
UE, ‘PRONTI A INTESA SU DAZI MA OGNI OPZIONE SUL TAVOLO’
(ANSA) – “Oggi abbiamo ricevuta la controproposta” degli Usa sui dazi. “La stiamo valutando.
Quindi il nostro messaggio oggi e’ chiaro: siamo pronti per un accordo. Allo stesso tempo, ci stiamo preparando all’eventualità che non si raggiunga un accordo soddisfacente”. Lo ha detto la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen al termine del vertice Ue.”Tutte le opzioni sono sul tavolo”, ha ribadito.
MERZ, CHIUDERE RAPIDAMENTE ACCORDO SU DAZI CON USA
(ANSA) – “Abbiamo parlato ampiamente del tema dei dazi e dell’America. Abbiamo incoraggiato la presidente della Commissione a raggiungere rapidamente un accordo, un’intesa con gli americani, nelle meno di due settimane disponibili.
Tuttavia, se non si raggiunge un accordo con l’America, se non si raggiunge un accordo sui dazi, l’Unione europea è pronta e in grado di adottare autonomamente misure appropriate”. Lo ha detto il cancelliere tedesco Friedrich Merz parlando alla stampa al termine del summit Ue a Bruxelles.
LUTNICK, USA E CINA HANNO FINALIZZATO L’ACCORDO DI GINEVRA
(ANSA) – Gli Stati Uniti e la Cina hanno finalizzato l’accordo raggiunto il mese scorso a Ginevra, e poi divenuto oggetto di un nuovo incontro fra i negoziatori a Londra l’11 giugno. Lo ha detto il segretario al commercio Howard Lutnick. “L’accordo è stato firmato e sigillato due giorni fa”, ha precisato in un’intervista a Bloomberg.
LUTNICK, OTTIMISTA SU UN ACCORDO SUI DAZI CON L’UE
(ANSA) – “Sono ottimista” su un accordo con l’Ue sui dazi: l’Europa ha fatto un “lavoro eccellente” dopo un avvio lento. Lo ha detto il segretario al commercio Howard Lutnick in un’intervista a Bloomberg.
MACRON, SE DAZI A 10% INEVITABILE RISPOSTA UE COMPENSATIVA
(ANSA) – “La verità è che la miglior” situazione sui dazi “possibile tra Stati Uniti ed Europa è dazi zero. Se dovrà essere al 10%, così sarà”. Lo ha detto il presidente francese Emmanuel Macron al termine del vertice Ue, evidenziando che “se alla fine gli Stati Uniti decidessero di mantenere un dazio del 10% contro la nostra economia, sarà inevitabile una misura di compensazione sui prodotti americani venduti nel mercato europeo”.
VON DER LEYEN, ‘PENSARE A UNA RIDEFINIZIONE DEL WTO’
(ANSA) – “Ho presentato al Vertice le diverse opzioni che abbiamo, con molti altri Paesi che vogliono avere accordi di libero commercio. Ma ho presentato anche il Cptpp (l’intesa sulle relazioni trans-pacifiche): i Paesi asiatici vogliono avere una cooperazione strutturata con l’Ue, e ho detto che possiamo pensare a questo come a una ridefinizione del Wto. Evitando di ripetere errori del passato e mostrando al mondo che il libero commercio è possibile”.
Lo ha detto la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen in conferenza stampa. Se gli Usa sarebbero invitati? “Loro hanno lasciato questo gruppo”, ha detto.
MACRON, ‘INTESA RAPIDA CON USA SUI DAZI, MA NON AD OGNI COSTO’
(ANSA) – “C’è una reale volontà da parte degli europei, siamo ben disposti a concludere” un accordo sui dazi con gli Stati Uniti, “ma questa buona volontà non deve essere interpretata come una debolezza: vogliamo concludere in fretta perché è nel nostro interesse collettivo, ma non vogliamo farlo a qualsiasi costo”. Lo ha detto il presidente francese Emmanuel Macron al termine del vertice Ue. Bisogna utilizzare “tutti gli strumenti” per garantire un accordo “equilibrato”, ha evidenziato.

Dazi, mossa degli Usa: rinvio e controproposta. “Ecco le condizioni”
Parigi e Berlino divise su tariffe “asimmetriche” da applicare subito. Il tycoon chiude l’accordo con la Cina: “La prossima è l’India”
«Se avete bisogno ancora di tempo, è possibile pensare alla proroga della sospensione». Ieri gli Stati Uniti hanno trasmesso all’Europa la loro ultima proposta per raggiungere un accordo sui dazi nel giorno in cui Donald Trump ha annunciato i guadagni per gli Usa grazie alle tariffe: «Abbiamo incassato 88 miliardi», ha spiegato il leader sottolineando — pur senza entrare nei dettagli — anche di aver raggiunto un accordo commerciale con la Cina. «E l’India potrebbe essere la prossima».
Diverso il discorso con l’Europa. La lettera inviata ieri da Washington a Bruxelles è arrivata con una postilla: pensateci, il 9 luglio non è una data ultimativa per far scattare le tariffe pesantissime annunciate ad aprile da Donald Trump. «Forse — ha confermato la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt — la scadenza di luglio potrebbe essere prorogata, ma è una decisione che spetta al presidente». Un documento che, secondo la commissione, andrebbe a delineare «un accordo provvisorio» tra le controparti.
