
(ANSA) – NEW YORK, 05 MAG – Diciannove stati americani fanno causa a Robert F. Kennedy Jr e all’amministrazione Trump contro il piano di ristrutturazione e i tagli previsti per il Dipartimento della Sanità.
Gli stati puntano il dito contro gli sforzi “irrazionali e pericolosi” del ministro della sanità Kennedy Jr di ridimensionare il Dipartimento con il rischio di cancellare anni di progressi nella medicina e lasciare il governo federale “incapace di eseguire una delle sue funzioni vitali”.
“Quando si licenziano scienziati e ricercatori e si mettono a tacere i medici non si rende l’America più in salute ma si mettono molte vite a rischio”, afferma la procuratrice di New York Letitia James, una dei 19 procuratori di altrettanti stati che hanno fatto causa.

(ANSA) – WASHINGTON, 05 MAG – Il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha utilizzato Signal più ampiamente di quanto precedentemente rivelato per le attività ufficiali del Pentagono, partecipando ad almeno una dozzina di chat separate: lo scrive il Wall Street Journal, citando fonti a conoscenza delle sue pratiche di gestione. In un caso ha chiesto ai suoi collaboratori, tramite l’app crittografata, di informare i governi stranieri di un’operazione militare in corso.
Hegseth ha anche utilizzato il servizio di messaggistica non governativo per discutere di apparizioni sui media, viaggi all’estero, i suoi impegni e altre informazioni non classificate ma sensibili, secondo quanto riferito da due fonti. L’ex conduttore di Fox News ha creato molte delle chat personalmente, inviando messaggi da una linea non protetta nel suo ufficio al Pentagono e dal suo telefono personale, sempre secondo le due fonti.
Alcuni dei messaggi di Hegseth sono stati pubblicati dal suo collaboratore militare, il colonnello dei Marine, Ricky Buria, a cui è stato concesso l’accesso al telefono personale del segretario. È stato Buria a pubblicare a marzo informazioni su un imminente attacco statunitense contro i militanti Houthi in Yemen in un gruppo di chat di Signal che includeva la moglie, il fratello e l’avvocato privato del Segretario, secondo quanto riferito dalle fonti. L’uso frequente dell’app da parte di Hegseth nelle sue attività quotidiane e il ruolo di Buria nella pubblicazione di informazioni per suo conto sono una novità nell’ambito del più ampio chatgate.

Il governo Trump taglia le sovvenzioni ad Harvard
(ANSA) – L’amministrazione Trump ha comunicato all’università di Harvard, il college più antico e ricco del Paese, che non avrà diritto a nuove sovvenzioni federali. Una mossa che secondo alcuni media sembra un tentativo per costringere l’ateneo a tornare al tavolo negoziale nel quale il governo Usa vuole imporre la sua politica anti woke e contro le proteste filopalestinesi. La decisione è stata comunicata in una controversa lettera ad Alan M. Garber, rettore di Harvard, da Linda McMahon, segretario all’Istruzione, che ha criticato l’università per “una gestione disastrosa”.

(ANSA) – WASHINGTON, 05 MAG – Il Canada è un “regime socialista” che si è “nutrito dell’America” ;;per decenni: la poco diplomatica dichiarazione è stata fatta dal segretario al Commercio statunitense Howard Lutnick, alla vigilia della visita del premier canadese Mark Carney alla Casa Bianca. Lutnick ha fatto il suo commento col conduttore di Fox Business, Larry Kudlow, che è stato il principale consigliere economico di Trump durante il suo primo mandato, quando il presidente si è vantato di aver negoziato l’accordo commerciale Usmca con Messico e Canada per sostituire l’Accordo di libero scambio nordamericano (Nafta).
Ma quando Kudlow ha chiesto a Lutnick delle prospettive di un nuovo accordo commerciale tra Stati Uniti e Canada, il segretario al Commercio ha snobbato l’idea. “Perché produciamo automobili in Canada?”, ha chiesto. “Perché giriamo i nostri film in Canada? Ma dai!”, ha tagliato corto.

UCRAINA: ATTACCO CON DRONI SU MOSCA, CHIUSI PER ORE I 4 AEROPORTI
(Adnkronos) – Nuovo attacco con droni su Mosca, dove per ore sono stati chiusi i quattro aeroporti della capitale. Il sindaco della città, Sergei Sobyanin, ha riferito che nella notte almeno 19 aerei senza pilota lanciati dall’Ucraina sono state distrutti prima che raggiungessero Mosca “da diverse direzioni”.
Alcuni dei rottami sono caduti su una delle strade principali che portano alla capitale, ma non si registrano vittime. Gli aeroporti – Sheremetyevo, Domodedovo, Vnukovo e Zhukovsky – sono stati riaperti dopo qualche ora, come comunicato dall’autorità per l’aviazione. Anche i governatori delle regioni russe di Penza e Voronezh hanno riferito di attacchi con droni la scorsa notte. Nessun commento da Kiev all’attacco – il secondo in due giorni – mentre il sindaco di Kharkiv, Ihor Terekhov, ha denunciato un raid russo sulla città, dove ha preso fuoco un edificio residenziale, ma al momento non ci sono notizie di vittime.
RAID RUSSI SULLA REGIONE UCRAINA DI SUMY, ‘3 MORTI E 7 FERITI’
(ANSA) – E’ di tre civili morti e altri sette rimasti feriti il bilancio delle vittime degli attacchi russi di ieri sulla regione ucraina orientale di Sumy, secondo le autorità locali citate dai media di Kiev.

