lo scrittore premio Nobel aveva 89 anni

di Antonio Carioti
Non si aspettava più di vincerlo, il Nobel, Mario Vargas Llosa. Lo scrittore peruviano, scomparso all’età di 89 anni, era stato in passato tra i papabili, ma sapeva di essere diventato da tempo un personaggio anomalo, quasi indecifrabile rispetto agli schemi mentali in voga. Ma come, un latino-americano impegnato sul terreno politico, convinto di dover fare qualcosa per il riscatto della propria gente dalla povertà, e al tempo stesso ammiratore di Margaret Thatcher e di alcuni degli economisti «neoliberisti» colpevoli, secondo la narrazione più diffusa, di ogni sofferenza sul nostro pianeta? Tutto suggeriva di tenerlo a debita distanza…
Eppure nel 2010 la giuria dell’Accademia di Svezia scelse di premiarlo. Per la qualità straordinaria della sua prosa, per il modo in cui aveva saputo scavare nell’animo umano, per l’audacia sperimentale degli intrecci narrativi. Ma forse anche perché quell’anomalia ideologica un certo fascino lo aveva, in quanto rifletteva una profonda libertà intellettuale. Sottrattosi all’abbraccio oppressivo della sinistra dogmatica, Vargas Llosa non si era certo abbandonato a quello della destra, di cui aveva anzi criticato duramente le derive populiste.
Il fatto è che quell’elegante signore sudamericano era allergico ad ogni forma di conformismo, a quello che chiamava «il richiamo della tribù», cioè la tendenza, innata nell’uomo, a sacrificare il proprio senso critico in nome della rassicurazione garantita dall’orientare il proprio giudizio sulla falsariga dell’ambiente a cui si appartiene. Questo Vargas Llosa davvero non lo aveva fatto mai, anche quando si era calato nell’agone politico e candidato a presidente del proprio Paese, uscendo sconfitto, nel 1990, per mano del populista autoritario, futuro dittatore, Alberto Fujimori. Un impegno, nato sull’onda dell’opposizione alla politica dirigista del precedente capo dello Stato, Alan García, che lo scrittore ricordava come faticosissimo e frustrante.
Nato il 28 marzo 1936 ad Arequipa, Perù, in una famiglia facoltosa, lo scrittore non aveva conosciuto il padre Ernesto Vargas Maldonado fino all’età di dieci anni. I genitori infatti si erano separati quando Mario era ancora piccolissimo e poi a lui era stato detto, per non dovergli spiegare la verità, che il papà era morto. Così la riconciliazione tra i due coniugi era stata per il bambino un evento sbalorditivo, senza contare che poi il padre aveva cercato di ostacolare in tutti i modi la sua vocazione letteraria, che si era manifestata sin dalla prima adolescenza.
A un certo punto, a soli quattordici anni, Mario era stato iscritto all’accademia militare peruviana Leoncio Prado, dove la disciplina era durissima. Un’esperienza pesante, che si riflette nel suo primo romanzo La città e i cani, uscito nel 1963, ma anche formativa. In quei due anni passati sotto il rigido regime dell’accademia, raccontava Vargas Llosa, aveva imparato a conoscere un Perù diverso da quello borghese che era abituato a frequentare, poiché aveva incontrato anche figli di famiglie molto povere, che vedevano nella carriera militare un’occasione di riscatto. Si era formato così una coscienza sociale, di cui le sue opere recano forte l’impronta.

Comunque la vocazione intellettuale del ragazzo alla fine aveva prevalso sull’opposizione del padre. Nel luglio 1952, quando Vargas Llosa era ancora sedicenne, ma già collaborava con la stampa, un teatro aveva messo in scena la sua prima opera, un dramma teatrale intitolato La fuga dell’Inca. Siamo in un periodo molto difficile per il Perù, governato fino al 1956 dalla dittatura militare di Manuel Odría, che impone nel Paese un clima di plumbea repressione. È l’atmosfera soffocante che si respira in un altro romanzo di Vargas Llosa, ricco di spunti autobiografici e da lui stesso considerato il più importante, Conversazione nella Cattedrale, pubblicato a Barcellona nel 1969.