Ma il punto, di cui hanno discusso i leader nella cena di ieri sera a conclusione del Consiglio europeo, è che nella controproposta americana ci sono moltissimi aspetti che rischiano di mettere in difficoltà l’economia dell’Eurozona. Nelle settimane scorse, infatti, il Commissario Ue al Commercio, Maros Sefcovic, aveva proposto un dazio lineare del 10 per cento. Nei contatti informali, gli Usa avevano fatto capire che quella soglia sarebbe potuta andare bene se “asimmetrica”. Ossia l’ammontare complessivo della tassa sarebbe dovuta essere inferiore per l’Europa. E quindi l’Ue non avrebbe dovuto toccare il settore dei servizi, nel quale il saldo americano è molto positivo. Sui beni materiali, invece, poiché l’Europa esporta di più, pagherebbe anche di più. Ma il presidente americano non vuole compensazioni. Anzi, nella lettera spedita e arrivata ieri a Palazzo Berlaymont — non a caso dopo l’accordo sull’aumento delle spese militari della Nato — non solo si conferma il 10 per cento “asimmetrico” ma si prevedono tariffe superiori in varia misura su altri prodotti. Per di più il cambio euro-dollaro che sta apprezzando la divisa europea rappresenta un ulteriore fattore di difficoltà per le aziende che esportano negli States.
L’interrogativo posto ieri sera dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, riguardava non solo la risposta da dare all’“amico americano”. Ma anche quanto i 27 Paesi siano disponibili a tirare la corda e quindi a mettere sul tavolo la possibilità di non raggiungere un accordo. E su questo punto le divisioni all’interno dell’Unione si sono manifestate con grandissima evidenza: posizionando da una parte la Francia e dall’altra la Germania.
Il capo dell’Eliseo Emmanuel Macron, è infatti convinto che non si possa accettare la proposta statunitense. Che il 10 per cento costituisce una soglia ragionevole se accompagnata da formule compensative per l’export europeo. Anche perché nel pacchetto formulato dalla Casa Bianca sono presenti almeno due clausole che spostano ulteriormente l’ago della bilancia: l’acquisto maggiorato di gas liquido americano e quello di armi prodotte negli Usa. Un elemento, quest’ultimo, già implicitamente contenuto nell’accordo Nato sull’aumento al 5 per cento del Pil delle spese per la difesa. Il combinato di tutti questi dati, per la Francia è dunque da respingere. E infatti il commissario francese agli Affari interni, Stéphane Séjourné, è stato netto: «Una cosa è certa: abbiamo bisogno di un accordo equilibrato, che difenda gli interessi della nostra industria europea e sia positivo per la nostra economia. Stiamo lavorando sodo, nonostante molta irrazionalità dall’altra parte dell’Atlantico».
Di tutt’altro tenore la linea tedesca. La Germania spinge per un’intesa rapida quasi a ogni costo. «Sostengo la Commissione in tutti i suoi sforzi — ha sottolineato il cancelliere tedesco, Friedrich Merz — per raggiungere rapidamente un accordo commerciale con gli Stati Uniti. Voglio che facciamo decollare il Mercosur e che concludiamo ulteriori accordi commerciali. L’Europa ha davanti a sé settimane e mesi cruciali».
Anche l’Italia punta ad un accordo in tempi brevi. Il governo Meloni non vuole punti di attrito con il tycoon. Una delle soluzioni prospettate consiste nella definizione a luglio di una piattaforma sui principi generali. Per poi scendere nel dettaglio successivamente. Sfruttando così l’ulteriore proroga che sospende i “vecchi” dazi. Ma la partita non è ancora chiusa. E l’opzione di rinviare tutto a settembre non è solo teorica.

FUGA DA TESLA, LASCIA UNO DEI MAGGIORI COLLABORATORI DI MUSK
(ANSA) – NEW YORK, 26 GIU – Elon Musk perde uno dei suoi top manager a Tesla. Omead Afshar, uno dei principali collaboratori e confidenti del miliardario, ha lasciato il suo incarico, andando ad allungare la lista delle uscite di alto livello dal colosso delle auto elettriche. I motivi della sua uscita non sono chiari. Afshar era stato promosso lo scorso anno a responsabile vendite e delle operazioni in Nord America ed Europa.
A lasciare Tesla è stata anche Jenna Ferrua, direttrice delle risorse umane per il Nord America. L’uscita di Afshar arriva in un momento difficile per Tesla, alle prese con un significativo calo della vendite in seguito alla crescente concorrenza e al boicottaggio dei consumatori dopo il sostegno di Musk a Donald Trump.
A MARSIGLIA 10 RICERCATORI AMERICANI «SCAPPANO DA MUSK E KENNEDY JR»
Estratto dell’articolo di Stefano Montefiori

«Benvenuti a casa vostra», dice il presidente dell’università Aix-Marseille, Eric Berton, accogliendo i primi dieci ricercatori americani arrivati a Marsiglia. Prima ancora che il 5 maggio scorso Emmanuel Macron lanciasse con Ursula von der Leyen l’iniziativa Choose Europe for Science, a marzo l’università di Marsiglia ha anticipato tutti lanciando un appello agli scienziati e ricercatori americani minacciati nei loro studi dalla politica dell’amministrazione Trump.
«Amu», Aix-Marseille Université, è la più grande di Francia con circa 80 mila studenti (dei quali 12 mila internazionali). Nel febbraio scorso l’università ha attribuito il titolo di dottore honoris causa al presidente Sergio Mattarella, che nell’aula magna difese i valori dell’Europa contro, tra gli altri, i «neo-feudatari» del Terzo millennio, «usurpatori delle sovranità democratiche» che pretendono di gestire «beni comuni come lo spazio». Un riferimento chiaro a Elon Musk, che con la riduzione dei fondi all’apparato statale americano ha spinto alcuni scienziati della Nasa a cercare rifugio a Marsiglia.
[…] Quali sono gli ambiti di ricerca degli accademici americani che hanno deciso di trasferirsi a Marsiglia? «Stiamo accogliendo biologi che lavorano sul RNA messaggero e sull’immunologia, colpiti dall’ostilità alle ricerche sui vaccini del segretario del dipartimento della Sanità, Robert Kennedy Jr. Poi medici, scienziati che studiano l’ambiente e il clima, o ricercatori nelle scienze sociali e nella storia».
Tra loro c’è Brian Sandberg, professore di storia all’università dell’Illinois de Nord, che nel marzo scorso era venuto a Marsiglia per partecipare a una conferenza e aveva rilasciato dichiarazioni preoccupate ai media francesi: «Negli Stati Uniti ormai ha problemi chiunque voglia svolgere attività accademica con parole chiave come “socio-economico”, “genere”, “classe”, “clima”, giudicate sospette».
