
TRUMP, NON È IL MOMENTO DI RIAMMETTERE MOSCA NEL G7
(ANSA) – “Non è il momento buono ora”. Così Donald Trump ha risposto ad una domanda sull’opportunità di riammettere la Russia nel G7, attribuendo la “colpa” dell’esclusione di Mosca dall’allora G8 a Obama. “Se la Russia fosse stata dentro, forse non ci sarebbe stara una guerra mortale”, ha aggiunto il presidente.
MISSILI E DRONI RUSSI SU KIEV, ‘DUE MORTI E SEI FERITI’
(ANSA) – ROMA, 07 MAG – Due persone sono morte e altre sei sono rimaste ferite in un attacco missilistico e con droni lanciato stanotte su Kiev dalle forze russe, secondo quanto riportano le autorità locali citate dai media ucraini.
I detriti dei droni russi hanno colpito diversi edifici residenziali nei quartieri di Dnipro, Shevchenkivskyi e Sviatoshynskyi della capitale. Nel distretto di Shevchenkivskyi sono stati rinvenuti i corpi di due persone dopo che un drone ha colpito un edificio di cinque piani, secondo quanto riportato dal Servizio di emergenza statale ucraino.
INCONTRO USA-CINA SUI DAZI IN SVIZZERA QUESTA SETTIMANA
(ANSA) – WASHINGTON, 06 MAG – Il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent e il rappresentante per il Commercio Jamieson Grier incontreranno questa settimana gli omologhi cinesi in Svizzera. Lo hanno annunciato i rispettivi uffici secondo quanto riportato dai media Usa. Si tratterà del primo incontro ufficiale tra rappresentanti Usa e cinesi dall’imposizione dei dazi contro Pechino da parte di Donald Trump. (ANSA).
L’ufficio di Bessent ha dichiarato in un comunicato che si recherà in Svizzera giovedì per un colloquio sul commercio con la presidente svizzera Karin Ketter-Sutter e che “incontrerà anche il rappresentante per le questioni economiche della Cina” Il comunicato non ha rivelato i nomi dei funzionari di Pechino che parteciperanno, ma il più quotato e principale negoziatore commerciale della Cina è il vicepremier He Lifeng.
BESSENT, VEDRÒ TEAM CINESE SABATO E DOMENICA IN SVIZZERA
(ANSA) – WASHINGTON, 06 MAG – Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha confermato a Fox News che incontrerà i funzionari cinesi per cercare una via d’uscita dalla guerra commerciale iniziata da Donald Trump il mese scorso con l’imposizione di ingenti dazi.
“Sarò in Svizzera per negoziare con gli svizzeri e, a quanto pare, nel Paese ci sarà anche un team cinese. Quindi, ci incontreremo sabato e domenica”, ha detto Bessent. “Quello che vogliamo è un commercio equo”, ha sottolineato il segretario al Tesoro americano.
Trump: «Sui dazi siamo flessibili. Forse abbiamo un pochino sbagliato». Nel fine settimana incontro Usa-Cina in Svizzera
Carney vola alla Casa Bianca: il Canada non è in vendita. Il presidente Usa: hai vinto grazie a me: sono la cosa migliore che ti sia capitata, il tuo partito stava perdendo
NEL FINE SETTIMANA INCONTRO USA-CINA SUI DAZI IN SVIZZERA
Nella notte italiana è arrivata la conferma che il segretario al Tesoro Usa
Scott Bessent e il rappresentante per il Commercio Jamieson Grier incontreranno sabato e domenica in
Svizzera gli omologhi cinesi e il vicepremier He Lifeng. Lo hanno annunciato i rispettivi uffici: sarà il primo incontro
ufficiale tra Washington e Pechino dall’imposizione dei
dazi da parte del presidente americano Donald Trump. Bessent ha confermato a «Fox News» che le parti si incontreranno per gettare le basi per i futuri negoziati.
Almeno Trump non lo ha chiamato «governatore», come faceva con il suo predecessore Justin Trudeau alludendo al fatto che il Canada, secondo il presidente americano, dovrebbe diventare il 51° Stato americano. Ma in un tweet pochi minuti prima di dare il benvenuto alla Casa Bianca al leader del partito Liberale eletto premier del Canada il 28 aprile, Trump ha criticato il Paese in un lungo post sul suo social Truth: «Non vedo l’ora di incontrare il nuovo primo ministro del Canada, Mark Carney, e desidero tanto lavorare con lui, ma non riesco a capire una semplice VERITÀ: perché l’America sovvenziona il Canada con 200 miliardi di dollari all’anno, oltre a fornirgli protezione militare GRATUITA e molte altre cose? Non abbiamo bisogno delle loro auto, della loro energia, del loro legname, di NULLA di ciò che hanno, a parte la loro amicizia, che speriamo di mantenere sempre. Loro, d’altra parte, hanno bisogno di TUTTO da noi!». Un tono straordinario per il rapporto tra Paesi che non sono rivali ma alleati strettissimi. Il surplus commerciale non è di 200 ma di 67,9 miliardi: Trump vi include le spese per la difesa da cui il Canada trae beneficio.
Eppure l’incontro è stato estremamente cordiale, anche nonostante un botta e risposta sul «51° Stato». Alla domanda di un giornalista Trump ha replicato che bisogna essere in due per volerlo ma che crede ancora che il Canada trarrebbe enormi vantaggi dal diventare parte degli Stati Uniti. Carney è intervenuto per dire che ci sono «cose che non sono in vendita» e che il suo Paese non lo sarà mai. E Trump ha ribattuto: «Mai dire mai».
Nella conferenza stampa, il presidente americano ha anche espresso frustrazione perché i media lamentano che finora non ci sono stati accordi commerciali. «Potrei firmarne 25 adesso». Ha assicurato che lo farà nel corso delle prossime due settimane e ha paragonato gli Stati Uniti a un negozio di superlusso: «Decideremo il prezzo che le persone devono pagare per acquistare negli Stati Uniti». Però ha aggiunto che, se il numero stabilito non dovesse andar bene agli altri Paesi, a volte «possiamo pensare che hanno diritto e noi abbiamo un pochettino sbagliato e ci aggiusteremo», perché non vuole «danneggiare gli altri Paesi». Il numero stabilito nei negoziati sarà «basso», ha concluso, prima di rivolgersi di nuovo ai media: «Voi direte che è il caos, ma non è così, siamo flessibili».