C’è molto dell’autore nel personaggio del giornalista Santiago Zavala (detto Zavalita), irrequieto, in rotta con la famiglia di origine, intristito dalla condizione oppressiva in cui si trova un Perù segnato da pesanti disuguaglianze e dalla mancanza di libertà, in preda all’incuria e alla corruzione. Attorno a lui si muove un nugolo di figure dal profilo vario, alcuni partecipi del sistema dispotico, altri vittime, mai però del tutto innocenti, di una situazione che appare senza uscita, tra miseria diffusa e serpeggiante razzismo. Significativo che la Cattedrale di cui si parla nel titolo sia in realtà un locale popolare piuttosto malfamato, soprannominato così per la forma della sua porta d’ingresso. Per questo in italiano è stato tradotto anche come Conversazione nella «Catedral», per mettere subito tutto più in chiaro.
In precedenza Vargas Llosa si era sposato nel 1954, diciottenne, con una trentenne boliviana (oltretutto sua zia acquisita), Julia Urquidi, che poi sarebbe divenuta la protagonista del romanzo Zia Julia e lo scribacchino. E nel 1958 aveva lasciato il Perù per l’Europa: prima Madrid, poi Parigi, quindi Londra, dove appunto aveva scritto Conversazione nella Cattedrale. Ma già nel 1967 aveva ottenuto un importante riconoscimento letterario (il primo di una lunga serie), il premio venezuelano Rómulo Gallegos, con il romanzo La Casa Verde. E nel 1964 aveva divorziato da Julia per sposare l’anno dopo una sua cugina, Patricia Llosa, dalla quale avrebbe avuto tre figli.
In questa fase lo scrittore è schierato decisamente a sinistra. Anche se la sua esperienza giovanile nelle file comuniste si era interrotta molto presto, è un fervente sostenitore, assieme all’amico colombiano Gabriel Gárcia Márquez, della rivoluzione cubana, nella quale vede un’anima libertaria estranea al «socialismo reale» di stampo sovietico.
Poi però Fidel Castro aveva accentuato la repressione contro dissidenti e omosessuali, aveva approvato l’intervento sovietico in Cecoslovacchia per schiacciare la Primavera di Praga, nel 1968. E quindi c’era stato il caso di Heberto Padilla, poeta arrestato e costretto a una umiliante autocritica pubblica nel 1971 per aver espresso critiche bollate come «controrivoluzionarie» dal regime dell’Avana. Vargas Llosa si era allora fatto avanti in prima linea, promuovendo un appello contro la persecuzione che aveva ottenuto le adesioni di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, dello scrittore argentino Julio Cortázar, degli italiani Umberto Eco e Alberto Moravia.
Non aveva aderito invece Gárcia Márquez, con il quale i rapporti si erano progressivamente raffreddati, fino all’episodio clamoroso del pugno che Vargas Llosa aveva sferrato al colombiano nel 1976 a Città del Messico, pare per ragioni private. Un caso sul quale nessuno dei due letterati aveva voluto tornare.
Rotti i ponti con la sinistra anticapitalista, Vargas Llosa era approdato su sponde liberali. Era favorevole al mercato, alla competizione, alla libera impresa. In nome di quei valori aveva condotto la sua sfortunata battaglia politica in Perù, per poi trasferirsi in Spagna e prendere la cittadinanza di quel Paese. Anche il matrimonio con Patricia era finito e lo scrittore si era legato alla modella filippina Isabel Preysler.
Fino all’ultimo Vargas Llosa era rimasto una voce importante nel dibattito pubblico a livello internazionale. Crollato il comunismo, aveva rivolto i suoi strali contro il nazionalismo, il populismo, la xenofobia anti-immigrati. Aveva criticato la «rivoluzione» venezuelana di Hugo Chávez, la Brexit e il secessionismo catalano, contro il quale — lui, così legato a Barcellona — era sceso personalmente in piazza.
Prolifico anche in tarda età, Vargas Llosa aveva continuato a pubblicare saggi e romanzi. Spesso sorprendenti, per chi lo aveva catalogato come un conservatore, se non addirittura un reazionario. Nel libro Il sogno del Celta, aveva rievocato Roger Casement, coraggioso patriota irlandese che aveva denunciato gli orrori del colonialismo belga in Congo. In Tempi duri (Einaudi, 2020) aveva ricordato le malefatte della Cia e delle industrie nordamericane in Guatemala negli anni Cinquanta.
