini. Gli exploit tecnologici delle forze armate ucraine non sfuggirono al Pentagono; tanto più dopo la lezione iraniana sulla guerra asimmetrica e low-cost dei droni. Ben presto Kiev divenne un fornitore di know how, esportatore di capacità belliche: vendute agli Stati Uniti, alla Germania, agli Emirati. Trump, colpito dai nuovi rapporti di forze e sotto pressione da un’alleanza di falchi Usa (Rubio, il Pentagono, i neoconservatori), ha finito per autorizzare gli ucraini a colpire in profondità nel territorio russo, con operazioni offensive che per anni Biden e gli europei avevano vietato. Il summit che sembrava una svolta si è rivelato effimero e irrilevante. La storia di quel momento era scritta nelle sabbie mobili, anzi nei fanghi mobili: quelli che attorno ad Anchorage quando arriva la bassa marea possono inghiottire tutto.

Diario dall’Alaska. Per capire l’America “profonda”, bisogna venire nel Grande Nord
Un’immersione nell’America profonda è utile per liberarsi da stereotipi, luoghi comuni e pregiudizi che spesso impediscono di capire questo paese. Comincio da questo dato: l’Alaska è uno Stato che vota a destra, è una roccaforte trumpiana, eppure è molto diversa dalle semplificazioni che circolano in Europa o tra le élite di New York e San Francisco. Etnicamente è perfino più variegata della California e della East Coast. Anchorage è una delle città a più alta densità di immigrati.
L’Alaska è un gigante geografico e un nano demografico: 1,7 milioni di chilometri quadrati, più di Francia, Germania, Italia e Inghilterra messe insieme, per appena 737.000 abitanti, meno della popolazione di Torino. Ma questo piccolo universo umano è molto più variegato di quanto suggerisca l’immagine di una remota frontiera bianca.
La caratteristica più originale è il peso delle popolazioni indigene. Secondo il Census Bureau, il 15,6% degli abitanti si identifica esclusivamente come American Indian or Alaska Native: circa 115.000 persone, quasi un abitante su sei. La percentuale sale se si includono coloro che dichiarano origini miste. E «nativi dell’Alaska» è un’etichetta che racchiude mondi diversi: gli Iñupiat e gli Yup’ik delle regioni artiche e occidentali; gli Unangan, o Aleutini, dell’arcipelago omonimo; i popoli athabascan dell’interno; Tlingit, Haida e Tsimshian nel Sud-Est. In alcune zone rurali dell’Alaska occidentale i nativi superano ancora il 70% della popolazione.

Anche il resto della società è un mosaico. I bianchi non ispanici sono circa il 57% degli abitanti. Gli asiatici rappresentano il 6,5%, con una presenza filippina particolarmente significativa, legata alla storia militare, marittima e pacifica dell’Alaska. Gli ispanici e latinoamericani sono oltre l’8%, gli afroamericani poco più del 3%, mentre un abitante su dieci dichiara di appartenere a due o più gruppi razziali. Quasi l’8% della popolazione è nato all’estero.
Dietro l’immagine degli spazi vuoti emerge così un’Alaska sorprendentemente multietnica: una società di frontiera dove America, Asia e Pacifico s’incontrano, e dove i popoli originari conservano un peso demografico e culturale che ha pochi equivalenti negli altri Stati dell’Unione.
Ho avuto tra i miei accompagnatori un “nativo”, Harley, un quarantenne che nella sua persona racchiude molte sorprese di questo Stato. Orgoglioso della sua etnìa, mi ha portato a vedere musei dedicati alla loro storia: un’immersione nella “cultura del pentimento bianco”, perché ovunque ci sono denunce della colonizzazione, degli abusi contro le popolazioni autoctone. Roccaforte del trumpismo, sì, e tuttavia l’Alaska per questi aspetti è perfettamente allineata con il pensiero progressista dominante negli Stati Usa che votano democratico.
Harley è rappresentativo di questa America anche per un’altra ragione. Lavora come tecnico dell’industria petrolifera, è uno dei tanti nativi arricchiti dal boom energetico che qui iniziò negli anni Settanta. Di solito ha dei contratti stagionali nell’estremo Nord dell’Alaska, dove sono concentrati giacimenti e infrastrutture estrattive. Ma ora si prepara per un’altra missione: ha vinto un concorso per andare a lavorare qualche mese al Polo Sud, nell’Antartico.
