PAKISTAN, ‘AL VIA CONTRATTACCO CONTRO AGGRESSIONE INDIANA’

(ANSA) – Il Pakistan ha iniziato il suo contrattacco di fronte all'”aggressione indiana”, colpendo l’aeroporto indiano di Pathankot e la base aerea di Udhampur in una rappresaglia “occhio per occhio”: lo ha annunciato la Tv di Stato, come riporta la Cnn.

L’esercito ha affermato di aver avviato l’Operazione Bunyanun Marsoos, un nome ripreso da un versetto coranico che significa ‘muro indistruttibile’. Sono state prese di mira inoltre le basi aeree indiane utilizzate per lanciare missili contro il Pakistan. Dopo l’attacco a 3 basi militari del Pakistan, il governo aveva scritto su X che “l’India deve ora prepararsi alla risposta del Pakistan” (ANSA).

PAKISTAN, DISTRUTTO DEPOSITO MISSILI DA CROCIERA INDIANO

(ANSA) – ISLAMABAD, 10 MAG – L’esercito pachistano ha distrutto il deposito indiano di missili da crociera BrahMos a Beas, vicino ad Amritsar, da cui sono stati lanciati missili contro il Paese: lo hanno reso noto fonti della sicurezza.

Le stesse fonti hanno confermato che la base aerea di Udhampur, così come tutte le basi aeree indiane coinvolte nell’offensiva, sono state prese di mira con successo. Ulteriori attacchi sono stati effettuati contro il quartier generale della brigata a KG Top, un deposito di rifornimenti a Uri, postazioni di artiglieria a Derangyari e un sito missilistico a Nagrota. 

PAKISTAN, RIUNIONE ORGANISMO DI CONTROLLO ARMI ATOMICHE

(ANSA) – ISLAMABAD, 10 MAG – Il primo ministro pachistano, Shehbaz Sharif, ha convocato una riunione dell’Autorità di Comando Nazionale nel contesto dell’escalation del conflitto con l’India. L’autorità è l’organismo principale che prende decisioni sul controllo, il comando e le operazioni delle armi nucleari del Paese.

Di solito, una riunione dell’autorità viene convocata solo in situazioni di guerra per discutere di questioni nucleari, commenta il Guardian. “Non ci piacerebbe vedere che la soglia nucleare venisse superata”, ha detto il ministro pachistano per la Pianificazione e lo Sviluppo, Ahsan Iqbal. 

INDIA, NUOVI ATTACCHI PACHISTANI LUNGO IL CONFINE

(ANSA-AFP) – NEW DELHI, 10 MAG – L’Esercito indiano ha dichiarato di aver subito questa mattina una nuova serie di attacchi dal Pachistan, anche con droni, in diversi punti lungo il suo confine occidentale. “L’evidente escalation in Pakistan continua con una serie di attacchi con droni e altre munizioni”, ha scritto l’esercito su X. Allo stesso tempo, i giornalisti della Afp hanno udito forti esplosioni a Srinagar, la principale città del Kashmir amministrato dall’India. (ANSA-AFP).

PAKISTAN, MISSILI INDIANI SU 3 BASI MILITARI NEL PUNJAB

(ANSA) – ISLAMABAD, 10 MAG – L’esercito del Pakistan ha affermato che l’India ha lanciato missili aria-superficie contro tre basi dell’Aeronautica militare del Paese (Paf), nella provincia del Punjab. Il portavoce dell’esercito, tenente generale Ahmed Sharif Chaudhry, ha detto che sono state prese di mira le basi della Paf a Rawalpindi, Chakwal e nel distretto di Jhang. (ANSA).

Pete Hegseth

(ANSA) – WASHINGTON, 09 MAG – Donald Trump sembra intenzionato a “commissariare” il capo del Pentagono Pete Hegseth dopo i suoi vari passi falsi, a partire dal chatgate.

Secondo il Guardian, esasperata dagli scandali che hanno travolto il leader della difesa Usa nelle ultime settimane, la Casa Bianca bloccherà la scelta del chief of staff da parte di Hegseth e selezionerà un candidato di sua iniziativa.