La vittoria di Carney è stata anche una reazione a Trump: ha promesso ai canadesi di tenergli testa: «L’America vuole la nostra terra, le nostre risorse, la nostra acqua, il nostro Paese — ha detto l’ex banchiere sessantenne nel discorso della vittoria — Il presidente Trump sta cercando di spezzarci in modo che l’America possa controllarci. Non succederà mai e poi mai». Trump nello Studio Ovale lo ha elogiato per il «grande talento» e per «una delle più grandi rimonte elettorali nella storia della politica, forse più grande della mia» e ha scherzato: «Sono la cosa migliore che gli sia capitata, il suo partito stava perdendo».
Il faccia a faccia
Era il primo faccia a faccia, ma già dopo la vittoria di Carney, Trump aveva detto che a suo parere il candidato conservatore lo odiava di più. Ieri il premier canadese ha definito Trump «un presidente trasformativo» per l’economia, i lavoratori, la lotta al fentanyl e la sicurezza mondiale e ha detto che anche lui è stato eletto per «trasformare il Canada». Ma ha anche sottolineato che il suo Paese è il più grande acquirente di beni Usa, che il 50% delle loro auto sono americane: «Siamo più forti quando lavoriamo insieme». Prima di andare a negoziare a porte chiuse sui dazi e sulla revisione dell’accordo USMCA (Usa-Mexico Canada Agreement), tuttavia, Trump è tornato a ripetere che il suo Paese non ha bisogno di acciaio e auto canadesi e che nulla può fargli cambiare idea sui dazi, senza dare all’ospite la possibilità di replicare.
Trump sta facendo marcia indietro sui dazi? Cosa è successo e quali sono i numeri importanti
A cinque settimane dal 2 aprile (giorno dell’introduzione) continua l’incertezza sulle tariffe. Dalle schermaglie con la Cina ai crolli delle Borse. Intanto l’Ue alterna rigore e ricerca della trattativa
«Forse sui dazi abbiamo sbagliato un pochino». Con questa frase martedì 6 maggio il presidente Donald Trump ha ammesso per la prima volta che la sua strategia commerciale potrebbe aver avuto conseguenze dannose per l’economia statunitense. Promette «flessibilità», sapendo bene che questo approccio significherà caos, come è stato in queste ultime 5 settimane, dal cosiddetto Liberation Day, che il 2 aprile ha dato ufficialmente avvio alla guerra commerciale degli Stati Uniti contro il pianeta.
Due numeri chiave hanno probabilmente innescato questa parziale marcia indietro: la contrazione dello 0,3% del Pil nel primo trimestre, rispetto al +2,4% segnato negli ultimi 3 mesi del 2024, e un deficit commerciale esploso a 140,5 miliardi di dollari a marzo, nuovo record storico. Secondo i dati diffusi dal Bureau of Economic Analysis, il deficit di beni ha raggiunto i 163,5 miliardi (16,5 miliardi in più di febbraio), mentre il surplus nei servizi è sceso di 800 milioni a 23 miliardi. Il commercio con la Cina è crollato ai minimi da cinque anni, ma quello con gran parte dei partner (dal Messico all’India) è salito ai massimi. Una corsa all’importazione per anticipare i dazi, che ha aggravato lo squilibrio commerciale.
Tanto rumore per nulla? Si vedrà. Finora la politica commerciale dell’amministrazione Trump ha generato significative turbolenze economiche e diplomatiche. Il calcio di avvio della nuova ondata di protezionismo risale a febbraio con dazi del 25% sulle importazioni da Canada e Messico, sospesi e poi reintrodotti a marzo, quando dazi del 25% sono stati estesi a tutti i Paesi su acciaio, alluminio e automobili. Il 2 aprile, con un vero e proprio show, armato di lavagna, Trump ha annunciato dazi «reciproci» tra il 10% e il 50% su 180 Paesi. In sostanza ha voluto punire i Paesi con i quali gli Usa hanno i disavanzi commerciali più alti.
All’Unione europea toccano tariffe del 20%, perché l’Ue è accusata di imporre a sua volta tariffe del 39%. Ma si tratta di calcoli a dir poco discutibili. Al Vietnam, ad esempio, del 46%. La Cina viene colpita da tariffe aggiuntive del 34%. Per i mercati globali è uno sconquasso, Wall Street inclusa. Tanto che scendono in campo i grandi boss delle maggiori aziende americane, da Jamie Dimon, ceo di Jp Morgan, la prima banca Usa, a Larry Fink, numero uno di BlackRock, la maggiore società di gestione del risparmio. Chiedono al presidente di fare marcia indietro, salvo guadagnare un sacco di soldi dal trading, come emergerà dai conti trimestrali dei maggior istituti finanziari.
Il ministro del Tesoro Scott Bessent, ex gestore di hedge fund e socio di George Soros, vola a Mar-a-lago in Florida, nel weekend per convincere il presidente a fare un passo indietro. Che arriva il 9 aprile, a una settimana di distanza esatta dal Liberation Day. In mattinata, con i mercati di nuovo in caduta libera, il presidente con un post sul suo social Truth invita «a comprare azioni». Poi tre ore dopo, sospende tutti i dazi reciproci per 90 giorni, abbassandoli al 10%, tranne che per la Cina, contro la quale le tasse doganali salgono al 125%.
I mercati festeggiano: a Wall Street il Dow Jones sale del 7,9%, l’indice Nasdaq guadagna il 12,2%. Un gruppo di parlamentari democratici accusa Trump di manipolazione del mercato e insider trading. In un video rubato nello Studio Ovale della Casa Bianca e pubblicato su X si vede lo stesso Trump sostenere che Charles Schwab, alla guida di una delle più note società di brokeraggio, ha guadagnato 2,5 miliardi quel giorno. Alla guerra commerciale Usa, l’Europa alterna la diplomazia alle minacce: sperando in un accordo amichevole, prende tempo, ma dopo i dazi reciproci annuncia ritorsioni su beni importati dagli Usa per 26 miliardi, che ieri ha aumentato fino a 100 miliardi, dopo che il commissario Ue al Commercio, Maroš Šefcovic, ha compiuto diverse missioni a Washington senza risultati.
Da notare che la chiusura a Ovest apre nuove strade a Est: l’Ue riapre i canali con India, Indonesia e Corea del Sud per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen, accompagnata dal presidente del Consiglio Ue Antonio Costa, vola a Samarcanda per esplorare nuovi mercati nel centro dell’Asia. E ieri Regno Unito e India hanno firmato un accordo commerciale definito storico. Sul fronte cinese, invece, la guerra commerciale resta ai massimi livelli: a tariffe americane salite fino al 145% (con esenzioni temporanee su smartphone e alcuni prodotti di elettronica dopo le proteste del ceo di Apple Tim Cook), Pechino ha reagito con dazi del 125% e ha limitato l’export di terre rare verso gli Usa, azzerando i flussi turistici. Ieri Trump ha sostenuto che «la Cina vuole trattare, ci incontreremo al momento giusto. Ma l’accordo dovrà essere equo». Per ora, però, è tutto fermo.

