Gli Usa interrompono la fornitura di armi all’Ucraina

La decisione dell’amministrazione Trump. Il Pentagono: tra i prodotti anche i missili per la difesa aerea

Gli Stati Uniti hanno interrotto la fornitura di alcune armi, tra cui i missili per la difesa aerea, all’Ucraina. Lo ha confermato il primo luglio la Casa Bianca dopo alcune indiscrezioni di stampa. La decisione arriva dopo la telefonata di due ore tra Emmanuel Macron e Vladimir Putin sulla tregua tra Mosca e Kiev. E dopo l’annuncio dell’intera conquista della regione di Lugansk da parte della Russia. Washington si è detta preoccupata per il calo delle proprie scorte di munizioni. «Questa decisione è stata presa per mettere al primo posto gli interessi americani, a seguito di una revisione da parte del Dipartimento della Difesa dell’assistenza militare della nostra nazione ad altri paesi in tutto il mondo», ha dichiarato Anna Kelly, vice portavoce della Casa Bianca, in una dichiarazione all’Afp.

Le armi all’Ucraina

Il rallentamento di alcune spedizioni di armi promesse a Kiev dall’amministrazione dell’ex presidente Joe Biden è avvenuto nei giorni scorsi, hanno affermato le fonti. Aggiungendo che tra i prodotti figurano anche gli intercettori antiaerei per neutralizzare droni e proiettili russi. In una e-mail, il Pentagono ha affermato di aver offerto al presidente Donald Trump opzioni per continuare a fornire aiuti militari all’Ucraina, in linea con l’obiettivo di porre fine alla guerra russa in Ucraina. «Allo stesso tempo, il dipartimento sta esaminando e adattando rigorosamente il suo approccio per raggiungere questo obiettivo, preservando al contempo la prontezza delle forze statunitensi per le priorità di difesa dell’amministrazione», ha dichiarato Elbridge Colby, sottosegretario per le politiche.

La sospensione

La Russia, che controlla già circa un quinto dell’Ucraina, continua ad avanzare gradualmente, guadagnando terreno nelle ultime settimane nelle regioni sudorientali di Donetsk e Dnipropetrovsk, e intensificando gli attacchi aerei in tutto il paese. Tutti gli aiuti in armi sono stati brevemente sospesi a febbraio, con una seconda, più lunga, sospensione a marzo. L’amministrazione Trump ha ripreso a inviare gli ultimi aiuti approvati da Biden. Non è stata annunciata alcuna nuova politica. Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha dichiarato all’AFP: «Le forze armate statunitensi non sono mai state più pronte e capaci che sotto la guida del presidente Trump e del Segretario (alla Difesa) Pete Hegseth».

Usa e Ucraina

Finora, e nonostante il rapporto conflittuale con Kiev, l’amministrazione di Trump ha continuato, almeno in parte, gli aiuti militari avviati sotto Joe Biden. Sotto la presidenza di quest’ultimo, gli Stati Uniti hanno fornito a Kiev oltre 60 miliardi di dollari in aiuti militari. Questa interruzione arriva pochi giorni dopo un incontro tra Trump e il suo omologo ucraino, Volodymyr Zelensky, all’Aja.

Gaza: Trump, Israele ha accettato tregua 60 giorni 

(AGI) – Roma, 2 lug. – Israele ha accettato “le condizioni necessarie per finalizzare” un cessate il fuoco di 60 giorni a Gaza, durante il quale si cerchera’ di porre fine alla guerra nell’enclave palestinese. Lo ha dichiarato il presidente Usa Donald Trump augurandosi allo stesso tempo che ora sia Hamas ad accettare la tregua.

“Israele ha accettato le condizioni necessarie per finalizzare il cessate il fuoco di 60 giorni, durante il quale lavoreremo con tutte le parti per porre fine alla guerra”, ha dichiarato Trump sui social media.

“I qatarioti e gli egiziani, che hanno lavorato duramente per contribuire a portare la pace, presenteranno questa proposta finale. Spero, per il bene del Medio Oriente, che Hamas accetti questo accordo, perche’ la situazione non migliorera’, anzi, peggiorera’” se non lo faranno.

(askanews) – Il Dalai Lama ha confermato oggi che  alla sua morte verrà nominato un successore per garantire la  continuità del suo ruolo di guida spirituale della comunità  tibetana. E’ quanto si legge in una dichiarazione rilasciata in  occasione del suo 90esimo compleanno.

Nel suo messaggio, il Dalai Lama afferma di avere ricevuto  richieste da tibetani di tutto il mondo che non desiderano che  l’istituzione del Dalai Lama cessi dopo la sua morte. “In accordo  con tutte queste richieste, affermo che l’istituzione del Dalai  Lama continuerà”, ha affermato nel messaggio letto nel monastero  di McLeod Ganj, nell’India settentrionale, dove vive in esilio da  quando ha lasciato il Tibet controllato dalla Cina nel 1959.

Il leader spirituale dei tibetani ha inoltre ribadito che il  processo di ricerca e riconoscimento della sua reincarnazione  spetterà esclusivamente alla Gaden Phodrang Foundation,  un’organizzazione da lui fondata nel 2015 per mantenere e  sostenere i doveri religiosi e spirituali del Dalai Lama.”Nessun altro ha l’autorità di interferire in questa questione”,  ha precisato.   

«Espellere dagli USA Elon Musk? Devo darci un’occhiata»: cosa c’è dietro il nuovo attacco di Donald Trump all’imprenditore sudafricano

Il presidente USA rincara la dose dopo il post su Truth. E sui veicoli elettrici «potrebbe perdere molto più di questo. Ve lo dico. Elon può perdere molto più di questo»

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non esclude l’ipotesi di espellere dal Paese il suo ex collaboratore Elon Musk, Ceo di Tesla, X e SpaceX, l’uomo piu’ ricco del pianeta. «Devo darci un’occhiata», ha risposto a una domanda in merito posta dai giornalisti all’esterno della Casa Bianca. Ieri, in un post sul suo social Truth, aveva avvertito che Musk potrebbe essere costretto a lasciare gli Stati Uniti e a tornare in Sudafrica. E sulla cancellazione delle scadenze fissate dall’amministrazione dell’ex presidente Joe Biden per l’adozione dei veicoli elettrici in tutto il Paese aggiunge: «Potrebbe perdere molto più di questo. Ve lo dico. Elon può perdere molto più di questo».

