L’inchiesta di Shlomi Eldar e Ruth Yuval
«Netanyahu fu avvisato delle minacce di Hamas 10 giorni prima del 7 ottobre, ma non ha agito»: l’accusa in un libro inchiesta di due giornalisti israeliani
L’inchiesta, anticipata dal quotidiano Haaretz, si basa sulle interviste a decine di fonti governative e dei servizi segreti. Netanyahu avrebbe ricevuto una telefonata dal presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammad Bin Zayed, che lo avvisava del pericolo. Ci fu una riunione dei servizi israeliani, ma si decise che una minaccia da Gaza fosse improbabile
Francesco Battistini

«Dite agli israeliani che sto preparando una grande sorpresa per loro». Di più: «Dite loro d’aspettarsi un terremoto». A fine settembre del 2023, una decina di giorni prima dell’apocalisse dei kibbutz e di Gaza, c’era un leader di Hamas che parlava regolarmente coi fratelli cisgiordani del Fatah. E c’erano questi ultimi che telefonavano al presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammad Bin Zayed detto Mbz, per avvertirlo che il 7 Ottobre era in arrivo. Quel leader era Yahya Sinwar, lo stratega militare del più grande attacco mai portato dai palestinesi a Israele. Uno credibile, anche troppo. Uno che alla fine aveva spinto l’emiro in persona a fare una telefonata di 45 minuti al premier israeliano, Bibi Netanyahu, per riferirgli l’allarme: sarà un’operazione enorme che farà molti morti, disse Mbz al primo ministro, destabilizzando la regione e compromettendo gli Accordi di Abramo. Il re era agitato. Ma Bibi, no. E questa fu la sorpresa degli emiratini.
Mbz si preoccupava e Netanyahu rispondeva sereno che no, tranquilli, la situazione a Gaza era sotto controllo, che Hamas avrebbe probabilmente colpito in Cisgiordania (dove le truppe israeliane erano state meglio dislocate, nelle ultime settimane) e che insomma, grazie dell’avvertimento, ma Israele era pronto a qualsiasi scenario.
L’inchiesta di Shlomi Eldar e Ruth Yuval
Sapeva, e non ha fatto nulla: lo rivelano due giornalisti israeliani, Shlomi Eldar e Ruth Yuval, che per mesi hanno intervistato decine di fonti governative e dei servizi segreti, per poi scriverne in un libro – “Kidnapped: 843 Days of Abandonment” – che il quotidiano Haaretz pubblica in anteprima.
Almeno tre alti funzionari vicini al primo ministro, si scopre, furono informati di quella telefonata fra Netanyahu e Mbz. E già a metà settembre sia il Fatah, sia un consigliere di Bibi ne avevano parlato con gli 007 interni dello Shin Bet. Perché Sinwar, rivelarono, era seccato dalla lentezza nel rilascio di alcuni prigionieri – Hamas deteneva diversi israeliani entrati a Gaza di propria iniziativa, oltre ai corpi di due soldati – e minacciava di scatenare l’inferno.
La minaccia da Gaza fu giudicata improbabile
Ci fu dunque una prima riunione dei servizi israeliani, scrivono i due giornalisti, ma si decise che una minaccia da Gaza fosse improbabile. Lo spionaggio emiratino insisteva a dare l’Sos, però, e fu in quel frangente che Mbz alzò il telefono per parlarne direttamente con Netanyahu.
Il primo ottobre – quando mancava una settimana all’attacco di Hamas -, il direttore dello Shin Bet, Ronen Bar, finì per proporre al premier un’azione preventiva. Ma di nuovo, Bibi chiese soltanto un rapporto più dettagliato e prese tempo.
Bar non era al corrente della chiamata dell’emiro, perché il premier non gliene parlò: «Se avessimo saputo degli avvertimenti – commenta ora una fonte dei servizi israeliani -, si sarebbe dato un peso molto maggiore al messaggio di Sinwar. E forse, avremmo anche capito perché Hamas si fosse improvvisamente ritirata dai colloqui di settembre sulla de-escalation. Arrivando a una conclusione completamente diversa».
Già il giornale Yedioth Ahronoth aveva scritto, nelle prime settimane della guerra nella Striscia, che pure l’intelligence egiziana aveva passato a Netanyahu l’alert d’una grande offensiva terroristica dalla Striscia, ma nessuno ne aveva tenuto conto.
L’ex premier Bennet: «Da Netanyahu negligenza criminale»
Le nuove rivelazioni piombano nel giorno ultimo per la presentazione delle candidature alle elezioni, fra 50 giorni.
Il premier liquida il tutto con una parola, «menzogne», sostenendo di non avere fatto mai quella telefonata. Ma alle opposizioni non basta: Bibi «con cecità e arroganza ci ha condotti a questa terribile tragedia», dice Naftali Bennett, l’ex premier, «la sua è stata una negligenza criminale. La sua dottrina era: contenere Hamas. Ed è stato questo che ha creato il mostro».
Un elenco di domande retoriche: «Che cosa non ha fatto? Non è andato sul campo. Non ha avvertito i vertici della difesa, non ha preparato Israele all’attacco e non ha convocato il gabinetto di sicurezza. Che cos’ha fatto? Ha trasferito soldi a Hamas, illudendosi di comprarla. Netanyahu era così ostaggio dei suoi preconcetti che nemmeno i chiari avvertimenti dei leader regionali lo hanno scosso dalla sua poltrona».

Duro anche Gadi Eisenkot, il generale che sfida Bibi al voto: «Netanyahu diffonde patetiche teorie del complotto e di tradimento, inventa la scusa più ridicola a cui un leader possa mai aggrapparsi: quella mattina, dice, “non sono stato svegliato”. Ma lui conosce la verità, è in preda al panico e cerca di sottrarsi alle responsabilità. Ha ricevuto decine di avvertimenti e li ha ignorati tutti. Non è idoneo. Col prossimo governo, istituiremo una commissione d’inchiesta».
Le polemiche sul ritardo di Bibi il 7 ottobre: «Si è presentato al quartier generale della Difesa con oltre due ore di ritardo»
A parlare d’una sveglia ritardata, in questi giorni, è stato proprio il premier: la mattina del 7 ottobre, s’è saputo, Netanyahu impiegò almeno due ore e mezza per raggiungere la Kirya, il quartier generale della Difesa a Tel Aviv.
«Abita a mezz’ora di distanza, ma se la prese comoda – ha scritto un editorialista, Ben Caspit -. Chi abita ancora più lontano, arrivò un’ora e mezza prima di lui. Bibi ci mise anche tre ore e un quarto, prima di parlare col capo di stato maggiore. E questo mentre tre generali sessantenni correvano verso sud, mentre centinaia di cittadini israeliani si lanciavano nel fuoco per salvare vite umane. Lui, no. Lui quella mattina ha preso tempo. S’è truccato, ha indugiato, ha trascinato i piedi».
Ora, le rivelazioni sulla telefonata con l’emiro. A questo punto, commentano i familiari delle vittime, «smettiamo di discutere su chi svegliò tardi Netanyahu, mentre si consumava il massacro. Sarebbe meglio indagare su chi aveva tentato di svegliarlo dieci giorni prima».