[…] Un’altra ricercatrice americana presente alla cerimonia di benvenuto ieri a Marsiglia, che preferisce non rendere noto il suo nome, dice che «una delle parole sospette nelle liste dell’amministrazione americana è anche “donna”. Io faccio l’antropologa, non so come si possano studiare gli uomini e le donne senza usare la parola “donna”. È tutto piuttosto ridicolo. Non voglio che i miei figli crescano in un ambiente ostile». […]

Il team del presidente americano Donald Trump ha messo in vendita le magliette con la scritta “Daddy” (paparino), riprendendo il vezzeggiativo usato mercoledì scorso dal segretario generale della Nato Mark Rutte durante il vertice dell’Alleanza nei Paesi Bassi.
Lo riporta il Washington Post. Rutte, celebrando il ruolo di Trump nell’ottenimento di una tregua tra Israele e Iran, dopo dodici giorni di bombardamenti e rappresaglie, lo aveva paragonato a «paparino che cerca di placare i litigi tra i figli».
Il leader americano Donald Trump ha apprezzato il paragone fatto dal numero uno della Nato, affermando che Rutte aveva usato il termine in «modo affettuoso» perché «gli piaccio, credo di piacergli, se così non è ve lo farò sapere, tornerò e lo picchierò duramente», ha commentato scherzosamente Trump. Intanto il merchandising con la scritta “Daddy” è stato subito rilanciato sui canali ufficiali della campagna del presidente Usa e tra i suoi sostenitori.


Le mosse di Trump contro Powell, il banchiere della «resistenza»: in anticipo la scelta del successore alla Fed
Da una parte un austero avvocato d’affari divenuto banchiere centrale. Dall’altra un immobiliarista convertito alla politica. E ora il presidente della Fed nel mirino per il mancato taglio dei tassi
Da una parte un austero avvocato d’affari divenuto banchiere centrale: è nato nella composta aristocrazia del denaro di Washington, ha studiato dai gesuiti, discende da un nonno rettore della Scuola di legge della Catholic University of America. Dall’altra un immobiliarista convertito alla politica: più volte in bancarotta, asceso alla fama grazie a uno show televisivo (in cui gridava sempre «sei licenziato!»), discendente da un nonno immigrato dalla Baviera ad aprire hotel e postriboli per i cercatori d’oro. Il primo è presidente della Federal Reserve e ogni volta che appare in pubblico sembra che tutto lo stress del mondo esterno non lo sfiori. Il secondo è presidente degli Stati Uniti e ormai è al punto di insultare regolarmente l’altro: «È tremendo: penso sia una persona molto stupida, ottuso e ostinato, ha un quoziente d’intelligenza sotto la media. Pagheremo la sua incompetenza per anni».
Fra Donald Trump e Jerome (Jay) Powell non era detto che dovesse finire così. Non era detto finisse con il primo che ormai cerca di forzare la mano all’altro e — secondo il Wall Street Journal — è tentato dal nominarne il successore in anticipo, in modo da depotenziare al più presto l’attuale capo della Fed prima che scada il suo mandato a maggio del 2026. La voce, da sola, ieri è bastata a far scendere il dollaro ai minimi dal 2021 sull’euro. Non era detto che si doveva a questo livello di ostilità, se non altro perché nel 2018 era stato Trump stesso a nominare Powell alla guida della banca centrale.
Powell è un repubblicano classico, transitato dal private equity, dal Tesoro sotto George Bush padre e nel mondo delle banche d’affari, prima di essere nominato nel consiglio della Fed dal presidente democratico Barack Obama nel 2012. È lì che Trump, o più probabilmente qualcuno dei vecchi consiglieri dell’establishment, l’ha trovato durante la sua prima presidenza.
Ma la seconda è un’altra storia. Non solo il presidente è più sicuro di sé, ha un controllo ferreo sul suo partito ed è libero da consigli non richiesti dei vecchi repubblicani moderati. Anche i numeri sono cambiati. Quando Trump nominò Powell la prima volta, il governo federale pagava circa 500 miliardi di dollari in interessi l’anno: poco più della metà delle spese per la difesa e dunque gestibili. Oggi invece paga oltre mille miliardi di interessi all’anno sul suo debito e questa cifra supera per la prima volta la spesa militare; Niall Ferguson di Stanford, uno storico dell’economia tutt’altro che ostile a Trump, considera questo sorpasso un sintomo di declino della potenza americana.
Tutto questo alimenta l’offensiva contro Powell. Trump ha bisogno di tagli dei tassi della Fed per ridurre il costo in interessi del debito, mentre lui stesso continua a tagliare le tasse (in gran parte) ai ricchi con il celebre «One Big Beautiful Bill» e prepara anni e anni di nuovi deficit elevati in futuro. «Non vogliamo pagare 900 miliardi (in interessi, ndr) solo perché lui non vuole tagliare i tassi». La presunta colpa del banchiere centrale è proprio questa: ha registrato che i dazi di Trump hanno già innescato un lieve aumento dell’inflazione nel Paese (il 2,4% di maggio, dopo il 2,3% di aprile), dunque vuole aspettare a ridurre il costo del denaro. Ha spiegato Powell pochi giorni fa al Congresso, con una inesorabilità che a Trump dev’essere parsa esasperante: «Guardando dallo specchietto retrovisore, si può costruire un argomento per un paio di tagli. Ma la ragione per cui non ci siamo è che tutti i previsori dicono che ci si può aspettare un aumento significativo (dell’inflazione, ndr)». I tassi della Fed sono oggi al 4,25-4,50%, scesi dell’1%. E per ora ci restano.
Intanto però un gruppo di aspiranti successori di Powell si agita già, proponendo un allentamento di politica monetaria per ingraziarsi il presidente: fra loro il favorito Christopher Waller (già oggi alla Fed) e la vicepresidente della stessa Fed Michelle Bowman. Da vedere se, con uno di loro, cadrà anche l’autonomia di quella che oggi resta l’ultima delle autorità indipendenti sotto Trump.

