
TRUMP, HO DETTO A PUTIN CHE NON SONO CONTENTO SU UCRAINA
(ANSA) – Donald Trump ha detto a Vladimir Putin che non sono “contento” della situazione in Ucraina. Lo ha riferito lo stesso presidente prima di partire per l’Iowa.
TRUMP, CONTINUIAMO A DARE ARMI ALL’UCRAINA
(ANSA) – Donald Trump nega di aver smesso di fornire armi all’Ucraina. “Le abbiamo date e continuiamo a farlo ma dobbiamo essere sicuri di averne abbastanza per noi”, ha dichiarato lo stesso presidente prima di partire per l’Iowa.
TRUMP, NESSUN PROGRESSO SULL’UCRAINA CON PUTIN
(ANSA) – “Non ho fatto nessun progresso sull’Ucraina con Putin”. Lo ha detto Donald Trump prima di partire per l’Iowa. Trump ha dichiarato di non aver fatto nessun passo avanti sul cessate il fuoco in Ucraina nella telefonata di oggi con Putin, “No, non ho fatto alcun progresso con lui”, ha detto il presidente ai giornalisto aggiungendo di “non essere contento” della guerra in corso.

TRUMP, AL CONGRESSO VITTORIA FENOMENALE CON LA MIA LEGGE
(ANSA) – “Abbiamo ottenuto una vittoria fenomenale con l’approvazione al Congresso del ‘big beutiful bill'”.
Lo ha detto Donald Trump ad un evento in Iowa per dare il via alle celebrazioni per i 250 anni dell’America che si festeggeranno ufficialmente nel 2026.
Per l’occasione il presidente non indossa il suo caratteristico cappellino ‘Make America Great Again’ ma uno, di colore rosso, con su scritto ‘Usa’.
TRUMP, ‘È STATO FACILE CONVINCERE GLI SCETTICI A VOTARE LEGGE’
(ANSA) – Donald Trump ha dichiarato che convincere i repubblicani scettici a votare a favore della sua legge di spesa è stato “molto facile”. Incalzato dai giornalisti a seguito se avesse stretto degli accordi con alcuni deputati per ottenere l’approvazione il presidente ha ammesso “di averne fatto alcuni.
Ma penso che avrebbero votato sì” comunque”. Rispondendo ad una seconda domanda su eventuali intese il tycoon si è poi smentito dichiarando “nessuna”. “Ho parlato di quanto sia valido il disegno di legge”, ha detto dicendosi “deluso” dal deputato Brian Fitzpatrick della Pennsylvania, che ha votato contro. L’altro “no” dei repubblicani è arrivato da Thomas Massie del Kentucky.
TRUMP, CON LA MIA LEGGE COSTRUIREMO IL ‘GOLDEN DOME’
(ANSA) – “Grazie alla legge approvata potremo costruire il Golde Dome”. Lo ha detto Donald Trump in Iowa riferendosi al sistema di difesa anti-missile ispirato all’Iron Dome di Israele. (ANSA).
TRUMP USA UN INSULTO ANTISEMITA PER ATTACCARE I BANCHIERI
(ANSA) – Donald Trump ha usato un insulto antisemita per riferirsi ai banchieri che sfruttano i loro clienti durante un intervento in Iowa.
Il presidente americano si è, infatti, scagliato contro le tasse di successione che, a suo dire, costringono chi eredita terreni agricoli a prendere in prestito denaro dalle banche per pagarle.
Poi ha detto che grazie alla sua legge di spesa “nessun andrà più in banca a chiedere prestiti da imbroglioni e persone cattive”, usando la parola ‘shylocks’, il termine che compare in modo dispregiativo nel ‘Mercante di Venezia’ di William Shakespeare.
TRUMP TORNA A ATTACCARE MAMDANI, NY VUOLE ELEGGERE UN COMUNISTA
(ANSA) – Donald Trump torna ad attaccare Zohran Mamdani, il candidato democratico a sindaco di New York. “Vogliono eleggere un comunista, non lo permetterò”, ha detto durante un comizio in Iowa. “Lui è terribile, vuole distruggere New York, ha attaccato il presidente americano.
Usa, approvato il Big, Beautiful Bill, la legge di bilancio di Donald Trump che vuole rivoluzionare la spesa pubblica
La legge prevede tagli fiscali significativi e aumenti di spesa per il Pentagono e la sicurezza dei confini, ma anche riduzioni drastiche alla rete di protezione sociale, tra cui il più grande ridimensionamento di Medicaid degli ultimi 40 anni
Grazie a un solo voto decisivo, giovedì mattina 3 luglio, la Camera degli Stati Uniti ha approvato il vasto disegno di legge sulla politica interna promosso dal presidente Donald Trump, completando il passaggio in Congresso e inviandolo alla scrivania del presidente per la firma definitiva. Il provvedimento, già approvato dal Senato in una lunga sessione all’inizio della settimana, rappresenta una delle riforme più ampie e controverse degli ultimi decenni. La legge prevede tagli fiscali significativi e aumenti di spesa per il Pentagono e la sicurezza dei confini, ma anche riduzioni drastiche alla rete di protezione sociale, tra cui il più grande ridimensionamento di Medicaid degli ultimi 40 anni.
Si tratta del primo grande traguardo legislativo del secondo mandato di Trump, frutto di una campagna serrata di pressioni guidata dai vertici repubblicani per compattare un partito diviso su una proposta tanto ambiziosa quanto polarizzante. La vittoria arriva a soli sei mesi dall’insediamento del nuovo governo e corona gli sforzi di Trump e dei suoi alleati per mantenere le promesse elettorali su immigrazione, tagli alle tasse e riduzione della spesa pubblica. Nonostante le resistenze interne, soprattutto tra i «falchi» fiscali preoccupati per l’impatto sul deficit e tra i moderati allarmati dai tagli a Medicaid, i leader del Congresso – Mike Johnson alla Camera e John Thune al Senato – sono riusciti a ottenere quasi l’unanimità del partito.
La legge approvata
Il One Big Beautiful Bill – come riporta Cnbc – prende le mosse dal Tax Cuts and Jobs Act del 2017, una delle principali riforme fiscali dell’amministrazione Trump, che aveva tagliato significativamente le tasse per aziende e contribuenti, con l’obiettivo di stimolare la crescita economica e l’occupazione. Molte delle sue disposizioni, però, erano temporanee e avevano una scadenza.
Questa legge rende permanenti o prorogati quei tagli fiscali, estendendo i benefici soprattutto a imprese e famiglie, ma contemporaneamente prevede una serie di modifiche sostanziali ai programmi di welfare federali, in particolare Medicaid e Snap, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la spesa pubblica.
Il testo rappresenta un compromesso politico importante: da un lato, la conferma delle politiche fiscali favorevoli alle imprese e alle fasce di reddito medio-alte; dall’altro, un irrigidimento delle regole per l’accesso ai programmi sociali, con pesanti effetti per milioni di americani a basso reddito.
I tagli a medicaid
Per finanziare i tagli fiscali, i repubblicani propongono nuove restrizioni al programma Medicaid, su cui fanno affidamento più di 71 milioni di americani a basso reddito e con disabilità, come riportato da Cnbc. Tra le novità più controverse figurano l’introduzione dell’obbligo di lavoro per gli adulti senza figli né disabilità i quali, per accedere al programma sanitario, dovranno lavorare almeno 80 ore al mese a partire da dicembre 2026.
Viene anche introdotto il rinnovo semestrale dell’iscrizione (anziché annuale), con verifica aggiuntiva di reddito e residenza. Inoltre il disegno di legge prevede la riduzione delle imposte sui fornitori sanitari, con il passaggio da un’aliquota del 6% al 3,5% entro il 2032 e l’aggiunta di un fondo da 50 miliardi di dollari per gli ospedali rurali per placare le proteste.
Il Senato propone anche requisiti più severi: ad esempio, gli adulti con figli sopra i 15 anni dovranno lavorare o fare volontariato per almeno 80 ore al mese. Secondo l’Ufficio del Bilancio del Congresso (Cbo), quasi 12 milioni di americani potrebbero perdere la copertura sanitaria entro il prossimo decennio a causa di queste misure.
Tagli fiscali permanenti e vantaggi per redditi più alti
Il One Big Beautiful Bill estende e rende permanenti molti tagli fiscali del Tax Cuts and Jobs Act del 2017, rafforzando secondo vari economisti un sistema che favorisce i redditi alti e aggrava le disuguaglianze. Il Tax Policy Center stima che il 45% dei benefici andrebbe al 5% più ricco. Il Cbo avverte che le misure aumenteranno il deficit, mentre gli economisti Saez e Zucman mostrano che oggi i miliardari pagano meno tasse, in proporzione al reddito, rispetto alla classe media.
Le principali modifiche includono l’aumento della detrazione standard (fino a 2.000 dollari per coppie), la detrazione del 23% per imprese «pass-through» e la mancata espansione del tetto alle deduzioni Salt, tutte misure che avvantaggiano i contribuenti ad alto reddito. Sono previsti anche la detassazione delle mance fino a 25.000 dollari annui e un aumento del credito per figli da 2.000 a 2.200 dollari.
Una manovra esplosiva in un’economia già surriscaldata
Nonostante i tagli fiscali siano pubblicizzati dai repubblicani come una spinta alla crescita, molti economisti mettono in guardia: la «One Big Beautiful Bill» rischia di destabilizzare ulteriormente un’economia già surriscaldata. L’approvazione della legge comporta un aumento del deficit di oltre 1.000 miliardi di dollari rispetto alla versione iniziale della Camera, secondo le stime del Congressional Budget Office. Questo in un contesto in cui gli Stati Uniti viaggiano già a piena capacità produttiva, con tassi di disoccupazione ai minimi e inflazione ancora fuori bersaglio.
A criticare duramente il pacchetto è stato anche Elon Musk, che su X ha ironizzato: «Non puoi semplicemente stampare moneta e chiamarlo progresso». L’imprenditore ha accusato il governo di aumentare artificialmente la spesa pubblica e il deficit «senza alcuna disciplina fiscale», definendo il disegno di legge un «intervento economicamente irresponsabile» che potrebbe ostacolare gli investimenti produttivi, inclusi quelli in tecnologia e manifattura avanzata.

