La demenza e la famiglia come scudo
Le mogli (l’attuale e l’ex) e le cinque figlie unite attorno al divo raccontano su Instagram il suo declino cognitivo. Con la forza dell’amore. Dopo due anni di menzogne sui set, dove era diventato «solo una marionetta»
«So perché siete qui… so perché siete qui… ma io, perché sono qui?». Bruce Willis si guarda intorno e non riconosce nessuno, dall’auricolare che gli detta le battute da ripetere non arriva nessun suggerimento, intorno a lui tanta gente che non conosce e le luci dei riflettori, la cinepresa, che confusione. «Perché sono qui?». Già, perché? Perché Willis, malato, ha continuato a lavorare? La mascella squadrata era sempre quella dei bei tempi, i muscoli un po’ meno guizzanti dei tempi delle scene in canotta sudata ma dopo i 60 è normale. Lo sguardo però era cambiato, vacuo, e dei modi smargiassi di una volta che l’avevano reso una star da venti milioni di dollari a film non era rimasto più nulla. Ha continuato a lavorare perché, semplicemente, ai tempi dello streaming viene caricato on line tanto di quel materiale che – segreto di Pulcinella del business hollywoodiano – i film diventano di fatto delle “piastrelle” sulle schermate delle tv o dei device , semplici menu da scorrere in velocità, in pasto a un pubblico per l’attenzione del quale la competizione è spietata. E la faccia inconfondibile di Willis sul poster del film, il cranio rasato più famoso della storia del cinema valgono ancora un click, cioè oro. O meglio ancora, valgono due milioni di dollari per due giorni di lavoro, magari da ridurre a uno dopo fortissime pressioni esercitate sul malcapitato regista.

Due anni fa esatti, aprile 2021, era apparso chiaro a tutta la troupe che Bruce Willis stava molto male: era sul set di White Elephant , uno dei numerosissimi filmacci d’azione direct-to-video destinati a non passare mai dalle sale cinematografiche nei quali è apparso negli ultimi anni (26 titoli in 5 anni, un paio di milioni di dollari per qualche giorno di lavoro, generalmente non più di due) e non riusciva a ripetere le battute che un assistente-badante promosso a co-produttore (200mila dollari a film) gli leggeva nell’auricolare.
C’erano le produzioni che, diligenti, cancellavano digitalmente in post-produzione le tracce degli auricolari senza i quali Willis non riusciva a lavorare. Ma ce n’era qualcuna che, per sciatteria o perché aveva investito tutti i soldi nel cachet della grande star in declino, mandava in streaming qualche sequenza con l’auricolare ben visibile nell’orecchio di Willis (a chi sul set cominciava a domandarsi perché Willis avesse sempre l’auricolare veniva spiegato che aveva perso l’udito dall’orecchio sinistro negli anni Ottanta a causa di un incidente sul set di Trappola di cristallo : peccato però che ogni tanto l’auricolare era in un orecchio, ogni tanto nell’altro).
Il suo “team” negava l’evidenza
Il regista di White Elephant , Jesse V. Johnson, aveva lavorato con l’attore decenni fa, quando Willis era ancora uno stuntman. Quando l’ha rivisto però, «chiaramente non era più il Bruce che ricordavo». Il “team” di Willis negava l’evidenza, anche quando sul set di un altro film, tre anni fa, Hard Kill , ha sparato al momento sbagliato con la sua pistola di scena, terrorizzando tutti. Sul set di Out of Death al regista Mike Burns viene detto senza complimenti che era necessario comprimere tutte le scene di Willis — circa 25 pagine di dialoghi, una cifra enorme, equivalente a venti minuti di film — in un solo giorno di riprese, con un massimo di otto ore di lavoro come da contratto. L’anno dopo a Burns propongono un altro film con Willis: i collaboratori del divo gli dicono «sta molto meglio, è un’altra persona». In realtà era peggiorato ulteriormente. L’hanno portato alle Hawaii per girare Paradise City al fianco di John Travolta e per ricostruire la coppia magica di Pulp Fiction , nel 1994, secoli fa, ma Willis era sempre più disorientato. Come ha detto di recente al Los Angeles Times un membro della troupe, «era solo una marionetta».