Il post di Truth

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha suggerito al suo dipartimento per l’efficienza energetica di valutare la possibilità di tagliare i sussidi ricevuti dalle aziende del Ceo di Tesla, Elon Musk. Per far risparmiare denaro al governo federale. «Elon potrebbe ricevere più sussidi di qualsiasi altro essere umano nella storia, di gran lunga, e senza sussidi, Elon dovrebbe probabilmente chiudere i battenti e tornare a casa in Sudafrica», ha dichiarato Trump su TruthSocial. E ancora: «Basta con lanci di razzi, satelliti o produzione di auto elettriche, e il nostro Paese risparmierebbe una FORTUNA. Forse dovremmo chiedere a DOGE di analizzare attentamente la questione? UN SACCO DI SOLDI DA RISPARMIARE!!».

Dietro l’attacco

Cosa ha fatto Musk per scatenare di nuovo l’ira del presidente? L’imprenditore messo a capo del suo piano di riduzione dei costi governativi prima di un litigio pubblico tra i due a giugno sulla legge di bilancio ha minacciato lunedì di attaccare i Repubblicani in vista delle elezioni di medio termine del 2026. «Ogni membro del Congresso che ha fatto campagna per la riduzione della spesa pubblica e poi ha immediatamente votato per il più grande aumento del debito pubblico della storia dovrebbe vergognarsi!», ha scritto Musk su X.

L’imprenditore di Tesla ha anche ribadito il suo interesse per un nuovo partito politico. E ha accusato i legislatori di entrambi i partiti di appartenere al “porky pig party”, una critica ai livelli di spesa pubblica. La Camera di Commercio degli Stati Uniti, che afferma che la maggior parte dei suoi membri sono piccole imprese, sostiene la legge. Tuttavia, John Arensmeyer, che rappresenta oltre 85.000 piccole imprese presso la Small Business Majority, ha avvertito che le agevolazioni fiscali per le imprese sono attualmente sbilanciate a favore delle piccole imprese più ricche.

Il voto al Senato

Stamattina i senatori repubblicani sono ancora alle prese con il Big Beautiful Bill. La legge di tagli e spese del presidente avrà un impatto di 3,3 trilioni di dollari sul debito. La maratona si chiama vote-a-rama e prevede una serie di emendamenti per aggirare le regole del Senato. Il voto è iniziato lunedì ed è andato avanti per 16 ore. Il processo è stato rallentato dalla valutazione sulla conformità degli emendamenti alle norme di bilancio. Il Congressional Budget Office, un ente apartitico, ha pubblicato domenica la sua valutazione dell’impatto della legge sul debito statunitense di 36,2 trilioni di dollari. Si stima che la versione del Senato costerà 3,3 trilioni di dollari. Ovvero 800 miliardi in più rispetto alla versione approvata il mese scorso dalla Camera dei Rappresentanti.

Dazi, no alle richieste dell’Europa. Trump minaccia ancora: “Non concedo deroghe”

L’armistizio non c’è. Nonostante tutto Sefcovic vola a Washington per cercare di portare a casa un pre-contratto

Un accordo vero sui dazi ancora non c’è. Le richieste avanzate dall’Ue alla Casa Bianca non sono state recepite. E Donald Trump torna a minacciare: «Non concederò deroghe dopo il 9 luglio. Scriverò lettere a molti Paesi».

Nonostante i buoni propositi, dunque, la guerra commerciale euroatlantica non ha ancora trovato un armistizio. E soprattutto Bruxelles ha iniziato a chiedere una serie di garanzie che per il momento Washington non è disponibile a concedere. L’unico aspetto che favorisce un’intesa è la paura dei mercati: molto intensa nell’amministrazione trumpiana ma anche nella Commissione.

L’idea, però, di proclamare un accordo-cornice per poi entrare successivamente nei dettagli settore per settore è infatti giudicata molto pericolosa dall’Unione. Nessuno, infatti, sa cosa potrebbero chiedere gli interlocutori statunitensi e come si comporterebbe a quel punto Trump anche rispetto a materie esterne all’argomento come la tassazione sulle Big Tech e la normativa comunitaria sulla concorrenza. Resta il fatto che oggi il commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, volerà a Washington per incontrare domani Jemieson Greer, il rappresentante Usa per il commercio, ma non Howard Lutnick, ossia il Segretario al Commercio, l’omologo dell’inviato Ue. Segno che la strada che conduce all’accordo non è ancora definita.

Il nodo dunque si stringe sulle garanzie reclamate dal “Vecchio Continente”. Alcune capitali europee hanno infatti irrigidito la loro posizione e trasmesso alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, l’indicazione di non cedere facilmente al braccio di ferro con il tycoon. La stessa inquilina di Palazzo Berlaymont non ha nascosto al Consiglio europeo di giovedì scorso e nei giorni successivi le difficoltà di una trattativa che spesso è condizionata da incomprensioni reciproche. Soprattutto da modalità negoziali che appaiono reciprocamente incomprensibili. Con scambio di sospetti sulla troppa “burocraticità” degli europei (da parte americana) e dall’eccesso di fluidità nella posizioni degli statunitensi (da parte europea).

In questo contesto il primo passo, secondo gli emissari brussellesi, consiste nell’eliminare immediatamente gli attuali dazi. Si tratta di una sorta di preliminare di un accordo quadro. Da siglare prima della scadenza del 9 luglio. Quindi via la tariffa reciproca del 10 per cento e via quelle settoriali più elevate. Quelle su auto e acciaio infatti sono superiori al 20 per cento. Per Washington, al contrario, la via preferita è quella di un’intesa a fasi, sul modello britannico, che lascerebbe alcuni dazi in vigore durante i negoziati successivi. Un iter, appunto, che molti a Palazzo Berlaymont considerano pericoloso per l’inaffidabilità dimostrata da Trump.

Inoltre l’Unione punta ad aliquote più basse per settori chiave, come i prodotti farmaceutici, i semiconduttori, gli alcolici e gli aerei commerciali. Materie sulle quali c’è una sensibilità commerciale particolare in considerazione degli alti indici di export. La risposta della Casa Bianca su queste istanze, però, è già stata negativa. Tra l’altro Bruxelles ricorda costantemente che nell’eventuale patto figura la certezza offerta dall’Unione europea di aumentare di moltissimo gli acquisti di gas liquido e di armi americane.

Domani comunque un tentativo di siglare almeno un “pre-contratto” sarà compiuto. Una formula per non spaventare i mercati che reagiscono con molta sensibilità ad ogni notizia sulla guerra dei dazi. Nello stesso tempo l’Europa si prepara al peggio. Le possibili contromosse si concentrano suill’imposizionendi dazi analoghi e sull’ipotesi di colpire fiscalmente anche i servizi, ossia le “Big Tech” come Apple, Amazon, Google. L’altra arma in mano a Bruxelles è la costruzione di relazioni commerciali nuove con il “nemico” di Trump: la Cina. L’opzione di riformare il Wto (l’Organizzazione internazionale del Commercio) punta proprio a un nuovo mercato degli scambi a oriente. La prossima visita dei vertici Ue a Pechino ne è la plastica dimostrazione. Nonostante i “niet” di Trump, però, l’eventualità di una proproga dopo il 9 luglio non è ancora del tutto scartata.