TRUMP USA UN INSULTO ANTISEMITA PER ATTACCARE I BANCHIERI
(ANSA) – Donald Trump ha usato un insulto antisemita per riferirsi ai banchieri che sfruttano i loro clienti durante un intervento in Iowa.
Il presidente americano si è, infatti, scagliato contro le tasse di successione che, a suo dire, costringono chi eredita terreni agricoli a prendere in prestito denaro dalle banche per pagarle.
Poi ha detto che grazie alla sua legge di spesa “nessun andrà più in banca a chiedere prestiti da imbroglioni e persone cattive”, usando la parola ‘shylocks’, il termine che compare in modo dispregiativo nel ‘Mercante di Venezia’ di William Shakespeare.

USA: PARCHI PIU’ CARI PER GLI STRANIERI, TRUMP FIRMA ORDINE ESECUTIVO
(Adnkronos/Dpa) – Ingressi più cari per i turisti stranieri che vogliono visitare i parchi degli Stati Uniti. Nulla cambia per chi ha la cittadinanza americana, ha assicurato Donald Trump ai sostenitori in Iowa dopo aver firmato un ordine esecutivo in nome dell’ “America First”. Previste anche priorità per i residenti negli Usa nei sistemi di prenotazione gestiti dal National Park Service.
Non è chiaro però dagli annunci quanto dovranno pagare i visitatori che non sono residenti negli Usa né come funzionerà il sistema delle priorità. Anche perché i biglietti d’ingresso variano da parco a parco e alcuni sono ad accesso libero. Al Parco nazionale di Yellowstone, così come per quello di Yosemite e Grand Canyon, oggi si entra per 35 dollari a mezzo.
Il Great Smoky Mountains National Park è stato il più visitato nel 2024 ed è ad accesso libero. Per la Casa Bianca le nuove decisioni che riguardano i turisti stranieri significano “investire nei nostri tesori nazionali” e porteranno “centinaia di milioni di dollari” da destinare a “progetti di conservazione per migliorare i nostri parchi” e alla manutenzione. E si tratta di novità all’insegna della “correttezza” perché “i cittadini americani finanziano i parchi nazionali” con i soldi delle “loro tasse”.

TRUMP, OGGI PARTONO LE LETTERE SUI DAZI AI PAESI COLPITI
(ANSA) – Donald Trump ha dichiarato che intende iniziare a inviare oggi le lettere per informare i partner commerciali dei dazi per trovare un accordo entro il 9 luglio, anche se sono giorni che dice di aver già mandato i messaggi.
“Intendo mandare una lettera spiegare quali dazi pagheranno”, ha dichiarato ai giornalisti al seguito. “È molto più semplice. Invieremo alcune lettere a partire da domani”, oggi in Italia.