“Arricchito” dal petrolio, non lo è solo chi lavora nel settore o nei suoi numerosi indotti. Le etnìe dei nativi hanno saputo contrattare bene i risarcimenti per gli abusi subiti dai loro antenati. I terreni dove sono state concesse licenze all’industria energetica sono spesso riconosciuti come proprietà dei nativi, che quindi hanno diritto a royalties gigantesche. Con queste viene finanziato da decenni una sorta di fondo sovrano, e un Welfare di tipo norvegese: grazie al petrolio Harvey, come tutti gli appartenenti ai popoli autoctoni, ha sanità gratuita, scuola gratuita per i figli, borse di studio universitarie, un dividendo annuo dal fondo energetico, più molte altre provvidenze dallo Stato. Siamo nel cuore del trumpismo, e al tempo stesso in un Welfare molto “nordeuropeo”.
L’Alaska offre un laboratorio interessante su quel che accade quando si incontrano/scontrano due correnti del pensiero progressista: l’ambientalismo da una parte, la tutela dei diritti delle minoranze etniche dall’altra. In sintesi: vince la seconda. Gli ambientalisti hanno sempre cercato di limitare lo sfruttamento delle immense risorse energetiche dell’Alaska, ma non hanno potuto impedire che i nativi abbracciassero il boom del petrolio per arricchirsi. Gli animalisti hanno cercato di proibire la caccia alle balene, ma sono stati bloccati da quelle popolazioni native che difendono il sacrosanto diritto di praticare quell’attività ancestrale: la caccia alle balene continua.
Ho incontrato anche esponenti di altre minoranze etniche, più diffuse nel resto degli Stati Uniti. Gli afroamericani sono pochi rispetto alla loro presenza nella mia New York, e spesso sono ex-militari. Molto prima che cominciasse la competizione strategica fra superpotenze per conquistare il Grande Nord (di cui parlo nella terza sezione di questa newsletter Long Read), l’Alaska era diventata importante a fini militari durante la seconda guerra mondiale. Dopo l’attacco a Pearl Harbor (Hawaii) nel dicembre 1941, i giapponesi erano riusciti a spingersi anche fino all’arcipelago delle Isole Aleutine, che sono l’estremità occidentale dell’Alaska. L’Amministrazione Roosevelt dovette correre ai ripari costruendo nuove basi militari. Poi con la guerra fredda lo Stretto di Barents era diventato cruciale: è la frontiera marina di pochi chilometri che separa le due superpotenze americana e russa. Gli afroamericani che ho incontrato ad Anchorage sono stati spesso in servizio in una delle basi militari locali, poi hanno messo radici qui. Tra gli altri incontri più o meno sorprendenti: una discendente di immigrati norvegesi, che ricorda quando i suoi nonni erano soggetti a multe se osavano parlare norvegese in pubblico; e una comunità di immigrati balcanici, serbi e albanesi.
Tra le controversie più recenti che occupano l’attenzione dei media locali, c’è un ritorno di “febbre dell’oro” (nel vicino Klondike, Canada, Charlie Chaplin ambientò il suo capolavoro “La febbre dell’oro” nel 1925, all’epoca in cui anche l’Alaska fu invasa dai cercatori venuti dal mondo intero).
Il prezzo record dell’oro giustifica il progetto della società americana Contango Silver & Gold, che vuole aprire una miniera nel cuore del Lake Clark National Park, a circa un’ora di volo da Anchorage. Il giacimento, chiamato Johnson Tract, si trova all’interno del parco nazionale ma su terreni privati appartenenti alla CIRI, una società di proprietà dei nativi dell’Alaska. I diritti minerari risalgono a un accordo con il governo federale del 1976: la CIRI cedette altri territori, contribuendo alla creazione del parco, e in cambio conservò questa enclave ricca di minerali.
A rendere oggi conveniente un progetto rimasto a lungo nel cassetto è l’impennata dell’oro, che vale circa 4.500 dollari l’oncia, più del doppio rispetto all’inizio del 2024. Contango ha acquistato nel 2024 la società che possedeva i diritti di sfruttamento. Per limitare l’impatto ambientale, non intende trattare il minerale sul posto con sostanze chimiche: vuole estrarlo, chiuderlo in container e trasportarlo altrove per la lavorazione.
Ma questo comporterebbe un intenso traffico di camion e chiatte attraverso un ecosistema delicato. Lake Clark ospita una delle maggiori concentrazioni di orsi bruni dell’Alaska ed è frequentato dalle balene beluga del Cook Inlet, una popolazione in pericolo ridotta a circa 300 esemplari. Ambientalisti, operatori turistici, pescatori e alcuni gruppi tribali temono danni alla fauna, alla pesca e al turismo naturalistico. È già in corso una battaglia giudiziaria sui permessi ambientali.