Non è bastato tutto il potere della Caa, l’agenzia di Hollywood abituata a insabbiare situazioni di vario genere. I colossi come Caa, che lavorano su commissione, sono bravissimi a costruire immagini. Fanno apparire devoti padri di famiglia e mariti modello personaggi che in realtà sono devoti frequentatori di lupanari d’alto bordo, sanno coprire d’una coltre impenetrabile di discrezione un po’ tutto, compresi i weekend a Las Vegas di star ludopatiche che perdono milioni ai tavoli dei casinò. The show must go on come dichiarazione d’intenti: ma neanche l’agenzia specializzata nel negare l’evidenza riesce a negare i sintomi d’una malattia neurologica degenerativa. Così l’estate scorsa una rivista americana di gossip rivela che Willis è malato, accuse circostanziate citando troppi fatti e persone per poter essere smentiti: e la famiglia annuncia, solo allora, il non più rinviabile ritiro dalle scene a causa di una malattia neurologica degenerativa. Prima la diagnosi è di afasia, infine di demenza fronto-temporale.
Scatta la protezione del nido
Da quell’annuncio però, cambia tutto. La triste marionetta portata da un set all’altro in cambio di compensi oggettivamente sproporzionati al suo ruolo — pagato solo, in realtà, per apparire ingannevolmente sul poster del film come protagonista — viene finalmente protetta dalla sua famiglia. E Casa Willis, la famiglia allargata dell’attore, invece di circondare di un cono d’ombra il lungo declino di una delle star più amate del cinema moderno, decide di tenere informato il pubblico con grande attenzione e tenerezza. La moglie di Willis, Emma Heming, “posta” regolarmente su Instagram messaggi e video per tenere il mondo informato sulla salute di Willis, e sul modo in cui la famiglia reagisce alla malattia. E a Casa Willis — letteralmente una casa, perché passarono il lockdown del 2020 insieme — c’è anche Demi Moore. La star di Trappola di cristallo e l’attrice di GI Jane si sono sposati nel 1987, l’anno successivo è arrivata la figlia Rumer (in omaggio alla scrittrice Rumer Godden) e poi Scout e Tallulah rispettivamente nel 1991 e nel 1994. Willis e Moore hanno annunciato la loro separazione nel 1998, chiedendo il divorzio due anni dopo.

Due mogli e le figlie sotto lo stesso tetto
Nel 2000 Willis aveva detto a Rolling Stone , dopo il divorzio, che «sono ancora molto vicino a Demi, abbiamo tre figlie che continueremo a crescere insieme, e probabilmente ora siamo più vicini che mai. Ci rendiamo conto di avere un impegno per tutta la vita nei confronti dei nostri figli. La nostra amicizia continua, ma è difficile vivere sotto una lente d’ingrandimento». Otto anni fa Rumer, attrice come i genitori, ha spiegato in un’intervista a Larry King: «Hanno sempre fatto uno sforzo per passare tutte le feste e gli eventi importanti ancora insieme, come una famiglia, una sola famiglia». Moore si è risposata con Ashton Kutcher (2005-2013), Willis ha sposato Emma Heming nel 2009, e da lei ha avuto le figlie Mabel (2012) e Evelyn (2014). Così quando l’anno scorso arriva il momento inevitabile — ammettere pubblicamente che Willis è malato e non potrà più apparire in pubblico — la moglie e l’ex moglie insieme con le rispettive figlie scrivono una lettera, su Instagram, «ai fantastici sostenitori di Bruce».