Usa e Ue, corsa all’intesa sui dazi: «Serve un accordo di principio»
Von der Leyen: puntiamo a una soluzione come quella del Regno Unito Bessent: valanga di firme, prevediamo che circa 100 nazioni aderiranno
A Washington si lavora a un’intesa tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. Al 9 luglio, scadenza della tregua nella guerra commerciale intrapresa da Trump contro le esportazioni europee, mancano pochi giorni. «Ci sono molti elementi in gioco», ha sottolineato ieri il segretario al Tesoro americano Scott Bessent dopo aver incontrato il commissario europeo al Commercio Maroš Šefcovic. I negoziatori lavoreranno nel fine settimana «per vedere cosa possiamo fare con l’Unione europea», ha dichiarato Bessent ai microfoni della Cnbc. «Non voglio anticipare il presidente», ha precisato, volendo sottolineare che l’ultima parola spetta a Trump. Gli Stati Uniti «prevedono che circa 100 nazioni otterranno dazi al 10%», ha aggiunto il numero uno del Tesoro Usa. «Mi aspetto una valanga di accordi prima del 9 luglio».
Von der Leyen: «Puntiamo a un accordo di principio»
L’Unione europea punta a un «accordo di principio» sulla falsariga di quello chiuso tra Stati Uniti e Regno Unito. Una base su andare a costruire i dettagli in un secondo momento. D’altronde raggiungere un accordo di dettaglio in 90 giorni è «impossibile». Su questo la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen è stata chiara. «Nelle negoziazioni non si sa mai quando vengono concluse con successo. Stiamo puntando al 9 luglio. È un compito enorme perché Ue e Stati Uniti hanno il volume commerciale più grande a livello globale, 1,5 mila miliardi di euro», ha spiegato ieri durante una conferenza stampa ad Aarhus, in Danimarca, con la premier danese Mette Frederiksen, in occasione dell’avvio della presidenza danese del Consiglio dell’Ue.
Le condizioni di Bruxelles
È probabile che l’Unione europea accetti dazi americani del 10% e si impegni ad acquistare più prodotti statunitensi per aiutare gli Usa a ridurre il proprio deficit commerciale. Al contempo, però, si aspetta come contropartita l’impegno dell’amministrazione Trump a prevedere delle esenzioni e tagli delle tariffe su settori strategici come la farmaceutica, l’acciaio e l’alluminio, oggi soggetti a dazi del 50%, le auto e la componentistica, al momento al 25%.
Berlino e Parigi
Le cancellerie europee auspicano che si arrivi a un’intesa al più presto. Per il cancelliere tedesco Friedrich Merz «è meglio raggiungere una soluzione rapida e semplice che una lunga e complicata che rimane in fase negoziale per mesi». Anche il presidente francese Emmanuel Macron chiede una soluzione rapida, ma ribadisce che l’accordo «deve essere giusto e fermo»e «con le tariffe più basse possibili».
Tajani: «Ottimista sull’accordo»
Per quel che riguarda l’Italia il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha sottolineato: «Stiamo lavorando intensamente con il commissario Sefcovic che è responsabile della trattativa». E «anche se sarà un braccio di ferro, voglio essere ottimista, perché credo che si debba poi arrivare a un grande mercato a tariffe zero che comprenda Europa, Canada Stati Uniti e Messico», ha aggiunto, intervenendo ieri all’assemblea di Farmindustria. Il settore farmaceutico punta a un’esclusione dalle tariffe Usa. «Il nostro obiettivo è arrivare allo zero, proprio per il valore che rappresentano farmaci e vaccini in termini di possibilità di cura», ha detto il presidente di Farmindustria Marcello Cattani. Se si dovesse chiudere al 10% «sarebbe una sconfitta dall’impatto di circa 2,5 miliardi di euro».
Giorgetti: «svalutazione del dollaro è un dazio implicito»
A rendere ancora più pesante per le imprese l’effetto delle tariffe è la perdita di valore del dollaro. Una forma di «dazio implicito» che i Paesi e le merci di fatto già pagano, ha evidenziato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, parlando all’assemblea annuale dell’Unione italiana vini. L’approccio dell’amministrazione Trump ha tre aspetti. «Uno sono i dazi, l’altro è la tassazione internazionale su cui abbiamo raggiunto un faticoso compromesso, qualcuno lo ha giudicato disonorevole, altri come me onorevole. Il terzo fa riferimento alla dimensione finanziaria e alla forza relativa del dollaro che è una forma di dazio implicito. Dobbiamo avere coscienza di tutti e tre gli aspetti», ha spiegato Giorgetti. L’andamento sfavorevole del cambio con il dollaro preoccupa anche le imprese. «Anche con tariffe relativamente basse, come il 10%, l’impatto sulle esportazioni sarebbe significativo», ha evidenziato Paolo Castelletti, segretario generale di Unione italiana vini.
Da Lvmh a Mercedes: le aziende in pressing
Il timore di un’escalation nella guerra commerciale, ha spinto alcuni grandi gruppi europei ad aumentare il pressing sulle istituzioni per arrivare a un’intesa il prima possibile. Secondo Bloomberg, i dirigenti di aziende come Lvmh e Mercedes-Benz avrebbero avuto dei colloqui informali con alcuni funzionari statunitensi e avrebbero fatto pressione sui governi europei e su Bruxelles per raggiungere un accordo con la Casa Bianca. Tra le richieste avanzate, ci sarebbe anche quella di rimuovere alcuni prodotti americani, come il bourbon, dall’elenco dei beni a cui si andrebbero ad applicare le eventuali contromisure Ue.




Stati Uniti, il Big Beautiful Bill diventa legge: minacce e ostruzionismo in aula
Il Congresso approva la manovra, Trump festeggia meno tasse ai ricchi ma tagli alla sanità per tutti. Rischio boomerang a midterm
Trump ha vinto, ma i democratici pensano di avere ora un argomento forte su cui basare la campagna per le elezioni midterm del prossimo anno. È il risultato politico del “Big Beautiful Bill”, approvato oggi in via definitiva dalla Camera, dopo una drammatica maratona parlamentare che ha fatto registrare anche il record del discorso più lungo mai tenuto.
La “finanziaria” voluta dal presidente taglia le tasse di 4.500 miliardi. Questo gli interessava, un po’ per gonfiare il Pil, e un po’ per aiutare la fascia più ricca del Paese a cui appartiene, convinto che giovi agli imprenditori per investire, generando crescita e occupazione. Il testo riduce anche le spese, togliendo quasi mille miliardi di dollari alla sanità pubblica del Medicaid e soldi alla transizione verde. Non lo fa però in maniera sufficiente a garantire le coperture, per cui il Congressional Budget Office prevede che aumenterà il debito pubblico di 3.300 miliari di dollari nei prossimi 10 anni.
La sfida in Congresso è stata dura, perché il Gop ha maggioranze ridotte in entrambe le aule, e diversi repubblicani fedeli alla responsabilità fiscale erano contrari. Si è discusso alla Camera, ma alla fine Trump ha piegato le ultime resistenze, anche minacciando di troncare le carriere politiche dei dissidenti, come aveva fatto al Senato costringendo al ritiro il rappresentante della North Carolina Tillis.
Quando le speranze di deragliare la “finanziaria” erano svanite, alle 4,53 del mattino, il leader democratico Hakeem Jeffries ha preso la parola per un discorso durato 8 ore e 45 minuti, con cui ha battuto il record di resistenza in Congresso stabilito dal repubblicano Kevin McCarthy quattro anni fa. Ha definito la legge “disgustosa”, raccontando storie di americani a cui rovinerà la vita, privandoli della sanità e altro. «La leadership – ha detto – richiede coraggio, convinzione, compassione, eppure ciò che abbiamo visto da questa amministrazione e dai suoi complici repubblicani è crudeltà, caos e corruzione. Un attacco all’assistenza sanitaria del popolo americano». Quindi ha chiesto: «Come si può celebrare una legge che minerà la qualità della vita della gente comune?». Sono gli argomenti che i dem si preparano ad usare nella campagna per riconquistare la maggioranza almeno alla Camera, con le midterm del prossimo anno, chiedendo agli americani di bocciare un’amministrazione che mette gli interessi dei più ricchi davanti a quelli del resto del Paese. Lo Speaker Johnson lo ha lasciato sfogare, ma appena ha finito ha messo ai voti la legge, approvata con 218 sì e 214 no, con le sole defezioni dei repubblicani Thomas Massie del Kentucky e Brian Fiztpatrick della Pennsylvania.
Trump celebrerà stasera in Iowa e domani dovrebbe firmare il testo. Chi lo ha sentito dice che il suo umore è alle stelle, dopo un paio di settimane in cui ha incassato anche i successi dei 147.000 posti di lavoro creati a giugno, la sentenza favorevole della Corte Suprema e i raid in Iran. Il rischio è che il “Big Beautiful Bill” diventi un boomerang, se gonfierà il debito e penalizzerà i suoi elettori della classe media e lavoratrice, senza generare “l’età dell’oro” promessa. Il New York Times specula che il Gop capisce il disastro, ma intende usarlo quando dovrà negoziare con i dem i rimedi, partendo da una base fiscale più bassa. Ammesso che Musk non mantenga la promessa di fondare il suo partito, togliendo ai repubblicani voti per restare al potere.

