

Gaza e Ucraina, i tormenti di Trump: «Non ci dorme la notte». Smentite le voci sul riconoscimento Usa della Palestina
La frustrazione del presidente americano sulle grandi crisi internazionali che non riesce a risolvere in tempi record, come aveva frettolosamente annunciato
Donald Trump è «frustrato» e non riesce a dormire la notte a causa della guerra tra Russia e Ucraina. Lo rivela un’inchiesta del Wall Street Journal, che riporta le confidenze fatte dal presidente degli Stati Uniti a un gruppo ristretto di donatori riuniti nel suo club privato in Florida. Secondo quanto riferito, Trump avrebbe definito il presidente russo Vladimir Putin un negoziatore «particolarmente duro», determinato ad ottenere «tutto» il territorio ucraino. Le difficoltà diplomatiche, però, non si fermano all’Est Europa. Trump, che durante la campagna elettorale aveva promesso di risolvere in tempi rapidissimi queste crisi internazionali, si trova ora impantanato su più fronti. Il Wsj riferisce che Trump ha affermato di aver esagerato intenzionalmente quando ha dichiarato che avrebbe messo fine alla guerra tra Russia e Ucraina in un giorno e ritiene che i suoi elettori avrebbero capito già in quel momento che stava esagerando. Anche sul fronte di Gaza, l’impegno diplomatico dell’amministrazione sembra essere messo a dura prova. L’amministrazione è frustrata sul fronte Medio Oriente e lo stesso Trump ha ammesso difficoltà nel trovare una quadra perché a Gaza «combattono da mille anni».
Trump pronto a riconoscere la Palestina?
Donald Trump non sarebbe affatto pronto a riconoscere lo Stato di Palestina. A smentire l’indiscrezione, circolata nelle scorse ore e rilanciata dal Jerusalem Post, è intervenuto direttamente l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, che ha definito la notizia «una sciocchezza». Secondo il quotidiano israeliano, il presidente americano si preparava a «rilasciare una dichiarazione riguardante il riconoscimento da parte degli Stati Uniti di uno Stato palestinese», escludendo Hamas. Ma Huckabee ha liquidato la voce con un post su X sarcastico: «Il Jerusalem Post ha bisogno di fonti migliori di questa “fonte” non identificata. Mio nipote di 4 anni, Teddy, è più affidabile. E fidatevi di Teddy», ha scritto su X, aggiungendo che «Israele non ha un amico migliore del presidente degli Stati Uniti».
Il misterioso «annuncio molto importante» di Donald Trump
Intanto, mancano pochi giorni al vertice in Arabia Saudita, dove il presidente americano sarà presente e si siederà al tavolo con tutti i leader dei Paesi del Golfo. Si tratta della seconda visita del tycoon in Arabia dopo quella del maggio 2017, durante il suo primo mandato. Un viaggio che lo stesso Trump aveva presentato con un velo di mistero, anticipando un «annuncio molto importante» proprio in occasione del vertice. «Non mi aspetto che riguardi la Palestina. Il presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi e il re Abdullah II di Giordania non sono stati invitati», ha fatto notare l’ex diplomatico Ahmed Al-Ibrahim. «Sono i due Paesi più vicini alla Palestina e sarebbe importante che fossero presenti a un evento come questo».
I dubbi degli analisti e l’opzione più probabile: «Maxi accordi commerciali con il Golfo, come quelli del 2017»
Più probabile, invece, che si tratti dell’annuncio di importanti accordi commerciali ed economici con i Paesi del Golfo. «Forse saranno simili all’accordo del 2017 Golfo-Stati Uniti, per un valore di oltre 400 miliardi di dollari». Opzione più probabile dato che gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato investimenti negli Usa per oltre mille miliardi di dollari, e l’Arabia Saudita per oltre 600 miliardi di dollari.