KATZ, VOLEVAMO ELIMINARE KHAMENEI MA NON C’È STATA L’OPPORTUNITÀ
(ANSA) – ROMA, 27 GIU – Il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato, in una serie di interviste andate in onda ieri sera, che Israele ha cercato di eliminare la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, durante il conflitto di 12 giorni con l’Iran, ma che l’occasione non si è mai presentata.
Lo riporta il Times of Israel. “Se fosse stato nel nostro mirino, lo avremmo eliminato”, ha detto Katz a Channel 13, aggiungendo che Israele “ha cercato molto” Khamenei ma che l’opportunità operativa non si è presentata. Katz ha anche detto che il governo ha iniziato la guerra senza sapere se gli Stati Uniti vi si sarebbero uniti e ha ammesso che Israele non sa dove si trovino le riserve di uranio ma colpirà di nuovo l’Iran se necessario.
Il ministro ha fatto commenti simili in interviste con Kan e Channel 12, nelle quali ha anche affermato che Israele ha una “politica di controllo” che prevede il mantenimento della superiorità aerea sull’Iran e la garanzia, tramite attacchi aerei se necessario, che il paese non riprenda i suoi programmi nucleari o missilistici a lungo raggio.
Il ritorno di Khamenei: “Schiaffo agli Stati Uniti, non ci hanno fatto danni”
La Guida suprema parla per la prima volta dalla fine della guerra: “Stop all’Aiea”. Ma c’è una trattativa con gli Usa sull’atomo
Riappare dalle viscere dell’Iran, Ali Khamenei, il viso pallido, la voce roca che a tratti si interrompe. È il primo discorso alla nazione da quando è iniziata la tregua, un video pre-registrato che va in onda sulla tv iraniana a metà mattina, poche ore dopo che il presidente americano aveva vantato l’annientamento del programma nucleare iraniano. L’Iran ha ottenuto una grande «vittoria», rivendica la Guida suprema, abbiamo dato «uno schiaffo in faccia all’America» e manda un messaggio a Trump: «Non hanno ottenuto alcun risultato» con gli attacchi agli impianti nucleari, «nulla di significativo» e anzi ha ricevuto un «duro colpo» dalla rappresaglia contro la base Usa in Qatar. «Se in futuro dovesse verificarsi un attacco», avverte, «il costo per il nemico e l’aggressore sarà senza dubbio molto alto». Una versione, quella di Khamenei, che collide con le parole del ministro degli esteri Araghchi: i danni agli impianti nucleari sono «significativi».
L’anziano leader non appariva dal 19 giugno, e sul suo conto sono circolate le voci più disparate. Di certo si sa che vive protetto in un bunker, difficile da localizzare stando alle dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano, Katz: «Se fosse stato nel nostro mirino, lo avremmo eliminato, ma si è nascosto in profondità e ha interrotto i contatti con i comandanti che hanno sostituito quelli eliminati». Come già nel discorso del 19 giugno, Khamenei non evoca la Repubblica islamica, ma fa appello alla nazione, prova a sollecitare l’orgoglio di un Iran «che non si arrenderà mai agli Stati Uniti». La resa non è un’opzione, e il sistema prepara la controffensiva.
Il primo obiettivo è l’Aiea di Rafael Grossi, che a Teheran guardano ormai con sospetto, accusandola di aver armato la pistola di Netanyahu con la mozione di censura sul nucleare che ha anticipato di pochi giorni l’attacco israeliano. «Non vogliamo Grossi a Teheran», dichiara Araghchi. Il Consiglio dei guardiani intanto ha ratificato la legge del Parlamento che sospende ogni forma di cooperazione con l’agenzia atomica dell’Onu, vuol dire niente telecamere di sorveglianza negli impianti, niente ispezioni e scambio di informazioni, a meno che non venga garantita «la sicurezza futura dei siti e degli scienziati nucleari iraniani», obiettivi dei raid di Israele. La ripresa della collaborazione sarà oggetto di negoziato, se mai ce ne sarà uno. Gli americani starebbero valutando lo scongelamento di 30 miliardi di fondi iraniani bloccati all’estero per il nucleare civile, rivela la Cnn, insieme a una rimozione parziale delle sanzioni per riportare Teheran al tavolo, ma Araghchi ha chiarito che non c’è nessun accordo per riprendere i negoziati e che l’Iran sta ancora valutando se sia nel suo interesse farlo. Sembra comunque improbabile che Teheran accetti le condizioni che ha rifiutato prima di essere bombardata, ovvero la rinuncia totale all’arricchimento dell’uranio.
Un ruolo ce l’avranno anche i suoi alleati. La decisione di interrompere le comunicazioni con l’Aiea non piace a Mosca: «Vogliamo che la cooperazione tra l’Iran e l’Agenzia continui, e anche che tutti rispettino la dichiarazione ripetutamente affermata dall’Iran secondo cui il Paese non possiede e non avrà armi nucleari», ha detto il ministro degli Esteri Lavrov. La Russia è uno dei principali fornitori esterni del nucleare civile iraniano, circa 200 scienziati russi erano sul terreno in Iran anche durante i bombardamenti israeliani, e Putin ha negoziato per la loro sicurezza direttamente con Israele. Ma Mosca mantiene una posizione ambigua verso Teheran, i cui droni sono stati decisivi nella guerra contro l’Ucraina: non vuole la caduta di un regime amico, ma ha anche tutto l’interesse a vederlo indebolito.



USA: VITTORIA TRUMP SU IUS SOLI, CORTE SUPREMA LIMITA GIUDICI
(AGI) – La Corte Suprema americana ha limitato il potere dei giudici dei tribunali inferiori a sospendere le decisioni del presidente che, nel primo mese del suo ritorno alla Casa Bianca, ha annullato il diritto di cittadinanza per chi nasce negli Stati Uniti. La Corte ha tuttavia segnalato che il controverso piano del presidente di porre fine di fatto alla cittadinanza per nascita potrebbe non essere mai applicato.
