c’era una volta il viaggio (alla Thomas Cook)
Se il viaggio compare già nella «Bibbia» e nell’«Odissea» il turismo risale all’epoca del «Grand Tour». Ma fu Thomas Cook a renderlo accessibile e Instagram a renderlo kafkiano. Cosa sta accadendo oggi con il 55% della famiglie che si affida all’AI?
Chi ha inventato il viaggio? Potremmo citare la Bibbia, oppure, come narrazione poetica, Omero. Ulisse è il viaggiatore eterno e il viaggio è il paradigma stesso dell’esistenza, tanto che, amiamo dire: «la vita è tutta un’Odissea».
Il tema del viaggio, non a caso, è amato dagli sceneggiatori.
«Quelli che aspetti non torneranno mai più». La sofferenza umana che accompagna le migrazioni è affidata in «Star Wars, il risveglio della Forza» al dialogo tra la piratessa con gli occhialoni e l’eroina Rey che pensa, contro il proprio destino, di dover tornare sul pianeta Jakku ad attendere i genitori. Nei film di fantascienza proiettiamo il dramma attuale, eppure antico, dell’immigrazione: è l’eterno ciclo di Ulisse, della guerra e della ricerca di migliori condizioni per la preservazione della specie liberamente ispirata a «Blade Runner» e alle colonie Extramondo.
In «Interstellar» Cooper parte per sostituire l’intossicata Madre Terra. «Sai che alcuni dei migliori navigatori in solitario del mondo non sanno nuotare?», dice Cooper al fisico Romely. «Siamo esploratori e questa è la nostra barca». Sì, sono esploratori (tema già affrontato in «2001, Odissea nello spazio») ma anche migranti. Mark in «The Martian» parte come esploratore, ma è costretto a fare l’immigrato su Marte.
Alla fine, l’uomo rimane imprigionato tra nostalgia del ritorno («ET, telefono, casa») e indomabile voglia di spingersi oltre le colonne d’Ercole. Chi non ha sognato, almeno una volta, di poter dire: «Dottor Livingstone, I presume».

Ma se il tema del viaggio è atavico, un bisogno primordiale (Italo Calvino diceva che il mito è il rituale del proibito e cos’è il proibito se non il divieto di allontanarsi dalla tribù e dunque l’antitesi del viaggio?), il tema del turismo – cioè la «profanazione» del viaggio o l’impacchettamento consumistico del mito – ha un padre: Thomas Cook, l’uomo che mise il mondo in una valigia.
Il turismo moderno comincia con una contraddizione. Non con una vacanza, ma con una battaglia contro l’alcool. Cook era un padre battista. Nato da una famiglia povera, Cook aveva iniziato facendo il giardiniere dei nobili, ma senza rinunciare alle Sunday school, le scuole domenicali. Quando il 5 luglio 1841 nell’Inghilterra vittoriana 485 persone salgono su un treno alla stazione di Leicester Campbell Street, dirette a Loughborough, è per partecipare a un raduno della Temperance Society. Il biglietto costa uno scellino. Il viaggio è un’escursione di una giornata, con il treno noleggiato per l’occasione da Cook che raccontò di aver avuto l’illuminazione proprio guardando le ferrovie e pensando: e se la grandezza dei treni potesse diventare uno strumento per la temperanza?
Sembra un frammento di storia. In realtà contiene già quasi tutto quello che sarebbe diventato il turismo di massa: un mezzo di trasporto veloce, un prezzo accessibile, un itinerario organizzato e, soprattutto, qualcuno disposto a togliere al viaggiatore il peso della complessità.
È questo il vero colpo di genio di Cook. Non inventa il treno e nemmeno inventa il viaggio. Inventa qualcosa di più moderno: il viaggio come servizio.
Nomen omen, potremmo dire giocando con gli scherzi dell’omonimia. James Cook, nel Settecento, fu uno dei più grandi navigatori di tutti i tempi: scoprì e mappò la costa orientale dell’Australia, realizzò la circumnavigazione della Nuova Zelanda e fu il primo europeo documentato a raggiungere le isole Hawaii. Mentre un Frederick Cook, americano, racconterà di aver raggiunto per primo il polo Nord nel 1908, conquista messa in realtà molto in dubbio. D’altra parte, Cook è un cognome molto diffuso in Inghilterra, derivando chiaramente dalla professione del cuoco.
Il turismo ai tempi di Thomas Cook esisteva già. Sappiamo che già ai tempi di Raffaello a Roma, tra il Quattrocento e il Cinquecento, venivano organizzate delle visite alle grotte sul colle Oppio: gli artisti si facevano calare in quelle che erano state erroneamente considerate delle grotte con dipinti rupestri. Si trattava in realtà della Domus Aurea, la casa di Nerone cancellata dalla damnatio memoriae, e quelle immagini a metà tra il reale e il fantastico avrebbero ispirato le grottesche allo stesso Raffaello.
Tra il Seicento e l’Ottocento fiorì poi l’epoca del «Grand Tour», il viaggio iniziatico dei figli e dei rampolli dell’aristocrazia in Italia, per formare il buon gusto e la cultura (pensate che fortuna immeritata abbiamo noi italiani che possiamo passeggiare nel bello tutta la vita, purtroppo spesso senza studiare). Tra i famosi viaggiatori del Grand Tour ci furono Montesquieu, Goethe, Stendhal, anche se le guerre napoleoniche interruppero la tradizione.