CASA BIANCA IPOTIZZA DI TOGLIERE LA CITTADINANZA A MAMDANI

 (ANSA) – WASHINGTON, 01 LUG – L’amministrazione di Donald Trump sta studiando la possibilità di togliere la cittadinanza a Zohran Mamdani, candidato democratico a sindaco di New York. Andy Ogles, deputato repubblicano del Tennessee, ne ha infatti chiesto la revoca della sua cittadinanza sostenendo che “ha nascosto il suo sostegno al terrorismo durante la procedura di naturalizzazione”. E la portavoce della casa Bianca, Karoline Leavitt, non ha escluso la possibilità.

MAMDANI VINCE LE PRIMARIE A NEW YORK, L’IRA DEL TYCOON

 (ANSA) – NEW YORK, 01 LUG – Zohran Mamdani è ufficialmente il candidato democratico a sindaco di New York. Il socialista 33enne – secondo i dati ufficiali – ha vinto le primarie con un vantaggio di ben 12 punti sul suo maggiore rivale: ha infatti ottenuto il 56% dei voti contro il 44% dell’ex governatore Andrew Cuomo. Una vittoria a sorpresa e storica che non è passata inosservata a Donald Trump.

“Non abbiamo bisogno di un comunista a sindaco di New York”, ha detto il presidente, minacciando di arrivare fino ad arrestarlo qualora non collaborasse sui migranti nel caso in cui fosse eletto. Una minaccia che si va ad aggiungere a quella di un possibile taglio di tutti i fondi federali alla Grande Mela nel caso in cui Mamdani non si comportasse. L’ex rapper sfiderà a novembre nelle elezioni generali l’attuale primo cittadino Eric Adams, democratico che ha deciso di correre da indipendente per evitare le primarie, e il repubblicano fondatore dei Guardian Angels Curits Silwa.

Nonostante la pesante sconfitta che ha mandato all’aria il suo sogno di tornare in grande stile in politica dopo gli scandali, Cuomo non si è ritirato dalla corsa lasciandosi aperta la possibilità di candidarsi anche lui come indipendente a novembre. Un’ipotesi sostenuta da molti democratici moderati, preoccupati dall’ascesa di Mamdani e dalla possibilità che la sua vittoria alle primarie favorisca Adams, oggetto di forti critiche per le accuse di frode e corruzione poi ritirate in seguito all”intervento’ del dipartimento di Giustizia di Trump.

A essere particolarmente preoccupata per Mamdani è Wall Street, che vede nel democratico socialista un nemico. “Non penso che dovremmo avere miliardari, c’è bisogno di maggiore equità”, ha detto di recente il candidato dem tra lo scetticismo dei paperoni di Wall Street, preoccupati dalla possibilità che un 33enne senza molta esperienza alle spalle possa trovarsi alla guida di un’economia, quella di New York, che vale 2.000 miliardi.

Non è pienamente convinta da Mamdani neanche una buona fetta della comunità ebraica: in caso di vittoria, sarebbe il primo sindaco musulmano della città con la maggiore comunità ebraica al mondo. Il diffuso scetticismo, alimentato dall’establishment democratica sconfitta pesantemente dopo aver scommesso su Cuomo, ha innescato grandi manovre dietro le quinte in vista di novembre per puntare su un altro candidato. I repubblicani restano alla finestra e guardano agli sviluppi, accarezzando il sogno di poter riuscire a espugnare una roccaforte democratica per eccellenza come New York

HAMAS, PRONTI A ACCORDO MA SERVE LA FINE DELLA GUERRA

(ANSA) – Un funzionario di Hamas, Taher al-Nunu, ha dichiarato che il gruppo è “pronto e seriamente intenzionato a raggiungere un accordo”. Hamas, ha però precisato, è “pronto ad accettare qualsiasi iniziativa che porti chiaramente alla fine completa della guerra”. Lo riporta il Guardian. Una delegazione di Hamas dovrebbe incontrare i mediatori egiziani e qatarioti al Cairo oggi per discutere la proposta, secondo un funzionario egiziano.

MEDIA, ‘VERSO AVVIO DI NEGOZIATI, ATTESO L’ANNUNCIO USA’

(ANSA) – Una fonte israeliana di alto livello riferisce che nei prossimi giorni potrebbe aprirsi una fase di “colloqui di prossimità” tra Israele e Hamas, con l’obiettivo di raggiungere un’intesa che porti a un accordo sul rilascio degli ostaggi e su un cessate il fuoco duraturo. Lo riferisce la stampa israeliana.

Secondo le informazioni trapelate, c’è la possibilità che da Washington arrivi a breve una dichiarazione ufficiale sull’avvio dei negoziati.

Al centro delle discussioni ci sono tre nodi principali: il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza, l’introduzione di aiuti umanitari e una formulazione condivisa che possa essere accettata da Hamas come base per la fine della guerra. Israele, da parte sua, sarebbe pronto a mostrare flessibilità nella stesura del testo per ridurre le divergenze sul dispiegamento delle forze e sulle modalità di aiuto, pur evitando un rafforzamento del gruppo palestinese.

Secondo quanto emerso dal gabinetto di sicurezza israeliano, l’opzione preferita dal primo ministro, Benyamin Netanyahu, e dai vertici militari è quella di percorrere fino in fondo la strada dell’accordo sugli ostaggi, anche alla luce della valutazione che l’attuale fase militare sia stata esaurita e che ulteriori offensive in nuove aree potrebbero mettere in pericolo gli ostaggi rimasti.

La proposta attualmente sul tavolo è definita un “Witkoff migliorato”, dal nome dell’inviato americano. Prevede il rilascio di 8 ostaggi vivi in una prima fase, seguiti da altri 2 il 50mo giorno. Si lavora inoltre a una formulazione che rassicuri Hamas sul fatto che Israele non riprenderà le ostilità una volta terminato il cessate il fuoco, pur senza dichiarare esplicitamente la fine della guerra.

La ripresa dei contatti si inserisce nel contesto del previsto viaggio di Netanyahu a Washington domenica prossima. In vista dell’incontro, il ministro Ron Dermer, figura vicina al premier, ha già avviato consultazioni con alti funzionari della Casa Bianca su questioni strategiche e di sicurezza.