La divisione attraversa anche le comunità indigene. Alcuni leader sostengono la miniera perché crea occupazione e rende economicamente più autonome le popolazioni locali. Rivendicano inoltre un principio: i diritti minerari furono garantiti ai nativi dal governo federale mezzo secolo fa e impedirne oggi l’esercizio significherebbe rinnegare quell’accordo.
La questione ha infine una dimensione strategica. Johnson Tract contiene, oltre all’oro, rame e zinco. Washington lo considera quindi un progetto di «metalli critici» e lo ha inserito in un programma federale che accelera le procedure di autorizzazione. Le valutazioni ambientali dovrebbero concludersi entro il 2028.
Il caso Lake Clark concentra così molte delle contraddizioni dell’Alaska contemporanea: diritti dei nativi contro campagne ambientaliste, e infine la nuova corsa americana alle materie prime strategiche.

… e per capire l’impatto dell’economia Usa sull’Italia, bisogna liberarsi dai luoghi comuni
Tra i pregiudizi più tenaci sull’America, in cui mi imbatto quando torno in Europa, c’è l’idea che qui “stanno bene solo i ricchi”, siamo nel Far West del capitalismo selvaggio, dove gli oligarchi miliardari accumulano patrimoni scandalosi mentre tutti gli altri soffrono. Inferno delle diseguaglianze, senza Welfare, eccetera eccetera. Non si spiega perché il “made in Italy” è stato letteralmente miracolato dall’aumento di vendite sul mercato Usa, il più accogliente e generoso per i nostri esportatori. Né si spiega l’invasione ricorrente dei viaggiatori americani in Italia, una manna dal cielo per la nostra industria turistica, visto il potere d’acquisto che hanno. Sono tutti e soltanto miliardari quelli che affollano Venezia Firenze Roma Capri Taormina?
Ne abbiamo incontrati due, di questi “miliardari”, durante una mini-crociera di un giorno tra i fiordi e i ghiacciai dell’Alaska. Lui: un ex operaio specializzato dell’industria edile, che manovrava scavatrici e gru nei cantieri. Lei: un’ex infermiera. Tutti e due freschi pensionati, e impegnati a soddisfare più che mai la loro passione: viaggi e crociere. Anche quando lavoravano erano già dei grandi viaggiatori, più volte avevano visitato l’Italia. Da quando sono in pensione hanno partecipato anche a delle conferenze internazionali in cui diversi paesi (dalla Grecia a Malta, dalla Thailandia a Panama) cercano di attirare gli anziani americani a trasferire residenza e potafoglio. Alcuni di quei paesi vendono i cosidetti passaporti d’oro, la doppia cittadinanza alla velocità della luce, agli americani che vanno a viverci. Queste conferenze non si rivolgono solo agli ultra-benestanti, ma anche al ceto medio. Perché il ceto medio americano, rispetto agli standard di tutto il resto del mondo, è un mercato attraente. L’ex operaio specializzato e l’ex infermiera con cui abbiamo trascorso una giornata tra i fiordi stanno valutando se trasferirsi all’estero con i relativi incentivi fiscali. Sono un piccolo campione rappresentativo dell’America “vera”, non quella degli stereotipi europei. L’America in cui un operaio del Mississippi (il più povero dei 50 Stati Usa) guadagna più di un operaio tedesco. L’America che continua perfino sotto Trump ad attirare neolaureati non solo dall’Italia ma dalla Francia e dall’Inghilterra. L’America dove il Welfare esiste eccome – vedi sopra – e soprattutto esistono le polizze sanitarie e i fondi pensione per la classe operaia, negoziati dai sindacati.
A proposito di Trump: i nostri due occasionali compagni di viaggio, l’ex-operaio edile e l’ex-infermiera, sono due elettori democratici. Abitando a Seattle, sono immersi nella cultura politica progressista della West Coast e quindi aborriscono l’attuale presidente. Anche questo serve a fare pulizia di stereotipi, semplificazioni. Certo, Trump nel 2016 e nel 2024 seppe conquistare consensi operai, in particolare nei settori più danneggiati dalla globalizzazione, dalla concorrenza cinese, dall’immigrazione illegale. Ma non tutti gli operai sono trumpiani. E soprattutto: non muoiono di fame. Altrimenti non si spiegherebbe perché il mondo intero riesce a esportare i suoi prodotti per venderli ai consumatori americani, perfino con i dazi di Trump.
