Addio ad Emma Bonino

Emma Bonino è morta: aveva 78 anni. Le lotte per i diritti civili, il rapporto con Pannella e quelle sigarette che non volle mai spegnere: è stata radicale nell’animo

Nel 2023 aveva annunciato la remissione completa del suo tumore. Tornata nella sua casa a Campo de’ Fiori, la prima cosa che fece fu quella di accendere la sigaretta e il computer, nello stesso tempo. L’aborto, le lotte per i diritti, il rapporto con Pannella, la carriera politica, le figlie adottive: storia di una donna che ha sovvertito tutti gli schemi e preso a pugni il perbenismo

Alessandra Arachi

Non ce ne sarà un’altra come lei. Con quell’energia, quella caparbietà, impertinenza, volontà, eleganza e alla fine non ce ne sono abbastanza di aggettivi per descrivere una donna che ha sovvertito tutti gli schemi e preso a pugni il perbenismo. Bastano però due parole: Emma Bonino. Ci lascia oggi a 78 anni. Quel microcitoma polmonare che l’aveva colpita a gennaio del 2015 era stato annientato dalle cure chemioterapiche, ma l’aggressione ai polmoni era continuata, uno stillicidio quotidiano.

Emma però non aveva mai smesso di fumare, nonostante quel tumore al polmone sinistro che l’aveva portata al primo ricovero, un anno fa, un’insufficienza respiratoria che le strozzava il fiato in gola, tenendo tutti noi con il fiato sospeso. «Non voglio prediche, voglio vivere così», ripeté quando tornata a casa la prima cosa che fece fu accendere la sigaretta e il computer, nello stesso tempo. Non ha accettato consigli da nessuno. La sigaretta è rimasta per sempre la prosecuzione delle sue dita. È stata radicale nell’animo, nello spirito. Lei come il suo sodale di una vita, Marco Pannella, anche lui aveva continuato a fumare, nonostante la sua stessa malattia. Una sigaretta via l’altra, nessuna interruzione, nemmeno quando l’ossigeno le era diventato indispensabile per respirare. Ha voluto giocare a dadi con il destino. Ha perso troppo presto.

Bisognava conoscerla per capire. Neanche troppo a fondo, la sua indomabile determinazione è stata il suo marchio di fabbrica, sempre visibile. Quando a Radio Radicale annunciò il suo microcitoma, lo fece mantenendo immobile il suo tono di voce assertivo. Era ministro del governo di Enrico Letta, all’epoca. «Un ospite indesiderato si è piantato nel mio polmone sinistro», disse semplicemente. E continuò la sua vita pubblica.

Quando cominciò la chemioterapia inaugurò la moda del turbante. I capelli cadevano e lei ornava la testa con turbanti mediorientali pieni di colore. Durò sei mesi la chemioterapia, otto anni le cure. Nel 2023 annunciò la remissione completa del suo tumore. Tutti noi che le abbiamo voluto bene ricominciammo a respirare insieme a lei. Una serenità interrotta di nuovo alla fine del 2024, sempre le conseguenze di quel maledetto tumore, anche quella volta venne ricoverata in terapia intensiva. Tornata nella sua splendida casa a Campo de’ Fiori la prima cosa che fece fu quella di accendere la sigaretta e il computer, nello stesso tempo. Inutilmente Carla, la sua ombra degli ultimi suoi anni di vita, provò a dissuaderla. Non si può dissuadere una tigre.

Pochi giorni dopo papa Francesco suonò al suo portone, iconica e immortale la foto di loro due sulla terrazza assolata, uno di fronte all’altra tutti e due seduti su una sedia a rotelle, un raggio di sole a immortalare la scena. Era convintamente laica ma amica del papa. Dopo la visita del Santo Padre ai giornali Emma raccontò, ironica: «Francesco si è informato della mia salute, mi ha incoraggiata, mi ha detto: tieni duro perché poi l’erba cattiva non muore mai».

Non avrebbe amato la retorica dei necrologi. Proviamo a ricordarla con il sorriso.

Non che lei fosse prodiga di sorrisi, centellinati anche nell’album storico delle fotografie sui rotocalchi e sui giornali. Ma a ripercorrere i fotogrammi della sua vita di motivi per sorridere se ne trovano tanti, complice quel piglio smitizzante che ha attraversato ogni impegno della sua carriera. Quando fu eletta Commissario europeo, con delega anche alla Pesca, quel piglio raggiunse uno dei suoi picchi di sarcasmo: «Io, comunque tra pescatori e pesci, sto con i pesci». Lei con i pesci ci parlava sott’acqua, aveva cominciato a fare immersioni per combattere una forma subdola di depressione.

Emma aveva quarantasei anni quando arrivò a Bruxelles pronta a sdrammatizzare il rigore delle istituzioni europee, in Italia lo aveva già fatto vent’anni prima, eletta deputata per la prima volta grazie ai voti dei Radicali. Il Parlamento negli anni Settanta non era come oggi, donne giovani che vengono elette non sono più una notizia. In quel 1976 a Emma Bonino sarebbe bastato varcare la soglia della Camera dei deputati per conquistare i titoloni sui quotidiani. Lei volle andare oltre. Nel palazzo di Montecitorio ci entrò con la gonnellona a fiori, gli zoccoli ai piedi, la borsa di paglia, la sigaretta tra le dita, e ci volle l’indulgenza paterna di Sandro Pertini per un perdono benevolo: «È il monello di Montecitorio», decretò. E a suo modo monella lei ci è rimasta fino all’ultimo.

Sempre contro. Sempre sulle barricate. C’è bisogno di ricordare le sue battaglie storiche per il divorzio e l’aborto? Fanno parte della storia di questo Paese. Nella cronaca il suo impegno era focalizzato a conquistare la legalizzazione della cannabis, i diritti umani, l’eutanasia, i diritti dei migranti.

Per la battaglia in favore dell’aborto Emma mise in gioco se stessa, il dolore del suo aborto clandestino, all’epoca punito con il carcere. Lei si consegnò alle forze dell’ordine, voleva farsi arrestare. Voleva che si parlasse del suo arresto. Chiamò sua madre Catterina per farglielo sapere. Lei imperturbabile: «Peccato, Emma, che ti arrestino, proprio oggi, tuo fratello si fidanza». Il Dna non è acqua fresca.