(Adnkronos) – Meno Barbie (e più costose) per le bambine americane: è uno degli effetti collaterali dei dazi contro la Cina che hanno costretto Mattel, il colosso statunitense di giocattoli, a sospendere le sue previsioni finanziarie per l’intero anno a causa dei drastici aumenti in dogana e ad annunciare aumenti dei prezzi di alcuni prodotti.
Gli Usa al momento rappresentano circa la metà delle vendite globali del gruppo: di questi il 20% è rappresentato da prodotti in arrivo dalla Cina, fra cui appunto le celebri bambole.
“Il volatile contesto macroeconomico e l’evoluzione del panorama tariffario statunitense” rendono “difficile prevedere la spesa dei consumatori e le vendite di Mattel negli Stati Uniti per il resto dell’anno e durante le festività natalizie”, ha dichiarato il presidente e Ceo di Mattel, Ynon Kreiz, durante la conference call sui risultati del primo trimestre dell’azienda.
Per compensare i maggiori costi legati agli elevati dazi doganali, l’azienda con sede in California ha definito “necessari” gli aumenti dei prezzi sui giocattoli. Mattel sottolinea di sostenere l’industria del giocattolo nelle pressioni per l’azzeramento dei dazi sul settore ma ammette la necessità di prepararsi a quello che probabilmente sarà un lungo periodo di dazi elevati sui beni prodotti in Cina e in altre economie.
La Cina rappresenta attualmente il 40% della produzione globale di Mattel che sta apportando modifiche alla propria catena di approvvigionamento per ridurre i prodotti di origine cinese venduti negli Stati Uniti. Ad esempio, sta aumentando la produzione in India del gioco di carte Uno e dirottando il flusso dei prodotti cinesi verso altri clienti internazionali, ha affermato Kreiz.
Oltre alla Cina, Mattel importa prodotti come le bambole Barbie e i giocattoli Hot Wheels da Indonesia, Malesia e Thailandia, anche questi paesi colpiti dai dazi reciproci imposti dall’amministrazione Trump all’inizio di aprile, ma al momento sospesi per 90 giorni.
L’industria statunitense dei giocattoli è sempre più preoccupata per l’impatto degli elevati dazi imposti da Washington. Il Paese importa circa l’80% di tutti i suoi giocattoli dalla Cina, secondo i dati della Toy Association.

TRUMP PUNTAVA A DIVIDERE XI E PUTIN. E HA FALLITO CLAMOROSAMENTE – IL PRESIDENTE CINESE, IN VISTA DEL GIORNO DELLA VITTORIA SOVIETICA NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE, SCRIVE SUI MEDIA RUSSI CHE PECHINO E MOSCA “DEVONO RESISTERE A QUALSIASI TENTATIVO PER INTERFERIRE E MINARE L’AMICIZIA E LA FIDUCIA RECIPROCA E PROMUOVERE INSIEME IL PROCESSO DI MULTIPOLARIZZAZIONE MONDIALE” – L’AVVERTIMENTO DI XI SU TAIWAN: “LA RIUNIFICAZIONE DELLA CINA È UNA TENDENZA STORICA INARRESTABILE”
XI, CINA E RUSSIA FORZE COSTRUTTIVE PER STABILITÀ GLOBALE
(ANSA) – PECHINO, 07 MAG – Cina e Russia sono Paesi “importanti con influenza significativa” e “forze costruttive per il mantenimento della stabilità strategica globale e il miglioramento della governance globale”.
Il presidente Xi Jinping, in un articolo sui media russi in vista della sua visita di stato a Mosca, ha rimarcato che i legami bilaterali “hanno una chiara logica storica, una solida forza motrice endogena e un profondo patrimonio di civiltà. Non sono rivolte a terzi né soggette a terzi”.
Le parti “devono resistere congiuntamente a qualsiasi tentativo per interferire e minare l’amicizia e la fiducia reciproca”, ha riferito il network statale Cctv.
Cina e Russia non devono “lasciarsi confondere da eventi temporanei e farsi turbare dal vento e dalle onde”, ma devono “promuovere insieme il processo di multipolarizzazione mondiale e la costruzione di una comunità con un futuro condiviso per l’umanità, con la certezza e la tenacia della cooperazione strategica” bilaterale.
Xi, nell’articolo intitolato ‘Imparare dalla storia e creare un futuro migliore’, ha ricordato gli 80 anni della vittoria “nella Guerra di resistenza del popolo cinese contro l’aggressione giapponese” e “nella Grande guerra patriottica dell’Unione sovietica e nella Guerra mondiale antifascista, nonché gli 80 anni della fondazione dell’Onu”.
In particolare, nella Guerra mondiale antifascista il popolo cinese e quello russo “combatterono fianco a fianco e si sostennero a vicenda”. La profonda amicizia tra i due popoli, “condensata di sangue e vita, è come l’incessante scorrere del Fiume Giallo e dell’ampio e profondo Volga, ed è diventata una fonte inesauribile di amicizia tra Cina e Russia per generazioni”.
Ottant’anni fa, “le forze giuste del mondo, tra cui Cina e Urss, combatterono in modo coraggioso contro il nemico e sconfissero fianco a fianco le arroganti forze fasciste. Oggi, 80 anni dopo, unilateralismo, egemonia e prepotenza sono profondamente dannosi. L’umanità si trova ancora una volta al bivio tra unità o divisione, dialogo o confronto, vittoria per tutti o somma zero”.
Il presidente cinese ha invitato ad “aderire alla corretta visione della storia della Seconda guerra mondiale. Cina e Urss, principali campi di battaglia in Asia e in Europa, furono i pilastri della lotta contro il militarismo giapponese e il nazismo tedesco, e diedero un contributo decisivo alla vittoria”.
Pertanto, “ogni tentativo di distorcere la verità storica della Seconda guerra mondiale, negare la vittoria e screditare le conquiste storiche di Cina ed Unione Sovietica fallirà”. Occorre “mantenere con fermezza l’ordine internazionale del dopoguerra”: quanto più caotica è la situazione internazionale, “tanto più dobbiamo aderire e mantenere l’autorità dell’Onu” e “continuare a promuovere una multipolarizzazione mondiale equa e ordinata e una globalizzazione economica inclusiva”, ha notato Xi.