Il tema principale dei colloqui sarà la situazione a Gaza e la liberazione degli ostaggi, una priorità ribadita in modo chiaro dagli Stati Uniti: sia il presidente Trump che la portavoce della Casa Bianca hanno indicato la restituzione degli ostaggi come obiettivo chiave, legandolo alla necessità di chiudere il conflitto.

SA’AR, L’OPPORTUNITÀ DI LIBERARE GLI OSTAGGI NON VA PERSA

(ANSA-AFP) – Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha affermato che non bisogna perdere alcuna opportunità di liberare gli ostaggi detenuti a Gaza, dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato che Israele ha accettato di finalizzare un cessate il fuoco di 60 giorni.

“Un’ampia maggioranza all’interno del governo e della popolazione è favorevole al piano per liberare gli ostaggi. Se si presenta l’opportunità, non bisogna perderla!”, ha scritto Gideon Sa’ar su X.

(Il Sole 24 Ore Radiocor) – Roma, 02 lug – Paramount, società madre di Cbs News, pagherà 16 milioni di dollari per chiudere la causa intentata da Donald Trump contro l’emittente televisiva, accusata di aver favorito Kamala Harris in un’intervista. Si tratta di un accordo extragiudiziale che eviterà un processo dopo la causa intentata dal miliardario nell’ottobre 2024, quando era candidato alla Casa Bianca.

Gli avvocati di Donald Trump chiedevano un risarcimento di 20 miliardi di dollari. I 16 milioni di dollari saranno versati alla futura biblioteca presidenziale di Donald Trump e non direttamente al presidente, ha dichiarato Paramount, osservando che l’accordo non include alcuna scusa pubblica da parte del gruppo.

“AVETE PUNTATO LE ARMI CONTRO IL VOSTRO STESSO POPOLO AFFAMATO E SFOLLATO”-  LA POPOLAZIONE DI GAZA, STREMATA DOPO 21 MESI DI BOMBARDAMENTI, SI RIBELLA CONTRO HAMAS – SUI SOCIAL, MOLTI UTENTI PALESTINESI HANNO PROTESTATO CONTRO UN VIDEOMESSAGGIO DI PROPAGANDA DELL’ORGANIZZAZIONE TERRORISTICA IN CUI SI PARLAVA DI “SACRIFICIO CONDIVISO” TRA I CITTADINI E IL GRUPPO FONDAMENTALISTA: “VOI NON SIETE PARTE DI NOI E NOI NON LO SIAMO DI VOI, AVETE ABBANDONATO LA POPOLAZIONE NELLE PROFONDITÀ DEL MASSACRO”

(ANSA) – Dopo 21 mesi di guerra, la popolazione di Gaza – pur temendo rappresaglie letali – non nasconde la propria rabbia contro Hamas, protestando sui social contro un videomessaggio di propaganda in cui la fazione palestinese parlava di sacrificio condiviso tra i cittadini e il gruppo fondamentalista” sottolineando: “Voi siete (parte) di noi e noi lo siamo di voi”.

Una posizione respinta dalla popolazione della Striscia che, in molti post sui social, ha ribaltato la narrazione: “Voi non siete (parte) di noi e noi non lo siamo di voi”, hanno scritto i gazawi, secondo diverse testimonianze dalla Striscia. In seguito alla reazione, Al Jazeera, che solitamente riferisce tutte le dichiarazioni e le iniziative di Hamas, ha cancellato i suoi post sui social che condividevano il video. La tag line non più disponibile sui siti web di Hamas, ma il video è ancora disponibile al Palestinian media center.

Con un post su X il ricercatore politico di Gaza Hussein Jamal ha sottolineato che il linguaggio usato nel video “espone una dinamica di potere, un’autorità che impone e un popolo che dovrebbe obbedire”. Un impiegato ministeriale di Gaza city, Wisam Oweidah, ha accusato sui social Hamas “di aver abbandonato la popolazione nelle profondità del massacro, prima dell’inferno” e di non aver offerto “alcuna protezione. Avete puntato le armi contro il vostro stesso popolo affamato e sfollato”. E ha concluso: “Che Dio non vi perdoni e noi non vi perdoniamo”.

(LaPresse) – Secondo una valutazione dell’intelligence ucraina, la Corea del Nord è pronta a triplicare il numero delle sue truppe impegnate a combattere per la Russia, inviando altri 25.000-30.000 soldati per assistere Mosca.

Stando alla valutazione, visionata dalla Cnn, le truppe potrebbero arrivare in Russia nei prossimi mesi, aggiungendosi agli 11.000 soldati già inviati a novembre per respingere l’incursione ucraina nella regione russa di Kursk. Circa 4.000 di questi soldati nordcoreani sono rimasti uccisi o feriti durante lo schieramento, secondo fonti occidentali, ma da allora la cooperazione tra Pyongyang e Mosca si è rafforzata.

Kiev ha descritto il ministero della Difesa russo come in grado di fornire “equipaggiamento, armi e munizioni necessari” con l’obiettivo di “un’ulteriore integrazione alle unità di combattimento russe”.

La valutazione precisa che “esiste una grande possibilità” che le truppe nordcoreane siano impegnate in combattimenti in zone dell’Ucraina occupata dalla Russia “per rafforzare il contingente russo, anche durante le operazioni offensive su larga scala”.

Il documento dell’intelligence ucraina afferma inoltre che vi sono segnali che gli aerei militari russi siano in fase di adattamento per il trasporto di personale, a dimostrazione dell’enorme impresa di spostare decine di migliaia di truppe straniere attraverso la Siberia russa, che condivide un confine con la Corea del Nord nell’estremo sud-ovest. Le immagini satellitari ottenute dalla Cnn hanno individuato possibili preparativi per il nuovo dispiegamento, tra cui l’arrivo di una nave collegata agli stanziamenti dell’anno scorso in un porto russo e di un aereo cargo all’aeroporto di Sunan in Corea del Nord.

Kiev, telefonata (di due ore) tra Macron e Putin: la prima dopo tre anni

Emmanuel Macron torna a parlare con Vladimir Putin dopo un silenzio durato quasi tre anni. Obiettivo, riprendere in mano la palla del dialogo con il Cremlino e limitare le aperture della Casa Bianca a Mosca

Emmanuel Macron torna a parlare con Vladimir Putin dopo un silenzio durato quasi tre anni. Obiettivo, riprendere in mano la palla del dialogo con il Cremlino e limitare le aperture della Casa Bianca a Mosca. Una missione difficile. Sull’Ucraina, soprattutto, con un margine di manovra per il capo dell’Eliseo davvero stretto. Macron ribadisce il «sostegno incrollabile della Francia alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina» e chiede a Putin «una tregua al più presto» che permetta di «avviare negoziati fra Ucraina e Russia per una soluzione solida e durevole del conflitto».