Hegseth aveva suggerito di assegnare la carica al colonnello dei Marines Ricky Buria dopo che il primo a ricoprire il ruolo, Joe Kasper, si era dimesso il mese scorso in seguito a una controversa inchiesta che aveva portato all’espulsione di altri tre collaboratori di alto livello.

Ma la Casa Bianca ha chiarito a Hegseth che Buria non verrà promosso a suo collaboratore più alto in grado al Pentagono, hanno riferito le fonti del quotidiano, definendo Buria un ostacolo per la sua limitata esperienza come assistente militare junior e il suo ricorrente coinvolgimento nelle vicissitudini dell’ufficio. (ANSA).

(ANSA) – PECHINO, 10 MAG – La Cina resta in deflazione ad aprile per il terzo mese consecutivo, nel contesto economico complicato dalla guerra commerciale con gli Stati Uniti.

I prezzi al consumo, secondo i dati diffusi dall’Ufficio nazionale di statistica, segnano una flessione annua dello 0,1% (come a marzo e in linea con le attese), rimarcando la persistenza della domanda interna debole.

Su base mensile, invece, il trend è positivo dello 0,1%, da -0,4% di marzo. I prezzi alla produzione registrano invece il 31/mo mese di fila di contrazione: il calo è del 2,7%, peggiore delle stime a -2,6% e del -2,5% di marzo, il più ampio dallo scorso ottobre. 

La stagnazione dei consumi si è inserita in un’economia appesantita dalla crisi del settore immobiliare e di una aspra guerra commerciale con gli Stati Uniti: gli ultimi dati giungono nel giorno dei primi colloqui in Svizzera tra il vicepremier cinese He Lifeng e il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, negli sforzi preliminari per trovare una via d’uscita alla tensioni innescate dai dazi del presidente Donald Trump.

Dong Lijuan, dell’Ufficio nazionale di statistica, ha rimarcato in una nota a corredo dei dati che “i fattori importati dall’estero hanno un certo impatto al ribasso sui prezzi in alcuni settori”. Allo stato, le tariffe americane sull’import del made in China sono salite al 145%, con punte cumulative del 245%.

Pechino ha risposto con dazi di ritorsione sul made in Usa del 125%. Entrambe le parti, tuttavia, hanno deciso di approvare esenzioni, in forma esplicita o informale, su beni di importanza primaria per i settori industriali considerati strategici, confermando la stretta connessione, malgrado gli sforzi per il disaccoppiamento, tra le due economie. 

‘MACRON, STARMER E MERZ ARRIVATI A KIEV

(ANSA-AFP) – KIEV, 10 MAG – Il presidente francese, Emmanuel Macron, il primo ministro britannico, Keir Starmer, e il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, sono arrivati a Kiev, dove si riuniranno con il premier polacco, Donald Tusk, per una visita congiunta al leader ucraino, Volodymyr Zelensky.

MACRON, STARMER, MERZ E TUSK, ‘MOSCA ACCETTI TREGUA 30 GIORNI’

(ANSA-AFP) – “Insieme agli Stati Uniti, chiediamo alla Russia di concordare un cessate il fuoco completo e incondizionato di 30 giorni per creare lo spazio per i colloqui su una pace giusta e duratura”: lo hanno detto quattro leader europei (Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz e Donald Tusk) in una dichiarazione congiunta prima della visita a Kiev, dove sono arrivati stamani per incontrare il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky.

“Siamo pronti a sostenere i colloqui di pace il prima possibile, a discutere l’attuazione tecnica del cessate il fuoco e a preparare un accordo di pace completo”, hanno aggiunto. “Vogliamo essere chiari: lo spargimento di sangue deve cessare, la Russia deve fermare la sua invasione illegale e l’Ucraina deve poter prosperare come nazione sicura, protetta e sovrana all’interno dei suoi confini riconosciuti a livello internazionale per le generazioni future”.