XI, RIUNIFICAZIONE TAIWAN È TENDENZA STORICA INARRESTABILE
(ANSA) – PECHINO, 07 MAG – Il ritorno di Taiwan alla Cina “è parte importante della vittoria nella Seconda guerra mondiale e dell’ordine internazionale del dopoguerra”: come tendenza storica “inarrestabile”, la Cina “alla fine si riunificherà”.
Il presidente Xi Jinping, in un articolo sui media russi in vista della sua visita a Mosca per le celebrazioni del 9 maggio della vittoria dell’Urss sul nazismo, ha rimarcato che “quest’anno ricorre anche l’80esimo anniversario della riconquista di Taiwan”. La Dichiarazione del Cairo, la Proclamazione di Potsdam e altri documenti con valore giuridico internazionale “hanno confermato la sovranità della Cina su Taiwan”.



Cnn, ‘Brasile ignorava il blitz Usa nell’ambasciata a Caracas’
(ANSA) – BRASILIA, 07 MAG – Il Brasile non è stato messo a conoscenza in anticipo dell’operazione condotta dal governo di Donald Trump per liberare i cinque oppositori venezuelani che si trovavano nell’ambasciata argentina a Caracas. Secondo Cnn, il Brasile – che ha supervisionato la sede diplomatica da quando i funzionari argentini vennero espulsi dal Venezuela nell’agosto 2024 – non è stato informato dell’iniziativa degli Usa di prelevare i richiedenti asilo ed ha scoperto il blitz solo in un secondo momento.
In base a quanto riferito da fonti diplomatiche, nell’ambasciata argentina a Caracas non era presente personale della sicurezza brasiliana, ma solo la polizia locale e il Servizio di intelligence bolivariano. E non c’è stato alcun contatto dagli Stati Uniti o dall’Argentina per informare il Brasile dell’imminente operazione.
La diplomazia brasiliana sostiene di aver insistito affinché il governo del presidente de facto Nicolás Maduro concedesse ripetutamente un salvacondotto che avrebbe consentito ai cinque membri del team della leader dell’opposizione María Corina Machado di lasciare il Venezuela. Tuttavia, le richieste del Brasile sono sempre state respinte dal ‘chavismo’ al potere.
Milei, grazie Usa per liberazione dei 5 da ambasciata a Caracas
(ANSA) – BUENOS AIRES, 07 MAG – Il presidente argentino, Javier Milei, ha celebrato la liberazione dei rifugiati nell’ambasciata argentina a Caracas e ha ringraziato gli Stati Uniti per l’operazione militare, che ha permesso loro di lasciare il Venezuela e di riconquistare la libertà dopo oltre 400 giorni.
Nel suo messaggio, Milei “esprime la sua gratitudine a tutti i soggetti coinvolti, e in particolare al segretario di Stato americano Marco Rubio, per il suo impegno personale in questa operazione, che ha permesso a questi veri eroi di riconquistare finalmente la libertà”.
“Il governo nazionale apprezza profondamente gli sforzi compiuti per garantire la sicurezza e il benessere di coloro che da tempo erano sotto la protezione argentina dalla persecuzione del regime di Nicolás Maduro”, prosegue il comunicato, in cui si ribadisce anche l’impegno a lavorare per la liberazione di Nahuel Gallo, il gendarme argentino detenuto illegalmente in Venezuela.
CARACAS, I 5 DELL’AMBASCIATA LIBERI GRAZIE A USA E ITALIA
(ANSA) – Caracas, 06 MAG – Il giornalista venezuelano David Placer riferisce che le cinque persone che da oltre 14 mesi avevano ottenuto lo status di rifugiati da Buenos Aires nell’ambasciata argentina a Caracas sono state liberate da un’operazione congiunta di Stati Uniti e Italia.
I cinque sono già arrivati “in salvo in territorio statunitense”, ha confermato poco fa l’account ufficiale del Dipartimento di Stato americano in lingua spagnola. Si sarebbe trattato dunque di una vera e propria fuga e non, come riportato inizialmente dal sito venezuelano AlbertoNews, di una liberazione dopo la concessione dei lasciapassare da parte del governo di Maduro.
Venezuela, liberi i 5 oppositori nell’ambasciata argentina
(ANSA) – ROMA, 07 MAG – “L’amministrazione di Nicolás Maduro ha concesso oggi i salvacondotti ai cinque oppositori rifugiati nell’ambasciata argentina a Caracas” da quasi 15 mesi. Lo rende noto il sito di notizie AlbertoNews, oltre che Miguel H Otero, presidente del quotidiano El Nacional, sul suo X ufficiale.
Secondo fonti giudiziarie, la misura è stata presa dopo negoziati di alto livello tra il governo chavista, l’oppositrice María Corina Machado e attori di alto livello della comunità internazionale. Il gruppo era composto da Pedro Urruchurtu, Humberto Villalobos, Claudia Macero, Omar González e Magalí Meda, tutti stretti collaboratori di Machado.




Biden: con Putin lo stesso errore commesso con Hitler nel 1938, «da stupidi pensare che si accontenti dei territori occupati in Ucraina»
L’ex presidente Usa in un’intervista alla Bbc»paragona le aperture di Trump verso il leader russo all’«appeasement» del premier britannico Chamberlain con il dittatore tedesco. «Oggi c’è il rischio che alcuni Paesi europei cerchino un accomodamento con Mosca. È necessario rilanciare la Nato»
Joe Biden torna sulla scena politica internazionale con una lunga intervista rilasciata lunedì 6 maggio alla Bbc. L’ex presidente, dalla sua casa nel Delaware, ha attaccato la politica estera di Donald Trump.
Il passaggio più duro riguarda l’Ucraina. Il giornalista dell’emittente britannica, Nick Robinson, gli ha chiesto se l’atteggiamento di Trump nei confronti di Vladimir Putin possa essere considerato «un moderno appeasement». Il riferimento è al comportamento del premier britannico Neville Chamberlain che nel 1938 non si oppose alla rivendicazioni territoriali di Hitler, in Austria e nei Sudeti, nell’attuale Repubblica Ceca. Chamberlain pensava di poter evitare così la guerra con la Germania, ma, come sappiamo, le cose andarono diversamente. E Biden parte da lì: «Sì, è un moderno appeasement. Chiunque pensi che Putin si fermerà se gli verranno concessi alcuni territori nell’ambito di un accordo di pace è semplicemente uno stupido».
Che cosa bisognerebbe fare allora? Per l’ex inquilino della Casa Bianca è necessario rinsaldare la Nato, un’alleanza che garantisce la sicurezza e «fa anche risparmiare soldi agli Stati Uniti». «Pensate fin dove si sarebbe spinto Putin se non ci fosse stata l’Alleanza Atlantica».