Fondamentalmente ottimista, anche se nelle sue opere non manca certo una vena malinconica, guardava con fiducia alla globalizzazione e ai progressi della democrazia in America Latina. Assai più critico era invece sulla sorte della cultura. Temeva la superficialità e la banalizzazione, diffidava delle tecnologie digitali, di fronte alle quali riemergeva la sua vena romantica: «Fatico a immaginare — aveva scritto Vargas Llosa — che le tavolette elettroniche, identiche, anodine, intercambiabili possano dispensare quel piacere tattile, impregnato di sensualità, che offrono i libri di carta a certi lettori».
L’ultima intervista di Mario Vargas Llosa a “la Lettura”: «Mi spaventa la stupidità umana, alimenta razzismo e fanatismo»
di Nuccio Ordine
Questa intervista è stata pubblicata su «la Lettura» #589 del 12 marzo 2023
«Mi preoccupa la stupidità umana che, lasciandosi sfuggire meravigliose opportunità di condurre una battaglia vittoriosa contro la fame, la povertà o la discriminazione a favore della convivenza, della pace e della cultura, continua a praticare il fanatismo, l’intolleranza e il razzismo e tutte le altre fonti di infelicità»: Mario Vargas Llosa, Nobel per la Letteratura nel 2010, è un fiume in piena. I suoi 87 anni — li compirà il 28 marzo — non sembrano sminuire l’entusiasmo per la cultura e la politica (Vargas Llosa è scomparso il 14 aprile 2025 a 89 anni). Da poco l’editore Mimesis ha pubblicato la traduzione italiana delle interviste che il celebre scrittore peruviano ha concesso, in oltre trent’anni, al giornalista spagnolo Juan Cruz (Davanti allo specchio. Conversazioni con Juan Cruz Ruiz). In collegamento da Madrid, Vargas Llosa risponde alle domande de «la Lettura».
Lei ha scritto che la letteratura possiede una forza morale in grado di contribuire a migliorare la società…
«È così. Il romanzo è il genere che agisce in modo più immediato sul pubblico. Certo: ci sono anche poesia e teatro. Ma credo che il romanzo sia più adatto ed efficace nel mostrare alcuni difetti della società. Per esempio, le grandi disuguaglianze che affliggono il mondo: economiche, culturali o sociali. Ho l’impressione che un buon romanzo possa essere più incisivo per agitare le coscienze».

Come sarebbe il mondo senza letteratura?
«Terribile, privo di desideri e di ideali. Ecco perché è pericolosa la censura: perché, di fatto, uccide la letteratura, impoverendo l’arte e la società. Nei Paesi autoritari i divieti neutralizzano lo sforzo dei romanzi. Per esempio, in Russia o in Cina la letteratura non può trattare i temi più spinosi che affliggono la società».
Dopo avere perduto nel 1990 le presidenziali in Perù, ha dichiarato: «I peruviani mi hanno restituito alla letteratura». Cos’ha imparato da quell’avventura elettorale?
«È stata un’esperienza molto intensa. Avevo già lottato nel passato contro il progetto del presidente Alan García di nazionalizzare le banche. Questo disegno politico, proprio in Perù, avrebbe dato al governo — che non ha scrupoli nella gestione della cosa pubblica — un’autorità straordinaria per usare i media in modo arbitrario. Questo è stato il motivo della mia candidatura. Vorrei essere sincero: non ho accettato la sfida elettorale con molta convinzione. In fondo, l’idea di diventare presidente non mi interessava. Ma poi mi sono rassegnato. È per questo che la sconfitta non ha avuto un grande peso. Anzi, sono stato piuttosto grato agli elettori per non avermi eletto: la mia passione è la letteratura, non la politica».
Dalla caduta del Muro di Berlino il neoliberismo domina incontrastato: questo pensiero economico contribuisce a superare le disuguaglianze o può renderle ancora più drammatiche?