India-Pakistan, l’annuncio di Trump: «Cessate il fuoco immediato». Ma la tregua è subito violata in Kashmir
L’accordo raggiunto dopo quattro giorni di conflitto grazie alla mediazione Usa, subito alla prova del fuoco. Fonti indiane: «Colpa del Pakistan»
Dopo quattro giorni di un conflitto infiammatosi improvvisamente lungo il confine tra India e Pakistan, i due Paesi hanno raggiunto un accordo di cessate il fuoco immediato. Ne ha dato annuncio il presidente americano Donald Trump in un post sul social X, in cui ha parlato di «una lunga notte di colloqui» che ha portato a un «accordo per una tregua piena e immediata». Il tycoon si è poi congratulato con i due Paesi per il «buon senso e la grande intelligenza». Il cessate il fuoco arriva dopo che la sera di martedì 6 maggio le forze armate indiane avevano dato il via a un’operazione militare nella regione del Kashmir, contesa tra i due Paesi. Una fiammata che aveva riacceso un conflitto latente e aveva aperto i cieli a una pioggia di droni e bombe, che hanno causato decide di vittime civili.
La minaccia di Rubio: «Subito de-escalation per evitare grave errore di calcolo»
Una prima, seria, chiamata al cessate il fuoco era arrivata dagli Stati Uniti con le parole di Marco Rubio. Il segretario di Stato aveva definito una possibile escalation continua del conflitto, anche alla luce dei continui attacchi tra le parti, come «un grave errore di calcolo». E dopo aver intrattenuto due colloqui telefonici separati con i ministri degli Esteri di India e Pakistan, aveva esortato i due Paesi a «individuare metodi per ridurre l’escalation e ristabilire una comunicazione diretta».
Esplosioni in Kashmir, violato il cessate il fuoco
A poche ore dall’annuncio Usa, il cessate il fuoco pare però già in bilico. Quando sul posto è già notte, esplosioni sono state udite in alcune delle principali città del Kashmir indiano, come Srinagar and Jammu. Lo ha riferito su X il primo ministro del territorio federale di Jammu e Kashmir, Omar Abdullah, e lo conferma la Reuters tramite propri testimoni. Secondo una fonte del governo di Delhi a violare la tregua sarebbe il Pakistan. I portavoce delle forze armate dei due Paesi per il momento però tacciono.
I raid durante l’ultima notte: 16 morti tra India e Pakistan
Durante la notte, alcuni raid dell’aviazione indiana avevano colpito duramente la zona del confine nel Kashmir, lungo la linea fortemente militarizzata nota come «Linea di Controllo». Secondo quanto comunicato dall’amministrazione pakistana locale, sarebbero 11 i civili rimasti uccisi nel bombardamento dell’area, tra cui un bambino e quattro donne, mentre i feriti ammonterebbero a 56. In tutta risposta, il Pakistan ha laniato un contrattacco nella regione indiana del Jammu, causando almeno 5 morti. Una operazione speciale, denominata «Compact Building», che è stata festeggiata dal primo ministro pachistano Shehbaz Sharif: «Abbiamo vendicato morti innocenti prendendo di mira le installazioni militari indiane da cui erano stati lanciati gli attacchi contro di esso». E, pur dicendosi pronto al dialogo, aveva minacciato Nuova Delhi: «Se la guerra dovesse intensificarsi».

Putin prende tempo: “Valutiamo la ripresa di negoziati in Turchia”
Il capo del Cremlino: “Abbiamo proposto più volte il cessate il fuoco all’Ucraina”
Vladimir Putin convoca i giornalisti in fretta e furia e rilascia una dichiarazione quando in Russia sono già quasi le 2 di notte. L’urgenza e l’orario fanno capire che non parla ai suoi cittadini, ma al suo interlocutore statunitense Donald Trump che gli ha lanciato un ultimatum: far partire lunedì la tregua incondizionata di 30 giorni in Ucraina o affrontare la minaccia di nuove sanzioni. «Non fu la Russia a interrompere i negoziati nel 2022. Fu Kiev», dice alludendo ai colloqui che deragliarono a Kiev.
«Ciononostante, proponiamo che Kiev riprenda i negoziati diretti senza alcuna precondizione. Offriamo alle autorità ucraine di riprendere i negoziati già giovedì, a Istanbul. La nostra proposta è sul tavolo, la decisione spetta ora alle autorità ucraine e ai loro curatori guidati, a quanto pare, da ambizioni politiche personali e non dagli interessi dei loro popoli». Propone ancora una volta di negoziare prima del cessate il fuoco. «La tregua non è esclusa a fine colloqui». È il suo estremo tentativo di rovesciare il tavolo, di rilanciare la palla nel campo ucraino senza arrivare allo scontro con il presidente statunitense che però ha fatto capire che deporre le armi deve venire prima di tutto.
