
Xi Jinping a Mosca e l’editoriale tradotto in inglese: perché l’incontro con Putin mostra il fallimento degli sforzi di Trump per allontanare Russia e Cina
Il presidente cinese ha anche scritto un editoriale per l’occasione: «Insieme dobbiamo sventare tutti i piani volti a distruggere o minare i nostri legami di amicizia e fiducia»
Gli amici eterni stanno per rivedersi di persona. Il presidente cinese Xi Jinping è a Mosca su invito dell’omologo russo Vladimir Putin per una visita di Stato che cade – e non è un caso – in un momento del calendario russo davvero particolare: Xi, infatti, prenderà parte questo venerdì alle celebrazioni solenni per gli 80 anni della «vittoria dell’Unione Sovietica nella Grande guerra patriottica» contro la Germania nazista.
Il leader cinese è accompagnato tra gli altri dal fidatissimo Cai Qi, tra i sette componenti del Comitato permanente del Politburo del Partito comunista cinese e direttore dell’Ufficio generale del Comitato centrale del Pcc, e da Wang Yi, a capo della diplomazia mandarina quale membro del Politburo e ministro degli Esteri.
L’occasione della visita è considerata talmente speciale che il Nuovo Timoniere ha persino scritto un articolo pubblicato con grande evidenza dai media della Federazione. Un segnale, se possibile, del fallimento delle politiche dell’amministrazione Trump volte a «staccare» Mosca dall’abbraccio cinese.
«Cina e Russia – scrive tra l’altro Xi Jinping – sono entrambi Paesi importanti con una notevole influenza nel mondo. Le due nazioni sono forze costruttive per mantenere la stabilità strategica globale e per il miglioramento della governance mondiale». Che i destinatari delle parole del leader cinese non fossero soltanto i cittadini russi lo dimostra il fatto che l’articolo è stato tradotto anche in inglese dal ministero degli Esteri di Pechino.
E dunque, se non sono bastati segnali politici, ecco la conferma: «Le nostre relazioni bilaterali si fondano su una chiara logica storica, sostenute da una forte spinta interna e radicate in un profondo patrimonio culturale. Le nostre relazioni non sono né dirette contro terzi né influenzate da questi».
«Insieme – scrive ancora il presidente della Repubblica Popolare – dobbiamo sventare tutti i piani volti a distruggere o minare i nostri legami di amicizia e fiducia, e non dobbiamo lasciarci confondere da questioni transitorie o destabilizzare da sfide formidabili». Quindi «dobbiamo sfruttare la certezza e la resilienza della nostra partnership di coordinamento strategico per accelerare congiuntamente la transizione verso un mondo multipolare e costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità».
Altro tema toccato dallo scritto: il ritorno di Taiwan alla Cina, «di cui quest’anno ricorre l’80esimo anniversario, è un risultato vittorioso della Seconda guerra mondiale e parte integrante dell’ordine internazionale del dopoguerra» e, «indipendentemente dall’evoluzione della situazione sull’isola di Taiwan o dai problemi che le forze esterne potrebbero causare, la tendenza storica verso la riunificazione definitiva e inevitabile della Cina è inarrestabile».
Se qualcuno si era immaginato che il ritorno di Trump alla Casa Bianca – come affermato più volte dallo stesso presidente americano – avrebbe risolto in un batter d’occhi tutte le tensioni internazionali, forse è venuto il momento di un’iniezione di realismo: l’arena mondiale non è luogo per dilettanti.

TRUMP, OGGI ANNUNCIO ACCORDO COMMERCIO CON UN GRANDE PAESE
(ANSA-AFP) – WASHINGTON, 07 MAG – Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che oggi (giovedì) annuncerà un “importante accordo commerciale” con un “grande e rispettatissimo Paese”. In un post sulla sua piattaforma social Truth, Trump ha affermato che farà tale annuncio in una conferenza stampa alla Casa Bianca alle 10 ora locale (le 16 ora italiana).
Il Paese a cui si riferisce il presidente Usa sarebbe il Regno Unito, secondo quanto scrive il New York Times citando diverse fonti a conoscenza dei piani. Il tycoon ha definito l’accordo “il primo di molti”. Il mese scorso Trump ha imposto ingenti dazi sui partner commerciali statunitensi, ma ne ha temporaneamente congelati la maggior parte per consentire la negoziazione di accordi commerciali.
