TRUMP, UN INFLUENCER ALLA CASA BIANCA – IL PRESIDENTE AMERICANO LANCIA IL PROFUMO “VICTORY 45-47”, IN RIFERIMENTO AI SUOI DUE MANDATI (IL 45ESIMO E IL 47ESIMO) E FA CAMPAGNA SUI SOCIAL COME UNA MODELLA POPPUTA QUALUNQUE: “PRENDETE UNA BOCCETTA, E NON DIMENTICATE DI PRENDERNE UN’ALTRA PER I VOSTRI CARI” – SNEAKER, LE CHITARRE, GLI OROLOGI, CRIPTOVALUTE: OGNI SCUSA È BUONA PER IL TYCOON PER MONETIZZARE. IL COSTO DEL PROFUMO È DI…

TRUMP LANCIA IL PROFUMO VICTORY 45-47, ‘È FORZA E SUCCESSO’

(ANSA) – Arriva il profumo di Donald Trump. Il presidente americano lancia ‘Victory 45-47’, in riferimento ai suoi due mandati e spiega che si chiama così perché ha a che fare con la “vittoria, la forza e il successo”.

I profumi sono per uomini e donne. “Prendete una boccetta, e non dimenticate di prenderne un’altra per i vostri cari”, afferma Trump sul suo social Truth. Il profumo costa 249 dollari, ma sul sito del presidente Usa c’è un’offerta per comprare due flaconi e risparmiare 100 dollari. 

TRUMP E MUSK NON SI RENDONO CONTO CHE LE LORO DECISIONI HANNO UN IMPATTO SU MILIONI DI PERSONE – LA RIDUZIONE DEGLI AIUTI INTERNAZIONALI DECISA DALL’AMMINISTRAZIONE TRUMP POTREBBE CAUSARE ENTRO IL 2030 OLTRE 14 MILIONI DI MORTI IN PIÙ TRA I PIÙ VULNERABILI, UN TERZO DEI QUALI BAMBINI – E’ LA STIMA DI UNO STUDIO RIPORTATO DALLA RIVISTA SCIENTIFICA “LANCET”: IL TAGLIO DEI FINANZIAMENTI “RISCHIA DI INTERROMPERE BRUSCAMENTE, O ADDIRITTURA INVERTIRE, DUE DECENNI DI PROGRESSI NELLA SALUTE DELLE POPOLAZIONI VULNERABILI”

(ANSA) – NEW YORK, 30 GIU – La riduzione degli aiuti internazionali decisa dall’amministrazione Trump potrebbe causare entro il 2030 oltre 14 milioni di morti in più tra i più vulnerabili, un terzo dei quali bambini. E’ la stima di uno studio riportato dalla rivista Lancet. Il taglio dei finanziamenti “rischia di interrompere bruscamente, o addirittura invertire, due decenni di progressi nella salute delle popolazioni vulnerabili. Per molti Paesi a basso e medio reddito, lo shock che ne deriverebbe sarebbe di portata paragonabile a quella di una pandemia globale o di un grave conflitto armato”, ha detto uno degli autori dello studio.

Musk critica budget di Trump, ‘chi lo vota dovrebbe vergognarsi’

(ANSA) –  Elon Musk torna a criticare il ‘big beautiful bill’ di Donald Trump.

“È evidente, con la spesa folle di questo disegno di legge che aumenta il tetto del debito di un record di cinquemila miliardi di dollari, che viviamo in un paese con un unico partito, il partito del maiale.

È ora di un nuovo partito politico che si preoccupi davvero delle persone”, ha scritto Musk su X attaccando il budget del presidente che contiene tutte le sue promesse elettorali. “Ogni membro del Congresso che ha fatto campagna per ridurre la spesa e poi ha immediatamente votato per il più grande aumento del debito della storia dovrebbe vergognarsi. E perderanno le primarie nei prossimi anni, anche se fosse l’ultima cosa che faranno su questa Terra”..