«Io sono un liberale. Non sono affatto favorevole al socialismo. Penso che il socialismo porti solo povertà e abbia limitato il futuro dell’America Latina. Penso che i Paesi debbano attrarre capitali, soprattutto se sono necessari per lo sviluppo. La politica dell’America Latina oggi è catastrofica. Allontanare gli investimenti significa correre verso il suicidio. Il caso del Venezuela è eloquente. C’è stato un momento in cui il Venezuela, per il petrolio, veniva identificato con l’Arabia Saudita: apriva le frontiere a tutti i latinoamericani e agli europei. Dopo cos’è accaduto? Il suo drammatico impoverimento ha scatenato un enorme flusso migratorio: un milione di venezuelani in fuga verso il Perù e quasi due milioni verso la Colombia. Questo è un segno evidente della deplorevole miseria dell’America Latina, frutto delle riforme della sinistra e della cosiddetta rivoluzione socialista».
Lei ha elogiato grandi pensatori liberali come Isaiah Berlin e Karl Popper. Come considererebbero adesso questi autori l’operato di tante multinazionali che stanno distruggendo il nostro pianeta con l’obiettivo di fare molti soldi nel minore tempo possibile?
E cosa c’entra il neoliberismo di oggi con le idee di Berlin e Popper?«All’America Latina servono capitali, soprattutto capitali da investire. Perché c’è una ricchezza che non si alimenta da sola, ma ha bisogno di massicce iniezioni di denaro. Ogni Paese deve essere in grado di stipulare accordi, per il proprio sviluppo, con le grandi imprese che operano nel mondo. Non vorrei essere frainteso: aprire agli investimenti di denaro non significa rinunciare a difendere i propri interessi nazionali, ma credo sia necessario per costruire un futuro fondato su una nuova economia».
Ma questa «nuova economia» potrebbe risolvere veramente i problemi della povertà e delle disuguaglianze in America Latina?
In Europa, negli ultimi decenni, i lavoratori hanno perso il diritto di avere diritti, mentre i governi, a parole, parlano di ecologia ma poi, nei fatti, non adottano provvedimenti radicali per difendere l’ambiente.«Certo, queste contraddizioni costituiscono un problema. Ma — diciamo — quello che serve è un vero patriottismo: ogni Paese deve saper difendere i suoi interessi. Questo obiettivo non si raggiunge sbarrando la strada ai capitali e agli investimenti».
Lei ha sempre rivendicato le sue origini peruviane. Ma, nello stesso tempo, ha sempre dichiarato di sentirsi cittadino del mondo. Com’è riuscito a conciliare questi due aspetti?
«Sono e mi sento peruviano. Faccio parte del Perù e i problemi della mia terra mi riguardano. Allo stesso tempo, penso che il Perù sia una parte del mondo e sarebbe stupido separare il Perù dal resto del mondo. Ciò che accade nel mondo ci riguarda direttamente. E, per fare un esempio, l’aggressione della Russia non può lasciarci indifferenti».
Qual è il ricordo più importante della generazione del boom?
«La generazione del boom ha permesso di fare scoprire l’America Latina. Per i peruviani, che vivevano molto isolati, leggere improvvisamente scrittori cileni, colombiani, messicani ha prodotto qualcosa di splendido, di meraviglioso. Una fase ricca di stimoli per gli autori e per i lettori. La letteratura ci permetteva di superare le barriere nazionali e di integrarci con le culture latinoamericane. Ora però l’America Latina sta un po’ regredendo rispetto alla vivacità intellettuale e letteraria che aveva conosciuto nella straordinaria stagione degli anni Cinquanta e Sessanta. È stato senza dubbio un momento molto speciale, ma ormai passato. Stiamo vivendo piuttosto un provincialismo che è in gran parte figlio delle politiche culturali della sinistra, con la sua ostinazione a considerare i Paesi in modo isolato e non l’intero continente. Ci sarebbe molto più sviluppo se i Paesi potessero collegarsi tra loro e sostenersi a vicenda».
Quali sono gli autori latinoamericani che le sembrano più interessanti?
«Devo dire che tra i tanti scrittori latinoamericani — una ricchezza letteraria e una diversità veramente notevoli — oggi spetta soprattutto alle donne un ruolo di primo piano. È un dato di fatto molto interessante: negli ultimi anni sono emerse scrittrici che hanno saputo rappresentare con efficacia i diversi volti dell’America Latina. Penso, in particolare, a due scrittrici argentine: Samanta Schweblin e Claudia Piñeiro. Nel passato abbiamo avuto, grosso modo, due direzioni: una rappresentata da Jorge Luis Borges e l’altra da Gabriel García Márquez. Due autori molto diversi tra loro: il primo ha scritto racconti fantastici legati a un orizzonte più universale, mentre il secondo ha circoscritto la sua opera a una dimensione più locale».