Da settimane sostiene che i paesi si stanno preparando a siglare trattati con gli Usa. Il New York Times afferma che non è chiaro se un accordo commerciale tra Stati Uniti e Regno Unito sia già stato finalizzato o se i due paesi annunceranno un quadro per un accordo che sarà soggetto a ulteriori negoziati.
‘TRUMP ANNUNCERÀ UN ACCORDO SUL COMMERCIO COL REGNO UNITO’
(ANSA-AFP) – WASHINGTON, 07 MAG – Dopo il New York Times, anche il Politico afferma che l’accordo commerciale che Donald Trump dovrebbe annunciare oggi sarà con il Regno Unito. I due media americani citano diverse fonti a conoscenza dei piani del presidente Usa, che sui suoi social media ha pubblicizzato un annuncio “importante” in arrivo con un “Paese grande e molto rispettato”.

COMINCIATI AL CREMLINO I COLLOQUI TRA PUTIN E XI JINPING
(ANSA) – Il presidente cinese Xi Jinping è arrivato al Cremlino per l’inizio dei colloqui con il presidente russo Vladimir Putin, secondo quanto riferiscono i media di Mosca.
CINA-RUSSIA: XI DA PUTIN, ‘OGGI RELAZIONI PIU’ FORTI’
(Adnkronos/Xinhua) – Le relazioni tra Cina e Russia sono diventate “più stabili e forti nella nuova era”. Lo ha detto Xi Jinping durante il colloquio con Vladimir Putin al Cremlino, passati più di tre anni da quando il leader cinese e il presidente russo dichiararono l’amicizia “senza limiti” tra Cina e Russia.
XI A PUTIN,AL FIANCO DI MOSCA CONTRO PREPOTENZE EGEMONICHE
(ANSA-AFP) – Il presidente cinese Xi Jinping, incontrando Vladimir Putin al Cremlino, ha dichiarato che Pechino sarà al fianco di Mosca di fronte alle “prepotenze egemoniche”: lo riporta l’Afp.
“Di fronte alla tendenza internazionale all’unilateralismo e a un comportamento prepotente egemonico, la Cina lavorerà con la Russia per assumersi le responsabilità specifiche delle grandi potenze mondiali”, ha detto Xi a Putin.
PUTIN E XI SI SALUTANO CHIAMANDOSI ‘CARO AMICO’
(ANSA) – I presidenti di Russia e Cina, Vladimir Putin e Xi Jinping, durante il loro incontro al Cremlino si sono salutati chiamandosi l’un l’altro “caro amico”. Lo riporta l’agenzia di stampa ufficiale russa Tass. “Caro signor presidente, mio ;;caro amico e cari amici cinesi, sono molto lieto di dare a tutti voi il benvenuto a Mosca”, ha dichiarato Putin. “Mio caro amico, cari ministri russi, sono molto lieto di visitare nuovamente la Russia su invito del mio amico presidente Vladimir Putin”, ha risposto Xi Jinping. Russia e Cina stanno rafforzando i loro rapporti bilaterali sia a livello politico che a livello economico.
PUTIN, ‘LEGAMI CON LA CINA NON VANNO CONTRO NESSUNO’
(ANSA) – La Russia e la Cina continuano a rafforzare i loro legami “a beneficio dei popoli dei due Paesi” ma essi non sono “contro nessuno”. Lo ha detto il presidente russo Vladimir Putin ricevendo al Cremlino quello cinese Xi Jinping. Lo riferisce l’agenzia Ria Novosti.
“Le nostre relazioni sono alla pari e reciprocamente vantaggiose e non dipendono dall’attuale situazione”, ha detto Putin citato dalla Tass. “La decisione di costruire relazioni di buon vicinato, rafforzare l’amicizia e sviluppare la cooperazione è una scelta che la Russia e la Cina hanno fatto sulla base di un’interazione strategica”, ha aggiunto il presidente russo.