Usa, Trump: senza sussidi Musk dovrebbe tornare in Sudafrica

(askanews) – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha suggerito al miliardario sudafricano Elon Musk, fino a poco tempo fa il suo più stretto alleato e ora feroce critico delle sue iniziative fiscali, di “chiudere bottega e tornare in Sudafrica” nel caso in cui dovesse restare “senza sussidi” per le auto elettriche.

“Elon Musk sapeva, molto prima di sostenere con tanto vigore la mia candidatura alla presidenza, che mi opponevo fermamente all’obbligo di veicoli elettrici. È ridicolo, ed è sempre stato un tema centrale della mia campagna. Le auto elettriche sono fantastiche, ma non tutti dovrebbero essere costretti a possederne una”, ha scritto Trump sul social Truth.

“Elon potrebbe ricevere molti più sussidi di qualsiasi altra persona nella storia, e senza sussidi, probabilmente dovrebbe chiudere bottega e tornare in Sudafrica. I lanci di razzi, i satelliti e la produzione di auto elettriche cesserebbero, e il nostro Paese risparmierebbe una fortuna. Forse dovremmo chiedere a DOGE di valutare attentamente la questione? Un sacco di soldi da risparmiare!!!”, ha aggiunto Trump.

La forte intesa tra Trump e Musk, uno dei maggiori finanziatori della campagna elettorale del presidente e, fino a poco tempo fa, direttore del Dipartimento per l’Efficienza Energetica degli Stati Uniti, si è interrotta con un acceso scambio di battute all’inizio di giugno, dopo che l’imprenditore ha attaccato il piano fiscale del presidente. Il presidente ha attribuito le critiche di Musk al suo “One Big, Beautiful Bill”, ai tagli proposti ai sussidi per le auto elettriche per miliardi di dollari.

Musk aveva precedentemente lasciato la carica di direttore del Dipartimento per l’Efficienza Energetica (DOGE), creato da Trump all’inizio del suo secondo mandato per ridurre gli sprechi e ristrutturare le agenzie federali statunitensi.

Qualche giorno fa, era quindi tornato a criticare l’iniziativa fiscale di Trump, avvertendo che avrebbe alzato il tetto del debito a 5.000 miliardi di dollari e avrebbe fatto precipitare gli Stati Uniti nella “schiavitù del debito”.

Gli analisti prevedono un possibile default degli Stati Uniti entro agosto se Repubblicani e Democratici non raggiungeranno un accordo sull’innalzamento del tetto del debito, un argomento spesso usato come arma politica da entrambi i partiti.

Apple sconfitta in tribunale, verso processo antitrust

(ANSA) – Apple sconfitta in tribunale. Un giudice federale Usa ha respinto la richiesta di Cupertino di archiviare una causa antitrust intentata dal governo americano, consentendo al caso che contesta il presunto monopolio del colosso tecnologico nel mercato degli smartphone di procedere.

Secondo il giudice distrettuale Julien Neals, il governo Usa ha dimostrato che Apple mantiene un potere monopolistico nei mercati degli smartphone e adotta comportamenti anticoncorrenziali per mantenere tale posizione dominante.

La causa, presentata a marzo 2024 dalla divisione antitrust del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e da 20 stati, accusa Apple di monopolizzare illegalmente i mercati degli smartphone attraverso restrizioni agli sviluppatori di app e ai produttori di dispositivi che limitano la concorrenza e l’innovazione.

La Ue teme l’effetto global tax, imposte sul web a rischio

L’accordo al G7 mina i tributi sui colossi tecnologici. Von der Leyen: “Questione di equità”. Sefcovic torna a Washington

Le nostre leggi non sono in discussione». È la precisazione formulata ieri dalla Commissione europea in relazione all’accordo siglato dal G7 sulla Minimum global tax che prevede un’esenzione per le aziende americane. Ma se le norme Ue non vengono toccate da quell’intesa, le “web tax” nazionali sì. E anche quella che Bruxelles ha minacciato di imporre.