Ma la riposta del Cremlino nelle due ore di telefonata lascia poco spazio ad aperture: il conflitto è il risultato delle politiche dei Paesi occidentali che «per molti anni hanno ignorato gli interessi di sicurezza della Russia» e hanno usato l’Ucraina come «una testa di ponte antirussa». Per arrivare ad un accordo vanno dunque «eliminate le cause alla radice» e «riconoscere le nuove realtà territoriali». Tradotto, l’occupazione deve diventare status quo.
Se Parigi fa sapere che i due presidenti hanno deciso che «continueranno a parlarsi anche su questo punto», è più sul Medio Oriente e l’Iran che emergono le convergenze. Macron e Putin sottolineano le «responsabilità di Russia e Francia come membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu» per trovare una soluzione diplomatica al nucleare iraniano che imponga a Teheran di rispettare gli obblighi del Trattato di non proliferazione, compreso l’accesso ai propri impianti degli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Una sponda per Mosca accusata di non aver sostenuto militarmente Teheran e che permetta di ribadire il diritto della Repubblica islamica a sviluppare un programma nucleare pacifico.

Mentre Macron aggiorna Volodymyr Zelensky sulla telefonata con Putin, sul terreno da registrare un nuovo attacco ucraino al sistema militare-industriale nelle profondità del territorio russo. L’intelligence di Kiev conferma un raid con droni nella città di Izhevsk, oltre mille chilometri dal confine, contro la fabbrica Kupol che produce i sistemi di difesa aerea Tor e Osa, nonché droni per l’esercito russo e che fa parte del gruppo Almaz-Antey, azienda sotto sanzioni del dipartimento del Tesoro statunitense dall’ottobre 2024, soggetta a restrizioni anche da parte dell’Ue. Tre morti e 35 feriti il bilancio, secondo le autorità russe.

Le forze di Mosca aumentano la pressione. Secondo un’analisi dell’agenzia Afp basata sui dati forniti dall’Institute for the Study of War (Isw) con sede negli Usa, l’esercito russo ha compiuto a giugno la sua più grande avanzata in territorio ucraino da novembre, e ha accelerato per il terzo mese consecutivo. Le truppe di Mosca hanno conquistato 588 chilometri quadrati di territorio ucraino, dopo 507 a maggio, i 379 di aprile e i 240 di marzo. Il tutto mentre Mosca ha ammassato 50.000 soldati a meno di 20 chilometri dalla città di Sumy. Una situazione che Donald Trump sta «seguendo da vicino» ma che non sembra preoccuparlo («vediamo cosa succede») mentre da Washington arriva la notizia che il Pentagono ha sospeso le spedizioni di alcuni missili antiaerei e altre munizioni di precisione all’Ucraina per il timore che le scorte Usa siano scese al di sotto del livello di guardia. Una decisione — scrive Politico — che era stata già presa all’inizio di giugno ma è entrata in vigore solo ora.

Macron e la prima telefonata con Putin dal 2022: la partenza dall’Iran, la virata sull’Ucraina (e i prossimi passi con Xi)

Il leader francese ha sentito prima Trump e Starmer, chiamerà poi Xi. Sull’Ucraina è muro contro muro: ma il senso della telefonata era, in fondo, la telefonata stessa

Una telefonata di oltre due ore tra due presidenti che non si parlavano da quasi tre anni, e dopo mesi in cui Emmanuel Macron aveva abbandonato ogni tentativo di ammansire Vladimir Putin, dandogli apertamente, e più volte, del bugiardo. Ma al di là della chimica personale — i sei metri di tavolo nel celebre colloquio al Cremlino restano una distanza incolmabile —, Putin resta il leader della Russia, e la Russia continua a far parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. In una fase internazionale in cui tutti parlano con tutti, a cominciare dal presidente americano Donald Trump, stava diventando paradossale che proprio la Francia rinunciasse alla sua ambizione di «potenza di equilibrio».

Nelle ore precedenti Macron ha avuto un colloquio con Trump, poi con il premier britannico Keir Starmer, quindi con Putin e chiamerà il presidente cinese Xi Jinping: i leader del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite, mai così assente e diviso come in questi anni ma utile almeno per dare un quadro, una giustificazione a questa nuova iniziativa diplomatica della Francia.

Il presidente francese è arrivato a parlare con Putin di Ucraina, il cuore del problema e la fonte di maggiore contrasto, prendendola alla larga, ovvero partendo dall’Iran. La constatazione è che i bombardamenti israeliani e americani possono pure avere danneggiato profondamente le installazioni militari (a Parigi sono in molti a nutrire qualche dubbio), ma comunque il nuovo status quo non è accettabile: prima della guerra dei 12 giorni la comunità internazionale aveva visibilità sulle attività iraniane, gli ispettori dell’Agenzia internazionale potevano visitare i siti nucleari e le videocamere riprendevano ciò che avveniva al loro interno. Non bastava per avere garanzie assolute, ma era già qualcosa. La guerra ha chiuso quella, i diplomatici soprattutto europei lamentano di non avere più alcun controllo. Gli iraniani, però, potrebbero accettare di nuovo gli ispettori Aiea in cambio della certezza di non essere sottoposti a nuovi attacchi.

Nei giorni scorsi la Francia ha fatto ricorso alla minaccia dello «snapback», ovvero il meccanismo previsto dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015 (firmato anche dalla Russia, dal quale gli Usa di Trump sono usciti nel 2018), che prevede il ritorno delle sanzioni contro l’Iran su richiesta di uno degli Stati firmatari. L’obiettivo è convincere l’Iran a tornare alla trattativa, dopo i raid di Israele e Usa, e per questo Macron nei giorni scorsi ha più volte parlato con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e poi con il capo dell’Aiea, l’argentino Rafael Grossi.

È nell’ambito di questa iniziativa diplomatica sul nucleare iraniano che Macron ieri ha chiamato Putin. Entrambi si sono trovati d’accordo sulla necessità che l’Iran resti fedele al Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari, e sul fatto che le crisi nel Medio Oriente debbano essere risolte «per via diplomatica e non militare». Il Cremlino ha poi comunicato che Putin ha insistito sul «diritto dell’Iran di sviluppare il programma di nucleare civile», diritto che peraltro nessuno contesta neanche in Occidente.

Fin qui, il dialogo è andato avanti senza strappi, e Macron allora ha colto l’occasione per affrontare anche la questione dell’Ucraina. Certo non nella speranza che una telefonata potesse ottenere la pace. Lo scopo del colloquio era riportare la Francia e l’Europa al centro della discussione, uscendo dal ruolo di spettatrici al quale le iniziative più o meno estemporanee di Donald Trump sembrano averle relegate.