Non crede che le vicende di Macondo raccontate in «Cent’anni di solitudine» rappresentino un «locale» che, magistralmente, finisce per esprimere anche l’«universale»?
«Ma certo, la letteratura è sempre universale, perché l’universalità o il provincialismo sono fondamentalmente espressi dalle tecniche del romanzo. Il romanzo apre sempre le frontiere. E Cent’anni di solitudine, anche se ambientato in una periferia della Colombia, avrebbe potuto raccontare, nello stesso tempo, il Perù o il Messico o altre realtà più distanti. Questo però non è il caso di Borges. Non è il caso di uno scrittore che già appartiene a un’élite molto raffinata, colta, che ha letto tanti libri in inglese, in francese, in tedesco. Questo ha prodotto opere molto raffinate. Una letteratura che ha una forza speciale, quasi fuori dalla portata dei comuni mortali».
Oggi si pensa che computer e piattaforme digitali siano alla base della scuola moderna. Però abbiamo dimenticato che solo i bravi insegnanti possono cambiare la vita degli studenti…
«Sono perfettamente d’accordo. Ricordo con tenerezza il mio professore di Storia all’università. Ho avuto il privilegio di lavorare con lui dal secondo anno al quinto. Un insegnante che rappresentava per me il “vecchio maestro”. Gli piaceva essere circondato dagli studenti e, con grande passione, si impegnava a farci conoscere la storia del Perù. Si chiamava Raúl Porras Barrenechea, nato nel 1897 e morto nel 1960, un uomo straordinariamente colto. Ricordo che faceva lezione anche dopo il corso e ci invitava a casa sua per continuare a trasmetterci il suo sapere e il suo interesse per la ricerca».

Le amicizie segnano sempre la vita degli esseri umani. Quali amici hanno contato nella sua vita?
«Ho intrecciato relazioni di amicizia con tante persone. Gli amici impegnati nella politica, per esempio, mi hanno aiutato a scoprire i problemi, quelli veri e profondi, del Perù. Attraverso di loro ho capito che era necessario intervenire per aiutare il mio Paese a uscire dal provincialismo e aprirsi allo sviluppo economico e sociale. Ma per cambiare il destino dell’America Latina c’è bisogno di persone oneste, in grado di respingere la corruzione e difendere autenticamente gli interessi della nazione. Purtroppo nei nostri Paesi la corruzione è tremenda e molto diffusa. Penso al Messico o all’Argentina…».
Ma la corruzione valica i confini dell’America Latina.
Prospera anche nelle ricche società occidentali.«Vero. Ci sono Paesi, però, in cui la corruzione è molto meno diffusa: penso, per esempio, alla Gran Bretagna o ad alcune nazioni del Nord Europa. In America Latina, invece, la sua presenza è ormai endemica, come un’epidemia».
Il conferimento del premio Nobel ha cambiato la sua vita e il suo modo di scrivere?
«Ha rivoluzionato la mia vita almeno per un anno! Il Nobel prevede un’agenda piena di impegni: conferenze nelle università, interventi nelle fiere del libro, discorsi e incontri… Senza contare le interviste. Certo: tutto ciò implica una grande notorietà e una diffusione ancora più massiccia delle proprie opere. Al di là della fatica e dello sforzo, devo ammettere però che è stato per me interessantissimo: ho conosciuto nuovi Paesi, tantissimi nuovi lettori e molte realtà culturali che non avrei mai raggiunto. Un anno sotto controllo, ma ne è valsa la pena».
Il 9 febbraio ha festeggiato in Francia il suo ingresso tra gli immortali dell’Académie: cosa significa la Francia?
«La Francia è stata molto importante nella mia formazione e, soprattutto, nella creazione dei miei modelli letterari. Il Perù era un mondo piccolo; imparare il francese da giovane mi ha permesso di leggere con grande entusiasmo autori straordinari. Grazie a loro ho potuto arricchire i miei orizzonti intellettuali. Ho ammirato Zola, ma Flaubert è stato fondamentale. A lui devo tantissimo: Madame Bovary e L’educazione sentimentale, con altre opere minori, mi hanno accompagnato nella mia vita di scrittore, facendomi capire che il genio, se non è innato, si può costruire con la determinazione e la fatica. Durante l’esistenzialismo, invece, sono stato attratto da Jean-Paul Sartre. Ma poi mi sono avvicinato ad Albert Camus che, rispetto alla rigidità di Sartre, riusciva a esprimere una sensibilità più aperta alle contraddizioni umane. I veri maestri di uno scrittore sono i libri che ha letto».