La Minimum tax del 15 per cento, concordata ormai quasi quattro anni fa, infatti, era lo strumento per contrastare l’elusione fiscale di molte società — soprattutto le Big Tech, ma non solo — che pur facendo affari in molti Paesi del mondo, fissano la sede legale nei cosiddetti “paradisi fiscali”. Donald Trump aveva sempre contestato questa soluzione — per alcune parti infatti l’applicazione negli Stati Uniti era considerata transitoria — utilizzando come argomento che le compagnie statunitensi già pagano le tasse in Usa. In particolare faceva riferimento alla “Global Intangible Taxed Income”. A suo giudizio, dunque, si tratta di un’imposta extraterritoriale «illegale». Peraltro al momento prevista solo nell’Unione europea, in Giappone e in Corea del sud. Due “giganti” come India e Cina, tanto per fare un esempio, non l’hanno mai recepita.

E in effetti la “deroga” — che avvantaggia soprattutto chi opera online e quindi le Big Tech — per le imprese a stelle e strisce non modifica la normativa europea. Perché? Perché il “Digital Market act” e il “Digital Services Act” sono un insieme di regole volte in primo luogo a tutelare gli utenti, i cittadini. Hanno come obiettivo quello di garantire la trasparenza e la concorrenza e non di imporre una tassa. «La nostra legislazione — ha quindi sottolineato una portavoce della Commissione Ue — non è sul tavolo. Non è aperta ai negoziati. E questo include anche, ovviamente, la nostra legislazione sul digitale. Il Dma e il Dsa non sono sul tavolo nei negoziati commerciali con gli Stati Uniti».

Ma l’accordo in sede G7 rischia invece di compromettere o almeno di rendere molto più complicata, la possibilità di introdurre la “Web tax europea”. Ossia una delle armi brandite a Bruxelles nel negoziato sui dazi. E uno degli obiettivo di equità fiscale e di parità di condizioni tra aziende che l’Unione studia da tempo. Di fatto, dunque, mina il nucleo delle “web tax nazionali”, le “Digital Services Taxes” vigenti in Italia, Francia, Spagna, Austria, Gran Bretagna, Turchia e India. Paesi che ora dovranno stabilire come comportarsi. «La tassazione nazionale — ha infatti ricordato la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, mettendo le mani avanti — è la fonte di finanziamento più sostenibile per servizi come l’assistenza sanitaria o l’istruzione, e un sistema fiscale equo è fondamentale per attrarre investimenti privati. Per questo motivo dobbiamo dare attuazione all’accordo G20-Ocse sulle norme fiscali internazionali per le imprese. Ciò rafforzerà le entrate nelle economie in via di sviluppo. Ed è anche una questione di equità, perché tutti dovrebbero pagare la loro giusta quota».

In questo quadro il commissario dell’Unione al Commercio, Maros Sefcovic, volerà oggi di nuovo a Washington per trattare sui dazi e provare a siglare un armistizio nella guerra commerciale. «Posso solo dirvi — è la sua posizione — che vogliamo ottenere il massimo possibile, qualcosa che sia equo per entrambe le parti». Ma forse adesso le sue armi sono un po’ meno affilate.

Dazi: Bloomberg,Ue verso ok 10% Usa con riduzioni settoriali

(AGI) – L’Unione europea sarebbe pronta ad accettare dazi universali del 10% da parte degli Stati Uniti, ma vuole ottenere da Washington la riduzione delle tariffe in alcuni settori chiave.

Lo riporta Bloomberg, citando fonti informate sulla questione. Secondo Bloomberg, nel mirino dei negoziatori Ue ci sono settori come la farmaceutica, gli alcolici, i semiconduttori e gli aeromobili commerciali. I negoziatori europei starebbero inoltre spingendo per ottenere quote ed esenzioni per ridurre di fatto la tariffa del 25% di Washington su automobili e componenti auto, nonche’ la tariffa del 50% su acciaio e alluminio.

Secondo le fonti, un accordo cosi’ strutturato sarebbe leggermente favorevole agli Stati Uniti, ma comunque accettabile per la Commissione europea.

I funzionari hanno inoltre delineato quattro scenari possibili prima della scadenza della prossima settimana: un accordo con un livello di asimmetria accettabile; un’offerta squilibrata dagli Usa che l’Ue non potrebbe accettare; la proroga della scadenza per continuare i negoziati; infine, l’abbandono dei colloqui da parte di Trump e l’aumento dei dazi, che porterebbe l’Ue a rispondere con tutte le opzioni a propria disposizione.