A questo punto diventa difficile andare avanti a raccontare l’epopea di Bonino, alto è il rischio di lasciare fuori qualcosa d’importante. Difficile stare dietro alla sua vita, alle sue missioni in Sierra Leone, alla sua vita al Cairo per studiare l’arabo, alle sue trasferte nel mondo in difesa dei diritti, in Somalia, in Polonia , in Ruanda, in Uganda. Ci vorrebbe un libro soltanto per raccontare il suo rapporto con Marco Pannella. 

«Per generazioni e gusti sessuali io e Pannella non ci siamo sentiti attratti. Ma a modo nostro è comunque amore», raccontò lei in un’intervista alcuni anni prima che quel rapporto simbiotico esplodesse. O forse implodesse. Inevitabilmente. Successe sul finire dell’esistenza di Pannella, «Spina di pesce», come Francesco De Gregori lo aveva soprannominato a causa dei suoi ripetuti digiuni. Gli stessi digiuni che resero sottile il corpo di Emma.

A Roma era arrivata poco più che ventenne dalla sua natìa Bra, provincia di Cuneo, con addosso sessantacinque chili e un’ingenuità che si sarebbe polverizzata, giusto il tempo di entrare in contatto con i Radicali. «Ero una contadina rotonda», disse di se stessa in un’altra delle sue interviste mai banali e sempre ironiche. All’inizio della sua carriera in quelle interviste si lasciò andare, a considerazioni private sull’amore («ha un posto molto importante nella mia vita»), sulla fedeltà («è possibile ma difficile»), sul rapporto di coppia («non sono per la coppia, non lo sono per la convivenza»). In seguito scavare nel suo intimo sarebbe diventato impossibile. A domande insidiose opponeva sempre la stessa risposta: «Il personale è politico, il privato non è pubblico».

Si sciolse solo una volta, a maggio del 2023, quando morì Roberto Cicciomessere: «È stato il mio primo grande amore», rivelò spiazzando i cronisti giovani che il suo lato sentimentale non lo avevano mai conosciuto. Era stata sempre dissacrante, fino ad allora. Tranciante: «Figli non ne ho mai voluti avere. Sono incapace di accettare il per sempre». Rugiada e Aurora entrarono nella sua vita soltanto in affido. Quelle due bimbe figlie di famiglie problematiche le regalarono per qualche anno frammenti di maternità e al momento del distacco le provocarono un dolore fuori da ogni programma.

Ma anche quel dolore finì sepolto sotto l’impegno politico che Emma portò avanti con un’innata disinvoltura. Destra, sinistra, centro. Ministro con Prodi. Ministro con Berlusconi. Le hanno dato della «cambia casacca» e dell’opportunista, ma lei ha sempre alzato le spalle: i diritti civili erano la sua stella polare, non i partiti. Glielo aveva insegnato Pannella e non si può che constatare che quel suo atteggiamento ebbe la meglio, se ricordiamo l’appello che venne fatto nel 1999 per candidarla al Quirinale, la prima donna nella storia. A sponsorizzare la sua corsa verso il Colle nomi di cittadini qualsiasi e di peso, nei più svariati settori: da Bernardo Bertolucci Marco Tardelli, passando per Krizia, Alessandro Gassman, Oliviero Toscani, Gore Vidal, Claudia Cardinale, Zeudi Araya, Antonio Baldassarre. Un coro unanime e sincero. Un coro fino ad ora mai più ripetuto per nessun altro candidato, per nessun’altra carica.

Se ne è andata senza fare rumore. Ovunque sia adesso, a Emma Bonino auguriamo di trovare una sala per fumatori. 

L’Italia intera si tolga il cappello per Emma Bonino, irregolare per definizione. Le battaglie e il sogno degli Stati Uniti d’Europa: così ha cambiato il destino del Paese

Fino alla fine ha tenuto alta la bandiera dei valori liberali

WALTER VELTRONI

Emma Bonino ha scritto alcune delle pagine più belle della storia civile di questo Paese. Credo che oggi l’Italia intera si tolga il cappello di fronte alla forza di una donna che, con le sue lotte e il suo impegno, ha mutato il destino della nazione. È morta divorata da un tumore che la assediava da tempo. Un male che non ha mai nascosto e contro il quale ha combattuto da par suo, con il suo carattere volitivo, per anni.

Fino alla fine dei suoi giorni ha tenuto alta la bandiera dei valori liberali e democratici in una società che ha sempre considerato questa ispirazione minoritaria, fino a rendersi conto – con l’aborto, il divorzio, la giustizia giusta – che quelle battaglie dei radicali sono state capaci di spostare la vita dei cittadini molti metri più avanti, di rompere catene, formali e ideologiche, che imprigionavano la libertà dei singoli. Con la forza dell’esempio i radicali italiani hanno imposto all’agenda politica italiana temi che le culture dominanti avevano tralasciato.

La cultura liberale o la cultura delle libertà personali e dei diritti individuali, l’individuo come centro della società, era totalmente estranea a quella della Dc che era: «Soffrite in terra e poi andrete in paradiso» e del Pci che era: «No, contano solo le masse». E quindi dal loro punto di vista i temi che noi sollevavamo: la giustizia, il divorzio, l’aborto erano frivolezze radical-chic. Per il Pci la politica si faceva solo nelle fabbriche. I radicali erano una puntura di spillo, molto fastidiosa. Avevamo al centro l’individuo come protagonista, i diritti civili che consideravamo alla stessa stregua di quelli sociali. Una differenza d’impostazione culturale. Era anche difficile dialogare. Non perché la lotta all’aborto clandestino non andasse bene, ma non era una priorità. Non perché la giustizia giusta non andasse bene, ma non era una priorità.

Sono parole di una intensa intervista che le feci tempo fa. «Mi sono persino emozionata da sola… speriamo faccia lo stesso effetto anche ad altri… magari ai più giovani».

Dalla condizione carceraria a quella delle vittime, come Enzo Tortora, di una giustizia malata, fino all’impegno, anche come Commissario Europeo prima e come ministro nei governi Prodi e Letta dopo, per promuovere il Tribunale Penale Internazionale e per salvaguardare sempre e ovunque i diritti umani, dall’Afghanistan al Tibet Emma Bonino c’era sempre.