Il senso della telefonata era la telefonata stessa, e soprattutto l’impegno di Macron e Putin di «continuare a scambiarsi le idee» sul conflitto in Ucraina: questo sembra essere l’unico vero risultato del colloquio di ieri sera. Una linea diretta — interrotta dopo l’11 settembre 2022, allora si parlò della centrale nucleare di Zaporizhzhia — è stata ristabilita, e Trump non sarà più il solo a vantare un dialogo con il Cremlino. Per il resto, le posizioni restano le stesse: Macron ha ribadito «il sostegno incondizionato della Francia alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina», Putin ha risposto che qualsiasi negoziato di pace dovrebbe affrontare «le cause profonde della crisi», ovvero «la politica degli Stati occidentali che da anni ignorano gli interessi di sicurezza della Russia», e Macron ha replicato di non essere per niente d’accordo proprio su queste cause profonde. Poi, il presidente francese ha chiamato l’amico Volodymir Zelensky per rassicurarlo: nonostante la ripresa del dialogo con Mosca, la Francia resta dalla parte dell’Ucraina.

Elon Musk furioso minaccia di fondare un partito. Trump controbatte: «Senza sussidi te ne torni in Sudafrica»

Il nuovo botta e risposta del presidente Usa con Mister Tesla

Il patto fra Trump e Musk che colava miele fino a febbraio («amo Donald quanto un uomo etero può amare un altro uomo», parola di Elon) era andato in frantumi da tempo con scambi di accuse feroci. Poi settimane di tregua dopo che l’imprenditore si era scusato riconoscendo di aver esagerato. Ora il nuovo incendio appiccato da Musk (mentalmente instabile? O si era illuso che il presidente gli sarebbe venuto incontro cambiando rotta senza troppo clamore?) ha già i bagliori di una lotta all’ultimo sangue: Elon pronto a sfidare il leader fondando il suo nuovo America Party se diventeranno legge le norme di bilancio approvate ieri dal Senato che lui considera disastrose. Fino al punto di fare campagna contro i parlamentari repubblicani favorevoli a quello che ha definito un «disgustoso abominio» per impedire la loro rielezione, «dovesse essere l’ultima cosa che faccio sulla Terra».

Trump, si sa, non è tipo che si metta a cercare mediazioni o a smussare gli angoli. E non ha remore se deve trasformare vecchi amici in avversari da polverizzare, se si ribellano o non gli servono più. I dubbi sull’opportunità di uno scontro col maggior finanziatore e più entusiasta attivista della sua campagna elettorale li aveva già accantonati da tempo.

Digerita anche l’accusa di essere un ingrato perché «senza di me ora non saresti alla Casa Bianca». Ora va oltre: non solo torna sulla minaccia di togliere i contratti federali a SpaceX (significherebbe bloccare tutti i programmi della Nasa fortemente dipendenti dalle aziende di Elon). Con la solita oratoria rimbombante e insinuante semina dubbi sulla legittimità della cittadinanza Usa del miliardario che vive, ha studiato e fondato imprese in America da quando aveva 21 anni (ora ne ha 54).

Ai giornalisti che gli chiedono se intende deportarlo come fa coi clandestini venezuelani, risponde «non so, dobbiamo guardare dentro alla questione», ma intanto scrive nottetempo sui suoi social che «Elon ha ottenuto più sussidi di qualunque altro essere umano nella storia: senza di quelli dovrebbe chiudere bottega e tornarsene a casa sua in Sudafrica». Poi, guidato dalla voglia di dare spettacolo e dal gusto del paradosso, la diabolica idea di usare il Doge, la creatura tagliaspese ideata da Musk, contro di lui: «Forse il Doge dovrebbe occuparsi di Musk: niente più missili, satelliti, auto elettriche. E noi risparmieremmo una fortuna». 

Davanti alle minacce del presidente, Musk è disarmato, ma non ci sta a farsi bullizzare: sfida Trump a fare quello che minaccia (di sussidi ne ha ricevuti, ma non molti, i 22 miliardi pubblici di SpaceX vengono da contratti vinti battendo la concorrenza) e poi torna ad accusare la manovra economica del governo repubblicano che, oltre a far crescere il debito in modo insostenibile, danneggia le industrie del futuro (tasse per energia solare ed eolica) mentre continua a sovvenzionare quelle, inquinanti, del passato (petrolio e carbone).

Poi va oltre: ennesimo referendum tra i suoi 222 milioni di follower su X. Chiede se sia accettabile la misura inserita in una riga della legge finanziaria con la quale viene indebolito il ruolo dei tribunali che contestano la legalità delle misure di un governo che spesso ignora le loro disposizioni. Questa misura, pensata soprattutto per perseguire gli immigrati clandestini, non è da respingere perché lascia spazio ad abusi del presidente? Otto anni fa Peter Thiel, convinto di poter incidere sulle scelte di Trump, venne messo alla porta. Lasciò la Casa Bianca senza fare chiasso: deluso, confessò di capire poco del gioco politico.

Musk non intende uscire di scena in silenzio, ma anche lui fatica a capire come Trump crea consenso: la legge sul bilancio farà esplodere il debito, ma a quel punto Trump non sarà più presidente, mentre oggi misure come la detassazione degli straordinari e delle mance in ristoranti e alberghi sono piuttosto popolari. Né si vede come il partito di Musk potrebbe diventare una grande forza popolare.

Trump inaugura «Alligator Alcatraz», prigione per migranti.

«Pericolosa? Non me ne frega niente»

La contestata struttura sorge tra le paludi infestate da pericolosi rettili. Può ospitare fino a 5.000 persone

“È conosciuta come l’Alcatraz degli alligatori, il che è molto appropriato, perché ho guardato fuori, e non è un posto in cui vorrei fare un’escursione a breve, ma molto presto questa struttura ospiterà alcuni dei migranti più pericolosi e alcune delle persone più feroci del pianeta». Così ha detto il presidente americano Donald Trump, subito dopo l’inaugurazione del nuovo centro di detenzione per migranti, chiamato «Alligator Alcatraz» e situato in una zona paludosa delle Everglades, in Florida. Trump è stato accompagnato dal governatore della Florida, Ron DeSanctis, con cui il presidente ha ritrovato «un ottimo rapporto», dopo che DeSanctis lo aveva sfidato alle primarie per le presidenziali del 2024.