L’effetto sulle imprese dei dazi di Trump: l’Italia pagherà almeno 5 miliardi
Un dazio che «fa male» ma è tutto sommato gestibile. Oppure un colpo «ben più grave», che potrebbe avere «impatti rilevanti su alcune categorie di prodotto, mettendole fuori mercato» e «avviare un effetto di rallentamento sistemico sulle economie». Per non parlare dell’opzione più estrema, di fronte alla quale ogni strategia di risposta da parte delle aziende rischia di essere scritta sulla sabbia in una giornata di mare mosso. Il barometro della tensione è a mille in attesa di capire che piega prenderanno le discussioni tra Ue e Usa sulle tariffe doganali. E le conseguenze per le imprese italiane possono variare a seconda dei tre scenari di cui sopra, descritti da Serenella Monforte, responsabile delle analisi settoriali di Cerved.
Il primo caso, quello considerato «di base» ossia più probabile nel Cerved industry forecast, sposa l’idea di tariffe reciproche al 10%, con gli innalzamenti per alcuni settori specifici come acciaio-alluminio, auto, elettrodomestici. Il punto di caduta per il quale firmerebbero molte cancellerie europee. Se questo venisse cristallizzato dalle diplomazie commerciali, Cerved calcola che la perdita complessiva di fatturato per le imprese italiane dovrebbe superare i 5 miliardi di euro. Un calcolo svolto sui bilanci di 750mila aziende, tenendo conto dell’elasticità al prezzo dei vari prodotti esportati (chi compra una Ferrari continua a farlo anche con un +10% di listino, lo stesso non si può dire per un macchinario sostituibile da altre geografie) e l’effetto sulle filiere. «Il danno sarebbe molto importante: considerando il livello di partenza di un dazio medio all’import Ue negli Usa del 2,5%, si raggiungerebbe un 13-14% considerando anche i maggiori costi di compliance e doganali», spiega Monforte. «Ma sarebbe tutto sommato gestibile». A soffrire maggiormente sarebbe il comparto dei metalli e della loro lavorazione (perdita di fatturato di 1,9 miliardi), sia a causa di tariffe dirette del 50% sia a causa dell’effetto filiera. Anche il comparto elettromeccanico perderebbe molto (825 milioni), seguito dal sistema moda (352 milioni) e dai mezzi di trasporto (345). «Nel complesso, un impatto da 0,3-0,4 punti di Pil è plausibile», dice l’economista.
Lo scatto successivo ipotizza un dazio che sale al 20% da luglio. Qui il conto salirebbe a oltre 10 miliardi di fatturato, «ma bisogna considerare che alcuni prodotti finirebbero fuori mercato: penso al vino, all’olio, a tutti quelli che sono sostituibili», spiega ancora Monforte. E poi «l’effetto sulle economie mondiali sarebbe ancora più marcato, con un probabile rallentamento di consumi, investimenti, persino viaggi: infatti aumenterebbe il peso delle perdite di filiera rispetto allo scenario “di base”. I tagli agli outlook sovrani di Moody’s, arrivati mercoledì , sono una prima spia. I comparti della componentistica elettromeccanica e quello dei metalli subirebbero una perdita di fatturato superiore ai 2 miliardi, seguiti dai prodotti alimentari e bevande di largo consumo. Importanti le perdite per la farmaceutica, il sistema moda e i mezzi di trasporto. Il terzo esercizio, che si spera rimanga tale, è quello dei dazi al 50% minacciati da Trump nei mesi scorsi. Il che significherebbe una rottura delle trattative e la perdita arriverebbe a 29 miliardi, calcola Cerved.
E dire che le cose potrebbero non andare così male per l’Italia Spa. «La parola “resilienza” è stata forse abusata, ma è la migliore per descrivere come le aziende italiane sono arrivate a questa fase di estrema incertezza», racconta Monforte. Prima la batosta improvvisa del Covid; poi lo shock energetico con la guerra in Ucraina; infine gli innumerevoli focolai di tensione geopolitica, dal Mar Rosso in giù: «È come se avessero innalzato la soglia di tolleranza all’incertezza delle nostre imprese», spiega Monforte. Dopo aver fatto incetta di margini nel 2023, grazie all’aumento dei prezzi, e aver così superato un 2024 difficile, la prospettiva generale non sarebbe neanche da buttare. Il problema è che l’incertezza porta, appunto, una forbice di previsioni ampia: se nello scenario di base il fatturato delle aziende tricolori crescerà al 2026 dell’1,1% rispetto al 2024, con una dinamica positiva piuttosto diffusa ad eccezione dei settori di metalli e costruzioni, nel peggiore dei casi si arriva a stimare un meno 2,3%. Tanto, della futura crescita dell’Italia e delle sue imprese, si gioca in queste ore.

DAZI: CINA, DA DOMANI TARIFFE ANTIDUMPING SU BRANDY DA UE FINO A 34,9%
(LaPresse) – La Cina ha annunciato che da domani, 5 luglio, entreranno in vigore dazi antidumping fra il 27,7% e il 34,9% che ha deciso di imporre sulle importazioni di brandy dall’Ue.
L’annuncio è giunto dal ministero cinese del Commercio, che ha diffuso oggi la sua decisione finale a seguito dell’indagine antidumping relativa appunto alle importazioni di brandy dall’Ue, concludendo che il brandy importato dall’Unione europea coinvolge pratiche di dumping, che l’industria nazionale del brandy è sottoposta a una sostanziale minaccia di danno e che esiste una relazione causale tra il dumping e la sostanziale minaccia di danno.
Lo riporta il Global Times, precisando che i dazi antidumping resteranno in vigore per 5 anni. Il ministero cinese del Commercio ha precisato di avere accettato, a seguito di un riesame, gli impegni sui prezzi presentati da associazioni industriali Ue e società europee, spiegando che le importazioni che soddisfino i termini degli impegni saranno esenti da dazi antidumping.
Dazi: Ue, misure antidumping Cina su brandy ingiustificate
(LaPresse) – “L’UE si rammarica della decisione della Cina di imporre misure antidumping definitive sulle importazioni di brandy UE in Cina. Siamo stati informati di tale decisione oggi.
La Commissione ha seguito questa indagine molto attentamente fin dall’inizio. La nostra posizione è sempre stata immutabile e molto ferma. Riteniamo che le misure della Cina siano ingiuste. Riteniamo che siano ingiustificate. Riteniamo che siano incoerenti con le norme internazionali applicabili e quindi infondate”.
Lo afferma il portavoce della Commissione europea, Olof Gill, nel briefing quotidiano con la stampa.”Fin dall’inizio della questione, la Commissione è intervenuta in diverse occasioni per difendere e sostenere l’industria dell’UE, esprimendo le nostre crescenti preoccupazioni e sollevando obiezioni riguardo alle evidenti carenze nello svolgimento di questa indagine – prosegue -.
Devo aggiungere che nessuna delle preoccupazioni da noi individuate nella fase provvisoria e sollevate in una consultazione formale presso l’OMC lo scorso novembre è stata affrontata”.
“Purtroppo, queste misure si inseriscono anche in un preoccupante schema di abuso da parte della Cina degli strumenti di difesa commerciale, avviando e conducendo indagini sulla base di accuse discutibili e prove insufficienti, il tutto in un lasso di tempo così breve. Pertanto, esamineremo attentamente queste misure e valuteremo i prossimi passi per tutelare al meglio l’industria e gli interessi economici dell’UE”, sottolinea il portavoce.