Quali sono gli autori italiani che hanno attirato la sua attenzione?
«Ho sempre ammirato Claudio Magris, scrittore straordinario. Da molti anni mi batto per fargli concedere il Nobel. Finora la giuria non mi ha ascoltato, ma continuerò la battaglia per sostenerlo».
Cosa può dire ai giovani per incoraggiarli a leggere i classici?
«Shakespeare e Molière e Dante e Cervantes sono autori di opere vive. Senza i classici è difficile immaginare una classe dirigente in grado di innovare e affrontare i problemi dell’umanità».
Mario Vargas Llosa: «La fake news sul Guatemala cambiò il Sudamerica»
Il libro del premio Nobel è sul golpe del ‘54 della CIA e della Union Fruit nel Paese spacciato per filorusso: «Falso! Quel complotto favorì la svolta sovietica di Castro. Le bugie vengono a galla. Anche quella su mio padre, che credevo morto»
di Luca Mastrantonio
Nella sua vita di scrittore il premio Nobel Mario Vargas Llosa ha messo alla porta molte storie che gli venivano offerte dalla cronaca e da suoi fan. Quella sera però, qualche anno fa, a cena da amici a Santo Domingo gli venne raccontata una storia che gli entrò nella testa e non uscì più: la storia di come una finzione folle è diventata Storia grazie ai moderni mezzi di propaganda, ovvero il golpe del 1954 in Guatemala organizzato dalla CIA e dalla United Fruit – che poi diventerà Chiquita – per destituire Jacobo Árbenz che stava per varare una riforma agraria socialdemocratica. Il responsabile delle relazioni della multinazionale delle banane, Edward Bernays, nipote di Freud, mago del marketing, creò notizie false che fecero credere persino alla stampa liberal che il Guatemala fosse un avamposto dell’URSS. Una trama irresistibile per uno scrittore che ama le sfide tra finzione e realtà. In più, c’è un giallo irrisolto. L’amante del dittatore del Guatemala Castillo Armas, che fu ucciso misteriosamente, lasciò il Paese la notte dell’assassinio con il sicario che era stato incaricato, dal dittatore dominicano Trujillo, di far fuori Armas. «Nessuno sa come siano andate realmente le cose: un vuoto stimolante per un romanziere» ci racconta da Madrid, via web, lo scrittore peruviano (Arequipa, 1936), naturalizzato spagnolo, di cui esce il 13 ottobre in Italia il romanzo Tempi duri (Einaudi).
«Si tratta della fake news, anche se all’epoca non si usava questa parola, che ha avuto più successo e peso nel Centro e Sud America. Una catastrofe paradossale, che farà perdere fiducia nell’opzione democratica di riforma della società a favore dell’idea della rivoluzione comunista».
Se non ci fosse stato quel golpe come sarebbero andate le cose?
«Se gli Usa non avessero distrutto il progetto democratico di Árbenz, con riforme sociali giuste, che alla United Fruit non andavano bene, Cuba non avrebbe avuto la conversione estrema che ha avuto e non ci sarebbe stata tanta guerriglia in Latino America. Non dimentichiamoci che in Guatemala c’era Guevara ed ebbe molta influenza su Fidel quando disse che l’unica maniera di fare la rivoluzione era distruggere l’esercito e stare con l’URSS».
Anche i giornali liberal caddero nell’inganno: come fu possibile?
«C’era la Guerra fredda, gli Usa vedevano l’ex alleato mangiarsi l’Europa, avevano la paranoia della presenza comunista. Credettero a ciò che non c’era: il Guatemala non aveva relazioni diplomatiche con l’URSS, non c’era un solo russo nel Paese… Árbenz ammirava gli Usa!».
«MI PREOCCUPA IL SUPREMATISMO MORALE DI CHI SI SENTE SUPERIORE AGLI ALTRI. NOI OGGI MEGLIO DI CHURCHILL? DOMANI DIRANNO CHE IO SONO PEGGIO DI HITLER, PERCHÉ AMO LA CARNE E LA CORRIDA»
Ci sono paranoie simili oggi?