Gaza, strage all’internet café. Il Papa: “Basta usare la fame come arma di guerra”

Quasi 70 morti negli attacchi di Israele mentre si spera nella tregua. Il premier israeliano è atteso da Trump alla Casa Bianca il 7 luglio

Quasi 70 morti: almeno 30 in un caffè nei pressi del porto di Gaza city – uno degli unici posti rimasti per avere accesso a internet – 15 nelle strade della città, 22 mentre tornavano da un centro di distribuzione di aiuti vicino a Rafah, nel Sud. La popolazione di Gaza ha pagato ieri un tributo di sangue altissimo anche per i suoi standard drammatici. Una strage, in giorni in cui Israele e il mondo trattengono il fiato nella speranza di un rapido cessate il fuoco.

Il bilancio delle vittime è il risultato della campagna militare israeliana, che nelle ultime 72 ore non ha fatto che crescere di intensità: nel mirino dell’Idf e dell’aviazione c’è il nord della Striscia, ma anche Gaza City, dove è radunata buona parte della popolazione, e il sud: qui intorno ai centri di distribuzione degli aiuti, da giorni c’è caos.

La speranza di molti è che Israele punti a un picco dell’offensiva, prima di arrivare a una diminuzione, se non a uno stop totale, degli attacchi: così era avvenuto in occasione delle precedenti tregue, così è accaduto nei giorni scorsi prima che Donald Trump imponesse lo stop sull’Iran.

Tra le vittime del caffè colpito ieri anche un giornalista, Ismail Abu Hatab. Una sua collega è stata ferita. Salgono a 228 i reporter uccisi nella Striscia dal 7 ottobre 2023, secondo il calcolo di Al Jazeera.

I segnali di un cambio di rotta che così tante persone aspettano potrebbero arrivare da Washington: ieri sera Benjamin Netanyahu ha riunito di nuovo il governo per parlare di un possibile cessate il fuoco, registrando il “no” dei ministri dell’ultradestra a qualunque prospettiva di tregua. Ma è da Ron Dermer, a Washington per parlare con Trump e con il suo inviato per il Medio Oriente Steve Witkoff, che potrebbero giungere le parole più significative: in particolare, come primo segnale di flessibilità, l’ok di Israele all’aumento degli aiuti. Dermer prepara la visita di Netanyahu alla Casa Bianca annunciata per il 7.

La situazione da questo punto di vista è drammatica: ieri l’esercito israeliano ha ammesso le sue responsabilità nella morte di circa 500 persone in coda per ricevere aiuti, in particolare nei centri della Gaza Humanitarian Foundation nel sud della Striscia, impegnandosi a rivedere le regole di ingaggio. Ieri la Ghf ha denunciato l’uccisione di 12 dei suoi dipendenti locali.

Un appello deciso al cambio di passo è stato lanciato dal Papa in occasione del messaggio inviato alla Fao (l’agenzia Onu per il cibo e l’agricoltura, che ha sede a Roma). «Oggi assistiamo, sgomenti, all’uso iniquo della fame come arma di guerra. Affamare una popolazione è un modo molto economico per fare la guerra», ha scritto Leone XIV. «È tempo che il mondo adotti limiti chiari, riconoscibili e concordati per punire questi abusi e perseguire i responsabili e gli autori. Rinviare la soluzione a questa situazione devastante non aiuterà; al contrario, l’angoscia e le difficoltà dei bisognosi continueranno ad accumularsi». Parole forti, che non saranno accolte con piacere qui in Israele: il governo di Benjamin Netanyahu non ha mai gradito la presa posizione forte di papa Francesco contro la guerra e la sua costante attenzione alla comunità cristiana di Gaza, rifugiata nella parrocchia cattolica che ieri – di nuovo – era nel pieno della zona dei combattimenti. Leone non ha finora preso posizioni così aperte ma – confermano diverse fonti a Gerusalemme – segue molto da vicino la situazione nella Striscia.