XI A PUTIN,AL FIANCO DI MOSCA CONTRO PREPOTENZE EGEMONICHE
(ANSA-AFP) – Il presidente cinese Xi Jinping, incontrando Vladimir Putin al Cremlino, ha dichiarato che Pechino sarà al fianco di Mosca di fronte alle “prepotenze egemoniche”: lo riporta l’Afp. “Di fronte alla tendenza internazionale all’unilateralismo e a un comportamento prepotente egemonico, la Cina lavorerà con la Russia per assumersi le responsabilità specifiche delle grandi potenze mondiali”, ha detto Xi a Putin.
XI, ‘LEGAMI CINA-RUSSIA PIÙ SICURI, STABILI E RESILIENTI’
(ANSA) – Le relazioni tra Cina e Russia “sono più sicure, stabili e resilienti nella nuova era”. E’ quanto ha detto il presidente Xi Jinping incontrando al Cremlino l’omologo Vladimir Putin, nel resoconto dell’agenzia Xinhua.
XI, ‘CON LA RUSSIA PER RIFORMARE LA GOVERNANCE GLOBALE’
(ANSA) – Il continuo sviluppo e approfondimento delle relazioni Cina-Russia “è la necessità dei tempi di salvaguardare l’equità e la giustizia internazionale e di promuovere la riforma del sistema di governance globale”. Il presidente Xi Jinping, incontrando l’omologo Vladimir Putin al Cremlino, ha “esortato i due Paesi a promuovere insieme la corretta prospettiva storica sulla Seconda guerra mondiale e un mondo multipolare equo e ordinato”, nonché “una globalizzazione economica universalmente vantaggiosa e inclusiva”, nel resoconto dell’agenzia Xinhua.
ZELENSKY, ‘SULLA PIAZZA ROSSA LA PARATA DEL CINISMO’
(ANSA) – Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha criticato le celebrazioni del Giorno della Vittoria della Seconda Guerra Mondiale a Mosca, dove il presidente russo Vladimir Putin accoglierà domani oltre 20 leader mondiali e terrà una grande parata militare.
“Ci sarà una parata del cinismo. Semplicemente non si può chiamare in altro modo. Una parata di bile e menzogne. Come se non fossero stati decine di Stati alleati, ma Putin in persona a sconfiggere il nazismo. Come se avesse issato con le sue stesse mani la Bandiera della Vittoria sul Reichstag di Berlino”, ha detto Zelensky in un discorso registrato nel centro di Kiev, sulla Khreshchatyk, la via principale della capitale.
Il capo dello Stato ha aggiunto che l’Ucraina non ha dimenticato che 80 anni fa decine di popoli hanno combattuto contro il nazismo e che in questa lotta sono morti più di otto milioni di ucraini. Ormai quasi ogni famiglia ucraina ha un eroe che ha combattuto o sta combattendo un nuovo male, ha detto.

India-Pakistan, solo una mediazione internazionale può evitare il pericolo dell’escalation
I due Paesi sono nati nel conflitto, ma finora avevano dimostrato la capacità di fermarsi. Il nodo è impedire che il terrorismo trascini in guerra due potenze dotate di armi nucleari
Quanto può salire un confronto militare fra India e Pakistan prima di cessare? Con due potenze nucleari tutte le paure sono giustificate. Da che in possesso dell’atomica, Delhi e Islamabad hanno mostrato una buona, e reciproca, capacità di sapersi contenere, e poi fermare, negli scambi bellici. Non c’è motivo che le cose vadano diversamente ma neppure, per ora, alcuna garanzia che escano dalla logica di restituire offensiva per offensiva.
Dopo gli attacchi missilistici mirati indiani contro nove siti in Pakistan e nel settore del Kashmir sotto amministrazione pachistana, in risposta agli attentati terroristici di due settimane fa nel Kashmir sotto amministrazione indiana – di cui il Pakistan nega responsabilità, ma l’India non ci crede – tocca ora al Pakistan colpire l’India. Poi?
Il primo ministro pachistano avrebbe già autorizzato i militari a rispondere in pari misura («in kind»). Niente escalation, ma pur sempre botta e risposta. Come spezzare il ciclo? Né Narendra Modi e né Mian Muhammad Shehbaz Sharif vogliono la guerra; non si tirano indietro nella retorica nazionalista ma, normalmente, non se ne fanno trascinare. Devono però dare puntuali dimostrazioni di non lasciare impunito nulla proveniente dall’altra parte per non apparirne succubi.