La lettera ai fan sui social
Il testo: «Come famiglia, insieme, volevamo condividere con voi questa notizia: il nostro amato Bruce ha avuto problemi di salute, e recentemente gli è stata diagnosticata un’afasia che sta influenzando le sue capacità cognitive. Il risultato, dopo lunga riflessione, è che Bruce si sta allontanando dalla carriera che ha significato così tanto per lui. È un momento davvero impegnativo, ci stiamo muovendo come un forte nucleo familiare e volevamo coinvolgere i suoi fan perché sappiamo quanto lui significhi per voi e quanto voi significate per lui. Come dice sempre Bruce: “Vivi al massimo”. Insieme abbiamo in programma di fare proprio questo». Questo strano, tenero gineceo — la sessantenne Demi e la quarantenne Emma amiche per la pelle, le tre figlie grandi e le due bimbe — regala al mondo aggiornamenti via Instagram: Bruce in campagna, come piace a lui, jeans e piumino e scarponi. Bruce scalzo in giardino. Bruce in pigiama con il resto della famiglia. Bruce con il mini-cane della moglie.
Non aver paura delle lacrime
Il mese scorso, il compleanno: «Ho iniziato la mattinata piangendo, come potete vedere dai miei occhi gonfi» dice Emma in un video su Instagram. «È importante che vediate tutti i lati di questa situazione… Ricevo sempre messaggi in cui le persone mi dicono, oh, sei così forte, non so come lo fai. La verità è che non mi è stata data una scelta. Vorrei essere forte, sto anche crescendo due bambine in questa situazione. Quindi, a volte, dobbiamo indossare gli abiti da persone adulte e arrivarci, a essere forti. Ed è quello che sto facendo. Ma ho momenti di tristezza ogni giorno, di dolore, ogni giorno… e la sento davvero oggi, la tristezza, per il suo compleanno. Quindi, ho lavorato su questo video che sto postando per il compleanno di mio marito. Non so perché lo faccio, perché i video sono come un coltello nel mio cuore. Lo faccio per me, lo faccio per voi perché so quanto amiate mio marito e — non piangere, Emma — per me significa molto. Quindi, grazie».
Il successo imprevisto e l’amore del pubblico
Perché il pubblico ama tanto Willis? Forse perché è stato il divo dei successi imprevisti e imprevedibili, della migrazione — quasi impossibile — dal successo televisivo (la commedia brillante Moonlighting , con Cybill Shepherd) a quello cinematografico, a un successo-monstre imprevisto e imprevedibile come Trappola di cristallo che non solo ha creato un’enorme comunità globale di fans (c’è anche Obama) e partorito tanti sequel ma ha direttamente creato un genere. E Willis però dopo uno, due, tre flop, di quelli che di solito stroncano una carriera hollywoodiana, riusciva sempre a estrarre dalla tasca dei jeans, con il suo sorriso smargiasso, un grande successo – Pulp Fiction, Il sesto senso, Armageddon, Unbreakable . Proprio Unbreakable , adesso che la sua carriera è davvero finita ed è possibile tracciare un bilancio, è secondo tanti critici americani e soprattutto europei (Willis è anche cavaliere delle arti e delle lettere della repubblica francese) la sua interpretazione più grande. È la storia di un supereroe che non sa di esserlo, un uomo normale incredulo davanti ai suoi superpoteri – un Superman riluttante.

La profezia di «Glass»
È del 2019 l’ultimo bel film di Willis, prima dell’orgia di filmacci d’azione realizzati in serie: s’intitola Glass ed è il seguito, in extremis, di Unbreakable , vent’anni dopo. Col senno di poi si vede che Willis è già malato, e il regista-amico M. Night Shyamalan (quello che ne resuscitò la carriera grazie a Il sesto senso e oggi dice «farei qualsiasi cosa per lui e la sua famiglia, gli devo tutto») lo protegge filmandolo spesso con una felpa col cappuccio per nascondere l’auricolare, e in certe scene vediamo probabilmente una controfigura al suo posto. Non può non farci piangere, rivisto oggi, il finale: l’eroe che non sapeva d’essere indistruttibile, unbreakable, muore in modo banale – affogato in una pozzanghera, in pochi centimetri d’acqua sporca. Il suo tallone d’Achille.