Il timore, ora, è che «Trump voglia cambiare la storia del mondo», minando la fiducia che i partner europei hanno sempre riposto negli Usa. «A questo punto alcuni Paesi, quelli più vicini alla Russia, potrebbero cercare un accomodamento con Putin».
Biden ha anche respinto le critiche sulla sua gestione della guerra: «Abbiamo dato a Zelensky tutto ciò che era necessario per difendere l’indipendenza dell’Ucraina ed eravamo pronti a reagire se Putin fosse stato ancora più aggressivo».
Infine un accenno anche sulla sua rinuncia a candidarsi per la riconferma nello Studio Ovale. Era la fine di luglio del 2024: solo tre mesi prima delle elezioni. Troppo tardi? «È stata una decisione molto difficile. Ma penso di aver fatto la cosa giusta. Ho fatto un passo indietro quando avevamo un buon candidato. Non sarebbe cambiato nulla, se lo avessi fatto prima».

VON DER LEYEN, ‘RIAPRIRE AL GAS RUSSO SAREBBE UN ERRORE STORICO’
(ANSA) – BRUXELLES, 07 MAG – “Alcuni continuano a sostenere che dovremmo riaprire il rubinetto del gas e del petrolio russi. Sarebbe un errore di proporzioni storiche. E faremo sì che non accada”. Lo ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, parlando alla plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo all’indomani della presentazione della roadmap di Bruxelles per liberarsi dell’energia russa.
Von der Leyen ha rimarcato la necessità di tagliare la dipendenza dai combustibili fossili di Mosca, che restano “una fonte chiave di finanziamento per la macchina da guerra russa”, evidenziando che “c’è una netta maggioranza al Parlamento europeo a favore di questa iniziativa” e “anche la presidenza polacca si sta impegnando a fondo in tal senso”.
“La Russia ha dimostrato ripetutamente di non essere un fornitore affidabile. Putin ha già tagliato i flussi di gas verso l’Europa nel 2006, 2009, 2014, 2021 e durante tutta la guerra. Quante volte ancora prima che imparino la lezione? La dipendenza dalla Russia non è dannosa solo per la nostra sicurezza, ma anche per la nostra economia. I nostri prezzi dell’energia non possono essere dettati da un vicino ostile”, ha sottolineato.
“Sbarazzarsi del gas russo non è solo necessario. E’ possibile e deve essere fatto. E questa è una questione di volontà politica. L’anno scorso le nostre importazioni di energia dalla Russia hanno registrato una leggera ripresa: abbiamo quindi bisogno di un ultimo sforzo per eliminare gradualmente i combustibili fossili russi. Ed è questo l’obiettivo della tabella di marcia che abbiamo presentato ieri”, ha osservato von der Leyen, riassumendo poi le principali misure contenute nella roadmap per arrivare allo stop entro la fine del 2027.
“Inoltre, intensificheremo i controlli sulla flotta ombra russa. L’era dei combustibili fossili russi in Europa sta volgendo al termine”, ha sottolineato.
“La buona notizia è che abbiamo fatto progressi incredibili dall’inizio della guerra. Grazie al risparmio energetico e alle rinnovabili, abbiamo già ridotto il nostro import di gas dalla Russia di 60 miliardi di metri cubi all’anno. E grazie ai nostri partner, abbiamo diversificato le nostre attività”, ha aggiunto, ricordando le forniture di gas e gnl ricevute durante la crisi da Stati Uniti, Norvegia, Giappone e Repubblica di Corea.
“Nello stesso periodo, siamo passati dal 45% al ;;13% delle nostre importazioni di gas provenienti dalla Russia. Siamo passati da uno su cinque barili di petrolio a uno su cinquanta: una riduzione di dieci volte. E potremmo andare ancora molto oltre.
Dall’inizio della guerra abbiamo ampliato notevolmente la nostra infrastruttura gnl. Anche gli Stati membri che dipendono maggiormente dal gas russo dispongono già di sufficienti alternative”, ha osservato.
VON DER LEYEN, PUTIN VUOLE IMPORRE A KIEV L’INACCETTABILE
(ANSA) – “Abbiamo visto tutti come negozia la Russia. Bombarda. Intimidisce. Seppellisce le promesse sotto le macerie. Putin vuole costringere l’Ucraina ad accettare l’inaccettabile”. Lo ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, parlando alla plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo.
“Una pace giusta e duratura, che garantisca la sovranità dell’Ucraina, ne rispetti l’integrità territoriale e ne sostenga le aspirazioni europee. Questo è il bivio che ci troviamo di fronte. E per l’Europa la posta in gioco è enorme. Quindi dobbiamo fare del nostro meglio per rafforzare la posizione dell’Ucraina”, ha sottolineato.
“Ottant’anni dopo” la liberazione dal nazismo, “ci troviamo di fronte a un altro momento decisivo nella storia del nostro continente. La guerra in Ucraina finirà prima o poi. E il modo in cui finirà la guerra plasmerà il nostro continente per le generazioni a venire. Il futuro degli ucraini è in gioco, ma lo è anche il nostro”, ha sottolineato von der Leyen.
“Un accordo sfavorevole potrebbe incoraggiare Putin a tornare a chiedere di più. Sarebbe la ricetta per maggiore instabilità e insicurezza. Invece, una pace giusta e duratura potrebbe inaugurare una nuova era di prosperità per l’Ucraina e aiutarci a costruire una nuova architettura di sicurezza per l’Europa”, ha rimarcato. La presidente ha quindi chiuso il discorso con l’ormai consueto ‘Slava Ukraini’ per riaffermare il sostegno dell’Ue a Kiev.

INDIA: RUSSIA, GRANDE PREOCCUPAZIONE, INVITO A MODERAZIONE CON PAKISTAN
(Adnkronos) – Il ministero degli Esteri russo ha dichiarato di essere ”profondamente preoccupato per l’escalation del confronto militare tra India e Pakistan” e di aver ”invitato entrambi i paesi a dar prova di moderazione” in modo da ”evitare una ulteriore escalation nella regione”. Lo riporta l’agenzia di stampa russa Tass. In una nota pubblicata sul sito web del ministero degli Esteri russo, Mosca ha poi condannato tutte le forme di terrorismo.
IRAN INVITA INDIA E PAKISTAN A ‘USARE MODERAZIONE’
(ANSA) – TEHERAN, 07 MAG – L’Iran ha espresso “profonda preoccupazione per le crescenti tensioni militari tra India e Pakistan” e ha invitato entrambe le parti a “esercitare moderazione” ed evitare un’ulteriore escalation. Lo ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmail Baghaei, secondo quanto riferisce Mehr.