Non ebbe paura di sostenere l’intervento militare internazionale per fermare lo sterminio in Bosnia e in Kossovo, valutando sempre la prevalenza morale della difesa dei diritti individuali e dei popoli rispetto alle logiche di aggressione e di potenza. La stessa posizione che espresse con forza, con il suo ultimo movimento Più Europa, contro l’invasione dell’Ucraina. Allo stesso modo Emma fu decisiva nella lotta contro le mine antiuomo e nel contrasto del traffico della droga non attraverso politiche proibizioniste.

I diritti delle persone, la bussola di una vita. In questi tempi di discussioni infantili non è inutile tornare alle sue parole: «Io ho sempre tentato di spiegare che i diritti civili sono questioni sociali perché se hai i soldi per divorziare trovi la Sacra Rota o vai a Londra. Quindi per me sono diritti sociali, sono problemi sociali, tasse umane e finanziarie. Indirette o dirette. La mia idea mi differenziava un po’ dal Movimento femminista alla quale arrivo tardi. Non sono mai stata separatista. Sono sempre stata convinta che il personale è politico ma il privato non è pubblico. Oggi constato, dopo vent’anni, che è l’inverso. Cioè che il privato è inopinatamente e inutilmente pubblico. E il personale non è più politico».

Irregolare per definizione, munita della magnifica capacità di sottrarsi alle certezze ideologiche come faceva Pasolini, Bonino ha servito governi di diverso colore. Fu Commissaria europea proposta dal governo Berlusconi, come farà con il centrosinistra, con l’obiettivo di rappresentare istituzionalmente i suoi valori e le sue battaglie ovunque, sempre.

Da anni il suo impegno era per rafforzare l’Europa e renderla più efficace e unita. Quando quel giorno, sulla terrazza della sua casa, le chiesi se pensava che la prospettiva nel caos dovesse essere gli Stati Uniti d’Europa, Emma mi rispose: «È l’unica. Anche perché io non conosco altro sistema che possa tenere insieme cinquecento milioni di abitanti rispettando le loro diversità. Stati Uniti d’Europa con poche competenze al centro, solo quelle che sono più efficaci e che vengano fatte insieme. E poi molta sussidiarietà. Perché dobbiamo unire le persone, ma senza mai omologarle».

Unire senza omologare, la sostanza della libertà in una società democratica.
Nel ricordarla con affetto, non riesco a dimenticare la grandezza di un gesto. Grandezza umana e politica. Quando Emma, in occasione dei novant’anni di Giovanni Leone, scrisse all’ex Presidente della Repubblica una lettera, insieme a Pannella, per chiedere scusa della ingiusta campagna scatenata nel 1978 contro di lui.

Era stata una ingiusta campagna giustizialista. Il contrario della vita di una donna, sempre dalla parte dei più deboli e delle libertà, che oggi l’intero Paese rimpiange.

La vita e le battaglie di Emma Bonino, le foto storiche: l’arresto, l’incontro con il Dalai Lama, i cortei

La legalizzazione della cannabis, l’impegno per la difesa dei diritti umani, il fine vita, la dignità dei migranti, i referendum, la libertà di informazione. E prima ancora per una legge sull’interruzione di gravidanza e il divorzio: l’impegno politico di Bonino

Laura De Feudis

Dici Emma Bonino e pensi alle battaglie per i diritti politici e di libertà degli ultimi 50 anni e oltre. Protagonista assoluta della vita politica del nostro paese (1948-2026), morta a Roma a 78 anni, ha legato il suo nome al Partito Radicale. Sono tanti i momenti della storia del nostro paese in cui Bonino ha fatto sentire la sua voce, sempre lucida e diretta. Scomoda e mai banale.

Manifestazioni, mobilitazioni, cortei, raccolta di firme, battaglie politiche portate avanti determinazione. Il corpo era uno degli strumenti di lotta politica: nel 1975 Bonino contribuisce alla nascita del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (Cisa): si autodenuncia per il reato di procurato aborto, scegliendo la strada della disobbedienza civile per denunciare l’allora diffusa realtà delle interruzioni di gravidanza clandestine. Bonino, in anni cui non esisteva la legge 194 e l’aborto era un reato, aveva trasformato la sua storia personale in una vicenda politica. Ma nel corso della sua vita sono state tante le cause a cui si è dedicata con intelligenza, impegno, generosità.

La vita e le battaglie di Emma Bonino, le foto storiche

L’ultima intervista di Emma Bonino:

«Il ginecologo disse che potevo abortire con 500mila lire e io non le avevo: fu l’inizio. Di Pannella mi manca l’inventiva»

L’ultima intervista a Emma Bonino, realizzata in occasione dei 10 anni dalla morte di Marco Pannella. Di cui disse: «Era un uomo di grande intelligenza politica: da lui ho imparato molto. La nostra non era un’amicizia tipica. Le voci su di noi? Era un bell’uomo ma non mi piaceva e io non piacevo a lui»

Alessandra Arachi

Emma Bonino e Marco Pannella, un binomio di battaglie irripetibili. A dieci anni dalla morte del leader radicale, quale ricorda come la più difficile?
«La prima, contro l’aborto clandestino, che poi è quella che ha fatto diventare la politica la mia passione. Oltre che aver riguardato la mia vita personale. I radicali conducevano questa battaglia da molto tempo. Io non lo sapevo quando, ritenendolo quasi un atto rivoluzionario, feci l’amore prima del matrimonio. Mi ero premunita con delle visite da un ginecologo che mi aveva detto di essere sterile».

E non era così.
«Evidentemente. Il ginecologo mi disse che se proprio volevo interrompere una vita in fiore lo potevo fare con 500 mila lire. Io non le avevo. A Firenze trovai un signore che ne voleva 50 mila. È stato l’inizio. Da allora ho cominciato ad accompagnare a Firenze gruppi di donne due volte alla settimana. Ero venuta in contatto con Adele Faccio e Gianfranco Spadaccia e con loro portavamo le donne al Cisa per abortire in sicurezza con il dottor Giorgio Conciani. Era la linea della disobbedienza civile, anche se ancora non sapevo cosa fosse. Poi, nel gennaio del ‘74 il giornale di destra Il Borghese fece esplodere lo scandalo e arrestarono me, Gianfranco Spadaccia e Adele Faccio. Dopo Marco ebbe l’intuizione di mandarmi a Parigi da Simone Veil, che con il governo di destra, quando presidente era Giscard d’Estaing, aveva appena fatto approvare una legge in Francia contro l’aborto clandestino. Da quel momento il binomio Emma Bonino e Marco Pannella è diventato la mia vita».