Dazi, quanto guadagnerà Trump in 10 anni? L’Europa nella doppia morsa di Usa e Cina
Ai livelli attuali di dazi di circa il 15% in media, ipotizzando che i flussi del commercio si adeguino di conseguenza, nei prossimi dieci anni le tariffe produrrebbero circa 3.200 miliardi di dollari
L’Europa è stretta in una morsa fra gli Stati Uniti e la Cina, ma non sembra volerlo ammette a se stessa. L’assenza di qualunque sostanziale reazione allo scivolamento di questi mesi ed anni rischia di passare alla storia come un esempio da manuale di declino strategico; di preferenza da parte di ciascuno dei leader per la difesa (illusoria) del proprio orticello rispetto a una reazione collettiva efficace. Vediamo cosa sta accadendo.
L’università di Penn Wharton ha creato un simulatore che stima le entrate del bilancio americano grazie ai dazi di Donald Trump. Ai livelli attuali di circa il 15% in media, ipotizzando che i flussi del commercio si adeguino di conseguenza, nei prossimi dieci anni le tariffe produrrebbero circa 3.200 miliardi di dollari. Coprirebbero così i tagli alle tasse (in gran parte) agli americani più ricchi, imponendo un onere sugli stranieri sotto forma di tasse all’ingresso e sul resto degli americani sotto forma di prezzi più alti dei prodotti esteri.
Le entrate doganali
Come tutte le proiezioni, anche queste vanno prese con un granello di sale. Ma Penn Wharton registra anche un raddoppio delle entrate doganali nella prima metà del 2025, rispetto a un anno prima. Non era difficile immaginarlo. Gli Stati Uniti stanno importando beni per 3.200 miliardi di dollari all’anno dal resto del mondo, dunque un dazio medio al 10% (cioè più basso di oggi, ma quattro volte più alto rispetto a gennaio) genererebbe meccanicamente entrate per circa trecento miliardi l’anno e tremila in un decennio: più o meno il costo del «Beautiful Budget Bill» di Trump approvato ieri dal Congresso.
Naturalmente non è detto che vada così. Le aziende europee o cinesi potrebbero cercarsi altri mercati, praticare degli sconti, trasferirsi a produrre in America per non pagare i dazi. E in ogni caso quei trecento miliardi di dollari in più non bastano certo a un bilancio americano che ne genera duemila all’anno di sempre nuovo deficit e deve finanziarsi o rifinanziarsi per undicimila miliardi all’anno: una somma quasi incomprensibile, un decimo del prodotto lordo del mondo. Non sarà facile in ogni caso trovare compratori per la carta del Tesoro degli Stati Uniti, infatti il suo prezzo sta già scendendo sotto forma di rapida svalutazione del dollaro.
L’economia americana
Ma ciò che conta adesso è che Trump non vede ragioni di ammorbidire il suo approccio. Anzi. L’economia americana si è ripresa e oggi non rischia più una recessione, Wall Street è risalita grazie ai colossi tecnologici ed è ai massimi. Il presidente sa che ha bisogno di quei soldi, in pratica un’imposta sul valore aggiunto (Iva) questa sì discriminatoria, perché riservata solo al resto del mondo. Dunque affonderà i colpi sull’Europa, perché vede che essa «non ha le carte» – direbbe lui – per ribellarsi. Lo scenario migliore prevede un dazio al 10% su tutto il nostro export, senza reazioni da parte nostra. Ma Trump intuirà rapidamente se può andare più in là: già oggi il dazio sulle auto è al 25%, su acciaio e alluminio al 50% e gli Stati Uniti hanno aperto un’indagine sui presunti comportamenti scorretti del nostro settore farmaceutico. Ad oggi non sembra probabile che la Casa Bianca si accontenti di un semplice 10% generalizzato. E ai piani alti di Bruxelles si percepisce paura e impotenza: sembra si sia concluso che oggi l’Europa non ha le risorse politiche, tecnologiche, militari e commerciali per affrontare uno scontro con gli Stati Uniti come invece ha fatto la Cina.
Le vendite cinesi
Il quadro con quest’ultima non è molto diverso. L’export tedesco verso la Repubblica popolare per il secondo anno di seguito sta crollando a meno 12%, quello dell’Italia anche, mentre le vendite cinesi in Europa salgono di oltre il 6%. Al recente Forum della Banca centrale europea a Sintra un’analista della Federal Reserve, Ana Maria Santacreu, ha mostrato cosa succede fra i due grandi blocchi: la Cina è sempre più forte nei settori un tempo dominati dall’Europa – auto, chimica, macchine utensili, robotica, presto anche aeronautica civile – dunque ci sottrae quote di mercato nel mondo e non compra più i nostri prodotti. Invece l’Europa è sempre più dipendente dalla Cina per i beni ad alta tecnologia, che dal 2017 abbiamo iniziato a comprare dalle sue fabbriche a ritmo crescente.
Il ritardo tecnologico
Così il ritardo tecnologico indebolisce l’Europa nei rapporti con la prima e la seconda economia del mondo. Avremmo un grande punto di forza, siamo l’unica area del pianeta ormai dove valgono lo stato di diritto, l’imparzialità dei poteri pubblici, la stabilità finanziaria. Ma la stiamo sviluppando? Il rapporto di Enrica Letta sul mercato unico è di più di un anno fa, quello di Mario Draghi sulla competitività è di quasi un anno fa. Tutti ne hanno applaudito i contenuti, eppure per entrambi non si vede neanche l’ombra di un calendario di realizzazione. I principali governi – Italia inclusa – agiscono spesso in senso opposto alle raccomandazioni di Letta e Draghi. A Bruxelles intanto Ursula Von der Leyen ha accentrato più poteri rispetto ai suoi predecessori e si consulta con pochissimi. Anche lei, come gli altri leader, sarà giudicata dai risultati.
OGGI DONALD TRUMP CHIAMERÀ VOLODYMYR ZELENSKY E GLI PRESENTERÀ “L’OFFERTA” DI PUTIN: “MAD VLAD” VUOLE IL RICONOSCIMENTO DELLE ZONE ATTUALMENTE OCCUPATE DAI SUOI SOLDATI (OLTRE ALLA CRIMEA, CHE CONSIDERA RUSSA DAL 2014). IL PIANO DEL TYCOON È CONVINCERE L’EX COMICO UCRAINO A DARE L’OK, E POI TORNARE DA PUTIN E FINIRE LA GUERRA. CON UNA SOTTESA MINACCIA: SE, NONOSTANTE LE REGIONI ANNESSE, MOSCA CONTINUASSE IL CONFLITTO, A QUEL PUNTO GLI USA SAREBBERO PRONTI A RIEMPIRE DI ARMI KIEV PER FARE IL CULO A STELLE E STRISCE ALLO ZAR DEL CREMLINO – MA QUANTO CI SI PUO’ ANCORA FIDARE DELLE PROMESSE DI TRUMP, VISTE LE CAZZATE CHE HA SPARATO FINORA?
DAGOREPORT
Prima Putin, poi Zelensky. L’ordine delle chiamate di Donald Trump per sbrogliare il dossier russo-ucraino non è certamente casuale.
Che il tycoon sia suscettibile al fascino di “Mad Vlad” è noto: il presidente americano è sempre pronto a dare ascolto alle richieste del suo omologo russo, salvo poi dirsi “deluso”, o spiegare di “non essere contento” di fronte al niet dello zar a qualsiasi concessione.
Ieri il copione è stato lo stesso: la telefonata è durata un’ora, e bisogna leggere bene tra le righe dei comunicati e delle prese di posizioni ufficiali per capire cosa si sono detti, davvero, Putin e Trump.
In sostanza, il presidente russo ha confermato al suo amico Donald di non avere intenzione di smettere di martellare l’Ucraina (come ha dimostrato la scorsa notte).
Putin avrebbe fatto capire a Trump di non voler più tra le palle Zelensky, e pretende il riconoscimento delle zone attualmente occupate (oltre alla Crimea, che considera già sua, si tratta di Kherson, Zaporizhzhia, Donetsk e Lugansk).
Trump ha risposto che presenterà l’offerta a Zelensky: il piano del ciuffo platinato di Mar-a-Lago è quello di convincere l’ex comico a dare l’ok, per usarlo come arma verso il Cremlino.
Il marito di Melania andrebbe poi da Putin dicendogli: prendi le quattro regioni ma la guerra finisce ora, e per sempre. Con una sottesa minaccia: “Caro Vlad, se non lo fai, riempio l’Ucraina di così tante armi che ti vengono a prendere anche a Mosca”.
MEDIA, ‘OGGI TELEFONATA FRA TRUMP E ZELENSKY’
(ANSA-AFP) – Una telefonata fra il presidente Usa Donald Trump e quello ucraino, Volodymyr Zelensky, è in programma oggi nel pomeriggio, secondo quanto fonti ufficiali ucraine riferiscono all’agenzia France Presse.
La telefonata “è in preparazione per questo pomeriggio (ora di Kiev), ma tutto sarà chiaro all’ultimo momento”, ha detto la fonte. La chiamata farebbe seguito a una conversazione tra Trump e il leader russo Vladimir Putin di ieri.