«Trump ha la paranoia della Cina, che non è comunista, lì c’è capitalismo di Stato, non libero mercato, ed è una dittatura populista, e il populismo è un problema universale, di destra e di sinistra, che ha preso il posto del comunismo. La paranoia di Trump però ha una base indubbiamente reale, perché la Cina, come la Russia, ha sviluppato una tecnologia per influenzare e intervenire nelle elezioni di altri Paesi, appoggiando o contrastando certi candidati. Questo è il problema principale della democrazia oggi. Ma Trump è paranoico, ha creato una confusione terribile: gli antichi amici degli Usa oggi sono avversari e gli antichi nemici sono amici. Chi è che Trump ammira di più? Putin, ha detto! Perciò è importante che sia sconfitto, altri 4 anni con lui e siamo perduti. Biden sarà pure di un’altra epoca ma può ridare agli Usa il giusto ruolo».
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La sconfitta di Trump non risolverebbe tutti i problemi però.
«No. Per contrastare le fake news serve una tecnologia che le combatta. Il problema è di tutti, ma soprattutto dei Paesi del terzo mondo, deboli sul piano delle libertà. Ma la vera tragedia è che i migliori, tra i cittadini, non vogliono fare politica, la considerano un’attività minore, corrotta. I migliori vanno nelle aziende, così alla politica arrivano in alto i peggiori, che non sanno usare bene la politica per i cambiamenti necessari. Tranne rare eccezioni, in politica, anche nei Paesi del primo mondo, abbiamo politici da terzo mondo».
Lei ha firmato un manifesto di intellettuali spagnoli per denunciare alcuni “abusi opportunistici del MeToo” e derive estremiste “dell’antischiavismo new age”. C’è davvero il rischio di un “suprematismo morale”?
«Il suprematismo morale è un’aberrazione, credere di avere una superiorità morale è una frode, ti fa credere di poter imporre, a fin di bene, anche la menzogna come verità, e di essere migliore di altri, anche se sono eroi del passato. Prendiamo Churchill, va confrontato a Hitler, non a noi. Altrimenti, con questa confusione, in ottica vegana e animalista un domani diranno che io sono peggio di Hitler perché mangio carne e amo la corrida!».
«IL PAPA È IL PERONISTA. NON CREDO PERÓN AVESSE MAI IMMAGINATO DI VENIRE MESCOLATO ALLA TEOLOGIA VATICANA. TRUMP È IL PAZZO, HA CONFUSO TUTTI: I VECCHI AMICI DEGLI USA ORA SONO NEMICI E I VECCHI NEMICI SEMBRANO AMICI. HO RICONOSCENZA PER QUEL CHE JUAN CARLOS HA FATTO PER LA SPAGNA, “TRADENDO” FRANCO»
Nel libro si mescolano i piani temporali: nella stessa stanza il dialogo tra Trujillo e il suo sicario si intreccia al dialogo, avvenuto prima, tra lo stesso dittatore e la futura vittima. Stesso luogo, tempi diversi.
«È la grande lezione di Flaubert. Il personaggio più importante in un romanzo è il narratore. Poi bisogna creare un tempo proprio, che non è reale, anche se deve sembrarlo».
Ci sono personaggi storici, alcuni di finzione, altri un mix: l’amante del dittatore guatemalteco Castillo Armas è Gloria Bolaños Pons. Nel libro, con nome cambiato, partecipa alla finzione romanzesca finché, in coda, il narratore, lei, incontra la persona reale. Perché?
«Avevo domande irrisolte, e lei sapeva bene come non rispondere, sul rapporto con la CIA e soprattutto sulla morte del suo amante: chi ha ucciso Castillo Armas? La CIA? Altri militari? La sinistra che lo odiava? Non si sa. Ciò che si sa è che la notte dell’assassinio il sicario mandato da Truijllo per uccidere Armas, cioè Abbes Garcia, fugge dal Guatemala nella Repubblica dominicana con un aereo dove viaggia anche l’amante di Armas. Poi lei è negli USA dove ottiene la residenza e la nazionalità, come se avesse prestato grande servizio agli USA. Quale? Io ho inventato la risposta nel romanzo. E quando ho incontrato la donna dal vivo, nonostante avesse tutta la parete della casa con foto di Armas… eh eh ( ride) e fiammelle votive, era molto difficile crederle quando diceva che Castillo Armas era stato “il grande amore della mia vita”».