Quale invece la battaglia più emozionante?
«Tante, è difficile scegliere, oltre questa sull’aborto, con anche il referendum e l’approvazione della legge 194. Il divorzio, certo, ma le battaglie radicali degli anni Settanta furono una stagione così prolifica sui diritti civili: voto ai diciottenni, l’obiezione di coscienza e la riforma del diritto di famiglia».

Lei e Marco vi siete conosciuti al Partito radicale, quale è stato l’inizio della vostra amicizia?
«Ricordo la prima volta che lo incontrai. Fino a quel momento avevo avuto a che fare solo con Adele Faccio. Quel giorno del 1974, dopo aver fatto sette piani a piedi, entro in casa di Pannella, una topaia, con l’acqua che cadeva dalle pareti. Marco fumava. Dopo poco Adele dice di avere fame, io non ne avevo in realtà. Marco quindi preparò la pasta col burro e il parmigiano, mi pare ditalini; una cosa immangiabile per quanto burro e pasta ci fossero. Il giorno dopo eravamo già sulle barricate insieme».

Bonino e Pannella da Giovanni Paolo II

Cosa è successo?
«La mattina dopo fummo svegliati tutti presto dalla notizia da Rolando Parachini dell’arresto di Gianfranco Spadaccia di nuovo per la disobbedienza civile sull’aborto. È stato a quel punto che Marco chiese a me e Adele di andare a Milano perché un gruppo di anarchici ci avrebbe aiutato ad andare in Francia».

Un’amicizia, quella fra lei e Pannella, che spesso qualcuno ha voluto fraintendere tanto eravate legati…
«Fraintendere in che senso? Che avessimo una relazione? Nessuna relazione, ché poi eravamo di generazioni differenti. E, semplicemente, per quanto in tanti lo ritenessero un bell’uomo, lui non piaceva a me e io a lui».

Come definirebbe allora con una parola il vostro rapporto? Amicizia o ne sceglierebbe un’altra?
«Non era un’amicizia tipica. Non passavamo le ore insieme per trascorrere il nostro tempo in compagnia l’uno dell’altra. Il nostro rapporto è stato il frutto di un impegno e una passione enormi, mosso dalla consapevolezza che soprattutto le battaglie definite minoritarie, che poi non erano minoritarie affatto, potevano diventare di interesse nazionale, polarizzando l’attenzione, anche quando impopolari».

Cosa amava di più di lui?
«Di certo era un uomo di grande statura e intelligenza politica. E ciò che mi manca ancora adesso è la sua capacità di inventiva, riusciva sempre a trovare l’elemento di spaccatura che, pur tra le molte difficoltà di chiusura mediatica, si imponeva nel dibattito pubblico. Come quella volta che organizzò una conferenza stampa al Partito radicale per la legalizzazione della cannabis».

Cosa successe quella volta?
«Marco si accese uno spinello e lo passò a tutti noi che eravamo al tavolo. Io ero l’ultima della fila e mi arrivò una cosa umidiccia, probabilmente quello mi fece decidere che non avrei più provato. Marco era capace di avere un guizzo anche all’ultimo momento utile, senza mai perdere di vista il proprio obiettivo. E lo faceva avendo ben presente la caduta dell’iniziativa senza farne un elemento di promozione banalmente personalistico».

E cosa detestava di lui?
«Che ascoltava poco. Una volta presa una decisione, difficilmente ci ripensava. Ma forse più che un difetto questo era il suo tratto distintivo e la sua forza».

Negli ultimi anni del vostro rapporto ci sono state più ombre che luci… O dobbiamo dire solo buio?
«Né luci né ombre. Si smise di parlarsi e non ne capii davvero il motivo. Con Marco sono cresciuta molto, anche se prima di lui al Partito radicale avevo avuto contatti con Adele Faccio e Gianfranco Spadaccia. Di certo riconoscevo a Marco la sua capacità di fare politica anche in modo fantasioso, con iniziative di non violenza. Ho imparato tanto, anche con gli scioperi della fame e della sete, con cui ho persino perso quasi tutti i miei denti. Ma alla fine lui ha voluto chiudere. Una rottura unilaterale. Sono stata molto tempo a cercare di capirne i motivi, ma poi mi sono rassegnata. Anche perché mi aveva fatto molto male».

Adesso che sono passati dieci anni è riuscita a mettere a fuoco il motivo?
«Ora come allora non riesco a capirlo. Se potessi gli chiederei se gli avesse dato di volta il cervello, ma oramai me ne sono fatta una ragione. Anche dieci anni dopo».

Se oggi potesse fare con lui una battaglia sui diritti su cosa la farebbe?
«Non c’è che l’imbarazzo della scelta: eutanasia, giustizia, carceri, per arrivare fino alla battaglia, portata avanti ora da +Europa, per gli Stati Uniti d’Europa. Certo, il tutto presupporrebbe la difesa dello Stato di diritto e una situazione politica molto differente da quella portata avanti da questo governo».

La figura di Marco Pannella manca a questo Paese?
«Credo proprio di sì, anche se non è facile immaginare cosa direbbe o farebbe Marco oggi. Certo era uno che dialogava con tutti, anche con chi era proprio agli opposti. Considerava gli Stati Uniti, difetti compresi, una delle democrazie più evolute e credo non sarebbe felice di vedere come sia adesso con Donald Trump. E provo ad azzardare: credo appoggerebbe il sostegno per l’Ucraina contro l’invasione russa. E tra Usa e Russia, continuerebbe a lottare per la centralità politica dell’Europa, per una sua forma federalista».

A lei manca Marco?
«Mi manca la sua inventiva e la sua capacità creativa. Probabilmente anche il non aver chiarito la fine del nostro rapporto. Ma la vita va avanti».

La visita di papa Francesco a Emma Bonino

Quella foto in terrazza di Papa Francesco e Bonino, entrambi in sedia a rotelle. Il Pontefice di lei disse: «Non condivido le sue idee, ma conosce l’Africa meglio di tutti»

Quando il Pontefice fece visita alla donna che aveva guidato le battaglie per il divorzio e l’aborto: «Di fronte a questa donna dico, chapeau»

Gian Guido Vecchi

Si conoscevano già da anni ma l’immagine che resterà è quella del 5 novembre di due anni fa, due persone anziane in sedia a rotelle su una terrazza dietro Campo de’ Fiori, tutt’intorno il verde delle piante e la luce autunnale sui tetti di Roma e al centro, posate sul tavolo, una scatola di cioccolatini e le rose che Francesco aveva portato a Emma Bonino. Pochi giorni prima, lei era stata dimessa dall’ospedale e lui, che quella mattina aveva inaugurato l’anno accademico alla Gregoriana, si era concesso una piccola deviazione per farle un’improvvisata. La leader radicale si era ritrovata davanti il Papa, con mazzo di rose e cioccolatini, che l’aveva salutata con un semplice «cerea». 