L’EURO SALE ANCORA SUL DOLLARO, È A 1,1778
(ANSA) – L’euro sale ancora sul dollaro e questa mattina si porta a 1,1778 regisrando un rialzo dello 0,18%. La moneta unica è invece in calo dello 0,21% sullo yen a 170,04

TRUMP STA ACCELERANDO LA FINE DELLA SUPREMAZIA DEL DOLLARO
Traduzione di un estratto dell’articolo di Kenneth Rogoff
In termini di sconvolgimento del sistema globale dei tassi di cambio, ci sono ben pochi dubbi che Richard Nixon rappresenti l’analogia più vicina a Donald Trump nel suo secondo mandato.
La decisione di Nixon di sospendere la convertibilità del dollaro in oro il 15 agosto 1971 sconvolse l’intero sistema monetario globale e anticipò un decennio disastroso di alta inflazione, bassa crescita e indebolimento del dollaro, poiché i Paesi europei si sganciarono dalla valuta statunitense.
Sebbene il capitolo finale delle politiche economiche internazionali di Trump debba ancora essere scritto, l’incertezza innescata dalla sua guerra commerciale lascia presagire un alto rischio che dollaro, inflazione e crescita finiscano ancora una volta per essere vittime.
Questa volta, sarà un blocco del renminbi – composto dalla Cina e da molti Paesi per cui essa è il principale partner commerciale, soprattutto in Asia orientale ma anche in America Latina e Africa – a separarsi dal legame stretto col dollaro, mentre il blocco dell’euro, già esistente, guadagnerà quote di mercato a spese della valuta statunitense. Le criptovalute stanno già erodendo la supremazia del dollaro nell’economia sommersa, che potrebbe rappresentare fino al 20% del reddito globale.
A onor del vero, sia Nixon che Trump si sono trovati ad affrontare sfide allo status quo del dollaro ben prima di decidere, ciascuno a suo modo, di far saltare il banco. Quando Nixon divenne presidente nel 1969, il dollaro aveva goduto di una posizione dominante per 25 anni, da quando le potenze alleate avevano concordato un nuovo quadro dei tassi di cambio nella storica conferenza del 1944 a Bretton Woods, nel New Hampshire. (L’incontro portò anche alla creazione della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale.)
Com’è noto, il delegato britannico John Maynard Keynes propose una valuta sovranazionale, il “bancor”, come alternativa al dollaro, ma fu respinto dagli americani, che del resto avevano tutte le carte in mano, dato che l’economia statunitense dominava il mondo al termine della Seconda guerra mondiale.
Al contrario, il cosiddetto sistema di Bretton Woods mise il dollaro al centro e richiedeva che tutte le altre valute del sistema fissassero i loro tassi di cambio rispetto alla valuta statunitense.
Washington era libera di gestire la sua politica monetaria come riteneva opportuno, con una sola grande clausola: se le banche centrali o i ministeri delle finanze esteri avessero voluto convertire le loro riserve in dollari (soprattutto sotto forma di titoli del Tesoro fruttiferi, non valuta fisica) in oro al tasso di 35 dollari l’oncia, gli Stati Uniti avrebbero dovuto accettare.
Va notato che una larga parte del mondo – inclusi non solo i Paesi comunisti come Cina e Unione Sovietica, ma anche gran parte del mondo in via di sviluppo – restava al di fuori del sistema.
L’accordo funzionò sorprendentemente bene, nonostante il bisogno occasionale di modeste rivalutazioni valutarie e le ricorrenti crisi di debito del Regno Unito, che richiesero una serie di salvataggi.
Le principali economie prosperarono. Tuttavia, il sistema […] presentava vulnerabilità strutturali profonde. Con la crescita di Europa e Giappone, cresceva anche il bisogno di detenere riserve in dollari per potersi difendere da eventuali attacchi speculativi contro i loro tassi fissi.
Sebbene il governo degli Stati Uniti generalmente soddisfacesse questa richiesta emettendo debito, le riserve auree non crescevano allo stesso ritmo, il che implicava che la copertura in oro del dollaro diventava sempre più sottile. Infatti, l’economista di Yale Robert Triffin predisse già in un’audizione al Congresso nel 1959 che, se i governi stranieri avessero perso fiducia nel dollaro e avessero iniziato a convertire i loro titoli del Tesoro, il risultato sarebbe stato una classica corsa agli sportelli che avrebbe fatto saltare l’intero sistema.
La profezia di Triffin impiegò oltre un decennio per avverarsi, in parte perché l’accordo funzionava bene per tutti i principali partecipanti e nessuno voleva provocarne la rottura. Col tempo, tuttavia, diversi fattori iniziarono a minare la fiducia nel sistema.
Primo, i mercati dei capitali globali iniziarono a diventare sempre più grandi e liquidi, creando un esercito sempre più potente di speculatori privati pronti ad attaccare il dollaro.
Secondo, e forse più importante, gli Stati Uniti iniziarono a sperimentare inflazione che, sebbene inizialmente contenuta, divenne cumulativamente significativa perché riduceva il potere d’acquisto del dollaro e faceva sembrare il prezzo dell’oro fissato dagli USA un vero affare. (All’inizio di giugno di quest’anno, un’oncia d’oro valeva oltre 3.300 dollari – quasi cento volte il prezzo fissato a Bretton Woods.)
Nonostante la tentazione, i governi stranieri erano riluttanti a smantellare un sistema che funzionava bene per le loro economie e cittadini. Tuttavia, alcuni Paesi – in particolare la Francia – iniziarono a convertire i dollari in oro, soprattutto quando fu evidente che gli Stati Uniti, oberati dai costi dei programmi sociali del presidente Lyndon B. Johnson e dalla guerra del Vietnam, non riuscivano a contenere l’inflazione.
In questo senso, la decisione di Nixon […] fu una resa all’inevitabile. Ciononostante, il tempismo fu uno shock, anche perché molti esperti ritenevano che il sistema potesse durare ancora a lungo.
Dopo aver sospeso la convertibilità in oro – che fu poi definitivamente abbandonata – Nixon inviò il Segretario al Tesoro John Connally a Roma per affrontare i colleghi stranieri, furiosi perché temevano che gli Stati Uniti […] si preparassero a svalutare drasticamente i loro enormi portafogli in Treasury (cosa che puntualmente accadde nel decennio successivo).
Connally rispose loro con una frase rimasta celebre: “Il dollaro è la nostra moneta, ma è un vostro problema.”
Purtroppo, né Nixon né Connally compresero appieno che la fine della convertibilità dell’oro era anche un problema degli Stati Uniti. Gli anni ’70 furono un decennio molto difficile per l’America, con la crescita che rallentò bruscamente e l’inflazione che superò il 14%.
Nel suo secondo mandato, Trump sembra avviarsi a replicare molti dei problemi macroeconomici dell’era Nixon. È entrato in carica con un’economia domestica invidiata dal mondo, nonostante l’inflazione post-pandemica. Poi arrivò la guerra dei dazi, insieme a una serie di altre politiche che minacciano la supremazia del dollaro: l’indebolimento dello stato di diritto, la riduzione del soft power americano, la chiusura al commercio, la stretta sull’immigrazione e gli attacchi contro le università di ricerca, tra le altre cose.
A questo si aggiunge la proposta avanzata da Stephen Miran, capo del Consiglio dei Consulenti Economici di Trump, per un cosiddetto “accordo di Mar-a-Lago”, che prevede che i governi stranieri accettino bond a cento anni “scontati”, che non pagano interessi fino alla scadenza – una forma di default sovrano mascherato.
Indipendentemente dal tasso d’interesse fissato dagli USA, i governi stranieri avrebbero tutte le ragioni per temere l’inflazione, proprio come fecero quando Nixon abbandonò l’oro.
Il piano di Mar-a-Lago probabilmente non si realizzerà mai: molti lo giudicano troppo estremo. Ma dati gli altri tabù infranti da Trump, si può davvero biasimare le banche centrali estere – che detengono trilioni in riserve in dollari – se iniziano a coprirsi dal rischio?
A onor del vero, la supremazia del dollaro era già in fase calante quando Trump tornò alla Casa Bianca. Come sottolineo nel mio recente libro Our Dollar, Your Problem, il distacco della Cina dal dollaro è iniziato seriamente nel 2015, e negli ultimi anni si è accelerato.
Le vulnerabilità più profonde, però, provengono dall’interno. Il percorso del debito pubblico americano è chiaramente insostenibile ora che i tassi d’interesse a lungo termine sono saliti rispetto ai minimi del post-crisi finanziaria. Con nessun partito disposto a frenare il debito, è probabile che nulla cambi finché non arriverà una crisi a scuotere l’opinione pubblica.
Paradossalmente, dopo che Trump ha attaccato Biden per un deficit record del 6,4% del PIL in tempo di pace (al di fuori del 2008 e 2020, anni della crisi finanziaria globale e della pandemia di COVID-19), i suoi stessi deficit sono destinati a superare il 7% per tutto il mandato, anche in assenza di una recessione o di uno shock pandemico.
Con il debito pubblico USA già oltre il 120% del PIL, i futuri bilanci saranno estremamente sensibili a qualsiasi ulteriore aumento dei tassi d’interesse. Se gli investitori esteri si ritirano e la domanda globale di asset americani cala, i tassi saliranno e renderanno il debito ancora più ingestibile.
Sebbene una crisi – probabilmente un nuovo picco inflazionistico o una repressione finanziaria che soffoca la crescita – non sia inevitabile, le probabilità sono aumentate drasticamente e sembrano oggi più probabili che no entro i prossimi quattro o cinque anni.
Per stabilizzare l’economia dopo Nixon ci volle un decennio. Sarà lo stesso per Trump?