USA: TRUMP, ‘DEPORTARE MUSK? CI DARO’ UN’OCCHIATA’

(Adnkronos) – “Dovremo darci un’occhiata”. Ha risposto così Donald Trump ai giornalisti che gli chiedevano se ci fosse la possibilità di deportare Elon Musk, dopo i suoi commenti critici verso la “One Big Beautiful Bill”.

“Potremmo dover far seguire Elon dal Doge (Dipartimento per l’Efficienza Governativa) – ha continuato il presidente americano – Il mostro che potrebbe tornare e mangiarsi Elon. Non sarebbe terribile? Riceve molte sovvenzioni”.

“Elon è molto arrabbiato per il fatto che il mandato per le auto elettriche sarà terminato. Ma vedi, non tutti vogliono un’auto elettrica – ha continuato Trump – forse la voglio benzina, forse elettrica o magari un’ibrida. Forse un giorno avremo un’auto a idrogeno”.

Tesla cala a Wall Street con attacchi Trump a Musk, -6,16%

 (ANSA) – Tesla in forte calo a Wall Street con gli attacchi di Donald Trump a Elon Musk. I titoli del colosso delle auto elettriche perdono il 6,16% nelle contrattazioni che precedono l’apertura dei mercati.

(Adnkronos) – Si è verificata un’esplosione sulla petroliera greca Vilamoura che trasportava circa un milione di barili di greggio al largo della Libia, a circa 80 miglia nautiche dalla città di Bengasi.

Lo ha reso noto un portavoce della compagnia di navigazione Tms Tankers, precisando che l’esplosione nella sala macchine si è verificata il 27 giungo dopo che la nave aveva lasciato il porto libico di Zuetina ed era diretta a Gibilterra.

La Vanguard Tech, società di consulenza sui rischi marittimi, ricorda che altre quattro esplosioni simili si sono verificate quest’anno su petroliere salpate da porti russi tra cui Novorossijsk, vicino alla penisola di Crimea. Tra queste, anche una al largo del porto di Savona, a febbraio.

La Vilamoura, che batte bandiera delle Isole Marshall, è di proprietà della Tms Tankers Ltd dell’armatore George Economou, a sua volta parte del Cardiff Marine Group di Economou. L’esplosione ha reso inutilizzabile il sistema di sterzo della petroliera, che è stata rimorchiata al Pireo. Non si sono verificati morti o feriti tra l’equipaggio.

La compagnia ha anche precisato che non ci sono rischi legati all’inquinamento ambientale dovuti alla fuoriuscita di petrolio in mare. Non ha invece indicato quali potrebbero essere le cause dell’esplosione. Secondo funzionari e analisti greci di Diaplous citati dal quotidiano Kathimerini, gli attacchi fanno probabilmente parte di operazioni di sabotaggio condotte da attori legati all’Ucraina. “L’uso di bombe magnetiche sulle petroliere richiede un alto grado di specializzazione e preparazione, un elemento che indica la presenza di autori sostenuti dallo Stato”, si legge in una nota di Diaplous.

SOLDATI UCRAINI A SUMY

Mosca ammassa truppe alle porte di Sumy. Kiev: “Non sfonderanno”

In cinquantamila premono ad appena 19 chilometri dalla città. Zelensky: “Situazione stabilizzata”. Ma continuano i raid dal cielo

È sceso in campo anche il presidente Volodymyr Zelensky, ieri, per tranquillizzare gli ucraini sulla crisi militare a Sumy: «Il piano russo di attaccare la città non si sta realizzando», dice. Il capoluogo del nord ucraino è ormai vicino ai «50mila soldati russi ammassati» da quelle parti, arrivati «a 19 chilometri dalla città» secondo il Wall Street Journal che insieme a Repubblica e ad alcuni media ucraini ha rilanciato ieri l’allarme sull’avanzata russa giunta così vicina a Sumy da metterla sotto tiro diretto di artiglieria.