Origini piemontesi

Il nonno del pontefice, Giovanni Angelo Bergoglio, veniva da Bricco Marmorito, un paesino del Monferrato che dista una sessantina di chilometri dalla Bra di Emma, e certo le comuni origini piemontesi hanno avuto una parte nella simpatia e poi nell’amicizia più improbabili che si potessero immaginare, il vescovo di Roma e la donna che aveva guidato le battaglie storiche per il divorzio e l’aborto. «Non condivido le sue idee ma conosce l’Africa meglio di tutti. Di fronte a questa donna dico, chapeau», aveva raccontato il Papa al direttore del Corriere, Luciano Fontana. E lei, dopo la visita «graditissima» del Papa, aveva sorriso: «Sono rimasta molto colpita dalla forza e dalla comprensione che mi ha dimostrato. Ma mi ha colpito soprattutto quando mi ha detto che per lui sono “un esempio di libertà e resistenza”, mi ha riempito di gioia».

Il digiuno per la pace

Del resto, la stima reciproca si fondava anche su impegni comuni al Successore di Pietro e alla grande laica. Migranti, pace, povertà, ambiente, carceri. Pochi mesi dopo l’elezione di Bergoglio, nel settembre del 2013, Bonino aveva aderito da ministro degli Esteri al digiuno per la pace in Siria, un appello rivolto dal Papa ai credenti e a «tutti gli uomini e le donne di buona volontà». All’inizio del 2015, Emma aveva rivelato di avere un tumore al polmone e di lì a qualche mese Francesco le aveva fatto la prima sorpresa: «Ho ricevuto una chiamata da Sua Santità Papa Bergoglio. Una telefonata tanto inaspettata quanto graditissima. Un segno di attenzione straordinaria di cui sono molto, molto grata», face sapere. Prima di raccontare, in un sorriso, a Radio Radicale: «Il Papa mi ha incoraggiato a tenere duro perché l’erba cattiva non muore mai, anche se mia madre diceva che sono un’erba resistente, ma cattiva no».

I migranti

Del resto, «abbiamo parlato di migranti, povertà e del Mediterraneo», aveva detto: «Gli ho ricordato che i migranti, se mai riusciamo ad accoglierli, poi li mettiamo in carcere e per questo le carceri sono piene. E poi gli ho ricordato anche la conversazione che abbiamo avuto nell’aprile dello scorso anno e che poi propiziò la sua telefonata a Marco Pannella, all’epoca in clinica allora per un difficile intervento. Ho detto al Santo Padre che, in ogni caso, Pannella e i radicali continuano su questo fronte di attenzione: sulle carceri, ma anche allo stato di diritto e ai più poveri». Un anno più tardi, durante il Giubileo dei carcerati del 2016, mentre il Papa si rivolgeva alle «autorità civili di ogni Paese» e all’Angelus invocava un «atto di clemenza» per i detenuti, una delegazione della marcia radicale per l’amnistia guidata da Bonino era stata accolta per la prima volta tra i fedeli di piazza San Pietro. È sull’attenzione agli ultimi che si incontravano la visione laica e umanista di Bonino e la visione evangelica «sine glossa» di Bergoglio, il richiamo alle parole di Gesù sul Giudizio universale: «ho avuto fame e mi avete dato da magiare», «ero straniero e mi avete accolto», «ero in carcere e siete venuti a trovarmi»…

Senso di vuoto

Quando Bergoglio morì, l’anno scorso, Emma Bonino dettò parole che potrebbero accompagnare anche lei: «Ho accolto con profonda commozione la notizia della morte di Papa Francesco e con un enorme senso di vuoto. La tristezza è mitigata dal fatto che Papa Francesco, anche se duramente provato dalla malattia, fino all’ultimo ha voluto e saputo esercitare in pienezza la sua funzione, senza risparmiarsi, e con gioia».

Emma Bonino era una vera leader, per questo non era simpatica

Caro Aldo,
Emma Bonino non era tra i miei politici più simpatici, trovo che fosse abbastanza sprezzante delle altre opinioni. È stata la più brava a tenere testa a Marco Panella. Lei aveva capito quale potesse essere la ragione della stima reciproca tra papa Francesco e la Bonino?

Caro Marco,
la capisco. Emma Bonino non era una persona simpatica. Era dura, a volte urticante. Intransigente ed esigente, con se stessa e con gli altri. Ma un leader politico non deve essere simpatico. Se lo è, meglio. Però un leader politico deve avere il coraggio di dire alla gente quello che la gente non vuole sentirsi dire. Emma Bonino aveva questa qualità. Se avessero davvero votato radicale tutti coloro che raccontano di averlo fatto, i radicali sarebbero stati il primo partito. Invece arrivarono all’8,5% una volta sola, alle Europee del 1999, sull’onda della campagna «Emma for president». Lei fu osteggiata, additata dagli avversari come strega, fanatica del femminismo e dell’aborto; e tanti rimasero indispettiti quando papa Bergoglio andò in carrozzina a trovare proprio lei, e non certi sepolcri imbiancati, e lei lo ricevette sulla sua, di carrozzina. In realtà aveva ragione quasi su tutto, compresa l’ultima battaglia: servirebbe più Europa, non meno Europa. Era piemontese di Bra, Carlin Petrini era suo compagno di liceo. Marco Pannella era il suo alter ego. Un giorno avevo appuntamento con lei per un’intervista alla sede radicale di via Torre Argentina, nel cuore di Roma, a un passo dal Pantheon; si presentò anche lui. Parevano due vecchi coniugi, si sorridevano, si cercavano con lo sguardo, si versavano il tè. Lei era molto preoccupata perché lui con l’ultimo digiuno aveva perso il liquido intercellulare. «Marco, ma come si interrompe un digiuno?». «Con un brodo denso al parmigiano». E lei: «Non dire cazzate, l’ultima volta ti ho preparato io mezzo chilo di spaghetti De Cecco!». Alle pareti c’erano le foto della storia dei radicali: Ernesto Rossi, le donne di Kabul, Enzo Tortora in manette, Antonio Russo ammazzato a Tbilisi, il volto smagrito dai digiuni di Adelaide Aglietta e Adele Faccio, le grandi vittorie ai referendum. Alla vigilia di quello sulla fecondazione assistita Emma era convinta di farcela: «Marco, tutti quelli che incontro mi dicono che vanno a votare!». E lui: «Emma, sono romani come me, lo dicono per farti contenta, stavolta perdiamo». Aveva ragione Pannella, anche se in realtà era abruzzese. Accanita difensore di Israele, la Bonino si era trasferita nel mondo arabo, invitata da un gruppo di tunisine a difendere una scrittrice dissidente. Aveva preso casa al Cairo, sull’isola in mezzo al Nilo, aveva imparato l’arabo, «lo leggo bene, lo capisco ma lo parlo ancora male». Ci ha lasciati ad appena 78 anni, ma pareva ci fosse da sempre. Addio Emma, persona seria, combattente vera. Come te sono rimasti in pochi. Quasi nessuno.