I quattro leader hanno aggiunto: “Continueremo ad aumentare il nostro sostegno all’Ucraina. Finché la Russia non accetterà un cessate il fuoco duraturo, aumenteremo la pressione sulla macchina da guerra russa”. In un’intervista rilasciata sabato al canale di notizie ABC, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha affermato che le forniture di armi dagli alleati dell’Ucraina devono cessare prima che la Russia accetti un cessate il fuoco.

Una tregua sarebbe altrimenti un “vantaggio per l’Ucraina” in un momento in cui “le truppe russe stanno avanzando… con una certa sicurezza” sul fronte, ha detto Peskov, aggiungendo che l’Ucraina “non è pronta per negoziati immediati”. È la prima volta che i leader delle quattro nazioni europee effettuano una visita congiunta in Ucraina.

A più di tre anni dall’invasione russa, questa dimostrazione di unità europea di valore simbolico, arriva il giorno dopo che il presidente Vladimir Putin ha assunto un tono di sfida durante una parata a Mosca per celebrare gli 80 anni dalla vittoria nella Seconda Guerra Mondiale.

Il presidente Usa, Donald Trump, ha proposto un cessate il fuoco incondizionato di 30 giorni come passo per porre fine al conflitto. Ma Putin finora ha opposto resistenza.

Oggi a Kiev i leader Ue, ma Meloni sarà in remoto: “Tregua o sanzioni dure”

Starmer, Merz e Macron nella capitale, rapporti freddi tra Volenterosi e premier italiana. L’allarme Usa per possibili attacchi

In una capitale straordinariamente blindata sbarcano oggi a Kiev i leader della “coalizione dei Volenterosi”: così li ha annunciati ieri il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Senza fare nomi per ragioni di sicurezza; ma ci sono pochi dubbi sul livello altissimo dei partecipanti tra i quali non ci sarà Giorgia Meloni: la premier resterà fuori dalla foto dei leader europei, anche se nei due anni e mezzo al governo ha sempre sostenuto le ragioni dell’Ucraina. Dopo dubbi e lunghe riflessioni, Palazzo Chigi diffonde a sera la notizia: la presidente del Consiglio parteciperà in videocollegamento.

L’obiettivo principale della missione è ribadire l’appoggio a Kiev formalizzando il supporto al cessate il fuoco di 30 giorni già concordato tra Zelensky e il presidente americano Donald Trump. L’idea è prolungare il cessate il fuoco di tre giorni voluto dal Cremlino, proponendo, dice Macron, «sanzioni durissime se verrà tradito». È un passaggio cardine nella strategia del mondo occidentale: per la prima volta i “Volenterosi”, l’Ucraina e gli Stati Uniti muoverebbero insieme un passo formale nei confronti del Cremlino.

È l’ultima delle tre mosse con cui l’Europa, a lungo messa all’angolo da Trump, prova a tornare protagonista. Le altre due sono arrivate ieri dai ministri degli Esteri riuniti a Leopoli: hanno celebrato la festa dell’Europa proclamando la decisione di istituire un tribunale internazionale all’Aia che processi il crimine di aggressione, una delle grandi richieste ucraine rimasta finora sulla carta per non inasprire i toni con la Russia. E hanno sbloccato un miliardo di euro, presi dai fondi russi congelati, per comprare armi per la difesa di Kiev: Danimarca, Francia e Italia sono i tre firmatari insieme alla presidenza europea.

Oggi a Kiev è scontata la presenza del presidente francese Macron e del cancelliere tedesco Merz, del premier britannico Starmer e di quello polacco Tusk. L’Europa che conta, c’è. Meloni ci sarà solo in remoto: una scelta diplomaticamente obbligata, ma non per questo scontata. Da alcune settimane la premier ha di fatto “ritirato” gli emissari italiani dalle riunioni dei Volenterosi anglo-francesi. Vale per i suoi consiglieri e per i delegati del ministero della Difesa e degli Esteri, che in una prima fase avevano preso parte alle periodiche riunioni operative a Londra e Parigi. L’operazione di Macron e Starmer, però, è andata avanti. Gli americani siedono spesso al tavolo dei Volenterosi. E ai due leader europei che continuano a dialogare costantemente con Trump — a sua volta aperto a un impegno europeo rafforzato per Kiev — si aggiunge ora il nuovo cancelliere Merz. Ieri ha sorpreso con l’annuncio: «Nutro grandi speranze che si giunga a un accordo per un cessate il fuoco in Ucraina questo fine settimana». La scelta di partecipare, per Meloni, ha dunque un costo.