La presenza di più di 50mila soldati russi a premere in questo quadrante strategico sotto la regione russa di Kursk, in cui penetrò la controffensiva ucraina lo scorso agosto, è un incubo materializzatosi dopo la cacciata degli ucraini da Sudzha, quando Putin visitò la regione e ordinò la creazione di una «zona cuscinetto» in territorio ucraino. Un’operazione che vuol dire trasformare in zona grigia una porzione ampia ucraina a ridosso del confine; e siccome Sumy si trova a solo 30 chilometri dalla Russia c’è il rischio che la manovra — già drammatica in sé — si traduca in una tappa decisiva per una nuova avanzata verso Kiev.

«Una settimana fa — dice Zelensky dopo avere incontrato i vertici militari — sono stati definiti compiti speciali, linee specifiche per le nostre truppe. A oggi alcuni compiti sono stati pienamente implementati, ed è importante: il piano russo non si sta realizzando». Lo stesso ha ribadito il capo delle forze armate, il generale Sirsky, definendo nuovamente «stabilizzata» la situazione a Sumy. Lo aveva già fatto alcuni giorni fa, ma non era bastato a spegnere l’allarme per i pezzi di artiglieria che dopo le ultime conquiste russe nel settore – avvenute il 22 e 23 giugno – avevano cominciato a bombardare pesantemente il paesino di Pishchane, a un solo chilometro dal capoluogo regionale. Le forze russe dislocate nel quadrante sono il triplo di quelle ucraine, ricostruisce il Wsj, ma nonostante ciò l’avanzata sarebbe in stallo.

Anzi, il sito del canale tv ucraino Tsn parla apertamente di «fallimento dell’offensiva d’estate russa» su tutta la linea del fronte: «Iniziata in estate, non ha portato al Cremlino i risultati attesi». Lo scrive raccogliendo le varie testimonianze dei giornali occidentali come il Telegraph britannico, e i rapporti del think tank americano Isw, l’Istituto di studi sulla guerra. Ma la situazione resta quantomeno complessa. Non solo per gli attacchi massicci aerei con droni e missili, ma anche per la pressione al fronte, che minaccia Sumy ma continua soprattutto una lenta e pericolosa avanzata a Est. Si sta concentrando in questa fase nella zona a nord e soprattutto a sud di Pokrovsk, nel Donbass.

Nei prossimi giorni ci si aspetta che venga fissata la data del nuovo appuntamento per il terzo round di negoziati, ma è difficile essere ottimisti. L’inviato di Trump in Ucraina, Keith Kellog, accusa Mosca con decisione: «Non può continuare a prendere tempo mentre bombarda obiettivi civili in Ucraina. I commenti di Peskov sui negoziati sono orwelliani. «Esortiamo a un cessate il fuoco immediato e a un avvio di colloqui trilaterali». Nell’attesa, Zelensky ha discusso con il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul, in visita a Kiev, l’invio di altri sistemi di difesa aerea Iris-T, dopo i sei consegnati ad aprile. Wadephul era accompagnato dai manager di aziende tedesche del settore della difesa: «Le armi tedesche salvano vite ucraine», twitta il ministro che ha promesso di aiutare Kiev a produrre più armi in tempi rapidi per poter «negoziare con più forza».

Ucraina, Putin lancia la seconda fase della sua campagna estiva

Forti della superiorità numerica, Mosca punta sul logoramento del nemico. Che è a pezzi. E i generali spingono anche nel Donbass

I russi non finiscono mai: più ne uccidiamo, più ne arrivano». Lungo i mille chilometri di fronte, ogni ufficiale ucraino ripete la stessa cosa e anche il comandante in capo Olexander Syrsky riconosce: «La loro principale strategia è sopraffarci con il numero». Ma in questo momento le forze di Mosca non si limitano a fare affidamento sulla quantità delle truppe e tutti i segnali indicano che è iniziata una grande offensiva, destinata a proseguire per l’intera estate. Valutarla secondo gli schemi delle guerre moderne e sminuirne la portata perché non ci sono sfondamenti clamorosi delle linee sarebbe un errore. L’obiettivo del Cremlino non è una vittoria travolgente: le sue brigate non sono più in grado di compiere manovre in profondità. Quello che cerca è il continuo logoramento dell’Ucraina, dei suoi militari, della sua popolazione, della sua economia.