L’ex compagno di Emma Bonino: «Con lei una storia intensa e gioiosa. Quando rimase incinta, l’accompagnai ad abortire. E divenne la nostra battaglia»

Marcello Crivellini racconta come iniziarono il suo amore con Emma Bonino e la battaglia per il diritto all’aborto

Alessandra Arachi

Nessuno ha mai chiesto a Marcello Crivellini di raccontare quel giorno. Emma Bonino aveva appena scoperto di essere rimasta incinta. Marcello era lì, quella gravidanza era opera sua, oggi possiamo dire una gravidanza che ha fatto storia. L’aborto che ha fatto la storia dei diritti civili del nostro Paese.

«Era un destino, evidentemente. A Emma il suo ginecologo aveva detto che non poteva avere figli. Che era sterile».

Marcello Crivellini Emma Bonino

Quando Emma rimase incinta voi eravate fidanzati?
«Sì, stavamo insieme da un paio d’anni, era il 1973».

Milano agli inizi degli anni Settanta, eravate nel pieno delle contestazioni.
«Non ancora. Sicuramente non Emma. Lei era una ragazza appena laureata in Bocconi, sfoggiava vestitini eleganti, facevamo una vita da ragazzi normali».

Vi eravate conosciuti all’università?
«No, io mi sono laureato al Politecnico. Ci siamo conosciuti perché eravamo tutti e due commissari in un esame di maturità di un istituto tecnico. Avevamo bisogno di soldi, facevamo un po’ quello che capitava».

Un colpo di fulmine?
«Macché. Siamo usciti tante volte insieme per conoscerci prima. Certo ci eravamo piaciuti, ma io l’ho corteggiata a lungo. Diciamo che siamo andati contro corrente rispetto ai metodi spicci degli amori di quegli anni».

Poi l’amore è stato bello. Anche duraturo?
«È stata una storia intensa e gioiosa. Siamo andati avanti per molti anni, ora non saprei dire quanti, perché ad un certo punto Emma è andata a Roma, in Parlamento. Abbiamo continuato a vederci lo stesso, un po’ lì un po’ a Milano, poi ancora quando pure io sono andato a Roma in Parlamento. Insomma non è facile mettere confini. Anche perché…».

Anche perché?
«Proprio dopo l’aborto di Emma la nostra storia ha preso una piega politica. E anche lì non è stato più facile stabilire i confini tra una cosa e l’altra».

Emma rimane incinta, lo stupore prevale sullo smarrimento. Ma poi?
«Poi nulla. Non abbiamo avuto mai alcun dubbio. Quella era una gravidanza sgradita. Dico meglio: Emma non ha mai avuto dubbio. Io ero d’accordo con lei».

Mai un rimpianto? Nemmeno subito dopo? O dopo tanti anni?
«Se Emma lo ha avuto non lo ha mai fatto vedere. Forse nemmeno lo ha mai confidato a nessuno. A me non di sicuro. Poi ha sempre detto che figli non ne ha mai più voluti. Io invece mi sono sposato e una figlia l’ho avuta, Giulia».

Emma ha conosciuto Giulia?
«Ma certo. Con lei Emma è sempre stata meravigliosa. Hanno anche lavorato insieme. Una volta ho fatto venire Giulia in Senato, lei era vicepresidente e l’ha portata in giro per tutto il Palazzo, spiegandole ogni cosa».

Nel 1973 l’aborto era clandestino, in maniera drammatica perché gestito dalle «mammane». Come ve la siete cavata?
«Come se l’è cavata Emma, dobbiamo dire. È stata bravissima. È riuscita a mettersi in contatto con Adele Faccio, lei a Milano praticava aborti con il metodo Karman, per aspirazione. Non la macelleria delle mammane».

E come ha fatto Emma a trovare Adele Faccio, lei ragazza bocconiana?
«Ah, non lo so. So che non sono rimasto stupito della sua capacità. Quella che poi abbiamo scoperto tutti noi negli anni».

Una storia gioiosa e intensa che l’aborto non è riuscito ad incrinare. Non era scontato.
«Per noi è stato normalissimo invece. L’aborto di Emma ha dato il via alla nostra battaglia per una legge che mettesse fina alla piaga degli aborti clandestini e crudeli. È diventata la battaglia del Partito radicale. Noi siamo diventati radicali per quella battaglia».

È stata Adele Faccio che ha aiutato Emma ad abortire?
«No, le consigliò di andare a Firenze da un medico che per gli aborti chiedeva cinquantamila lire. Una sciocchezza rispetto alle cifre degli altri, prezzi che variavano tra il mezzo milione e un milione di lire».

Lei andò con Emma a Firenze?
«Sì, ho ancora negli occhi le immagini della città. Ma non ho un ricordo doloroso. Eravamo sereni».

Da lì la battaglia radicale, le auto-denunce per farsi arrestare. Il metodo di disobbedienza civile inventato da Marco Pannella. Il successo della legge sull’aborto.
«Già, e tutto comincia nella piccola sede di Corso di Porta Vigentina dei radicali. Ma poi le donne che volevano abortire sono diventate così tante che avevamo aperto anche le nostre case, nella mia pure venivano medici a praticare aborti».

Era la casa dove viveva con Emma?
«No, lei divideva un appartamento con altri studenti della Bocconi. Anche se poi dopo un po’ di tempo dormiva praticamente sempre a casa mia».