Come informa Palazzo Chigi si tratta un collegamento «con i leader europei sulla pace e sicurezza dell’Ucraina». Il problema è che Zelensky annuncia il vertice indicando il formato più sgradito agli italiani: «In Ucraina ci stiamo preparando a incontrare anche i leader della coalizione dei Volenterosi». Tutto, naturalmente, si inserisce in un quadro di rapporti sempre più deteriorati con Macron. Una tensione che spinge Meloni a tentare di costruire un rapporto con Merz, sponda obbligata per provare a riequilibrare l’attivismo francese.

Anche ieri la premier ha sentito il tedesco al telefono per esaltare il «partenariato strategico» tra i due Paesi. Alcuni segnali, però, vanno in direzione opposta. E confermano che la tradizionale saldatura tra Francia e Germania è già pronta a riproporsi. Di più: proprio la foto di Kiev lancerà quel quartetto di testa di cui fanno parte anche la Polonia e il Regno Unito. Dopo l’Eliseo, Merz ha visitato proprio Varsavia. E ieri è volato a Bruxelles da Ursula von der Leyen. Presto sarà anche a Roma, certo. Ma per Meloni il tempo stringe. E la mossa di tirarsi fuori dalla pattuglia dei Volenterosi rischia di isolarla, schiacciandola ancora di più su Donald Trump.

Fuori dagli equilibrismi diplomatici, gli ucraini si domandano cosa li aspetti. L’ambasciata americana a Kiev ieri non ha dato una risposta incoraggiante: ha diffuso un “Allarme sicurezza” dicendo di avere «ricevuto informazioni riguardo un possibile significativo attacco aereo che potrebbe verificarsi in ogni momento nei prossimi giorni», raccomandando di raggiungere immediatamente un rifugio in caso di allerta. L’incubo per il super missile russo Oreshnik, rievocato nei giorni scorsi dai filorussi, torna ad affacciarsi. E l’ottimismo dichiarato sul cessate il fuoco? «In realtà gli europei si aspettano che i russi declinino l’offerta. Probabilmente porranno nuove condizioni preliminari», dice il direttore dell’Istituto di Politica di Kiev, Ruslan Bortnik. Sarebbe il solito trucco per restare a bordo col freno tirato.

(ANSA) – ROMA, 10 MAG – Secondo fonti diplomatiche dei Paesi del Golfo persico Donald Trump sarebbe pronto ad annunciare il riconoscimento dello Stato della Palestina.

Lo riporta il Jerusalem Post, ricordando come da giorni circolino le voci di una grande e imminente annuncio da parte del presidente americano atteso nei prossimi giorni in Medio Oriente dove parteciperà anche al summit dei Paesi del Golfo ospitato dall’Arabia Saudita.

Negli ultimi giorni diversi media statunitensi hanno parlato della frustrazione di Trump per la linea portata avanti dall’alleato Benyamin Netanyahu, con il quale sarebbe calato il gelo. 

Scott Bessent

SCOTT BESSENT, UNO CHE HA LA PASSIONE PER IL… DAZIO – BARBARA COSTA RACCONTA IL PERCORSO POLITICO POCO LINEARE DEL SEGRETARIO AL COMMERCIO DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP – BESSENT, GAY DICHIARATO, È SPOSATO CON JOHN ED È PAPÀ DI DUE FIGLI NATI GRAZIE ALL’INSEMINAZIONE ARTIFICIALE – PRIMA DI ESSERE FOLGORATO SULLA VIA DI MAR-A-LAGO, HA FINANZIATO I DEMOCRATICI AL GORE, HILLARY CLINTON E OBAMA – I “SEGRETI” DEL GAIO SEGRETARIO SONO STATI RIVELATI DAL SUO EX WILLIAM TRINKLE, A CUI IL POLITICO HA FATTO CAUSA PER RIAVERE 2 MILIONI DI DOLLARI (CHE HA AVUTO INDIETRO…)