E fu in questa frattura che arrivò, appunto, Thomas Cook che «democratizzò» il viaggio. Fino ad allora spostarsi era spesso un’Odissea. Bisognava conoscere gli orari, trovare una coincidenza, procurarsi un posto dove dormire, capire dove mangiare, orientarsi in una città straniera. Non c’era Internet e nemmeno il telefono.
Le informazioni erano rare e preziose. Difficili da trovare e ancor più da verificare.
Cook comincia a mettere insieme questi pezzi e a venderli come un unico prodotto. La ferrovia, che sta trasformando la geografia britannica, diventa così anche una macchina per creare domanda di turismo. Come scriveva Carlo M Cipolla la cultura è stata uno dei beni più costosi e inaccessibili della storia fino all’Ottocento, insieme al viaggio. Sono le termiti della riduzione – come Milan Kundera chiama il progresso – ad agire per ridurre le distanze facendo diventare il mondo sempre più piccolo e accessibile.
Si passa così dai confini sterminati del Don Chisciotte del Cervantes al giardino ristretto pieno di turbamenti di Madame Bovary.
Nel 1845 arriva il primo viaggio organizzato a scopo commerciale, verso Liverpool, Caernarfon e il monte Snowdon. Nel 1851 Cook intercetta un altro fenomeno nuovo: l’esposizione universale. Per la Great Exhibition di Londra organizza il trasporto di circa 165.000 persone. Non sta più semplicemente vendendo biglietti ferroviari: sta costruendo un mercato.
Quattro anni dopo arriva il salto decisivo. Nel 1855 porta i suoi clienti oltre la Manica, verso l’Esposizione di Parigi. Poi arrivano i grandi itinerari europei, la Svizzera, l’Italia, l’Egitto.
Nel 1872 Cook accompagna un piccolo gruppo in un viaggio intorno al mondo durato 222 giorni, passando attraverso Stati Uniti, Giappone, Cina e India. Che sogno deve essere stato.

Per gli amanti della cronaca fu sempre Thomas Cook a vendere le prime guide turistiche e anche a introdurre dei titoli per ritirare denaro all’estero, quelli che poi sarebbero stati chiamati traveller’s cheque. Per ironia della sorte la società Thomas Cook è fallita nel 2019, dopo 178 anni di storia, travolta dalla tecnologia digitale. Il suo archivio, con biglietti, brochure, guide e documenti, è oggi conservato nelle collezioni del Leicestershire. Solo nei primi anni Duemila si poteva ancora pensare di viaggiare con un senso di serendipity e una guida in tasca. Non sempre erano affidabili ma di certo con una Lonely Planet o una Guide du Routard nello zaino (La guida del vagabondo) ci si poteva ancora illudere di essere dei viaggiatori. Internet ha poi plasmato il turismo di massa. Instagram lo ha crocifisso definitivamente creando l’ultima aberrazione: le code di fronte ai locali cosiddetti instagrammabili (spesso veri e propri angoli di tre metri quadrati, senza una storia, né una delizia, ma con l’angolazione giusta per una fotografia).
Su queste code per il nulla Kafka ci avrebbe scritto un capolavoro.
Fino a qui, in verità, viaggio e tecnologia erano andati a braccetto. Thomas Cook non avrebbe potuto fare nulla senza treni e rotaie, quelli di «C’era una volta il West» di Sergio Leone. Pensate anche all’aliscafo. Un’immagine che già fa sentire la salsedine nei capelli e il viaggio in tasca. Per inciso sapete chi lo ha inventato? Abbiamo un nome e un cognome. In questo caso non sconosciuto, ma solo perché il padre dell’invenzione, il milanese Enrico Forlanini, pioniere dell’aviazione italiana, era il fratello del medico Carlo Forlanini (in odore perenne di Nobel pur non avendolo mai vinto), che ancor oggi dà il nome a un ospedale romano. Di Enrico Forlanini si sa ma si dimentica: a cavallo tra i due secoli pensò e progettò anche dei prototipi di aliscafo aggiungendo a un motoscafo degli “sci” che permettevano allo scafo di sollevarsi riducendo dunque l’attrito. Il primo varo è del 1898. Le evoluzioni del 1905. Il prototipo dell’inventore milanese rimane a lungo poco più di un oggetto sperimentale, per essere recuperato solo dopo mezzo secolo negli Stati Uniti.
Per vederlo in Italia bisognerà attendere il 1953, quando verrà inaugurata la rotta sul lago Maggiore per collegare Stresa a Locarno.
Forlanini testò anche una sorta di elicottero a vapore il cui modello del 1877 deliziò i milanesi durante una dimostrazione nei giardini pubblici e che oggi può essere osservato presso il Museo nazionale della scienza e della tecnologia “Leonardo da Vinci”. Insomma, la tecnologia ha permesso a noi tutti di essere viaggiatori. Resta da scoprire cosa ci attenda con l’AI.
Secondo l’Economist negli Usa il 55% delle famiglie si è affidato durante questa estate 2026 a un chatbot per organizzare le proprie vacanze. Non abbiamo la percentuale di italiani ma non deve essere poi così bassa. Un unico dubbio: Thomas Cook visitava i posti prima di organizzare i viaggi.
Com’è possibile che ora ci facciamo consigliare da “qualcuno” che non è mai stato da nessuna parte?