In una sentenza con 6 voti favorevoli e 3 contrari, derivante dal tentativo di Trump di porre fine alla cittadinanza per nascita, la Corte ha affermato che le ingiunzioni a livello nazionale emesse dai giudici di grado inferiore “probabilmente superano l’autorita’ di equita’ che il Congresso ha concesso ai tribunali federali”. La Corte non si e’ pronunciata immediatamente sulla costituzionalita’ dell’ordine esecutivo di Trump che pone fine alla cittadinanza per nascita.
CORTE SUPREMA, STOP IUS SOLI PUÒ ENTRARE IN VIGORE PER ORA
(ANSA) – La Corte Suprema ha autorizzato l’ordine esecutivo di Donald Trump, che blocca lo ius soli, ad entrare in vigore in alcune aree del Paese, per ora, limitando la capacità dei giudici di bloccare le politiche del presidente a livello nazionale. Lo si legge in una sentenza di 119 pagine del massimo tribunale americano.

PUTIN, ‘TRUMP CERCA SINCERAMENTE PACE IN UCRAINA’
(ANSA) – MOSCA, 27 GIU – Il presidente russo Vladimir Putin ha detto che Donald Trump sta “cercando sinceramente di arrivare alla pace in Ucraina”. Putin, parlando in una conferenza stampa a Minsk, ha aggiunto di avere un “profondo rispetto” per il presidente americano, che ha definito “una persona molto coraggiosa”. (ANSA).
PUTIN, ‘MEMORANDA MOSCA E KIEV AI POLI OPPOSTI’
(ANSA) – MOSCA, 27 GIU – I memoranda preparati da Mosca e Kiev per porre fine al conflitto in Ucraina sono “ai poli opposti”. Lo ha detto il presidente russo Vladimir Putin, aggiungendo tuttavia che proprio “per questo è necessario negoziare” per cercare di trovare punti d’incontro.
Putin ha aggiunto che i capi delle delegazioni russa e ucraina che hanno partecipato a due tornate di trattative a Istanbul “sono in costante contatto al telefono” e attualmente stanno discutendo su quando si potrà svolgere una terza tornata.
PUTIN, ‘NOI MINACCIA PER LA NATO? SCIOCCHEZZE’
(ANSA) – MOSCA, 27 GIU – Sono “sciocchezze” le affermazioni di chi parla di una minaccia russa alla Nato per motivare l’aumento delle spese militari dei Paesi membri dell’Alleanza. Lo ha detto il presidente Vladimir Putin in una conferenza stampa a Minsk.
Mosca, ha aggiunto, sta calcolando le sue spese militari prendendo in considerazione solo quello che è necessario per “completare l’operazione militare speciale” in Ucraina. “Questo è ciò che teniamo in considerazione, non piani aggressivi contro Paesi europei e Nato. Noi pianifichiamo di ridurre la spesa, mentre loro di aumentarla”, ha detto ancora Putin.
PUTIN, ‘NON ESISTE AGGRESSIVITÀ RUSSA DIETRO AUMENTO SPESE NATO’
(ANSA) – MOSCA, 27 GIU – “Vedono la pagliuzza nell’occhio altrui, ma non vogliono vedere la trave nel proprio. Sullo sfondo di questa retorica sulla presunta aggressività immaginaria della Russia, stanno iniziando a parlare della necessità di armarsi”.
Così il presidente russo Vladimir Putin ha commentato il possibile aumento delle spese militari da parte dei Paesi Nato, riferisce Interfax. “I militari vogliono aumentare le spese, che le aumentino pure, ma questo dimostra la loro aggressività”, ha detto ancora Putin secondo l’agenzia russa.
PUTIN, ‘MOSCA SPENDE IN SUOI ARMAMENTI, EUROPA IN ARMI USA’
(ANSA) – MOSCA, 27 GIU – Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che Mosca spende denaro “nel sostegno” al proprio “complesso militare-industriale” mentre, a suo dire, i Paesi europei “spenderanno il 5%” del Pil “in acquisti dagli Stati Uniti e nel sostegno al complesso militare industriale di questi”. Lo riporta l’agenzia di stampa ufficiale russa Tass.

LA PROSSIMA CRISI GLOBALE È GIÀ IN ATTO (E NON È SOLO COLPA DI TRUMP) – COME PER IL 2008, A SCATENARE IL DISASTRO SARÀ IL MERCATO IMMOBILIARE. NON C’ENTRANO I MUTUI SUBPRIME, MA IL CLIMA IMPAZZITO: INCENDI E ALLUVIONI – IL “FINANCIAL TIMES”: “I MERCATI SARANNO SCOSSI DA UN NUMERO CRESCENTE DI DISASTRI LEGATI AL CLIMA CHE METTONO SOTTO PRESSIONE LE ASSICURAZIONI. I VALORI DEGLI IMMOBILI FINIRANNO PER CROLLARE, PROPRIO COME NEL 2008, FACENDO CROLLARE LA RICCHEZZA DELLE FAMIGLIE” – “IL CONTAGIO SI DIFFONDE PERCHÉ PER OTTENERE UN MUTUO È NECESSARIA UN’ASSICURAZIONE, PER CUI CON L’AFFIEVOLIRSI DELLA COPERTURA IMMOBILIARE DIMINUISCE ANCHE LA PRESENZA DELLE BANCHE…”
Traduzione di un estratto dell’articolo di Pilita Clark per

Se avete più di 40 anni, è molto probabile che ricordiate dove eravate il 15 settembre 2008, giorno del fallimento di Lehman Brothers.
È stato il primo di molti momenti scioccanti dell’ultima crisi finanziaria globale, un periodo di corse agli sportelli, crolli e fallimenti in cui le grandi economie sono precipitate in una delle recessioni più profonde dai tempi della Grande Depressione.