PAKISTAN: CINA PREOCCUPATA, INVITA INDIA E ISLAMABAD ALLA MODERAZIONE
(LaPresse/AP) – La Cina invita India e Pakistan alla moderazione, a seguito dell’attacco dell’India in Pakistan. “La Cina esprime rammarico per le azioni militari intraprese questa mattina dall’India ed è preoccupata per gli attuali sviluppi. La Cina si oppone a ogni forma di terrorismo”, ha dichiarato un portavoce del ministero degli Esteri cinese.
“Invitiamo sia l’India che il Pakistan a dare priorità alla pace e alla stabilità, a mantenere la calma e la moderazione ed evitare azioni che complichino ulteriormente la situazione”, ha aggiunto. Pechino è di gran lunga il principale investitore in Pakistan, con un progetto da 65 miliardi di dollari per il Corridoio economico Cina-Pakistan che attraversa il Paese. La Cina ha inoltre diverse rivendicazioni territoriali con l’India, una delle quali riguarda la parte nord-orientale della regione del Kashmir.
INDIA VS. PAKISTAN IS ALSO U.S. VS. CHINA WHEN IT COMES TO ARMS SALES
Traduzione dell’articolo di Mujib Mashal
L’ultima volta che India e Pakistan si sono scontrati militarmente, nel 2019, i funzionari statunitensi rilevarono abbastanza movimenti negli arsenali nucleari di entrambe le nazioni da lanciare l’allarme. Il Segretario di Stato Mike Pompeo fu svegliato nel cuore della notte. Lavorò al telefono “per convincere ciascuna delle due parti che l’altra non si stava preparando a una guerra nucleare”, scrisse nelle sue memorie.
Quello scontro si placò rapidamente dopo le schermaglie iniziali. Ma sei anni dopo, i due rivali dell’Asia meridionale sono di nuovo coinvolti in un conflitto militare, a seguito di un letale attacco terroristico contro turisti nel Kashmir controllato dall’India. E stavolta vi è un nuovo elemento di incertezza, poiché le alleanze militari più importanti della regione sono state ridisegnate.
I cambiamenti nei flussi di armi illustrano i nuovi allineamenti in questo angolo particolarmente volatile dell’Asia, dove tre potenze nucleari — India, Pakistan e Cina — si trovano in una prossimità inquietante.
L’India, un paese tradizionalmente non allineato che ha abbandonato la sua storica esitazione nei confronti degli Stati Uniti, ha acquistato miliardi di dollari in equipaggiamento dagli Stati Uniti e da altri fornitori occidentali. Allo stesso tempo, l’India ha drasticamente ridotto gli acquisti di armi a basso costo dalla Russia, suo alleato dell’era della Guerra Fredda.
Il Pakistan, la cui rilevanza per gli Stati Uniti è diminuita dopo la fine della guerra in Afghanistan, non acquista più le attrezzature americane che un tempo Washington lo incoraggiava a ottenere. Il Pakistan si è invece rivolto alla Cina per la stragrande maggioranza dei suoi acquisti militari.
Queste connessioni hanno introdotto la politica delle superpotenze nel più lungo e intrattabile conflitto del Sud Asia.
Gli Stati Uniti hanno coltivato l’India come partner nel contrastare la Cina, mentre Pechino ha rafforzato il suo investimento nella promozione e tutela del Pakistan, man mano che l’India si avvicinava agli Stati Uniti.
Allo stesso tempo, le relazioni tra India e Cina si sono deteriorate negli ultimi anni a causa di rivendicazioni territoriali concorrenti, con scontri occasionali tra i due eserciti. E le relazioni tra le due maggiori potenze mondiali, Stati Uniti e Cina, hanno toccato un punto di minimo, mentre il presidente Trump ha lanciato una guerra commerciale contro Pechino.
Questo mix esplosivo mostra quanto complesse e disordinate siano diventate le alleanze da quando l’ordine globale nato dopo la Seconda guerra mondiale si è frantumato. La volatilità è aggravata dalla storia di frequenti confronti militari del Sud Asia, con forze armate da entrambe le parti inclini all’errore, aumentando il rischio che un’escalation sfugga al controllo.
“Gli Stati Uniti sono ora centrali per gli interessi di sicurezza dell’India, mentre la Cina gioca sempre più un ruolo analogo per il Pakistan”, ha dichiarato Ashley Tellis, ex diplomatico e oggi senior fellow presso la Carnegie Endowment for International Peace.
Mentre l’India passa ora all’azione militare contro il Pakistan, può contare sul sostegno degli Stati Uniti in modo più marcato che in qualsiasi altro momento recente.
Il Primo Ministro indiano Narendra Modi ha parlato sia con il presidente Trump sia con il vicepresidente JD Vance nei giorni immediatamente successivi all’attacco terroristico del 22 aprile in Kashmir. Il forte appoggio espresso dai funzionari dell’amministrazione Trump è stato visto da molti funzionari a New Delhi come un via libera al piano indiano di ritorsione contro il Pakistan, anche se i funzionari statunitensi hanno esortato alla moderazione.
Un segnale delle dinamiche in evoluzione è stata l’assenza vistosa del presidente russo Vladimir V. Putin, mentre il signor Modi riceveva telefonate da oltre una dozzina di leader mondiali nei giorni successivi all’attacco terroristico. Il ministro degli Esteri russo ha parlato con il suo omologo indiano una settimana dopo l’attacco, e solo questa settimana, riferiscono i funzionari, Modi e Putin hanno finalmente parlato.
Da parte sua, la Cina ha guidato il sostegno pubblico al Pakistan, definendolo un “amico di ferro e partner strategico per ogni stagione”.
Queste tendenze potrebbero riflettersi sempre più nei conflitti militari.
“Se pensate a come potrebbe apparire un futuro conflitto tra India e Pakistan, sembrerebbe sempre più un’India che combatte con piattaforme americane ed europee e un Pakistan che combatte con piattaforme cinesi,” ha detto Lyndsey Ford, ex alta funzionaria della difesa statunitense e oggi senior fellow presso l’Observer Research Foundation America. “I partner di sicurezza più stretti di entrambi i paesi sono cambiati radicalmente nell’ultimo decennio.”
Fino a pochi anni fa, i calcoli della Guerra Fredda avevano modellato le alleanze nel Sud Asia.
L’India, pur giocando un ruolo guida nel movimento dei non allineati, si era avvicinata all’Unione Sovietica. Armi e munizioni da Mosca costituivano quasi i due terzi dell’equipaggiamento militare indiano.