Un ricordo romantico di Emma Bonino?
«Un viaggio negli Stati Uniti, prima a New York poi in California. Noi due da soli. Quasi sempre facevamo viaggi in comitiva, in giro per l’Italia con un pulmino che ci prestava un prete. O anche quella volta che siamo andati in Turchia partendo da Milano con le macchine, una carovana di R4 sgangherate. Ma se ci penso c’è un ricordo che mi prende di più».

Quale?
«Emma con sua madre Catterina che arriva a casa mia in Corso Lodi con il suo attrezzo per fare gli gnocchi. Buonissimi».

Francesco Rutelli: «Con il voto diretto per il Colle, Emma Bonino avrebbe potuto farcela»

Intervista a Francesco Rutelli, che negli anni Ottanta fu segretario nazionale del Partito radicale

Monica Guerzoni

Chi era Emma Bonino?
«Un’icona dell’incontro tra idealismo e pragmatismo».

Francesco Rutelli, lei nel 1980 diventò segretario nazionale del Partito Radicale.
«Io avevo 26 anni e Bonino 32. Non si deve dimenticare che Emma è stata cinquant’anni nelle istituzioni. Il modo più forte per onorare una vita pubblica e politica è ricordare le sue battaglie e i suoi successi e anche i temi su cui i Radicali sono rimasti in minoranza. Vale per Bonino e vale per Marco Pannella».

Francesco Rutelli

Cosa li univa e cosa invece finì per dividerli?
«Lui era un leader carismatico e non transigente. Avevano un rapporto importante e complicato, come i rispettivi caratteri. Il 19 maggio lei si collegò con la Camera dei deputati per il decennale della morte di Pannella e disse: “Quando incontrerò Marco, gli chiederò cosa volesse dire con quella citazione di San Paolo che ripeteva sempre, spes contra spem”».

Speranza contro ogni speranza?
«Una citazione che va letta alla luce delle battaglie per i diritti condotte all’insegna del pragmatismo, elemento indispensabile nella narrazione dei Radicali e di Bonino. Mai battaglie ideologiche di sistema, ma obiettivi da conseguire. Così in Italia si è fatto il divorzio e così si è combattuta la battaglia per l’aborto».

L’impegno di Emma inizia da un dramma personale.
«Lei e Adele Faccio, che anche va ricordata, furono decisive contro la penalizzazione e la criminalizzazione dell’aborto clandestino. Quella delle mammane, in un Paese che non riconosceva il diritto all’interruzione di gravidanza, era una tragedia civile. E non dimentichiamo le battaglie di Bonino sull’obiezione di coscienza, sul fine vita, per il federalismo europeo e per la Corte penale internazionale, che oggi si vuole smantellare. Tutte condotte trasversalmente, spesso partendo da una estrema minoranza e scoprendo a volte di essere diventati maggioranza».

Clamorose vittorie, ma anche dure sconfitte?
«L’Europa, ad esempio, che oggi è più burocrazia che strategie. Il contrasto alla fame nel mondo. E la Cpi, appunto, istituita nel 1998 in Campidoglio. Tutte battaglie strategiche per grandi valori, che oggi faticano nella pratica, come la violazione dei diritti umani, i crimini contro l’umanità, la pena di morte».

Emma Bonino Francesco Rutelli

E le donne?
«Nel 1976 i Radicali hanno il 55% dei candidati donne e ne eleggono due su quattro, Bonino e Faccio».

Numeri che colpiscono oggi, con il 36,9% di donne parlamentari e la legge in discussione al Senato che potrebbe ridurre ancora la rappresentanza.
«Bonino è la punta di diamante di una storia in cui il ruolo delle donne non è stato decorativo, ma autentico. Prova ne sia anche Adelaide Aglietta, prima segretaria di un partito».

Perché una leader così popolare e riconosciuta, che ha sempre difeso le istituzioni, non è approdata al Quirinale? Era divisiva, o era una donna?
«Era controversa, ma è stata alfiere della società civile. Se al Colle si andasse per elezione diretta e col ballottaggio, la partita sarebbe stata diversa. A proporla per prime al Quirinale furono Anna e Carla Fendi, di cui fu molto amica».

È stata amata, ma anche combattuta, a volte insultata e lasciata sola.
«È vero, nel vivo della battaglia quasi mai c’è il riconoscimento al merito. Ma attenzione, quali sono i leader politici laici e non credenti che ricevono a casa la visita del Pontefice? È stata anche fortemente avversata dalla Chiesa su temi come aborto e fine vita, ma pur nel dissenso la sua traiettoria lineare e coerente ha avuto da papa Francesco il massimo riconoscimento in vita, il più sorprendente».

Un ricordo personale?
«Una cosa spiritosa che diceva quando le facevano qualche critica è “io sono nata a Bra, sono im-bra-nata”. Nel 2001, quando mi candido premier, viene presentata una lista Pannella-Bonino che non mi appoggia, va da sola e raccoglie mezzo milione di voti. Più o meno quelli che mi sono mancati. In questi decenni Emma è stata in coalizioni di centrosinistra e centrodestra, a nominarla commissaria europea fu Berlusconi».

Qual è la lezione politica?
«I Radicali non hanno mai praticato l’antipolitica, che oggi domina. Hanno combattuto la “partitocrazia”, l’invadenza sulle istituzioni. Se si fossero seguiti i Radicali contro la degenerazione dei partiti avremmo avuto un Paese con meno pulsioni autodistruttive».

Meloni ha annunciato funerali di Stato.
«A qualcuno non piacerà, ma anche questo mi sembra un riconoscimento doveroso, per quanto postumo».

Castellina ricorda Bonino: “Quante liti ma ci abbracciammo per il voto sul divorzio”

La storica comunista: “In cinquant’anni siamo sempre state separate. Non era di sinistra, difendeva i diritti individuali, non i collettivi”

Arianna Finos

Alla Mostra di Venezia come presidente onoraria di Bookciak, Azione!, concorso cineletterario dedicato ai cortometraggi ispirati ai libri, Luciana Castellina, 97 anni, giornalista ed ex parlamentare, ricorda Emma Bonino.

Che donna e che politica è stata?

«Intelligente, innovatrice nel modo di fare politica. Ha avuto di certo un’influenza importante. L’errore è considerarla una donna di sinistra, cosa che assolutamente non era. Era una liberale conseguente: questo significava molto impegno nella difesa dei diritti individuali, ma scarsa attenzione agli esseri umani quando vanno considerati come collettività».