I dipendenti della Lehman, sbalorditi, che lasciavano gli uffici della banca d’investimento di 158 anni portando con sé i propri averi in scatole di cartone, sono diventati il simbolo di milioni di persone che hanno perso il lavoro, la casa e i risparmi di una vita in un disastro che ha distrutto trilioni di dollari di ricchezza.
I colpevoli di questo disastro sono stati molteplici ma, come per molte altre debacle finanziarie, è stato il mercato immobiliare a scatenare la crisi. Nel 2006 si è spenta la bolla immobiliare statunitense alimentata da titoli garantiti da ipoteca, apparentemente sicuri, che erano stati venduti in tutto il mondo e comprendevano mutui “subprime” a rischio.
Con l’aumento del numero di insolvenze e pignoramenti, il valore di questi titoli è crollato, facendo ricadere sugli investitori perdite gravissime e scatenando il panico sui mercati finanziari.
Nei mesi successivi alla crisi, i salvataggi governativi e le riforme radicali hanno iniziato a rimettere in sesto il sistema finanziario malconcio.
Oggi le grandi banche sono meglio capitalizzate. I mercati sono meglio regolamentati e gli investitori più protetti grazie a queste riforme. Eppure, ogni mese porta con sé avvertimenti con echi di quel conflitto.
Cresce il timore che i mercati immobiliari possano essere nuovamente scossi, questa volta non da pratiche di prestito rischiose, ma da un numero crescente di disastri legati al clima che mettono sotto pressione le assicurazioni e altre istituzioni finanziarie critiche.
“I valori degli immobili finiranno per crollare, proprio come nel 2008, facendo crollare la ricchezza delle famiglie”, si legge in Next to Fall, un rapporto di dicembre sui cambiamenti climatici e le assicurazioni redatto dalla Commissione Bilancio del Senato degli Stati Uniti, allora presieduta dai Democratici. “Gli Stati Uniti potrebbero trovarsi di fronte a uno shock sistemico dell’economia simile alla crisi finanziaria del 2008, se non superiore”.
A gennaio, il Financial Stability Board, istituito per tenere sotto controllo il sistema finanziario globale dopo la crisi del 2008, ha dichiarato che le assicurazioni stanno diventando più costose e scarse nelle aree a rischio di calamità e che gli “shock climatici” potrebbero innescare turbolenze di mercato più ampie.
All’inizio di febbraio, il presidente della Federal Reserve statunitense Jay Powell ha avvertito che anche la Fed stava assistendo al ritiro di banche e assicurazioni dalle aree a rischio. “Se si va avanti di 10 o 15 anni, ci saranno regioni del Paese in cui non sarà possibile ottenere un mutuo. Non ci saranno bancomat [e] le banche non avranno filiali”, ha dichiarato al Congresso. “Non so se si tratti di un problema di stabilità finanziaria, ma certamente avrà conseguenze economiche significative”.
Meno di due settimane dopo, Warren Buffett ha dichiarato agli azionisti della sua conglomerata Berkshire Hathaway, che comprende una serie di compagnie assicurative, che i prezzi delle coperture immobiliari sono aumentati a causa di un forte incremento dei danni causati da violente tempeste.
[…] Poi, mentre l’Europa viveva il marzo più caldo mai registrato, Günther Thallinger, membro del consiglio di amministrazione del colosso assicurativo tedesco Allianz, ha avvertito che le temperature globali si stavano rapidamente avvicinando a livelli tali da non permettere agli assicuratori di operare, creando “un rischio sistemico che minaccia le fondamenta stesse del settore finanziario”.
“Se l’assicurazione non è più disponibile, anche altri servizi finanziari diventano indisponibili”, ha scritto in un post su LinkedIn che ha fatto notizia. “Il valore economico di intere regioni – costiere, aride, soggette a incendi – inizierà a scomparire dai registri finanziari”, ha aggiunto. “I mercati si riprezzeranno, rapidamente e brutalmente”.
Non esiste un unico scenario che indichi con esattezza come i costi delle assicurazioni immobiliari potrebbero portare a uno sconvolgimento finanziario indotto dal clima. Ma ecco quello che è emerso dalle discussioni che ho avuto quest’anno con più di 20 investitori, analisti finanziari, esperti di regolamentazione, dirigenti assicurativi, scienziati e ricercatori.
Si comincia con il numero di assicuratori che si ritirano dagli Stati Uniti, passando da un flusso a un’inondazione, e non solo negli Stati a rischio di catastrofi come la California. In tutto il Paese, i proprietari di case si trovano di fronte a un’impennata dei premi o all’impossibilità di rinnovare la copertura, mentre gli assicuratori affrontano un’incessante ondata di incendi, tempeste e uragani.
I governi, che si trovano in difficoltà economiche, cercano di colmare le lacune con piani assicurativi di ultima istanza. Ma questi piani di solito costano di più e coprono meno, sollevando una nuova agghiacciante realtà per migliaia di proprietari di case. Il valore della casa di famiglia, che era aumentato anno dopo anno, inizia invece a diminuire.
Il contagio si diffonde perché per ottenere un mutuo è necessaria un’assicurazione, per cui con l’affievolirsi della copertura immobiliare diminuisce anche la presenza delle banche. In uno Stato dopo l’altro diventa impossibile trovare una filiale bancaria. Alcuni istituti di credito abbandonano completamente il settore dei mutui. Alcuni iniziano a registrare grosse perdite.
E gli Stati Uniti non sono soli. Gli sconvolgimenti dovuti al clima si intensificano all’estero, scuotendo assicurazioni, banche e mercati immobiliari dall’Australia meridionale all’Italia settentrionale. Città dopo città, le persone si ritrovano a vivere in case che valgono meno di quanto le hanno pagate. Ogni rata mensile del mutuo sembra un po’ come buttare via i soldi buoni.