Che il Cremlino non avesse più molte argomentazioni per respingere l’ipotesi di una tregua di 30 giorni in Ucraina si era capito sin dal mattino. Il portavoce Dmitrij Peskov aveva dato in successione quattro risposte: parole diverse, ma stessa sostanza, che sembravano il preludio a un nuovo articolato rifiuto. Prima aveva usato la formula oramai standard che i commentatori russi riassumono in “sì, ma”: sosteniamo il cessate-il-fuoco, ma soltanto tenendo conto di «un gran numero di sfumature».
Dopo, parlando ad Abc, aveva ricordato la principale obiezione sollevata da Putin già al telefono con Trump il 18 marzo: l’Occidente dovrebbe prima cessare di inviare armi a Kiev «altrimenti sarà un vantaggio per l’Ucraina» che «continuerà la sua mobilitazione» e «addestrerà nuovo personale». A fine giornata aveva infine accusato i Paesi europei di rilasciare «dichiarazioni contraddittorie» e «conflittuali» e, poi, parlando con Cnn, aveva ricordato che Kiev non aveva mai reagito alla tregua di tre giorni scaduta ieri decretata da Putin. «Avete sentito critiche a Kiev per non aver voluto dare una risposta? No». E concluso: «Dobbiamo rifletterci. Si tratta di una novità. Abbiamo la nostra posizione». Più che un’apertura, l’ultima battuta era sembrata un esercizio di diplomazia. Quella che oramai manca all’ex leader Dmitrij Medvedev, oggi vicesegretario del Consiglio di Sicurezza, che aveva twittato: «Una tregua per dare respiro alle orde banderite o nuove sanzioni. Pensate sia una mossa intelligente, eh? Ficcatevi questi piani di pace nei vostri sederi pangender». Come lui, sono in tanti i falchi a dire che la Russia non accetta gli ultimatum.
La reale ragione che sembrerebbe spingere la Russia a respingere la cessazione delle ostilità l’aveva in ogni caso detta in giornata lo stesso Peskov: «Le truppe russe stanno avanzando e avanzano con una certa sicurezza. Perché dovremmo concedere un vantaggio a Kiev?». Neppure le sanzioni agitate da Usa e Ue ora come bastone minacciando di rafforzarle, ora come carota promettendo di indebolirle o revocarle, smuovono più di tanto Mosca. «Siamo già abituati alle sanzioni. Spaventarci così è una perdita di tempo», aveva detto sempre il portavoce. Stando agli economisti indipendenti esiliati Aleksandra Prokopenko e Aleksandr Koljandr, le aziende russe sarebbero persino spaventate dall’ipotesi di una revoca delle sanzioni. C’è chi ha beneficiato della nascita di nuove nicchie di mercato e della diminuita concorrenza e non vuole perdere questo vantaggio e chi teme di non poter competere con i brand occidentali se il mercato riaprisse.
Un altro segnale che una tregua non sia all’orizzonte sembrerebbe il fatto che è diventato operativo il registro unificato delle forze armate che introduce le “cartoline digitali” previsto da una legge dell’aprile 2023. D’ora in poi la chiamata alle armi, che sia la leva o la mobilitazione, verrà inviata lì e, dopo sette giorni, sarà considerata automaticamente come consegnata. Da quel momento chi non si presenterà all’ufficio di reclutamento entro 20 giorni verrà considerato un disertore. Dal fronte non ci sarà più scampo.

Usa-Cina, prove di disgelo sui dazi. I colloqui a Ginevra e il “consiglio” di Trump: «Potremmo portarli all’80%»
A guidare le delegazioni il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng. Da Pechino cauto ottimismo sull’esito
Prove di disgelo commerciale tra Stati Uniti e Cina. A un mese esatto dall’imposizione da parte dell’Amministrazione Trump delle maxi-tariffe sull’import di beni da Pechino – mai messe in pausa al contrario di quelle sul resto del mondo – i governi dei due Paesi si siedono per la prima volta al tavolo per negoziare la possibile via d’uscita. I colloqui si sono aperti oggi a Ginevra, in Svizzera, e dovrebbero procedere fino a domani. A guidare le due delegazioni da un lato il ministro del Tesoro Usa Scott Bessent, dall’altro il vice-premier cinese He Lifeng. Nelle scorse settimane gli Usa hanno imposto una tariffa minima monstre del 145% sull’importazione della maggior parte dei beni da Pechino, che ha risposto imponendo tariffe del 125% sulla maggior parte dei beni in arrivo dagli Usa. Lo scambio commerciale tra i due giganti mondiali di conseguenza è crollato, raffreddando il motore della crescita mondiale.
