Alessandro Benetton si racconta nel nuovo libro “Mai fermi”

«La paura per il bozzo sulla gamba di mia figlia Luce mi ha fatto capire cosa conta. I maestri? Schumacher: dormiva 20 minuti con la tuta e si svegliava lucidissimo»

DANIELE MANCA

Un altro libro. Un’altra traiettoria. Perché La Traiettoria si intitolava il primo. Una traiettoria faticosa. Non nella lettura ma nella fatica percepita di chi deve raccontare un sé diverso dalla sua famiglia. Un’adolescenza, un diventare adulti sempre per differenza. Fatica appunto che ti spinge a varcare l’Oceano per andare a studiare dove le cose si imparano, in America, per costruirsi. Poi una vita e una carriera del tutto autonome, fondando da solo un gruppo che farà scuola nel private equity. Ma anche il divertimento di un’infanzia circondato da persone. I fratelli, la mamma, gli amori. Meno quel padre che all’inizio del nuovo libro è ancora “il signor Luciano”, al quale è dedicato un capitolo intero e che, alla fine delle nuove pagine, diventa “mio padre”. Poco presente fisicamente, forse. Ma che si fa punto d’onore di dover educare i figli anche se può rischiare di perderne l’affetto, stimolandoli sempre a tirar fuori il meglio di se stessi. Così come quando decide di affidare ad Alessandro 24enne, appena selezionato ad Harvard e già in forze alla Goldman Sachs (primo italiano), la presidenza dell’allora nascente scuderia di Formula Uno Benetton. Un incarico non proprio banale, affidato ad insaputa dello stesso Alessandro, che lo scopre solo entrando nel suo ufficio e leggendo la targhetta “Chairman” nella Motor Valley britannica (il resto è storia, con due campionati del mondo piloti e uno costruttori conquistati sul campo in soli due anni).

Tutto in quel cognome, prima celebrato negli anni e poi, nel 2018, profondamente segnato dalla tragedia del Ponte Morandi. Con Alessandro che, lontano dalle aziende di famiglia da sempre, si ritrova chiamato dalla sua famiglia a guidare l’azienda dove tutto è conservato, per risalire la china proprio dopo quella tragedia, aprendo con determinazione un corso completamente diverso. E con la volontà di farlo “grazie agli insegnamenti che io stesso avevo appreso da altri”, dice Alessandro Benetton dal suo ufficio a Treviso, tenendo sempre nel cuore quel dolore delle famiglie delle vittime che non osa «nemmeno immaginare». Comincia da lì Mai fermi, il secondo libro.

E, come nel primo, si legge il racconto di una vita. Il racconto, la storia di una vita che è fatta di persone. Di “maestri” li chiama. 8 maestri. A cominciare dai figli (il capitolo a loro dedicato va letto per primo…). Che hanno qualcosa in più. Non sei niente senza le persone che ti circondano. Parte così. «Da uno sguardo più ampio sulle connessioni che attraversano tutti noi. Il libro è arrivato in un momento di grande cambiamento, personale e professionale. Riprendere alcuni attimi del passato, alcune cose che erano finite in un cassetto, mi ha aiutato a dare senso a ciò che stavo vivendo. E condividere queste storie è diventato quasi naturale. Anche per dare una risposta ai tanti giovani che mi chiedono consigli su come costruire il proprio futuro. Avere dei “maestri” è importante quando si è in una fase di transizione e bisogna trovare il modo di restare in equilibrio, come chi viaggia in bicicletta. Io ne so qualcosa: ho sempre considerato il movimento una forma di stabilità, e volevo che il titolo ne parlasse».

Ha dovuto scuotersi non poco quando sua figlia Luce scopre un bozzo sulla gamba che potrebbe essere molto grave…
«Sì, giorni terribili, per fortuna finiti bene. Lei guardava la Casa di carta, io non dormivo… In un momento in cui tutto era complicato, i miei figli sono stati una priorità che mi ha aiutato a rimettere le cose nella giusta prospettiva. Mi distraevano, nel senso migliore del termine: riportavano il focus su ciò che davvero contava. È successo spesso nella mia vita: quando ci sono tante progettualità, capire cos’è davvero importante ti rende più lucido».