Il Pakistan, al contrario, si era saldamente alleato con gli Stati Uniti, diventando partner di prima linea nell’aiutare a sconfiggere i sovietici in Afghanistan. Negli anni ’80, l’esercito pakistano sfruttò tale relazione per rafforzare il proprio arsenale, incluso l’acquisto di decine di ambiti caccia F-16, che contribuirono a erodere la supremazia aerea di cui godeva l’India.
Dopo la Guerra Fredda, entrambi i paesi furono colpiti da sanzioni americane per aver testato armi nucleari negli anni ’90. Per oltre un decennio, al Pakistan fu negata la consegna di decine di F-16 che aveva già pagato.
Ma la sua fortuna cambiò ancora dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 contro New York e il Pentagono, poiché tornò a essere un partner di prima linea per gli Stati Uniti, stavolta nella guerra al terrorismo.
Anche se il Pakistan veniva accusato di giocare su due tavoli, dando rifugio ai leader talebani sul suo territorio mentre aiutava la presenza militare americana in Afghanistan, l’esercito statunitense riversò decine di miliardi di dollari in assistenza militare. Gli Stati Uniti divennero il principale fornitore di armi del Pakistan, con la Cina al secondo posto.
Poiché l’importanza del Pakistan per gli Stati Uniti è diminuita, il paese si è rivolto alla Cina, che da tempo gli offre un’accoglienza incondizionata.
Pechino, che forniva solo il 38% delle armi pakistane a metà degli anni 2000, ha coperto circa l’80% negli ultimi quattro anni, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, che studia attentamente i flussi di armi globali.
Contemporaneamente, l’India ha ridotto di oltre la metà la sua dipendenza dalle armi russe. Tra il 2006 e il 2010, circa l’80% delle principali armi indiane proveniva dalla Russia. Negli ultimi quattro anni, tale percentuale è scesa a circa il 38%, con oltre la metà delle importazioni indiane provenienti dagli Stati Uniti e da alleati come Francia e Israele.
L’unica eccezione al gelo tra Pakistan e Stati Uniti riguarda il programma F-16. Il Pakistan ha ampliato il proprio arsenale di F-16 negli ultimi due decenni, e l’amministrazione Biden ha approvato un contratto da quasi 400 milioni di dollari per la manutenzione e l’assistenza di quei caccia.
Nel 2019, il Pakistan usò un F-16 per abbattere un jet indiano di fabbricazione russa. New Delhi protestò sostenendo che quell’azione violava l’accordo di vendita con gli Stati Uniti, che permetteva l’uso degli F-16 solo per missioni antiterrorismo.
Alcuni funzionari americani sembrarono cercare di placare l’India affermando di aver rimproverato i pakistani. Ma i cablogrammi diplomatici statunitensi da tempo chiarivano che Washington era consapevole dell’intenzione del Pakistan di costruire la propria forza aerea in funzione di un possibile scontro con l’India.
Lo scontro del 2019 — in cui anche un elicottero indiano fu abbattuto, uccidendo sei membri del personale — mise in luce i problemi dell’esercito indiano. Negli anni successivi, l’India ha investito miliardi di dollari per modernizzare le proprie forze. Ora che si confronta con il Pakistan, una minaccia più grande — la Cina — non solo osserva, ma sostiene anche il suo avversario.
Per molti funzionari statunitensi che seguirono da vicino gli eventi del 2019, gli errori umani misero in evidenza quanto facilmente la situazione potesse degenerare.
I funzionari statunitensi temono che, con il nazionalismo esasperato sia in India sia in Pakistan, dove due eserciti ben armati operano in uno spazio aereo ristretto e in un clima di reciproco sospetto, anche il più piccolo errore o superamento degli ordini possa condurre a un’escalation catastrofica.
“Una crisi in cui si verificano incursioni aeree oltreconfine e duelli tra caccia, come accaduto nel 2019, comporta rischi di escalation significativi,” ha detto la signora Ford, l’ex funzionaria della difesa statunitense. “E tutto ciò è ancora più problematico quando coinvolge due vicini armati di armi nucleari.”

CI SONO VOLUTI PIÙ DI TRE MESI A VANCE E TRUMP PER CAPIRE DI ESSERE STATI TROLLATI DA PUTIN – QUEL BURINO RIPULITO DEL VICEPRESIDENTE AMERICANO, CHE A FINE FEBBRAIO SI DIVERTIVA A BULLIZZARE ZELENSKY, ORA SI SVEGLIA: “LA RUSSIA CHIEDE TROPPO PER LA PACE IN UCRAINA” – E RINCULA ANCHE SULL’ALLEANZA CON L’UE: “USA E EUROPA SONO STRETTAMENTE LEGATE E LO SARANNO SEMPRE”. SI È “CONVERTITO” DOPO IL VIAGGIO PASQUALE A ROMA IN CUI HA INCONTRATO IL PAPA, A CUI HA DETTO “È BELLO VEDERLA IN SALUTE”, 24 ORE PRIMA CHE BERGOGLIO MORISSE?
VANCE, RUSSIA CHIEDE TROPPO PER LA PACE IN UCRAINA
(ANSA) – Il vicepresidente Usa JD Vance ha affermato che gli Stati Uniti considerano eccessive le concessioni richieste dalla Russia per la pace in Ucraina, ma ha affermato di non essere così pessimista sulle possibilità di porre fine al conflitto.
VANCE SOLLECITA NEGOZIATI DIRETTI RUSSIA-UCRAINA
(ANSA) – Il vicepresidente Usa JD Vance ha sollecitato negoziati diretti tra Russia e Ucraina per arrivare alla pace.
Vance sta parlando ad un evento a Washington ospitato dalla conferenza sulla sicurezza di Monaco.
VANCE, USA E EUROPA INDIVISIBILI
(ANSA) – “La cultura europea e quella americana sono strettamente legate e lo saranno sempre. E penso che sia assolutamente ridicolo pensare che si possa mai creare una spaccatura tra Stati Uniti ed Europa”: lo ha detto JD Vance parlando ad un evento ospitato dalla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco a Washington. Il vicepresidente Usa ha detto tuttavia che Stati Uniti ed Europa si sono troppo abituati al sistema di sicurezza degli ultimi 20 anni, che non è più adeguato per i prossimi 20.
VANCE: TRUMP VUOLE SPESA NATO AL 5%, EUROPA PIÙ AUTONOMA NELLA DIFESA
(askanews) – Il vicepresidente Usa Vance ha dichiarato che il presidente Donald Trump punta a portare al 5% del PIL l’obiettivo di spesa militare per i Paesi membri della NATO.
Intervenendo al Munich leaders meeting a Washington, Vance ha aggiunto che Usa ed Europa sono “tutti allineati” sull’idea che l’Unione debba avere un ruolo più ampio nella difesa del continente. “Ci interessa che l’Europa diventi autosufficiente” ha detto.