Cosa aspettarsi dai colloqui di Ginevra
Secondo gli esperti, sottolinea la Cnn, per ridare un minimo di fiducia agli esportatori su entrambe le sponde e rivitalizzare gli scambi serve che i dazi siano almeno dimezzati. Obiettivo che pare al momento lontano. Nei giorni scorsi Bessent ha raffreddato le attese, invitando a non aspettarsi un accordo commerciale – come quello concluso nei giorni scorsi ad esempio col Regno Unito – dai colloqui di questo weekend. Ieri Donald Trump ha comunque confermato di voler trattare anche con la Cina, evocando una possibile riduzione dei dazi su Pechino all’80%. «Mi sembra giusto! Vedrà Scott B», ha scritto il presidente Usa su Truth. Anche dalla Cina filtra cauto ottimismo sulle trattative apertesi a Ginevra, definite dall’agenzia di Stato Xinhua un «un passo importante per promuovere la risoluzione della questione». Un sensibile cambiamento di torno rispetto alla promessa di «lotta fino alla fine» indicata dai vertici cinesi all’indomani della guerra commerciale scatenata da Trump. Via libera alle colombe, dunque, se riusciranno a spiccare il volo in Svizzera.

Donald e quell’apertura a Gaza che può indebolire Netanyahu
Il riconoscimento dello Stato palestinese può ridefinire gli equilibri di potere nella regione. Alla Casa Bianca preoccupa la recente offensiva di Bibi. I sauditi vogliono contare di più
Secondo notizie ancora da confermare (e che l’ambasciatore americano in Israele si è affrettato a smentire) il presidente Trump potrebbe annunciare il riconoscimento dello Stato palestinese in occasione del suo imminente viaggio nel Golfo. Non sarebbe la prima mossa sorprendente del suo repertorio negoziale, ma questa avrebbe un impatto geopolitico profondo.
Il primo elemento da considerare è il contesto temporale e simbolico della visita: il viaggio avviene mentre l’offensiva israeliana su Gaza si intensifica, non solo sul piano militare, ma anche per il peso crescente della catastrofe umanitaria.
Per la prima volta, l’idea di una «occupazione permanente» viene formalmente assunta come orientamento di governo. Si tratta di un cambio di orizzonte strategico che esclude ogni transizione civile, ogni coinvolgimento arabo nella fase postbellica, e ogni prospettiva negoziale con interlocutori palestinesi moderati. Israele parla di «fuoriuscita volontaria», ma la domanda resta inevasa: volontaria per andare dove?
In questo contesto, cresce l’irritazione americana per una condotta israeliana ritenuta politicamente controproducente. L’offensiva su Gaza rischia di compromettere gli obiettivi strategici del viaggio di Trump nel Golfo, alimentando tensioni proprio con quei partner che Washington intende consolidare. Per questo, la Casa Bianca potrebbe decidere di offrire a Riad e agli altri governi della regione un gesto tangibile, che consenta la firma di intese strategiche senza esporli alla delegittimazione interna. In questo quadro, il riconoscimento dello Stato palestinese emergerebbe come uno strumento politico pensato per rassicurare il fronte arabo.
Se confermata, la scelta americana segnalerebbe a Israele l’esistenza di limiti nelle sue attuali scelte operative, lungo tre assi precisi. Primo, la necessità di evitare interferenze nei colloqui tra Washington e Teheran, che richiedono una de-escalation regionale e un contesto privo di provocazioni militari. Secondo, il crescente disagio per la gestione della crisi a Gaza, considerata moralmente insostenibile e politicamente dannosa, soprattutto alla vigilia di una missione di alto profilo.
Terzo, la delusione per lo stallo nel dialogo riservato tra Israele e Turchia sulla definizione delle rispettive aree d’influenza in Siria, un passaggio ritenuto essenziale da Washington per ridurre il proprio impegno militare diretto e contenere l’espansione iraniana.