Sì, quei tre figli ricordano l’acqua, quell’acqua che Luciano Floridi usa come metafora nella prefazione. L’acqua come natura capace di insinuarsi, di essere morbida ma forte, rimettendoci al nostro posto. Ridandoci le priorità.
«E così, dovessi usare una parola per descrivere la qualità migliore da coltivare, forse userei “apertura”. Essere pronto a recepire, a capire il mondo degli altri. A trovare le similitudini, piuttosto che quello che ci divide come individui, come Paesi. L’essere capaci di navigare con il vento a favore o con la corrente contraria».

Apertura che però sottopone anche a delle scosse. Come la minaccia di offerta ostile su Atlantia, diventata il cuore del gruppo.
«Uno scenario per me insopportabile. Se quegli investitori avessero preso il controllo di Atlantia, la famiglia, Edizione, sarebbe stata marginalizzata e la stessa Atlantia, prima realtà infrastrutturale italiana, smembrata».

Quindi…
«E quindi con le nostre forze e coinvolgendo Blackstone, il più grande fondo infrastrutturale al mondo, evitiamo che accada. Atlantia dopo appena un anno diventerà Mundys, oltre 9 miliardi di ricavi, 23 mila dipendenti, l’80% del management cambiato, un primato sulla sostenibilità certificato a livello globale».

E i maestri?
«Decisivi. Schumacher, quando affrontava una curva a 300 chilometri orari, per superarla con successo teneva lo sguardo sul punto in cui finiva. Ancora progettualità, ma con metodo. Quello che lo spingeva a dormire 20 minuti con la tuta addosso, svegliarsi e nel giro di pochi secondi essere lucidissimo. Un po’ come lanciare un’Opa difensiva, ma restando aperti e determinati, sapendo che ci sono valori da difendere».

Valori, come sempre in finanza…
«No, parlo di valori come il coraggio, la responsabilità. Quelli che ti vengono dal conoscere anche solo sui libri o dai racconti una personalità come Amadeo Giannini, il fondatore di Bank of America. Capace dopo l’incendio di San Francisco di posizionare il suo banchetto tra le macerie e prestando soldi anche a chi non aveva garanzie, ma progetti».

Altri tempi quelli di Giannini a San Francisco…
«Si tratta di fare scelte coraggiose, ma non avventate. La nostra scelta è stata coraggiosa perché implicava prenderci più responsabilità diretta su quello che facevamo. Ma anche molto lucida, perché con noi c’era Blackstone, tra i migliori al mondo in questo campo. Non mi sono lanciato nel vuoto: ho scelto i partner giusti, quelli che sapevano come muoversi, e da cui potevo anche imparare. Una modalità applicata anche ad altre partecipazioni come Avolta e Cellnex».

Tenendo assieme una famiglia, i Benetton, che dopo il Ponte Morandi sembrava aver perso punti di riferimento…
«Con i miei cugini, abbiamo saputo fare una cosa fuori dall’ordinario, facendo da soli il passaggio generazionale. Penso alla stilista Emilie Flöge, l’ispiratrice di Klimt citata nel libro, che sceglie di fare qualcosa di diverso nel momento giusto. Che impone vestiti senza corsetto con venti anni di anticipo, come mi fece notare mia figlia Agnese. Allo stesso modo, noi, abbiamo scelto di gestire in prima persona questo passaggio generazionale, portando una grande discontinuità, ma sempre nel rispetto dei valori-guida dei nostri padri fondatori, in primis la visione internazionale e il rispetto per le comunità. Un po’ come fa Tadao Ando, che porta avanti una rivoluzione nell’architettura rispettando il passato».

Un passato che pesa e spesso diventa rigidità…
«Non è rigidità, ma coerenza. Anch’io, nella mia storia, non ho mai rinunciato ai miei principi. Mi sono guadagnato la mia libertà, vivendo le sfide e i problemi di un imprenditore di prima generazione, grazie all’esperienza maturata in oltre trent’anni, con la mia società 21 Invest. E quella coerenza, come in Tadao Ando, è ciò che tiene tutto insieme. E non è un caso che Aeroporti di Roma, perla del nostro gruppo, abbia aperto un Innovation hub con mille giovani che ragionano sul proprio futuro».