Sulle paludi della Florida, le famose Everglades popolate da alligatori, coccodrilli e pitoni, dunque da oggi sorge il nuovo controverso centro di detenzione per migranti illegali, Un carcere che può accogliere fino a 5.000 persone e che, secondo le stime dei media americani, costerà ben 450 milioni di dollari l’anno. Tecnicamente un luogo di sosta in attesa dell’espulsione ma che, ha avvertito il commander-in-chief, «potrebbe essere più duro della prima Alcatraz». Da tempi Trump accarezza l’idea di riparare il carcere di massima sicurezza nella baia di San Francisco per adibirla a centro di detenzione migranti, come è accaduto a Guantanamo. Per il momento dovrà accontentarsi della struttura costruita in tempi record dal governatore della Florida . 

Un detenuto dovesse tentare la fuga sarebbe massacrato da un alligatore o da un coccodrillo. Ma The Donald ha anche dichiarato che non gli interessa. «Non me ne frega niente, non è carino ma è così», ha detto perfino fornendo qualche consiglio su come fuggire da uno di quegli enormi e letali anfibi. «Devi correre a zigzag, così le tue chance di sopravvivere aumentano dell’1%», ha scherzato il tycoon che nello Stato dei coccodrilli è di casa, avendo il suo resort di Mar-a-Lago a pochi chilometri dal nuovo centro. 

Come funzionerà la nuova struttura non è chiaro. Secondo la segretaria agli Interni Kristi Noem servirà come un appoggio per i migranti in attesa di espulsione. Le autorità per l’immigrazione stanno intensificando gli arresti fino a 3.000 al giorno e l’amministrazione intende raddoppiare il numero attuale di posti letto per la detenzione dei migranti a livello nazionale, portandoli a 100.000. Per questo dalla Florida la segretaria ha esortato «tutti gli Stati americani a creare centri come `Alligator Alcatraz´» ed ha invitato i migranti senza documenti ad «autoespellersi» prima di essere arrestati. Secondo la segretaria degli Interni sarebbero oltre un milione le persone che hanno deciso di lasciare volontariamente gli Stati Uniti finora e magari ritentare di tornare legalmente. 

Per rispondere alla manifestazioni di questi giorni DeSantis ha sottolineato che la struttura è temporanea e necessaria per alleviare gli oneri sulle forze dell’ordine e sulle carceri dello stato, che hanno visto un afflusso eccezionale di migranti, come conseguenza del pugno duro dell’amministrazione. Il governatore repubblicano ha anche assicurato che `Alligator Alcatraz´ è un luogo sicuro, «dotato di aria condizionata» e costruito per resistere agli uragani che ogni anno colpiscono la Florida. Tuttavia, le proteste non si sono placate e non solo da parte delle organizzazioni per i diritti dei migranti che temono per le loro condizioni ma anche da parte degli ambientalisti e delle comunità di nativi americani che considerano sacra l’area su cui sorge.

Il presidente della Fed Jerome Powell

Powell nel mirino di Trump, ma non si piega: «Ecco perché la Fed non taglia i tassi, la direzione presa dagli Stati Uniti non è sostenibile»

Il presidente delle Federal Reserve fa il pieno di applausi alla Bce

 Jerome Powell è un uomo sotto pressione e non riesce più a nasconderlo fino in fondo. Il presidente della Federal Reserve è stanco, teso. Ogni frase gli esce scarna, oggettiva e pensata soprattutto per proteggere la sua banca centrale dall’assalto aperto alla sua indipendenza. Lo è anche quando si tratta di recapitare messaggi sgraditi alla Casa Bianca sul bilancio pubblico o sugli stablecoin, sui quali il presidente degli Stati Uniti punta anche per il proprio arricchimento personale. Era stato lo stesso Donald Trump a nominare Powell la prima volta alla guida della Federal Reserve nel 2018, durante il suo primo mandato alla Casa Bianca; nel secondo gli sta riservando solo critiche e insulti («stupido, ottuso»), perché il banchiere centrale non risponde alle ingiunzioni di abbassare i tassi per ridurre il costo in interessi di un debito pubblico che Trump stesso alimenta con sempre nuovi tagli alle tasse dei ricchi. Appena un giorno prima che il leader della Fed apparisse sul palco del Forum della Banca centrale europea, il tycoon ha pubblicato una nota personale che gli aveva fatto avere: «Jerome, come al solito sei in ritardo. Sei costato agli Stati Uniti una fortuna e continui. Dovresti tagliare i tassi, di parecchio!».

L’applauso dell’establishment europeo

Ventiquattrore dopo, ecco Powell sul palco della Bce a Sintra. Sembra informale solo nella misura in cui il «dress code» non prevede la cravatta, per il resto è sorvegliatissimo. Già la sera prima alla cena del Forum Christine Lagarde, la sua pari grado della Bce, aveva invocato per lui una lunga ovazione. Nel seminario Powell stesso, senza cercarla, ne incassa un’altra quando gli viene chiesto di Trump e lui risponde piatto: «Sono molto concentrato nel fare il mio lavoro. Solo su questo, al cento per cento. Dobbiamo onorare il nostro mandato che prevede il massimo dell’occupazione, un’inflazione sotto controllo e la stabilità finanziaria».
Ma l’applauso dell’establishment europeo all’ americano che non si piega a Trump è forse solo un modo della sala di sublimare la propria impotenza. Bruxelles è sul punto di accettare il protezionismo della Casa Bianca senza reagire, sperando giusto che non sia troppo aggressivo. Powell invece non è sul punto di cedere alle pressioni. Quando gli viene chiesto se avrebbe di nuovo tagliato i tassi della Fed se non ci fossero stati i dazi – l’ultima sforbiciata è di un mese prima del ritorno di Trump al potere – la risposta del capo della Fed non lascia appigli. Si sente che ha studiato dai gesuiti: «Ci siamo fermati quando abbiamo visto la dimensione dei dazi e l’aumento delle aspettative d’inflazione» dice, proprio perché nuove tasse alla frontiera possono far salire i prezzi dei prodotti importati. «La cosa prudente da fare era di mettersi fermi e aspettare. Stiamo aspettando».

Il successore

Powell non esclude riduzioni del costo del denaro non appena eventuali dati in peggioramento lo giustifichino, ma non si dà scadenze. «Ho poco più di dieci mesi – aggiunge Powell, il cui mandato scade a maggio prossimo –. Tutto quello che voglio è lasciare ai miei colleghi stabilità dei prezzi e un’economia in buona forma». Christopher Waller invece, che siede nel consiglio dei governatori della Fed, si è già allineato a Trump proponendo un taglio dei tassi questo mese. Spera di prendere il posto di Powell e a Sintra c’è anche lui, ma nei seminari non apre bocca. Lo si nota più facilmente al bar dell’hotel pomeriggio e sera — shorts, maglietta e maniche corte e infradito da turista del Missouri — davanti a un vasto bicchiere di birra. Ma è anche possibile che fra quei due, Powell e Waller, vada in scena un gioco delle parti: l’attuale capo della Fed potrebbe sperare che sia Waller a succedergli, perché l’alternativa sarebbe una presa di possesso diretta di Trump mandando alla banca centrale il suo segretario al Tesoro Scott Bessent.