In un inquietante richiamo alle turbolenze finanziarie del passato, le insolvenze dei mutui cominciano ad aumentare, insieme ai pignoramenti e alle morosità delle carte di credito. Ma questa volta è diverso. A differenza di altri disastri finanziari, questa volta la causa di fondo non è finanziaria, ma fisica, e non è chiaro come potrà mai finire.
Va detto che le opinioni sono tutt’altro che consolidate sul fatto che il riscaldamento del pianeta causerà mai questa o altre forme di disordine finanziario.
Christopher Waller, governatore della Federal Reserve statunitense nominato durante il primo mandato di Donald Trump, è stato a lungo tra i dubbiosi. “Il cambiamento climatico è reale, ma non credo che rappresenti un serio rischio per la sicurezza e la solidità delle grandi banche o per la stabilità finanziaria degli Stati Uniti”, ha dichiarato alla conferenza 2023 di Madrid sulle sfide economiche e finanziarie.
I valori immobiliari sono crollati dopo il calo demografico in città statunitensi come Detroit, senza rappresentare una minaccia per la stabilità finanziaria, ha sostenuto Waller. Perché i cali nelle città costiere colpite dall’innalzamento del livello del mare dovrebbero essere diversi?
Inoltre, gli stress test della Fed, che di solito ipotizzano un calo dei prezzi degli immobili statunitensi superiore al 25%, hanno rilevato che le banche più grandi sono in grado di assorbire quasi 100 miliardi di dollari di perdite sui prestiti garantiti da immobili, oltre ad altri 500 miliardi di dollari di perdite su altre posizioni.
[…] Il disastro finanziario provocato dal clima, anche se avviene al rallentatore, potrebbe essere più minaccioso del caos finanziario del passato. Questo perché non sarebbe causato dai fallimenti finanziari che di solito sono seguiti da una ripresa, ma dalle emissioni globali di carbonio che il mondo ha passato più di 30 anni a lottare per ridurre.
“Questo tipo di rischio climatico non è ciclico. Va in un’unica direzione”, afferma l’economista Ben Keys, professore di immobili e finanza presso la Wharton School dell’Università della Pennsylvania. “Quindi non è necessariamente necessario uno shock così forte, se si tratta di uno shock permanente, per avere un effetto serio e a lungo termine sui prezzi delle case e sui valori di altri beni”.
L’idea di un’impronta persistente del clima sugli immobili, una delle classi di attività più antiche e importanti, segna un cambiamento nel modo in cui alcuni esperti hanno pensato al concetto relativamente nuovo di instabilità finanziaria alimentata dal clima.
La storia del perché di questo cambiamento e del suo significato può sembrare remota quando i missili cadono in Medio Oriente e in Ucraina e le strade della più grande economia del mondo si riempiono di proteste contro l’autoritarismo. Ma a lungo termine, questa è la storia che potrebbe essere più importante, se non altro perché è così difficile capire come finirà.
Per molti anni gli analisti hanno pensato che il riscaldamento globale potesse influire sulla stabilità finanziaria in due modi: i rischi fisici di fenomeni meteorologici estremi e i cosiddetti “rischi di transizione” derivanti da politiche o tecnologie governative che interrompono gli investimenti basati sui combustibili fossili accelerando il passaggio a economie più verdi.
Le due minacce sono collegate: se i rischi fisici si intensificano, in teoria potrebbero stimolare politiche climatiche più severe che approfondiscono i rischi di transizione. Ma i pericoli fisici sono spesso sembrati i più distanti tra i due quando è nata l’idea di problemi finanziari alimentati dal clima.
[…] La corsa dell’amministrazione statunitense a smantellare le politiche sul cambiamento climatico da quando Donald Trump si è insediato a gennaio è stata sbalorditiva. La dichiarazione del Presidente di una “emergenza energetica nazionale” volta a promuovere i combustibili fossili e l’ordine di uscire nuovamente dall’Accordo di Parigi sono stati solo l’inizio.
Da allora l’amministrazione ha licenziato gli scienziati delle agenzie climatiche e meteorologiche e ha elaborato piani per ridurre il monitoraggio dei gas serra. I repubblicani al Congresso si sono mossi per abrogare i crediti d’imposta per l’energia pulita e altri elementi del fulcro della politica climatica di Joe Biden, l’Inflation Reduction Act. Lee Zeldin, amministratore dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente, ha dichiarato che gli sforzi per combattere il cambiamento climatico sono un “culto”, mentre l’amministrazione ha iniziato a smantellare le norme che limitano l’inquinamento delle centrali elettriche.
Separatamente, Trump ha firmato risoluzioni del Congresso volte ad annullare gli sforzi della California per promuovere le auto elettriche e porre fine alla vendita di nuove auto a benzina entro il 2035. Come ha scritto online all’epoca il segretario all’energia di Trump, Chris Wright, “l’allarmismo climatico ha avuto un impatto terribile sulle vite umane e sulla libertà. Appartiene al cumulo di cenere della storia”.
Tutto ciò non significa che la transizione energetica verde, con tutte le sue potenziali conseguenze sulla stabilità finanziaria, sia morta. L’anno scorso, per la prima volta, gli investimenti mondiali in questa transizione hanno superato i 2 miliardi di dollari. Quasi il 40% di questi proveniva da quel colosso dell’energia pulita che è la Cina, che ha investito più di Stati Uniti, Unione Europea e Regno Unito messi insieme.
Ma il ritmo di crescita degli investimenti globali è stato più lento rispetto ai tre anni precedenti, secondo il gruppo di ricerca Bloomberg New Energy Finance. E se gli Stati Uniti, la più grande economia del mondo, stanno facendo del loro meglio per invertire la transizione, questo getta una luce incerta sul futuro immediato del cambiamento.
Nel frattempo, i segni dei rischi climatici fisici che inizialmente sembravano più remoti delle minacce di transizione sono diventati sempre più evidenti. Piogge mostruose hanno bloccato Dubai nell’aprile dello scorso anno e costretto migliaia di persone a evacuare in Cina.