A Riad, Trump proporrà un’intesa bilaterale alternativa all’accordo triangolare originario Usa-Arabia-Saudita-Israele che prevedeva sostegno militare americano, cooperazione nucleare e normalizzazione con Tel Aviv, subordinata al riconoscimento israeliano di uno Stato palestinese.
Non si tratta di una rottura con Tel Aviv, ma della presa d’atto che oggi Riad è cruciale per Washington su tre dossier globali: la gestione del prezzo del petrolio, come leva di pressione su Iran e Russia, il contenimento regionale dell’Iran e gli equilibri strategici con la Cina.
Israele resta un alleato centrale, ma non può più condizionare ogni iniziativa americana nella regione. Il riconoscimento dello Stato palestinese costituirebbe per Riad un risultato politico spendibile, sia sul piano interno che regionale, offrendo la copertura simbolica necessaria per presentare la normalizzazione con Israele non come una concessione unilaterale, ma come parte di una strategia più ampia di stabilizzazione e riequilibrio mediorientale.
In questo contesto, non si può escludere che gli Stati Uniti – nel tentativo di consolidare il rapporto strategico con Riad e di contenere l’influenza di Russia e Cina – scelgano di rilanciare una versione rivista del “Prosperity Plan” annunciato da Trump nel gennaio 2020 e che prevedeva, tra l’altro, la creazione di uno Stato palestinese demilitarizzato, con sovranità circoscritta. Una formula che potrebbe riemergere oggi in veste aggiornata, adattata al nuovo contesto negoziale.
La divergenza tra Washington e Tel Aviv non si manifesta dunque in forma di rottura, ma di differenziazione strategica delle priorità. Mentre ad esempio Israele colpisce duramente gli Houthi, gli Stati Uniti negoziano con gli stessi ribelli una tregua. Non c’è frattura tra alleati, ma un disallineamento operativo sempre più visibile.
Non a caso, nel programma del viaggio di Trump non è prevista una tappa in Israele. Non si tratta di una scelta ostile, ma di un segnale preciso. Israele non è più il perno esclusivo della diplomazia americana in Medio Oriente. Il riconoscimento dello Stato palestinese sarebbe una mossa di realismo strategico. Non risolverebbe il conflitto, ma segnerebbe la svolta della proiezione americana nella regione.


Zelensky: “Incontrerò Putin in Turchia giovedì”
“Attendiamo un cessate il fuoco completo e duraturo, a partire da domani, per fornire la base necessaria alla diplomazia. Non ha senso prolungare le uccisioni. E giovedì aspetterò Putin in Turchia. Personalmente. Spero che questa volta i russi non cerchino scuse”, ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Trump, Kiev dovrebbe accettare l’incontro in Turchia
“Il presidente Putin non vuole avere un cessate il fuoco con l’Ucraina ma vuole vedersi giovedì in Turchia per negoziare una possibile fine di questo bagno di sangue. L’Ucraina dovrebbe accettare immediatamente”. Lo afferma Donald Trump sul suo social Truth sottolineando che accettando Kiev avrebbe modo di determinare “se un accordo è possibile.
Se non lo è i leader europei e gli Stati Uniti sapranno come stanno le cose e potranno procedere. Inizio a dubitare che l’Ucraina farà un accordo un Putin, che è troppo impegnato a celebrare la vittoria della Secondo Guerra Mondiale, che non sarebbe stata vinta senza gli Stati Uniti”.
Kellogg: “Prima il cessate il fuoco, non il contrario”
“Come ha ripetuto più volte il presidente Trump, fermate le uccisioni! Prima un cessate il fuoco incondizionato di 30 giorni e, durante questo periodo, avviare discussioni di pace globali. Non il contrario”. Così su X l’inviato della Casa Bianca per l’Ucraina, Keith Kellogg.
Tusk: “Il mondo aspetta la risposta della Russia sul cessate il fuoco”
“In risposta al nostro appello, i russi hanno proposto colloqui di pace a partire dal 15 maggio. Il mondo, tuttavia, attende una decisione univoca su un cessate il fuoco immediato e incondizionato. L’Ucraina è pronta. Basta vittime!”. Lo ha scritto su X il primo ministro polacco, Donald Tusk, che ieri era a Kiev per incontrare il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, insieme ad altri leader europei.