Eroe per caso

Di certo Powell continua a non piegarsi. Dei tagli di tasse del presidente dice che «gli Stati Uniti non possono andare avanti con questo deficit a lungo, la direzione non è sostenibile». Delle fughe in avanti con gli stablecoin, aggiunge che «condivide le preoccupazioni» di Lagarde, da cui era arrivata una messa in guardia contro la «privatizzazione del denaro». In Europa, l’inappuntabile Powell è diventato un eroe per caso. Ma quando tornerà a Washington dovrà dare fondo a tutto il suo — notevole — autocontrollo.

Zelensky, contatti con Usa per definire supporto militare

 (ANSA-AFP) – “Attualmente, a livello operativo tra Ucraina e Stati Uniti, si stanno definendo tutti i dettagli della fornitura di supporto alla difesa, inclusa la componente di difesa aerea. In un modo o nell’altro, dobbiamo garantire la protezione del nostro popolo”.

Lo afferma Volodymyr Zelensky nel suo discorso serale dopo che la Casa Bianca ha annunciato la sospensione dell’invio di alcune forniture militari a Kiev. Il ministro degli Esteri ha poi rilanciato l’offerta di “acquistare” difese aeree dagli americani, oppure pagare per ottenerle temporaneamente.

Ucraina:allarme Kiev per stop armi Usa,Mosca esulta

(AGI) –  Allarme a Kiev per la decisione annunciata dall’amministrazione Trump di sospendere gli aiuti militari all’Ucraina. Il Ministero della Difesa ucraino ha fatto sapere di non avere ancora ricevuto alcuna comunicazione ufficiale in merito all’interruzione o al ritardo delle spedizioni di aiuti militari statunitensi, e sta lavorando per chiarire la situazione dopo le segnalazioni di consegne sospese.

Ma che Washington abbia deciso una stretta sull’invio di armamenti e’ stato annunciato direttamente da una portavoce della Casa Bianca: “Questa decisione e’ stata presa per mettere al primo posto la sicurezza nazionale americana a seguito di una revisione del Dipartimento della Difesa sull’assistenza militare globale”, ha dichiarato Anna Kelly, vice-addetta stampa della Casa Bianca.

Mykhail Podolyak, consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha fatto sapere che “le consegne proseguono ancora oggi”, ma “sembrerebbe molto strano, disumano, interrompere la fornitura di sistemi antimissile, in particolare dei Patriot, che proteggono in modo assolutamente evidente la popolazione civile in Ucraina su larga scala”.

Secondo i media Usa infatti, tra le armi che Washington avrebbe deciso di non inviare a Kiev ci sono anche i sistemi di difesa aerea e di artiglieria Patriot, armi di cui l’Ucraina afferma di avere urgente bisogno dopo i massicci attacchi con droni e missili sulle citta’ del Paese delle scorse notti.

Il ministero degli Esteri ucraino ha convocato John Ginkel, vice capo dell’ambasciata statunitense a Kiev, per sottolineare “l’importanza critica” delle forniture militari americane: “Qualsiasi ritardo o esitazione nel sostenere la difesa dell’Ucraina non fara’ altro che incoraggiare l’aggressore a continuare la guerra”, ha affermato il ministero in una nota.

La notizia infatti viene accolta con favore da Mosca: “Meno armi verranno consegnate all’Ucraina, prima terminera’ l’operazione militare speciale”, ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov.

Il congelamento degli aiuti militari arriva in un momento critico per l’Ucraina, che si trova ad affrontare pesanti attacchi russi e sta perdendo terreno su alcune parti della linea del fronte. Per rafforzare l’offensiva russa, riporta la Cnn che cita fonti dell’intelligence ucraina, la Corea del Nord inviera’ fino a 30.000 soldati nei prossimi mesi. I militari di Pyongyang si aggiungerebbero agli 11.000 inviati a novembre per respingere l’incursione Ucraina nella regione russa del Kursk.

MEDVEDEV, 210.000 ARRUOLATI A PAGAMENTO IN 6 MESI IN RUSSIA 

(ANSA) – MOSCA, 02 LUG – Sono stati “più di 210.000” i russi che si sono arruolati a contratto nelle forze armate nella prima metà del 2025, e altri 18.000 si sono uniti alle “unità di volontari”. Lo ha detto il vice segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale, Dmitry Medvedev.

Lo stesso Medvedev lo scorso gennaio aveva detto che nel 2024 i contrattisti arruolati erano stati 450.000 e quelli entrati nelle formazioni di volontari 40.000. Mentre nel 2023, secondo quanto affermato lo scorso anno dal presidente Vladimir Putin, i contrattisti arruolati erano stati 486.000.

Alla fine del 2023 Putin aveva detto che due terzi dei militari impiegati a quel tempo in Ucraina erano contrattisti e un terzo riservisti richiamati alle armi. Lo scorso anno la testata Moscow Time aveva scritto che lo stipendio mensile minimo di un soldato a contratto in Russia era di 210.000 rubli (oltre 2.000 euro), vale a dire tre volte di più del reddito medio del Paese, a cui andavano aggiunti una serie di corposi benefit.

UCRAINA: NORD COREA INVIERA’ A MOSCA ALTRI 30 MILA UOMINI

(AGI) – Roma, 2 lug. – La Corea del Nord inviera’ fino a 30.000 soldati per rafforzare le forze russe. Lo rivelano alcuni funzionari ucraini sulla base di una valutazione dell’intelligence. Lo studio, visionato dalla Cnn, spiega che le truppe potrebbero arrivare in Russia nei prossimi mesi, aggiungendosi agli 11.000 inviati a novembre per respingere l’incursione ucraina nella regione russa di Kursk.

Circa 4.000 di questi soldati nordcoreani sono rimasti uccisi o feriti durante lo schieramento, secondo funzionari occidentali. Secondola valutazione il ministero della Difesa russo sarebbe in grado di fornire “equipaggiamento, armi e munizioni necessari” con l’obiettivo di “un’ulteriore integrazione con le unita’ di combattimento russe”.

Il documento aggiunge che “esiste una grande possibilita’” che le truppe nordcoreane siano impegnate in combattimenti in zone dell’Ucraina occupata dai russi “per rafforzare il contingente russo, anche durante le operazioni offensive su larga scala”.