C’è la White House. E c’è pure la Pink House. E se la White House sta a Washington, D.C., 1600 Pennsylvania Avenue, e fino al 2028 ci abitano gli inquilini Trump, la Pink House sta a Charleston, in Carolina del Sud, 3 piani, 8 camere da letto, 10 bagni, e fino allo scorso dicembre ci stavano i signori Bessent, Scott e John. Coi loro 2 figli.

Ma ora la Pink House è in vendita, e se ti piace e in qualche modo rimedi 22,25 milioni di dollari te la puoi comprare. I Bessent si sono trasferiti a Washington, e per seri motivi di lavoro: Scott è da gennaio il segretario al Tesoro di Donald Trump.

E John ha seguito il marito Scott: John è un ex avvocato che, non da quando si è sposato con Scott, bensì da quando hanno deciso di diventare papà e papà, tramite maternità surrogata, prima di un maschietto di nome Cole, e dopo qualche anno di una femminuccia di nome Caroline, fa il casalingo. Non è noto se il seme che ha fatto nido e ingravidato 2 uteri pagati e lieti e consapevoli (della stessa donna, o no) sia di Scott o di John, che importanza ha, potrebbe essere benissimo di nessuno dei 2, o di entrambi, mescolato.

Ogni coppia maschio omo decide come vuole, i figli sono i loro, e pure se al nostro governo e non solo a esso tale realtà gli rode. Scott e John sono genitori e se John da avvocato era un benestante, suo marito Scott è miliardario sfondato: coming out a 20 anni, laurea a Yale in economia e scienze politiche, Scott per 2 decenni è stato il cocco di George Soros, e dei suoi affari. Prima di mettersi in proprio.

Il fatto che ora Scott Bessent sia ministro di Trump (e pure quinto in successione a diventare presidente se Trump schiatta in carica e schiattano pure Vance e lo speaker della Camera e il presidente pro tempore del Senato e il segretario di Stato), e padre e marito felice, non lo ha risparmiato dai travagli di cuore, e di portafoglio. Ora che è ministro è ricicciato sui media il suo ex, William Trinkle, che ha amato riamato Scott, per 7 anni, mettendo su non figli ma casa, con lui. Scott e William sono reduci da denunce, e cause, con sp*ttanamento in tribunale, e di conseguenza, mediatico. 

A quanto risulta da documenti pubblicati dal “DailyMail”, Scott ha accusato il suo ex William di non avergli ridato i 2 milioni che lui gli ha prestato per comprare una mega abitazione a New York. William ha pronto ribattuto che sono caz*ate, piuttosto sia Scott a ridargli i soldi che lui ha speso per il mantenimento dei loro 2 cani, affidati a William, e cani di cui col cavolo Scott ha pagato il veterinario!

E Scott veda anche di restituire i mobili che mammà di William e cioè la ex suocera di Scott ha dato e non ad entrambi, e le foto, e le casse di vini pregiati, sia in cantina a New York che a Londra, e quegli investigatori privati che Scott ha messo alle calcagna di William, per spiarlo? Mica si fa! Temeva le corna?

Alla fine il tribunale ha deciso che William deve a Scott i 2 milioni prestati (più altri 500 mila di spese legali), e William glieli ha dati, però non si sta zitto: che sa di… “rognoso”, su Scott? Sa che Scott, fino a che Trump non è sceso in campo, era un democratico molto attivo: Scott ha finanziato i dem Gore, Hillary Clinton, e Obama. Per poi di colpo cadere folgorato sulla via di Mar-a-Lago di Trump, e scoprirsi suo accesissimo sostenitore, consigliere, e finanziatore. Tutto questo William lo ha ora “ricordato” al “New York Times”.