I MAESTRI
​Da sinistra, nella fila in alto:  il banchiere americano Amadeo Giannini (1870-1949); l’artista Andy Warhol (1928-1987); la surfista Bethany Hamilton, 35 anni; la stilista Emilie Flöge (1874-1952)
Nalla fila in basso: il surfista Kelly Slater, 53 anni; il padre Luciano Benetton, 90 anni; il pilota Michael Schumacher, 56 anni; l’architetto Tadao Ando, 83 anni.

Dovrete imparare a leggere il futuro bene. Anzi, a leggere le onde del mercato nelle prossime settimane. Proprio come fa Kelly Slater, il mito del surf incontrato grazie a suo figlio Tobias. Dovrete navigare i mari della finanza italiana. Edizione dovrà presto prendere posizione su Mediobanca e Banca Generali.
«Non sarà facile. Ma sapremo farlo. Spesso ci siamo chiesti che tipo di investitori siamo. E per noi progettualità, avere buoni partner, è fondamentale. Noi vogliamo sostenere aziende che vogliono essere globali, ma che mantengono un’anima italiana. Orientate alla crescita, perché come dice un detto orientale, quando una pianta smette di crescere muore. Non guardiamo a potere o influenza, ma a chi esprime progetti validi».

Sul business più difficile trovare maestri…
«Perché? Andy Warhol, non le pare un buon maestro?».

Andy Warhol?
«Sì lui, sempre pronto a stimolare la creatività. Per costruire imprese, salvarle, farle crescere devi alimentare la contaminazione, il dialogo, l‘inclusività. La curiosità. Che imprenditore puoi essere se non sei curioso?»

Aveva un esempio in suo padre Luciano, un imprenditore a cui, a un certo punto, ha guardato tutto il mondo. E anche lui si è trovato in difficoltà.
«Oltre a me, ha ispirato tanti imprenditori, con la sua storia di chi è partito dal nulla. Tra tutte le cose, per me la più potente è che lui, pur avendo raggiunto una condizione di benessere, non si sia fermato. Ha rilanciato. Prima con la Formula 1, poi con i fratelli, ampliando il raggio d’azione del gruppo. Nonostante anche battute d’arresto, non si è mai alzato dal tavolo. È rimasto al suo posto. E rimanendo ha vinto, ha perso, ha rischiato. Ma se oggi siamo qui, vuol dire che alla fine ha lasciato un’impronta essenziale. E mi fa piacere dirlo, avendo espresso in passato il mio dissenso su alcune sue scelte, come è noto. Vede quanto serve essere aperti?».

ALESSANDRO BENETTON

La vita
Alessandro Benetton è nato il 2 marzo 1964 a Treviso, secondogenito di Luciano Benetton e di Maria Teresa Maestri. Dopo gli studi negli Stati Uniti, tra Boston University e Harvard, e un’esperienza in finanza alla Goldman Sachs, a ventotto anni ha fondato la 21 Invest, al tempo pioniera del private equity in Italia, oggi gruppo internazionale con uffici a Treviso, Milano, Parigi e Varsavia.

Formula 1 
Dal 1988 al 1998 è stato presidente di Formula Uno Benetton. Gli anni della sua presidenza sono stati quelli delle vittorie in Formula 1 (26 su 27 totali della scuderia), dei due titoli mondiali piloti conquistati con Michael Schumacher nel 1994 e 1995, di quello costruttori vinto nel 1995.

Edizione
È stato presidente di Benetton Group dall’aprile 2012 al maggio 2014 per accompagnare la transizione dell’azienda da una gestione imprenditoriale a una manageriale. Nel novembre 2016 lascia anche il consiglio d’amministrazione per divergenze con la famiglia sui progetti futuri. Nel gennaio del 2022 Alessandro Benetton è diventato presidente di Edizione che si è trasformata in una SpA. Pratica diversi sport ad alto livello, in particolare sci alpino. E’ stato sposato per 13 anni con la campionessa di sci Deborah Compagnoni.