(AGI) – Roma, 4 lug. Il vicepresidente della compagnia statale russo di oleodotti Transneft, Andrei Badalov, e’ stato trovato morto questa mattina a Mosca in quello che la stampa ufficiale ha gia’ classificato come un suicidio ma che rappresenta l’ultimo di una serie di decessi di top manager avvenuti in circostanze misteriose.
“Il corpo di Badalov e’ stato trovato per strada sotto le finestre di casa sua. La causa preliminare della morte e’ il suicidio”, ha dichiarato una fonte citata dall’agenzia di stampa Tass, sebbene le indagini siano ancora in corso.
Secondo una fonte dell’altra agenzia di Stato Ria Novosti, prima di morire, Badalov avrebbe scritto dei messaggi di addio alla moglie. Il corpo e’ stato trovato nel quartiere Rublovskaya, sobborgo da super ricchi alla periferia della capitale russa.
Badalov, 62 anni, ricopriva la carica di vicepresidente di Transneft dal 2021, responsabile della trasformazione digitale, dell’informatica e dell’automazione della produzione presso l’azienda statale responsabile della rete di oleodotti del Paese. Secondo il canale Telegram Mash, Badalov aveva problemi cardiaci e indossava un holter, un dispositivo medico per il monitoraggio quotidiano degli indicatori cardiaci.
“Piangiamo la perdita irreparabile che ha colpito il nostro team. Nel pieno della sua vita e del suo lavoro, la vita di una persona straordinaria, un professionista unico, un collega e un compagno affidabile e’ stata stroncata”, ha dichiarato l’azienda in un comunicato confermando la notizia del decesso.
Transneft, fondata nel 1993, possiede il piu’ grande sistema di oleodotti del mondo, con una rete che si estende per quasi 50.000 chilometri. Amministratore delegato dell’azienda e’ Alexander Novak, vice primo ministro russo dal 2020.
Dall’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, diversi uomini d’affari del settore energetico e alti funzionari russi sono morti in circostanze misteriose, la maggior parte delle quali sono state dichiarate suicidi avvenuti con modalita’ tutte simili: una caduta dai loro appartamenti o luoghi di lavoro.
Nell’aprile 2022, l’ex vicepresidente di Gazprombank, Vladislav Avaev, e’ stato trovato morto insieme alla moglie e alla figlia. Giorni dopo, i corpi di Serghei Protosenia, dirigente di Novatek, della moglie e della figlia sono stati ritrovati in Spagna. Nello stesso anno, Ravil Maganov, presidente della compagnia petrolifera Lukoil, e’ morto dopo essere caduto da uno dei piani dell’ospedale dove era ricoverato.