E inoltre: Scott frequenta solo l’alta società, e suo amico intimo è re Carlo III, conosciuto principe nel 1997, dopo la morte di Diana. A Bessent Carlo ha subito presentato Camilla, la quale si dice che negli USA sia ospite fissa dei Bessent, a New York, e in Carolina del Sud. E Bessent è stato più volte a Buckingham Palace, ospite di Carlo e Camilla.

E se da ministro di Trump Bessent ha dovuto vendere ogni quota societaria, certo non è rimasto in mutande: il suo patrimonio, tra cui un’altra villa alle Bahamas, opere d’arte e di antiquariato, e investimenti vari comprese criptovalute, supera e di parecchio il miliardo di dollari. E se alla Casa Bianca Bessent ha come nemico Elon Musk, si guarda bene le spalle da Howard Lutnick, colui che Trump ha messo al Commercio. Lutnick ancora schiuma di rabbia: in un primo tempo, la carica di Bessent, a capo dell’Economia, doveva andare a lui. 

KIEV, ‘DURANTE IL VERTICE TELEFONATA CON TRUMP’

(ANSA) – “A seguito della riunione della Coalizione dei Volontari a Kiev, tutti e cinque i leader hanno avuto una proficua conversazione telefonica con il presidente degli Usa incentrata sugli sforzi di pace”. Lo fa sapere su X il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha. 

KIEV, PRONTI ALLA TREGUA DA LUNEDÌ, CI SIA MONITORAGGIO

(ANSA) –  “L’Ucraina e tutti i suoi alleati sono pronti a un cessate il fuoco totale e incondizionato su terra, aria e mare per almeno 30 giorni a partire già da lunedì. Se la Russia acconsentirà e sarà garantito un monitoraggio efficace, un cessate il fuoco duraturo e misure volte a rafforzare la fiducia potranno aprire la strada a negoziati di pace”. Lo dice il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sibiha.

MELONI AL VERTICE SULL’UCRAINA, ‘CESSATE IL FUOCO URGENTE’

(ANSA) – “Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha partecipato oggi, in videocollegamento, a una riunione dei Leader sul sostegno all’Ucraina e agli sforzi in corso per raggiungere una pace giusta e duratura, che ne assicuri la sovranità e la sicurezza”. Lo rende noto Palazzo Chigi.

“La riunione ha permesso di rinnovare l’urgenza di un cessate il fuoco totale e incondizionato di 30 giorni, rinnovando l’aspettativa che la Russia risponda positivamente all’appello fatto dal Presidente Trump e dimostri concretamente, come già fatto dall’Ucraina, la volontà di costruire la pace”.

CREMLINO, NIENTE TREGUA SENZA LO STOP DELLE ARMI A KIEV

(ANSA) – – La precondizione per un accordo che porti alla tregua di 30 giorni tra Russia e Ucraina è lo stop al rifornimento armi a Kiev: lo ha detto il portavoce del Cremlino, Dimitry Peskov, in una intervista alla Abc.

Peskov afferma quindi che è Kiev a non essere pronta per un negoziato, negando che sia Vladimir Putin a frenare: il presidente – sostiene – sta facendo tutto il possibile per risolvere il problema e per raggiungere un accordo di pace”. 

TRUMP,ACCORDO INDIA-PAKISTAN DI CESSATE IL FUOCO IMMEDIATO

(ANSA) – “Dopo una lunga notte di colloqui mediati dagli Stati Uniti, sono felice di annunciare che India e Pakistan hanno raggiunto un accordo per un pieno e immediato cessate il fuoco. Congratulazioni a entrambi i Paesi per il loro buon senso e grande intelligenza”. Lo scrive Donald Trump sul profilo X. (ANSA).

IL PAKISTAN CONFERMA IL CESSATE IL FUOCO IMMEDIATO CON L’INDIA

(ANSA) – ISLAMABAD, 10 MAG – Il governo pakistano ha confermato il cessate il fuoco immediato con l’India, subito dopo l’annuncio di Donald Trump. “Pakistan e India hanno concordato un cessate il fuoco con effetto immediato. Il Pakistan si è sempre adoperato per la pace e la sicurezza nella regione, senza compromettere la propria sovranità e integrità territoriale”, ha affermato il ministro degli Esteri di Islamabad Ishaq Dar.