ORA VIENE IL BELLO: IN QUESTI GIORNI STANNO ARRIVANDO NEI PORTI STATUNITENSI LE PRIME NAVI SOGGETTE AI DAZI DEL 145%, IMPOSTI DA TRUMP ALLE MERCI CINESI. IL PRIMO RISULTATO È STATO UN DRASTICO CALO DELLE IMPORTAZIONI (DI CIRCA IL 35%) RISPETTO ALLO STESSO PERIODO DELL’ANNO SCORSO, DOPO IL BOOM DI MARZO PER LE SCORTE – ORA I RIVENDITORI STANNO PAGANDO PER TENERE I PRODOTTI NEI MAGAZZINI CINESI: È PIÙ ECONOMICO CHE PAGARE LE TARIFFE. SE NON SI TROVA UNA SOLUZIONE, I CONSUMATORI AMERICANI DOVRANNO ABITUARSI AGLI SCAFFALI VUOTI…
(AGI) – L’agenzia Reuters ha riferito che Washington sta pianificando di formare un governo provvisorio a Gaza guidato da un funzionario americano. Reuters ha aggiunto che gli Stati Uniti impiegheranno tecnocrati palestinesi nell’ambito della loro amministrazione di Gaza.
Gli Stati Uniti e Israele hanno discusso la possibilita’ che Washington guidi un’amministrazione provvisoria a Gaza dopo la guerra, hanno affermato cinque persone a conoscenza della questione.
Le fonti hanno affermato che le consultazioni “ad alto livello” si sono concentrate sulla formazione di un governo di transizione guidato da un funzionario statunitense che supervisionera’ Gaza finche’ la Striscia non sara’ “smilitarizzata e stabile e non emergera’ un’amministrazione palestinese funzionante”.
Le cinque fonti hanno spiegato che le discussioni, ancora preliminari, indicano che non ci sara’ un calendario specifico per la durata della permanenza dell’amministrazione guidata dagli Stati Uniti, poiche’ dipendera’ dalla situazione sul campo.
Questa mattina, fonti di Al Arabiya e Al Hadath avevano indicato che nelle prossime ore, sotto la pressione degli Stati Uniti, sarebbe stata formulata una nuova proposta riguardante Gaza. Le fonti hanno confermato che la proposta include l’apertura di corridoi sicuri e l’istituzione di punti dedicati per la distribuzione degli aiuti a Gaza.
Fonti di Al Arabiya e Al Hadath hanno riferito che i mediatori stanno cercando di finalizzare una nuova proposta su Gaza prima della visita del presidente Donald Trump nella regione. Le fonti hanno indicato che erano in corso delle consultazioni in merito alla responsabilita’ degli Stati Uniti per l’ingresso e la distribuzione degli aiuti a Gaza, aggiungendo che i mediatori hanno informato gli Stati Uniti del loro rifiuto all’attribuzione a Israele della responsabilita’ della distribuzione degli aiuti.
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Reuters, questo avviene mentre mercoledi’ Egitto e Qatar hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui affermano i loro continui sforzi di mediazione per porre fine alla crisi umanitaria nella Striscia di Gaza. I due Paesi hanno affermato che i loro sforzi sono “continui e coerenti e basati su una visione unitaria volta a porre fine alla crisi umanitaria senza precedenti nella Striscia di Gaza”. Hanno aggiunto che gli sforzi sono “strettamente coordinati con gli Stati Uniti d’America, con l’obiettivo di raggiungere un accordo che ponga fine alla tragedia umanitaria e garantisca la protezione dei civili”.

TRUMP, NON SONO CONTENTO DELLA RUSSIA SU PACE IN UCRAINA
(ANSA) – “Non sono contento, qualcosa deve essere fatto”. Così Donald Trump alla richiesta di commentare le dichiarazioni del vice presidente JD Vance secondo il quale gli Stati Uniti considerano eccessive le concessioni richieste da Mosca per la pace in Ucraina. Il presidente è sembrato comunque spiazzato dalla domanda del reporter e prima di rispondere ha chiesto: “Quando le ha dette queste cose?”, riferendosi a Vance.
UCRAINA: TRUMP SCONTENTO PER LE TRATTATIVE DI PACE, “BISOGNA PRENDERE DECISIONI”
(Agenzia_Nova) – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ribadito di “non essere contento” per la mancanza di risultati concreti nel quadro delle trattative per mettere fine alla guerra in Ucraina. Parlando ai giornalisti alla Casa Bianca, il presidente Usa ha detto che “stiamo arrivando ad un punto in cui bisognera’ prendere delle decisioni”.
USA: TRUMP SU SECONDA GUERRA MONDIALE, SENZA DI NOI NESSUNA LIBERAZIONE
(Agenzia_Nova) – La vittoria degli alleati nella Seconda guerra mondiale e’ stata raggiunta “soprattutto grazie a noi, che vi piaccia o no”.
Lo ha detto il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, parlando alla Casa Bianca dopo avere proclamato ufficialmente l’8 maggio 2025 come Giornata della vittoria nella Seconda guerra mondiale, in occasione dell’80mo anniversario della resa incondizionata della Germania. “Siamo entrati in guerra e l’abbiamo vinta: abbiamo avuto l’aiuto di molti, grandi alleati, ma nessuno direbbe che non siamo stati la forza dominante in quel conflitto”, ha detto, aggiungendo che senza gli Usa “la liberazione non ci sarebbe mai stata”.
TRUMP, ILLEGALI DA USA IN LIBIA? CHIEDETE A MINISTERO INTERNI
(ANSA) – Donald Trump ha detto che non sa se migranti illegali verranno deportati in Libia, come riportato dal New York Times. “Chiedete al dipartimento per la sicurezza interna”, ha risposto ai reporter nello Studio Ovale.
TRUMP, INDIA E PAKISTAN FERMINO GLI SCONTRI
(ANSA) – “Conosco bene entrambi i leader, voglio che lavorino per fermare gli scontri”: lo ha detto Donald Trump nello studio Ovale rispondendo ad una domanda sulle tensioni tra India e Pakistan.
TRUMP: NON DISPONIBILE A RITIRARE DAZI SULLA CINA DEL 145%
(Il Sole 24 Ore Radiocor) – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha detto di “non essere disponibile a ritirare i dazi sulla Cina del 145%”.
Parlando con i giornalisti a margine di una cerimonia, ha escluso la possibilità di un taglio dell’aliquota. Nel weekend, è previsto un incontro tra le delegazioni di Stati Uniti e Cina per parlare di commercio.






