Bellissima, elegante, forse avrebbe potuto fare qualcosa di più nel cinema, Silvia Monti, scomparsa oggi, ma uscita dal mondo del cinema dall’ormai lontanissimo 1974.

“Vorrei essere una vera attrice”, leggo in una rara vecchia intervista americana per l’uscita del suo film più importante, “Il cervello” di Gerard Oury con David Niven e Jean-Paul Belmondo, “come Sophia Loren”. Come Sophia Loren… La Paramount le offrì un contratto di tre anni e pensò di lanciarla. Ma non divenne mai una vera e propria star.
“I miei genitori non volevano che facessi l’attrice”, leggo in un’altra intervista del Corriere della Sera, “mi dicevano che avrei fallito e sarei stata infelice”. Chissà se abbandonare il cinema l’abbia resa più infelice. Di certo tra il 1968 e il 1974, Silvia Monti apparì in una ventina di film, anche di buon livello, ma non riuscì a dimostrare qualche dote particolare come attrice.
Eppure se la vediamo ora in “Il cervello” il suo corpo fa parecchio effetto. L’aveva scoperta, ancora quattordicenne a Bassano del Grappa, a casa sua insomma, Alberto Lattuada, che aspettò che avesse vent’anni per lanciarla nel cinema con un buon ruolo nel bellissimo “Fraulein Doktor” con Suzy Kendall e Capucine.
L’aveva presentata a Dino De Laurentiis che la fece scritturare. Lattuada la richiamò qualche anno dopo per “Sono stato io” con Giancarlo Giannini. E intanto la Paramount la lanciò ne “Il cervello” con Belmondo, David Niven e Eli Wallach.
Qui nel film “Il Cervello” 1968. Foto di Ron Galella.
Scompare un po’ in “Metti, una sera a cena” di Peppino Patroni Griffi, ma fa la sua figura, mentre è protagonista e molto nuda nel più folle “Sai cosa faceva Stalin alle donne?”, sorta di parodia dei registi comunisti italiani diretta da Maurizio Liverani, già critico del “Paese sera?”.
Il protagonista, Helmut Berger, era stato un regalo di Luchino Visconti all’amico Liverani, Silvia Monti arrivò con la produzione di Rizzoli, se non mi ricordo male. Credo sia il suo film più trasgressivo. Abbastanza curioso anche “le regine” di Tonino Cervi dove fa la strega assieme a Ida Galli e Haydée Politoff e distruggono un giovane hippy, Ray Lovelock. Con Lucio Fulci gira “Una lucertola con la pelle di donna”.
Fa un curioso western franco-italiano, “All’ovest di Sacramento” di jean Girault con Robert Hossein e un buon thriller, “Giornata nera per l’ariete” di Luigi Bazzoni. Più che attrice, più del contratto con la Paramount, che non dà grandi frutti, Silvia Monti diventa una bellezza da jet set. Piena di flirt, veri o presenti, da Philip Niarchos, figlio dell’armatore, a Dino Pecci-Blunt, da Alberto Sordi, che l’ha voluta come moglie sullo schermo in “Finché c’è guerra c’è speranza”, a Walter Chiari, a Angelo Infanti, che ne aveva unricordo meraviglioso.
Gira una grossa coproduzione anglo-italiana, “Lady Caroline Lamb” diretta da Robert Bolt con Sarah Miles, Richard Chamberlain e Jon Finch. Ma il film, l’unico diretto da Bolt, lo sceneggiatore di David Lean, è un disastro. Non la lancia nemmeno un poliziesco di grosso budget, “Afyon, oppio” diretto da Ferdinando Baldi con Ben Gazzara. Le offerte del cinema iniziano a non essere il massimo.
Un decamerone, “Racconti proibiti di niente vestiti”, un buon film con Lando Buzzanca, “Il domestico”. L’ultimo film sarà proprio quello di Sordi, “Finché c’è guerra c’è speranza”.



ALDO GRASSO
Gabetti disse di lei: «Sa creare un mondo di armonia». Il marito, Carlo De Benedetti, in un’intervista al Corriere la definì la donna che gli ha regalato una «seconda vita»
Silvia Monti aveva una dote rara: le bastava uno sguardo, un breve colloquio, per capire chi avesse davanti e, se lo riteneva, entrare subito in sintonia. La definizione più bella di lei l’ha data Gianluigi Gabetti: «È una donna capace di creare un mondo di armonia, dove la generosità è pari solo alle sue capacità organizzative. Non le sfugge un solo dettaglio». Curiosa, generosa e affettuosa. Tre aggettivi tutt’altro che scontati per una donna che ha attraversato il cinema, la mondanità e poi, negli ultimi decenni, una dimensione più appartata accanto a Carlo De Benedetti.