Stati Uniti, una giudice blocca (temporaneamente) i licenziamenti federali voluti da Trump e Musk

L’ordinanza stabilisce che il presidente debba consultare il Congresso per provvedimenti che sospendono o eliminano servizi essenziali

Una sospensione di due settimane per i licenziamenti di massa di dipendenti pubblici ordinati dal presidente Donald Trump a febbraio e affidati al Doge, l’organismo presieduto da Elon Musk. È quanto ha deciso venerdì, la giudice Susan Illston della Corte Distrettuale della California secondo la quale le misure dell’amministrazione Trump volte a ridurre il personale federale richiedono l’approvazione del Congresso che ha già istituito una procedura specifica per la riorganizzazione del governo federale. È proprio quello che sostenevano i sindacati e le altre ong nella causa promossa per contestare i provvedimenti.

La giudice Illston ha osservato che per qualsiasi piano di abolizione o trasferimento di un’agenzia federale va consultato il Congresso. «È prerogativa dei presidenti perseguire nuove priorità politiche e imprimere la propria impronta sul governo federale – ha scritto nell’ordinanza -. Ma per attuare revisioni su larga scala delle agenzie federali, qualsiasi presidente deve avvalersi dell’aiuto del Congresso». 

Illston ha anche elencato i servizi che potrebbero scomparire se gli uffici che li amministrano venissero spazzati via, tra cui i fondi di soccorso per gli agricoltori in caso di calamità naturali dopo un’alluvione, gli appuntamenti di persona per i beneficiari della previdenza sociale per discutere dei loro sussidi, le ispezioni sulla sicurezza sul lavoro nelle miniere e i sussidi a sostegno dei programmi per gli asili nido.

 Lo scenario evocava quanto già accaduto al Dipartimento della Sanità – quando i licenziamenti di massa causarono gravi interruzioni di servizi essenziali – ma su scala più ampia. I profondi tagli hanno indirettamente ostacolato programmi come quello che aiuta le famiglie a basso reddito a sostenere le bollette del riscaldamento e quello che aiuta gli Stati a monitorare l’incidenza di malattie croniche e di violenza armata.

Mentre sindacati e altre organizzazioni hanno intentato causa contro il governo federale per altre azioni relative al personale, tra cui il licenziamento indiscriminato di migliaia di lavoratori in prova all’inizio di quest’anno, questa è la prima volta che una coalizione così ampia si è riunita per contestare le azioni dell’amministrazione. Tra i querelanti dell’ambiziosa causa figurano sindacati, organizzazioni no-profit e sei città e contee, tra cui Baltimora, Chicago, San Francisco e la contea di Harris, in Texas, dove si trova Houston. 

Dazi Usa-Cina, Bessent: fatti progressi sostanziali, lunedì i dettagli

Nella città svizzera si sono riuniti il segretario al Tesoro e il rappresentante per il Commercio statunitensi Scott Bessent e Jamieson Greer e il vicepremier cinese, He Lifeng

Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha annunciato “progressi sostanziali” nei negoziati in corso a Ginevra con il vicepremier cinese He Lifeng, mirati a disinnescare la guerra commerciale tra le due maggiori economie mondiali. Bessent ha informato il presidente Trump e fornirà maggiori dettagli lunedì. Anche il rappresentante Usa al commercio, Jamieson Greer, ha segnalato che le distanze tra le parti sono minori del previsto. In parallelo, il segretario al Commercio Lutnick ha previsto nuovi accordi nei prossimi tre mesi e ha ribadito l’obiettivo di ridurre i dazi record tra i due Paesi.

Un commento positivo era arrivato dallo stesso Trump dopo la prima giornata di colloqui di sabato: «Un ottimo incontro oggi con la Cina, in Svizzera. Molte cose sono state discusse, molte concordate. Un reset totale negoziato in modo amichevole, ma costruttivo», ha scritto il presidente sulla sua piattaforma Truth Social. «Vogliamo vedere, per il bene sia della Cina che degli Stati Uniti, un’apertura della Cina agli affari americani. Grandi progressi fatti!!!», ha aggiunto.