Un altro incontro istruttivo attraversando l’Alaska. Con Stefania dovevamo trasferirci da Anchorage a Seward per esplorare i fiordi su quel tratto di costa, la penisola Kenai. Abbiamo prenotato il tragitto in auto su Uber. All’ora prevista si è presentata sulla sua Toyota Corolla bianca Linda, 66 anni. Il tragitto durava due ore e mezza: a malapena sufficienti per raccontarci la sua vita, poco banale. Siamo stati noi a invitarla, con una domanda innocua: sei originaria dell’Alaska? No, Linda vive nell’Idaho, in Alaska fa la stagionale durante l’estate, come guidatrice di torpedoni per turisti. Uber è solo un lavoretto in più, per riempire il tempo libero. Ma autista di pullman lo è diventata solo da pochi anni, quando per le donne italiane scattava l’età della pensione. Prima? Ventitré anni da camionista, alla guida di giganteschi Tir americani, per lunghissime percorrenze, da un capo all’altro degli Stati Uniti. “Sempre da sola: qui nessuna legge obbliga a viaggiare in equipaggio. E avrei potuto andare avanti ancora a lungo, gli esami di salute obbligatori ogni due anni li passavo sempre col massimo dei voti”. Stavamo per classificare Linda in uno stereotipo classico: l’America dei bianchi poveri, classe operaia costretta a lavorare per sempre, per sfuggire alla miseria. Abbiamo dovuto ripensarci subito. “I miei genitori sono due professori universitari in pensione. Papà, docente di psicologia, mamma un’esperta di didattica che formava gli insegnanti. Il mio primo viaggio in Italia lo devo a loro, all’età di undici anni”. Linda di mestieri ne ha fatti tanti, incluso l’insegnamento, e alcuni anni come tour operator di un’agenzia viaggi. Poi ha avuto una specie di crisi di mezza età, era arcistufa di stare dietro a una scrivania. Si è rivolta a una consulente per farsi guidare verso una nuova vocazione, un nuovo mestiere, una nuova vita. Da alcuni test attitudinali, ha ricavato una lista delle professioni verso cui è portata. Quando nell’elenco ha letto la parola “camionista”, non ha avuto esitazioni. “Adoro guidare, adoro viaggiare in questo modo: divorando centinaia di miglia ogni giorno. Per questo non riesco a smettere, non voglio smettere. Dopo i camion, i torpedoni turistici, e nel tempo libero, Uber”. Fa anche altre cose, per esempio il volontariato come supplente in una scuola vicino a casa sua, nell’Idaho. “Ma tenere a bada degli adolescenti irrequieti che non hanno voglia di studiare, mi diverte molto meno che attraversare gli Stati Uniti da costa a costa, percorrere pianure sterminate, guidare lungo le Montagne Rocciose o nei deserti, attraversare in diagonale il Canada per arrivare fin qui in Alaska”. A riprova della sua curiosità, e della sua estrazione sociale, quando ha saputo che Stefania è docente di italiano, Linda l’ha tempestata di domande sulle somiglianze con le altre lingue neolatine, poi si è rammaricata che gli americani studino poco le lingue straniere. Di confronto in confronto, siamo passati a parlare di pensioni e le abbiamo spiegato che in Italia non è molto frequente che una donna di 66 anni lavori ancora, tantomeno in un mestiere come il suo. “Ho una nonna – ha risposto Linda – che è vissuta fino a cent’anni, l’altra se n’è andata a 98. In buona salute quasi fino all’ultimo, tutt’e due. Dovrei passare gli ultimi trent’anni della mia vita da pensionata? Un terzo della mia vita, forse, senza un’attività, a farmi mantenere dallo Stato? Non ci penso proprio”.
La Kauffman Foundation, il principale istituto americano di ricerca sull’imprenditoria, segnala che fra i 55 e i 64 anni si registra da oltre un decennio il tasso di crescita più alto di nuovi imprenditori: fra il 2015 e il 2024 le nuove imprese aperte da persone in quella fascia sono cresciute del 35 per cento, più di ogni altro gruppo d’età.
C’è un’invasione americana dell’Europa che non ha nulla di militare e che, per molte economie del Vecchio continente, è una manna. Nel 2025 gli americani hanno effettuato 24 milioni di viaggi in Europa, un record storico. E il boom non sembra esaurito: secondo Tourism Economics, citata dal Wall Street Journal, a fine 2026 le presenze americane saranno aumentate di un altro 5%. È uno dei fenomeni più vistosi nella trasformazione dei consumi della società americana e, al tempo stesso, una componente sempre più importante dell’economia turistica europea.
La dimensione del cambiamento emerge dal confronto storico. Nel 1990 meno del 5% degli americani possedeva un passaporto; oggi la quota supera il 50%. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno rilasciato la cifra record di 27 milioni di passaporti. La liberalizzazione dei cieli, la moltiplicazione dei collegamenti aerei e l’integrazione europea hanno reso il viaggio internazionale molto più accessibile di quanto fosse per le generazioni precedenti.