Per uscirne devono trovare un punto in cui si sentano rispettivamente in pareggio. Altrimenti rischiano che il livello di confronto si innalzi, passando da una logica di proporzionalità a una di “escalation”, per quanto entrambi si affannino nella prima – il Pakistan ha annunciato che l’intervento sarà «forte, ma misurato» mentre l’India sostiene di aver colpito siti legati al sostegno del terrorismo e di non aver fatto vittime civili. E così via: colpire – altrimenti si mostra debolezza – ma senza esagerare – altrimenti si fa provocazione.
Per dichiarare il pareggio potrebbe aiutare un’iniziativa internazionale volta a mediare fra le due parti. Finora ci sono stati solo molti inviti alla moderazione, fra gli altri di Stati Uniti, Cina, Giappone, Francia, rivolti ad entrambi – fa specie che Israele si sia schierato nettamente dalla parte dell’India in nome del diritto all’autodifesa dal terrorismo; per quanto indiscutibile, il problema che India e Pakistan affrontano è di non farsi trascinare dal terrorismo in una guerra fra due medie potenze con armi nucleari pronte all’uso. Nessuno però lo svolge.
La Cina confina con entrambi i Paesi, ma è difficilmente considerata neutrale; ha controversie territoriali e, soprattutto, una rivalità latente con l’India. Gli americani potrebbero forse fare di più, ma l’amministrazione Trump rifugge da questo tipo di iniziative o perché non collimano con una politica estera guidata esclusivamente dai diretti interessi nazionali – ci sono in Groenlandia ma non nel Subcontinente – e/o perché ha già troppo nelle mani fra Ucraina, Russia e Iran senza per ora mostrare grandi risultati.
Su India e Pakistan Donald Trump è stato fatalista: sapevamo che qualcosa stava succedendo, va avanti da decenni, anzi da secoli se ci pensate bene. Quindi, res inter alios acta. Il presidente americano ha tuttavia ragione su un punto importante: quello fra Islamabad e Delhi è un conflitto di ben vecchia data. Non secoli forse – i due Paesi indipendenti esistono dal 14 agosto del 1947 – a meno di non voler allargare l’orizzonte alla conquista dell’India nordoccidentale da parte dell’Impero Moghul nel 1526.
India e Pakistan sono due grandi Paesi che nascono male. Nascono già in conflitto. Come magistralmente raccontato in Stanotte la Libertà di Dominique Lapierre e Larry Collins, l’indipendenza fu strappata all’Impero britannico separando un Pakistan musulmano da un’India prevalentemente induista, a costo di reciproche massicce pulizie etniche, pogrom, eccidi e di confini artificiosi e tuttora non riconosciuti.
La divisione del conteso, e spettacolare in bellezze naturali, Kashmir è segnata da una Linea di Controllo, accettata, e poi poco rispettata da entrambe, nell’armistizio del 1972. Dopo una delle tante guerre. Subito, dal 1947 al 1949 proprio per il Kashmir, poi nel 1965, nel 1971 – quest’ultima portò alla creazione del Bangladesh fino allora Pakistan orientale, separato dalla massa continentale dell’India settentrionale.
Sono seguiti cinquant’anni che hanno visto l’insurrezione anti-India in Kashmir, continue scaramucce e cannoneggiamenti frontalieri, tentativi di rappacificazione specie nel clima delle grandi riconciliazioni degli Anni 90, larga autonomia concessa al Kashmir indiano da Delhi poi ritirata da Modi nel 2019 e sostituita da una pax indiana – manu militare. E, sullo sfondo molto terrorismo, costato la vita a due Premier indiani, Indira Gandhi (1984) e Rajiv Gandhi (1991), attentati sui quali il Pakistan non ebbe nulla a che vedere, ma che alimentavano la sindrome di scontro e spaccamento etnico-religioso fra due nazioni fondate proprio sulla linea di faglia induista-musulmana.
Il terrorismo è tornato ora a colpire con l’attacco di aprile in Kashmir, con 26 vittime, civili, turisti. Di qui alla risposta militare indiana il passo è stato breve. Lo sarà anche per la risposta pakistana. A quel punto però o Delhi e Islamabad dichiarano il pareggio e si fermano, o il confronto rischia di sfuggire di mano malgrado le reciproche assicurazioni di proporzionalità e misura. Con le atomiche negli arsenali.