I colloqui avvengono nel contesto di dazi doganali molto elevati: il 145% da parte degli Stati Uniti e il 125% da parte della Cina, introdotti durante l’amministrazione Trump con l’obiettivo di rilanciare la manifattura americana. Nella città svizzera si sono riuniti il segretario al Tesoro e il rappresentante per il Commercio statunitensi Scott Bessent e Jamieson Greer e il vicepremier cinese, He Lifeng.

La prima giornata di incontri

I colloqui della Cina sul dossier commerciale con gli Usa in corso a Ginevra sono un “importante passo” per una risposta ai problemi tra Pechino e Washington. “Il contatto in Svizzera è un passo importante per promuovere la risoluzione della questione”, ha riportato l’agenzia statale Xinhua sabato in un commento, senza fornire ulteriori dettagli sullo stato dei negoziati. I toni, tuttavia, confermano un cambio nella narrativa cinese, anticipato dalle motivazioni dei giorni scorsi che hanno spinto Pechino a ingaggiare un confronto con Washington a dispetto della postura oltranzista “di lotta fino alla fine”.

I colloqui diretti di de-escalation fra Stati Uniti e Cina sono i primi fra i due maggiori protagonisti della guerra globale dei dazi inaugurata dall’amministrazione Trump.

Wsj: ai colloqui anche il consigliere per la sicurezza di Xi

Ai colloqui commerciali partecipa anche il principale consigliere per la sicurezza del presidente Xi Jinping, Wang Xiaohong. La mossa, ha osservato il Wsj, sta a dimostrare l’importanza della vicenda del fentanyl, la droga sintetica che è una piaga sociale negli Usa, nelle discussioni tra le parti.

L’apertura di Trump

Il presidente Usa Donald Trump ha preparato il terreno per i colloqui evocando la possibilità di ridurre i pesanti dazi imposti contro la superpotenza rivale e, al contempo, invitando Pechino ad aprire il suo mercato agli Stati Uniti. «Una tariffa dell’80% sulla Cina sembra giusta! Dipende da quello che mi dice Scott B.» ha scritto il presidente americano su Truth.

Possibile una drastica riduzione dei dazi alla Cina

Nel suo post, il tycoon non ha specificato se la riduzione dal 145% all’80% dei dazi sui prodotti cinesi possa essere quella definitiva o se si tratterà di uno status provvisorio. Secondo diversi media americani l’amministrazione starebbe pensando di tagliare i dazi a Pechino molto di più. Un primo passo da parte di Washington, nella speranza di una reciproca riduzione tariffaria da parte del Dragone che, a sua volta, ha imposto un duro 125% sui beni americani. Per Bloomberg, l’obiettivo sarebbe arrivare sotto il 60%, mentre secondo quanto hanno riferito fonti informate al Washington Post l’amministrazione potrebbe arrivare al 54-50%.

La strategia

D’altra parte la strategia di Trump si è articolata su due livelli: il primo è un dazio base del 10% su tutte le importazioni negli Stati Uniti provenienti da qualsiasi Paese, il secondo livello è quello dei cosiddetti “dazi reciproci”, che sono stata applicati a circa 60 paesi. La tariffa base, ha ribadito la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavittt, “resterà per tutti”. La Cina, che era già soggetta ad una tariffa del 20%, è stata colpita con un altro 34% subito e con un ulteriore 90% dopo la sua reazione. Pechino ha insistito sul fatto che gli Stati Uniti devono eliminare i dazi “per primi” e ha promesso di difendere i propri interessi. Bessent intanto ha tenuto basse le aspettative, affermando che gli incontri in Svizzera si concentreranno sulla “de-escalation” e non su un “grande accordo commerciale”. «Il segretario al Tesoro andrà a parlare con le controparti cinesi e vedremo cosa accadrà», ha detto la portavoce, sottolineando che Bessent ha «la fiducia totale» del presidente.