I russi hanno ammassato 50 mila uomini nel distretto di Sumy: un contrattacco li ha fermati e per dieci giorni si sono riorganizzati; adesso stanno per tornare alla carica. Sono a circa 15 chilometri dalla periferia della città, su cui i cannoni pesanti hanno sparato un colpo di avvertimento: un messaggio per far capire che in qualsiasi momento possono rovesciare migliaia di proiettili. Secondo il generale Syrsky altri 110 mila fanti di Mosca premono sulle roccaforti del Donetsk meridionale e ci si prepara al peggio allestendo trincee nella confinante regione di Dnipropetrovsk.

L’esercito di Kiev è in seria difficoltà. «Ci mandano da un posto all’altro – ha scritto il tenente colonnello della Azov Bohdan Krotevych, catturato a Mariupol e rilasciato in uno scambio di prigionieri. Non ci lasciano respirare, non ci sono rotazioni. In difesa, senza fortificazioni. All’assalto, senza riserve. Gli ufficiali non guidano più in battaglia: racimolano quelli che restano in piedi. Lungo cinque-dieci chilometri ci sono al massimo dodici combattenti. La linea è tenuta da autisti, artiglieri, cuochi. Ma anche loro sono a pezzi. Degli uomini di un battaglione ne resta un quarto, molti dei quali hanno già sacrificato la loro integrità fisica e ora si occupano della manutenzione o di altro perché vogliono rimanere utili. Quando un altro battaglione arriva all’esaurimento, non riceve rinforzi ma viene “ricollocato”. Gli ordini dall’alto suonano come richiami isterici: “Riconquistate la posizione”, che non vale nulla. “Lanciate un attacco”, attraverso chilometri di terreno senza riparo, perdendo la gente solo per avvicinarsi».

Non è solo una questione di numeri: Mosca addestra ed equipaggia meglio i volontari reclutati grazie a paghe record. Inoltre i comandanti di Putin hanno elaborato nuove tattiche e sono riusciti a strappare agli ucraini la supremazia nei droni. Ne hanno di più, soprattutto pilotati con cavi in fibra ottica immuni dalle contromisure, e con prestazioni superiori. Li utilizzano per isolare i reparti di Kiev, dominando il cielo alle spalle dei capisaldi. «Sei fortunato se guidi per cinque chilometri dal fronte e il tuo mezzo resta intatto», ha dichiarato l’ufficiale di un’unità nel Donetsk orientale: «Per raggiungere le postazioni i miei uomini spesso devono camminare di notte per 15 chilometri». Sulla strada strategica che rifornisce Kramatorsk ci sono camion che sono stati distrutti pure a 30 chilometri di distanza.

Il bollettino quotidiano delle incursioni mostra quale sia il punto chiave dell’offensiva: Pokrovsk, il bastione del Donetsk, presa di mira da ben 37 assalti in un giorno. Il presidente Zelensky ieri ha discusso la situazione con i suoi generali: è stato spedito un reparto con i Leopard 2, i tank migliori, per ripristinare i collegamenti con la cittadina ridotta a un cumulo di macerie. L’intelligence però è preoccupata per i movimenti su Zaporizhzhia, dove domenica le avanguardie russe sono entrate a Kamenskoye e sostengono di avere teso un’imboscata ai commandos ucraini del Gur: ai parà di Mosca si sta aggiungendo un battaglione di ceceni.

I bombardamenti sui centri urbani contribuiscono ad aggravare il quadro. Nel mese di giugno sono stati lanciati oltre 5mila droni Shahed/Geran, che hanno testata potenziata e un visore ottico che fa da ricognitore. Tanti sono stati abbattuti; diversi sono piovuti su raffinerie, depositi di munizioni, fabbriche belliche. Sono danni che incidono sulle dotazioni dei militari, mentre allarmi ed esplosioni pesano sul morale di tutti gli ucraini.