USA: “AXIOS”, TRUMP HA SENTITO ZELENSKY, “BUONA” CONVERSAZIONE
(Agenzia_Nova) – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha avuto una “buona conversazione” telefonica con l’omologo ucraino Volodymyr Zelensky. Lo scrive su X il giornalista di “Axios” Barak Ravid, citando una fonte informata secondo cui la conversazione e’ stata “buona”.
UCRAINA: KIEV, CONVERSAZIONE “MOLTO IMPORTANTE” TRA TRUMP E ZELENSKY
(Il Sole 24 Ore Radiocor) – Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha avuto una telefonata molto “importante e significativa” con il suo omologo americano Donald Trump, secondo quanto ha riferito il capo dell’amministrazione presidenziale ucraina, Andriy Yermak.
“La conversazione tra i presidenti è stata molto importante e ricca”, ha dichiarato su Telegram Yermak, braccio destro di Zelensky. Questo nuovo scambio tra i due leader arriva un giorno dopo una telefonata tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin, che non ha segnato alcun progresso verso la risoluzione del conflitto.
MEDIA,TRUMP E ZELENSKY HANNO PARLATO DI DIFESA AEREA A KIEV
(ANSA) – La telefonata fra Donald Trump e Volodymyr Zelensky è durata circa 40 minuti e i due leader hanno parlato dell’escalation degli attacchi russi contro l’Ucraina e della fornitura di difesa aerea a Kiev. Lo riporta Axios citando alcune fonti.
UCRAINA: NUOVO SCAMBIO DI PRIGIONIERI CON RUSSIA
(Adnkronos) – Ucraina e Russia hanno condotto oggi un nuovo scambio di prigionieri, nel rispetto dell’accordo tra i negoziatori raggiunto a Istanbul. Lo ha reso noto il ministero della Difesa russo e lo ha confermato su ‘X’ il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, condividendo foto e video dei prigionieri ucraini liberati affermando che ”la maggior parte di loro erano detenuti dalla Russia dal 2022”.
Si tratta, ha spiegato Zelensky, di uomini che ”hanno combattuto per l’Ucraina in diverse regioni – Donetsk, Mariupol, Luhansk, Kharkiv e Kherson”. ”Sono combattenti delle Forze Armate, della Guardia Nazionale, del Servizio di Guardia di Frontiera dello Stato e del Servizio di Trasporto Speciale dello Stato.
E anche civili”, ha precisato il presidente ucraino ribadendo che ”l’obiettivo dell’Ucraina è liberare tutto il nostro popolo dalla prigionia russa. Sono grato a tutti coloro che contribuiscono a renderlo possibile”.
UCRAINA: ZELENSKY SENTE TRUMP, ‘NECESSARIO UN ACCORDO DI PACE NOBILE’
(Adnkronos) – La necessità di raggiungere “un accordo di pace nobile” è stata evidenziata dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, durante la telefonata avuta con il capo della Casa Bianca, Donald Trump, in occasione del Giorno dell’Indipendenza degli Stati Uniti.
“Oggi abbiamo discusso della situazione attuale, inclusi gli attacchi aerei russi e gli sviluppi sul fronte. Il presidente Trump è molto ben informato e lo ringrazio per la sua attenzione all’Ucraina”, ha affermato Zelensky in un post su X, precisando di aver avuto con Trump “una conversazione approfondita sulle capacità dell’industria della difesa e sulla produzione congiunta”. “Siamo pronti per progetti diretti con gli Stati Uniti e crediamo che questo sia di fondamentale importanza per la sicurezza, soprattutto quando si tratta di droni e tecnologie correlate”, ha aggiunto il leader ucraino.

(ANSA) – NEW YORK, 04 LUG – “Il Giorno dell’Indipendenza ci ricorda che l’America non è il progetto di una singola persona. La parola più potente nella nostra democrazia è “noi, il popolo”. L’America non è di nessuno. Appartiene a tutti i cittadini”. Lo afferma Barack Obama su X celebrando il 4 luglio.
“In questo momento storico, in cui i principi democratici fondamentali sembrano essere continuamente sotto attacco e in cui troppe persone in tutto il mondo sono diventate ciniche e disimpegnate, è necessario porci domande difficili su come possiamo costruire le nostre democrazie e farle funzionare in modo significativo e pratico per la gente comune”. ha aggiunto l’ex presidente.

(Il Sole 24 Ore Radiocor) – “Il giorno dell’Indipendenza è il momento migliore per chiedervi se volete essere indipendenti da questo sistema bipartitico (alcuni direbbero monopartitito)!”.
Con queste parole Elon Musk ha lanciato su X un sondaggio fra gli elettori e in risposta al post di un altro utente che si chiede come questo potrebbe impattare le elezioni di mid-term del 2026 o le presidenziali del 2028, spiega che basterebbe concentrarsi su alcuni stati chiave per ribaltare la situazione attuale.
“Un modo per realizzare questo obiettivo – spiega Musk – sarebbe concentrarsi con precisione chirurgica su solo 2 o 3 seggi al Senato e 8-10 collegi alla Camera. Considerati i margini legislativi estremamente ridotti, sarebbe sufficiente per determinare il voto decisivo sulle leggi più controverse, garantendo che riflettano realmente la volontà del popolo”.
Al dibattito prende parte anche Grok, la chatbox creata da Musk: “La creazione di un “America Party”, come ipotizzato da Elon Musk nel contesto della sua continua disputa con Donald Trump, potrebbe frammentare il voto repubblicano in stati chiave in bilico come Pennsylvania, Georgia, Arizona, Wisconsin, Michigan e Nevada.
Alle elezioni di midterm del 2026, un partito del genere potrebbe far pendere l’ago della bilancia a favore dei Democratici in corse molto serrate per la Camera e il Senato, attirando conservatori disillusi — anche solo con una quota del 5–10% dei voti”.

‘USA MINACCIANO L’UE CON DAZI AL 17% SU PRODOTTI AGRICOLI’
(ANSA) – NEW YORK, 04 LUG – Gli Stati Uniti hanno minacciato di colpire le esportazioni agricole dell’Ue con tariffe del 17% in una drammatica escalation del loro conflitto commerciale con Bruxelles. Lo riporta il Financial Times citando alcune fonti.
La richiesta dell’ultima ora arriva a pochi giorni dalla scadenza del 9 luglio. Donald Trump vuole che Bruxelles conceda alle aziende americane esenzioni dalle regole e riduca il suo surplus commerciale con gli Stati Uniti

SERVIZI, MOSCA INTENSIFICA USO ARMI CHIMICHE IN UCRAINA
(ANSA) – BERLINO, 04 LUG – La Russia sta intensificando l’uso di armi chimiche in Ucraina: è quello che afferma un rapporto elaborato dal servizio segreto federale tedesco e due agenzie di intelligence olandesi.
“L’uso di gas lacrimogeni e cloropicrina da parte delle truppe russe è ormai diventato una pratica standard ed è diffuso”, hanno annunciato congiuntamente il servizio di intelligence estero tedesco, il servizio di intelligence militare olandese Mivd e il servizio di intelligence olandese Aivd, secondo quanto riporta la Dpa. La Russia sta quindi violando la Convenzione sulle armi chimiche, che mira a vietare tali armi in tutto il mondo
KIEV, USATI DRONI PRODOTTI IN CINA NEI RAID DI STANOTTE
(ANSA) – ROMA, 04 LUG – L’Ucraina denuncia che i detriti dei droni caduti durante i pesanti raid russi di notte dimostrano che alcuni di essi sono stati costruiti in Cina. In un post su X il ministro degli Esteri Andrii Sybiha posta foto dei detriti e afferma che non esiste “metafora migliore” per descrivere il modo in cui la Russia continua ad espandere la sua guerra “coinvolgendo altri, tra cui truppe nordcoreane, armi iraniane e alcuni produttori cinesi”. L’ironia, aggiunge Sybiha, è che “l’edificio del consolato.