Dietro questa esplosione c’è anzitutto una spiegazione macroeconomica. Il Wall Street Journal la collega alla crescita dell’economia americana e soprattutto all’aumento della ricchezza accumulata dalle fasce medio-alte. In una generazione gli Stati Uniti hanno creato una platea molto più vasta di famiglie benestanti per le quali il viaggio internazionale ha cessato di essere un lusso eccezionale ed è diventato una componente normale del tenore di vita. Un ruolo decisivo spetta alle generazioni anziane: gli americani più avanti negli anni controllano oggi circa 110.000 miliardi di dollari di patrimonio. Vivono più a lungo, spesso godono di buona salute, hanno tempo disponibile e trasformano una parte crescente della propria ricchezza in consumi ed esperienze.
È una versione turistica della longevity economy. La ricchezza accumulata dai baby boomer non viene soltanto trasferita ai figli attraverso le eredità. Viene spesa. E l’Europa è uno dei principali beneficiari di questa monetizzazione della longevità americana.
Il boom non riguarda soltanto le destinazioni tradizionali. Nell’ultimo decennio il numero dei visitatori americani in Portogallo è quasi quintuplicato, quello diretto in Grecia è quadruplicato. In termini assoluti, gli incrementi maggiori sono stati registrati da Regno Unito e Italia, che ricevono ogni anno milioni di visitatori americani in più rispetto a un decennio fa. Inoltre soltanto il 6% degli americani arrivati in Europa nel 2025 era al primo viaggio internazionale: è ormai un pubblico esperto, che torna più volte e si spinge oltre le capitali e i circuiti classici.
Questo conta molto per l’impatto economico. Il turista americano non è soltanto numeroso: spende più degli altri. La forza del dollaro ha favorito acquisti nei negozi europei di fascia alta. I turisti americani rappresentano ormai circa il 15% di tutte le vendite europee del lusso. La domanda americana sostiene quindi non soltanto alberghi, ristoranti e compagnie aeree, ma moda, commercio, crociere, servizi culturali e un’intera industria delle esperienze turistiche.
Il profilo sociale aiuta a capire questa capacità di spesa. Le donne dai 55 anni in su rappresentano il 24% dei viaggiatori americani in Europa. Più del 15% dichiara un reddito familiare annuo superiore a 300.000 dollari. A questa fascia benestante e matura si aggiungono le generazioni più giovani, che tendono a privilegiare le esperienze rispetto all’acquisto di beni durevoli. American Express Travel registra un aumento del 22% delle prenotazioni sulla propria piattaforma nell’ultimo anno.
Il paradosso è che questo boom continua nonostante il rincaro dei viaggi. Nell’ultimo decennio le tariffe aeree economy verso l’Europa sono aumentate del 56%, più dell’inflazione. Nel 2026 un biglietto di sola andata dagli Stati Uniti all’Europa costa in media 588 dollari, tasse escluse, contro 533 dollari nel 2025. L’aumento dei prezzi, dunque, non ha frenato la domanda. È un altro indizio della solidità patrimoniale della clientela americana che alimenta questa corrente turistica.
Per l’Europa il vantaggio diventa evidente quando si confrontano i comportamenti di spesa delle diverse nazionalità. In Spagna un turista americano nel 2025 ha speso quasi 350 dollari al giorno, contro circa 200 dollari per un tedesco e 150 per un francese. In Grecia gli americani hanno soggiornato in media nove notti, contro le sette dei britannici. Spendono di più e rimangono più a lungo: due caratteristiche che ne fanno una clientela particolarmente preziosa per le economie locali.
Il fenomeno è un indicatore del divario economico transatlantico. Una parte consistente della popolazione americana arriva in Europa sostenuta da patrimoni cresciuti, redditi elevati e da una moneta forte. Quella capacità di spesa si riversa su economie europee dove la crescita è più debole e il turismo ha assunto in alcuni paesi un peso crescente.
Il risultato è un curioso rovesciamento storico. Il “Grand Tour” europeo era un tempo privilegio di una minuscola aristocrazia americana. Oggi è diventato un fenomeno di massa, sia pure trainato dalle fasce più benestanti. Ventiquattro milioni di viaggi in un anno sono ormai una voce macroeconomica. Per gli Stati Uniti rappresentano l’esportazione di potere d’acquisto. Per l’Europa significano entrate, occupazione e domanda aggiuntiva, ma anche prezzi immobiliari più alti, infrastrutture sotto pressione e una crescente dipendenza dal turismo.