POWELL, LA DIREZIONE DEL DEBITO USA NON È SOSTENIBILE

(ANSA) – ROMA, 01 LUG – “Una cosa che hanno detto i miei predecessori è che il livello del debito statunitense è sostenibile, ma la direzione non lo è e va affrontata prima o poi, meglio prima che poi”.

Lo ha detto il presidente della Fed Jay Powell al forum delle banche centrali di Sintra, fra le risate ironiche dei partecipanti per la domanda riferita al ‘Big Beautiful Deal’ di Trump che aggiungerebbe 2.300 miliardi di debito in un decennio. “Questo è quello che dissi lo scorso anno e non posso aggiungere granché”.   

Powell ha risposto “non ho niente da dirti su questo oggi” alla domanda se resterà come governatore della Fed alla scadenza, fra 10 mesi, del termine della sua presidenza.

POWELL, TRUMP? PENSO AL 100% AL MANDATO DELLA FED

(ANSA) – ROMA, 01 LUG – “Sono semplicemente concentrato sul mio lavoro. Qeello che importa è usare i nostri strumenti per conseguire gli obiettivi che ci ha dato il Congresso: massima occupazione, stabilità dei prezzi e stabilità finanziaria, questo è quello su cui siamo focalizzati al 100%”.   

Lo ha detto il presidente della Federal Reserve Jerome Powell rispondendo a una domanda sullo scontro, diventato ‘personale’, col presidente Donald Trump. Il 2025 “sicuramente è un anno importante con un sacco di cose che stanno accadendo nel commercio. Speriamo di guardare indietro al 2025, in futuro, come a un anno in cui abbiamo fronteggiato con successo” una serie di stravolgimenti economici. 

POWELL, PRUDENTE ATTENDERE IMPATTO DAZI PRIMA DI MUOVERCI

(ANSA) – ROMA, 01 LUG – L’inflazione negli Usa è scesa al 2,3% ma “quando abbiamo visto le dimensioni dei dazi ci siamo messi in attesa, tutte le previsioni d’inflazione sono salite.

Non è una reazione eccessiva, serve un po’ più di tempo: la cosa prudente da fare è aspettare e capire di più e vedere quali saranno gli effetti” dei dazi sull’inflazione. Lo ha detto il presidente della Federal Reserve Jerome Powell durante un panel al Forum Bce di Sintra, Portogallo. 

POWELL, NON SO DIRE SE FED POTRÀ TAGLIARE A LUGLIO 

(ANSA) – ROMA, 01 LUG – “Una maggioranza solida nel comitato di politica monetaria si aspetta che sia tempo di iniziare tagliare più avanti quest’anno i tassi. Dipenderà dai dati che monitoriamo, cosa succede all’inflazione e cosa no e anche nel mercato del lavoro, eventuali segnali di debolezza”.

Lo ha detto il presidente della Federal Reserve Jerome Powell durante un panel al Forum Bce di Sintra, Portogallo, rispondendo a una domanda su quando arriverà un taglio dei tassi Fed. Powell ha risposto “non saprei, dipenderà dai dati, non posso togliere o inserire un mese specifico sul tavolo” alla domanda se luglio sarà il mese giusto per tagliare. 

(Adnkronos) – Il Senato degli Stati Uniti ha approvato il piano di spesa da 3,3 miliardi di dollari promosso dall’amministrazione Trump, con un voto finale di 51 a 50. Decisivo il voto del vicepresidente JD Vance, che ha rotto lo stallo determinato dal no di tre senatori repubblicani – Susan Collins (Maine), Thom Tillis (Carolina del Nord) e Rand Paul (Kentucky) – i quali si sono opposti alla chiusura del dibattito e al passaggio al voto finale.

Il disegno di legge, che riflette le principali priorità di politica interna dell’amministrazione, ora si avvia verso l’approvazione definitiva. Il presidente Trump aveva descritto la misura come “la legge più grande mai approvata”, sostenendo che avrebbe “tenuto sicuro il confine” e colpito solo “sprechi, frodi e abusi” nei programmi sociali, nonostante le preoccupazioni bipartisan per i pesanti tagli a Medicaid e agli aiuti alimentari.