È il Generalissimo Trujillo a suggerire a Garcia di avvicinare l’amante di Armas: “Le amanti”, dice, “sono più influenti delle mogli”. Qual è o è stata la donna più influente della sua vita?
«Direi mia madre, mi ha trasmesso la passione per la lettura».
Tra i romanzi che ha scritto, qual è il preferito dall’attuale compagna, Isabel Preysler?
«Credo La zia Julia e lo scribacchino, parla spesso di quel libro».
Con suo padre il rapporto fu difficile. Prima lo credeva morto, poi fu mandato da lui in un collegio militare, a Lima.
«Da bambino credevo fosse in cielo, invece era vivo. All’inizio ero esaltato, poi ho pianto, era un mostro, un uomo feroce, terribile; così gli anni vissuti senza di lui, dieci, divennero il Paradiso. Mi marcò profondamente, è il fatto più importante della mia vita. Come aver appreso a leggere».
I nonni le avevano fatto credere fosse morto. Si sentì tradito?
«Sì, ma alla fine non ho mai tradito la mia passione, la scrittura. Nel Perù, con la dittatura, la letteratura era una cosa che ti emarginava, molti mollavano, hanno tradito il loro talento. Io no».
Nel romanzo usa molti soprannomi. Castillo Armas è Faccia d’Ascia, la CIA è la Matrigna… Un appellativo per Trump?
«Il Pazzo».
Per Xi Jinping?
«Il Muto. La Cina ha messo a tacere le prime notizie sul Covid».
Che soprannome per il Papa?
«Non direi il Muto, Bergoglio parla molto. È il Peronista, un caso molto interessante. Un papa che ha mescolato il peronismo con la teologia. Non credo che Perón potesse immaginare di mescolarsi con il Vaticano e la teologia…»
Cosa pensa della fuga di Juan Carlos dalla Spagna per gli scandali legati a conti offshore?
«Premetto. Ho ammirazione e riconoscenza per ciò che Carlos ha fatto per la Spagna. Non sarebbe la democrazia, la società aperta che è. Lui ha tradito Franco, che voleva una monarchia autoritaria, in tempo utile per la Spagna, da patriota. Grazie a questa monarchia democratica la Spagna non ha ceduto e non cede alle forze centrifughe. Poi, gli scandali legati a problemi sentimentali… c’è una donna risentita che lo accusa, dico che bisogna sapere la verità prima di giudicare».
In Spagna è uscito un libro con sue interviste inedite a Borges. Come ricorda quegli incontri?
«La prima intervista fu vera, le altre no, intervistavi il personaggio che lui aveva creato per ingannare o compiacere giornalisti e critici, con un circo di stereotipi: i cucchiai, le tigri, gli specchi…. Ma la prima volta che l’ho incontrato, a Parigi nel ‘63, ho avuto la sensazione che fosse vero, una persona viva. Gli chiesi un’opinione sulla politica e lui rispose: “È una delle forme del tedio, della noia”. Lì sentii che era lui, era vero: a differenza mia, lui disprezzava la politica, e questo spiega molti dei suoi errori politici».
Una risposta finta, giocosa?
«Quando gli chiesi perché non avesse suoi libri, disse: “Chi sono io per stare accanto a Shakespeare?” Ma in lingua spagnola lui è l’unico comparabile ai grandi classici. Inventò un linguaggio suo proprio, speciale, che non permette discepoli. Li uccide tutti, li converte in borgesiani. Non ha predecessori, né emuli degni».
Qual è l’immagine più viva del suo amico Gabriel García Márquez?
«A Barcellona, ricordo la sorpresa per il successo di Cento anni di solitudine. Era meravigliato e incredulo, un bimbo felice per un giocattolo nuovo che continua a guardare e più lo guarda e più non ci crede».
Il vostro primo incontro?
«In Venezuela, a una conferenza. Progettammo un romanzo a quattro mani su una guerra tra Colombia e Perù, nella selva. Mia la parte peruviana, sua quella colombiana, ma lasciammo perdere, non eravamo abituati alle scritture collettive. Eravamo troppo individualisti».