Centinaia di persone sono morte pochi mesi dopo, quando il tifone Yagi si è abbattuto sul sud-est asiatico. In ottobre, le autorità della Florida stavano ancora facendo i conti con le macerie lasciate da due enormi uragani che si sono abbattuti sullo Stato a distanza di 13 giorni l’uno dall’altro, quando il disastro ha colpito la provincia spagnola di Valencia. Più di 200 persone sono morte dopo che un diluvio ha scaricato in poche ore la pioggia di un anno.
Meno di tre mesi dopo, il mondo ha assistito agli enormi incendi che hanno portato il caos nell’area di Los Angeles, uccidendo decine di persone e radendo al suolo migliaia di case, comprese le ville delle celebrità di Hollywood.
Il ritmo della distruzione è continuato quest’anno. A marzo, i leader della Corea del Sud hanno dichiarato che i micidiali incendi che hanno colpito il Paese sono stati i peggiori nella storia della nazione, mentre il Giappone ha ordinato a migliaia di persone di evacuare i suoi peggiori incendi da decenni.
Massicci incendi hanno costretto migliaia di canadesi a evacuare, mentre l’Australia ha dovuto affrontare una serie disastrosa di inondazioni che, secondo i funzionari, hanno colpito la crescita economica. Questo mese, le autorità hanno emesso avvisi di caldo estremo in Nord America, Europa e Asia.
Non c’è un attimo di tregua in un mondo che sta diventando sempre più caldo.
L’anno scorso, per la prima volta, le temperature medie globali hanno superato di 1,5 C i livelli preindustriali per 12 mesi consecutivi. A maggio gli scienziati hanno dichiarato che nei prossimi cinque anni le temperature potrebbero salire per la prima volta a quasi 2°C.
Nessuno di questi eventi ha portato a un’instabilità finanziaria sistemica. I dazi di Trump che hanno sconvolto il mercato hanno avuto un effetto molto più grande. Ma il numero crescente di disastri ha iniziato a cambiare il modo in cui gli esperti considerano i problemi finanziari legati al clima.
“Il mio pensiero è sempre stato che il rischio di transizione è un rischio maggiore per il sistema finanziario perché può assumere la forma di cambiamenti molto improvvisi che portano a enormi perdite finanziarie”, afferma il professore di finanza Patrick Bolton, autore principale di un’influente pubblicazione del 2020 commissionata dalla Banca dei Regolamenti Internazionali e dalla Banque de France, secondo cui il cambiamento climatico potrebbe causare la prossima crisi finanziaria sistemica. “Ma credo che quello che abbiamo visto con gli incendi di Los Angeles e altri disastri inaspettatamente distruttivi sia che siamo già nel territorio in cui i rischi fisici potrebbero essere una minaccia per il sistema finanziario”.
Le banche hanno avuto un ripensamento simile, dice uno stratega dei servizi finanziari che ha lavorato agli stress test climatici per quasi un decennio. “Per anni si è pensato che gli stranded asset e altri rischi di transizione avrebbero rappresentato la minaccia maggiore”, mi ha detto. “Ma la portata dei disastri meteorologici estremi degli ultimi anni ha costretto a un ripensamento, perché dimostra che i rischi fisici si stanno intensificando molto più rapidamente di quanto previsto in origine”.
[…] Quattro giorni prima dell’insediamento di Donald Trump, il 20 gennaio, l’Ufficio federale delle assicurazioni del Tesoro degli Stati Uniti ha pubblicato quelli che ha definito i dati più completi sull’assicurazione dei proprietari di case compilati fino ad oggi.
L’analisi di 246 milioni di polizze emesse tra il 2018 e il 2022 ha mostrato che l’assicurazione è sempre più costosa e meno disponibile per milioni di americani, soprattutto per quelli che vivono nelle aree più a rischio di disastri.
Il costo medio dei premi pagati dalle persone che vivono in luoghi in cui si prevedevano le maggiori perdite dovute al clima è stato superiore dell’82% rispetto alle aree meno rischiose. Gli abitanti delle zone più a rischio hanno dovuto affrontare anche tassi molto più elevati di mancato rinnovo, quando gli assicuratori rifiutano di rinnovare le polizze dei proprietari di casa.
[…]
Altri assicuratori sottolineano che, sebbene gli eventi meteorologici estremi possano essere significativi, la maggior parte di essi ha coinciso con l’aumento dei prezzi delle case, che finora hanno costituito un grande cuscinetto contro le morosità dei mutui.
Per quanto riguarda i rischi per gli assicuratori stessi, i leader del settore si affrettano a sottolineare che in genere offrono una copertura per un solo anno, non per i decenni che possono durare i mutui bancari, quindi la loro esposizione finanziaria è più limitata.
Nel frattempo, si sta lavorando per rimodellare i mercati assicurativi in modo da renderli più resistenti al rischio climatico, per spingere i proprietari di case a costruire in luoghi meno pericolosi e per rendere le case esistenti più resistenti agli eventi atmosferici estremi.
Dobbiamo sperare che questi sforzi funzionino. Ma dobbiamo anche riconoscere che molti di essi dipendono da dati, analisi e competenze condivise sugli effetti del cambiamento climatico, che ora negli Stati Uniti sono messi a dura prova.
Un giorno dopo la pubblicazione del rapporto di gennaio da parte dell’Ufficio federale delle assicurazioni, la Federal Reserve ha dichiarato di volersi ritirare dalla Rete delle banche centrali per rendere più ecologico il sistema finanziario, che ha guidato tanto lavoro sull’instabilità finanziaria dovuta al clima.
Due settimane dopo, l’Ufficio federale delle assicurazioni ha dichiarato che anch’esso si sarebbe ritirato dalla rete, in linea con gli ordini esecutivi presidenziali “Putting America First in International Environmental Agreements and Unleashing American Energy”. Come ha dichiarato in seguito a Fox Business la segretaria del presidente per l’agricoltura, Brooke Rollins, “non ci occupiamo più di cambiamenti climatici”. Perché, come ha detto, “è un nuovo giorno”.

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