Emma Bonino, Luciana Castellina

Avete condiviso le battaglie, ma vi siete state su fronti opposti.

«Siamo sempre state separate. Al Parlamento europeo eravamo unite nel “Gruppo di coordinamento tecnico”, che si chiamava così per sottolineare che stavamo insieme perché non era possibile formarne uno molto piccolo, come invece nel Parlamento nazionale. Avevamo raggruppato tutti i dissidenti rispetto ai loro fronti tradizionali, ma dissidenti anche fra loro. Abbiamo vissuto così per cinque anni e sono stati molto difficili. Vennero al pettine problemi lontani dalle battaglie comuni sul divorzio e sull’aborto».

Uno degli scontri più duri tra voi?

«Il rifiuto da parte dei radicali di accettare che il movimento di Nelson Mandela, l’African National Congress, fosse riconosciuto come interlocutore della Commissione europea. Perché il Sudafrica, nonostante l’apartheid e Mandela in prigione, era considerato un Paese democratico in quanto aveva un Parlamento. È la cosa più pericolosa e continua ad avvenire: se un Paese ha un Parlamento, non importa ciò che fa. Fu un punto scabroso nei nostri rapporti».

La scelta di Bonino di candidarsi nel ‘94 con il sostegno della coalizione di Berlusconi, e poi la nomina a commissaria europea, segnarono un’altra frattura?

«Sì, da allora ci siamo viste meno. Nessuno ricorda, di Marco Pannella ed Emma, i referendum del ‘95 contro i sindacati, che Pannella chiamava la “trimurti”. Uno di quei quesiti, se fosse passato, sarebbe stato una tragedia per i sindacati. Ci sono state cose pesanti».

Cosa ha fatto Bonino di giusto e importante per il nostro Paese?

«Ha dato un grande contributo alla battaglia sul divorzio. Anche se pure quella si sarebbe dovuta fare tenendo conto dei diritti delle donne che non potevano divorziare: quali che fossero le loro ragioni, se non avevano una proprietà o uno stipendio, cinque minuti dopo aver divorziato perdevano tutto».

Malgrado la malattia, Bonino ha continuato le sue battaglie fino all’ultimo.

«Ha avuto una vita privata, Emma, non felice. Alla fine anche isolata. Io le volevo bene e mi è dispiaciuto molto. Perché la vita è fatta anche di persone con le quali hai dei dissensi».

Un litigio memorabile?

«Eravamo buffe, forse, perché stavamo nello stesso gruppo e ognuna pensava una cosa diversa. Ma andavamo negli stessi posti, facevamo le stesse cose e quindi ci trovavamo sempre insieme».

Siete state entrambe un riferimento per molte donne e ragazze che volevano fare politica.

«Sì, ma non siamo mai riuscite a rendere pubblico e collettivo il dibattito sulle cose che pensavamo l’una e l’altra. Le nostre uscite pubbliche sono sempre state sulle questioni su cui eravamo d’accordo. Non abbiamo mai avuto la fantasia — e sarebbe stato meglio — di organizzare delle belle assemblee per dire: “Emma la pensa così, Luciana la pensa così, ne vogliamo discutere?”. Non so perché non l’abbiamo fatto».

Tra tanti decenni condivisi, qual è l’immagine che le torna per prima?

«Come ci siamo abbracciate in piazza Navona quando arrivò la notizia che avevamo vinto il referendum sul divorzio. Eravamo entrambe lì perché quella battaglia l’avevamo fatta insieme, malgrado i dissensi».

Che le mancherà di più di lei?

«È un pezzo importante della mia vita. Scherziamo? Con Emma sono cinquant’anni buoni, vissuti gomito a gomito».

«Grazie per la tua vita spericolata»

Il messaggio per Bonino: «Dobbiamo difendere i diritti conquistati grazie a voi». l cantante era vicino al Partito Radicale dagli anni Ottanta. L’amicizia con Marco Pannella, le battaglie su cannabis, eutanasia e fine vita del rocker

Antonia Verderosa

«Grazie Emma». Nel giorno della morte di Emma Bonino, Vasco Rossi la saluta ricordando le battaglie che «hanno cambiato l’Italia». Dietro il «Wiva Emma Bonino!» pubblicato sui social c’è una vicinanza al mondo radicale che per Vasco Rossi dura da quasi quarant’anni. «Grazie per le tue idee “radicali” al servizio di una civiltà libera e per il tuo approccio coraggioso alla vita sociale», scrive Vasco. Poi il riferimento a Pannella: «Grazie per la tua vita politica spericolata, proprio come lo è stata quella di Marco Pannella».

Vasco Rossi e il Partito Radicale

La vicinanza politica del rocker ai Radicali risale agli anni Ottanta. Il 30 giugno 1989, Vasco parlò direttamente ai microfoni di Radio Radicale della propria iscrizione al partito e della battaglia antiproibizionista. Nel 2006, intervistato al Dopo Tg1, Vasco raccontò di avere la tessera del Partito Radicale «da vent’anni» e aggiunse che «in casa siamo tutti Radicali».

Il rapporto con Marco Pannella, «il mio alter ego politico»

Vasco definiva Marco Pannella il proprio «alter ego politico». Secondo quanto raccontato dal cantante a Rolling Stone, il leader radicale abrebbe provato per anni a convincerlo a candidarsi, ricevendo sempre la stessa risposta: «Io sono una rockstar». A unirli, secondo Vasco, erano la lotta ai pregiudizi, la tolleranza, l’anticlericalismo e l’antiproibizionismo.

La loro amicizia era iniziata con la vicinanza di Pannella durante le vicende giudiziarie che coinvolsero Vasco negli anni Ottanta. Insieme a Fabrizio De André gli fecero arrivare un telegramma di solidarietà. Da lì nacque un rapporto destinato a durare fino alla morte di Pannella nel 2016.

Negli anni Vasco ha continuato a sostenere alcune delle battaglie simbolo dell’area radicale: nel 2014 concesse la canzone Vivere all’Associazione Luca Coscioni per la campagna sull’eutanasia legale, nel 2016 firmò la proposta Legalizziamo! sulla cannabis e nel 2021 aderì al referendum sul fine vita.

L’intervista di Francesca Fagnani a Emma Bonino (2023)