Durante una gita tra le colline delle Langhe si innamorò di un posto, sulle alture di Dogliani, e disse al marito: «Questo sarà il nostro rifugio». Le bastò poco per trasformare una vecchia cascina in una casa viva, calda, sempre aperta. Gabetti, al termine di certe cene, amava ripetere: «Voi non avete idea di come questa donna abbia trasformato Carlo. Prima pensava solo agli affari, lei gli ha tirato fuori tutto il suo lato umano». E lo stesso De Benedetti, in un’intervista al Corriere, l’ha definita la donna che gli ha regalato una «seconda vita».
L’Ingegnere, abituato a misurare il mondo in numeri, finanza, industria ed editoria, con Silvia aveva scoperto un’altra misura del tempo. Si sposarono il 10 luglio 1997. Da allora Silvia gli è rimasta accanto, lontana dai riflettori che aveva conosciuto da ragazza.
Prima Milano, poi i giorni divisi tra la Svizzera, Montecarlo e Dogliani: una dimensione intima, una presenza discreta, quasi una figura di contrappunto. Ma fondamentale. La sua intelligenza non era solo al servizio dell’organizzazione — sapeva orchestrare case, incontri, feste di compleanno e viaggi memorabili — ma anche dell’amicizia, di cui conosceva il valore e l’istinto di protezione.
Per capire davvero Silvia bisogna fare un passo indietro, a quando il suo nome apparteneva ancora al cinema. La sua era una bellezza evidente, certo, ma non da semplice copertina: aveva una presenza che bucava lo schermo, un’eleganza con una sfumatura inquieta.
All’anagrafe, Silvia Cornacchia era nata a Bassano del Grappa nel 1946 e aveva iniziato giovanissima, attraversando una stagione irripetibile dello spettacolo italiano. Aveva lavorato con registi e attori importanti, in film che oggi non raccontano solo una carriera, ma un’intera epoca fatta di commedie, generi e cinema popolare.
Poi, quasi con naturalezza, era arrivata la svolta. Il cinema era diventato un capitolo della sua storia, non più la sua quotidianità. Non una carriera interrotta: piuttosto, una carriera messa da parte. Silvia sembrava avere sempre avuto un rapporto naturale con la ribalta, senza esserne prigioniera. Era bella, elegante, mondana, ma non apparteneva fino in fondo a quel mondo. Nel 1970 aveva sposato il conte e imprenditore Luigi Donà dalle Rose e da quel matrimonio erano nati Una e Leonardo.
Gli anni delle feste a Porto Rotondo, delle frequentazioni internazionali, di una certa vita sociale appartenevano a una stagione che Silvia seppe attraversare senza rimanerne prigioniera. Nel 1994 la separazione. Tre anni dopo, l’incontro destinato a cambiare il suo percorso: Carlo De Benedetti. Per quasi trent’anni gli è stata accanto, condividendo una stagione molto diversa da quella della sua giovinezza. Lui era ormai una delle figure più potenti e discusse del Paese; lei non ha mai avvertito il bisogno di trasformare quella vicinanza in una recita pubblica.
Ed è forse questo il tratto che mi ha sempre colpito di Silvia: la capacità di esserci senza mettersi in mostra. In un mondo in cui la notorietà vive del bisogno continuo di raccontarsi, lei custodiva una discrezione d’altri tempi. Non doveva esibire le persone che frequentava per spiegare chi fosse, né occupare la scena per dimostrare di averne fatto parte. Negli anni aveva conservato il tratto autentico della ragazza di un tempo.
La bellezza si era fatta eleganza, la celebrità riservatezza, il passato nel cinema pura memoria. Così, quando penso a Silvia, non rivedo soltanto l’attrice intravista sul grande schermo né la donna che ha accompagnato una parte così importante della vita di De Benedetti. Penso soprattutto a una persona che non aveva bisogno di imporsi per lasciare il segno. Le bastava esserci, con quella naturalezza che faceva sentire gli altri immediatamente a proprio agio.