(ANSA) – La Gran Bretagna si sta preparando segretamente in caso di attacco militare diretto da parte della Russia, temendo di non essere pronta per la guerra. Lo scrive il Telegraph affermando che è stato chiesto ai funzionari di aggiornare i piani di emergenza, vecchi di 20 anni. Un dossier classificato illustra come il governo reagirebbe a una dichiarazione di guerra, inclusi bunker per proteggere il governo e la famiglia reale, trasmissioni di servizio pubblico e l’accumulo di risorse. I ministri temono che la Gran Bretagna non solo sarebbe surclassata dalla Russia e dai suoi alleati sul campo di battaglia, ma sarebbe anche impreparata e mal difesa in patria.

SEFCOVIC, ‘CON I DAZI USA A RISCHIO IL 97% DELL’EXPORT UE’
(ANSA) – BRUXELLES, 06 MAG – Al momento ci sono “sei indagini in corso” da parte degli Usa sul fronte commerciale con gli Usa. “Nel 2024 gli Stati Uniti hanno riscosso circa 7 miliardi di euro di dazi sulle esportazioni dell’Ue. Si prevede che gli Stati Uniti potrebbero ora riscuotere fino a 100 miliardi di euro se le indagini in corso dovessero portare all’imposizione di tariffe.
E come sapete, proprio ieri abbiamo appreso di una possibile nuova tariffa del 100% sulla produzione cinematografica non statunitense”. Sarebbe colpito “il 97% delle esportazioni” Ue verso gli Usa. “Quindi credo che sarete d’accordo con me sul fatto che la situazione in sé non sia accettabile”. Lo ha detto il commissario Ue al Commercio Maros Sefcovic, parlando alla Plenaria del Pe.
SEFCOVIC, ‘SUI DAZI PIÙ CHE MAI FONDAMENTALE L’UNITÀ UE’
(ANSA) – BRUXELLES, 06 MAG – Nei negoziati con gli Usa sui dazi “è più che mai fondamentale l’unità. Il nostro messaggio deve essere inequivoco”. Lo ha detto il commissario Ue al Commercio Maros Sefcovic parlando alla Plenaria del Pe. Sefcovic ha ricordato che “l’Ue e gli Stati Uniti rappresentano il 30% del commercio globale” ma “non dobbiamo dimenticare il restante e pertanto prosegue il lavoro di diversificazione”.
Sefcovic a riguardo ha ricordato l’accordo con il Mercosur e il partenariato lanciato con Sudafrica e Singapore. “Stiamo accelerando drasticamente i negoziati in corso con l’India, con l’Indonesia, con Filippine, Thailandia e Malesia. Abbiamo avviato i colloqui per l’Accordo di Libero Scambio con gli Emirati Arabi Uniti, un’iniziativa che credo possa fungere da forte catalizzatore per la nostra cooperazione con i Paesi della del Golfo”, ha aggiunto.
SOCIALISTI UE, ‘TRUMP UNA MINACCIA PER IL MONDO’
(ANSA) – STRASBURGO, 06 MAG – “Donald Trump è una minaccia per il mondo non solo sul fronte dei dazi: porta avanti un nazionalismo autoritario, non solo commerciale. Lui e i suoi partner di estrema destra non credono in un mondo basato sulla legge ma sulla legge del più forte”.
Lo ha detto la capogruppo dei socialisti e democratici, Iratxe Garcia Perez parlando in plenaria. “Noi dobbiamo difendere il modello europeo. l’Ue deve rispondere con forza a difesa dei suoi lavoratori. Serve fermezza, senza cedere a nessun ricatto. Dobbiamo ptrevedere sanzioni e oneri per le big tech che non rispettano le norme, penso anche all’esclusione delle imprese Usa dagli appalti europei. Il mondo non è solo composto da Trump, dobbiamo rafforzare gli accordi con gli altri partner”, ha concluso.

Panetta: “Con dazi e tensioni geopolitiche a rischio decenni di prosperità”
Il numero uno di Bankitalia alla riunione annuale della Banca asiatica di sviluppo: «Lasciamoci guidare da Marco Polo: aperture e non barriere, cooperare è una necessità»
Più cooperazione, ma anche più regole condivise su scala globale. Il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha lanciato un monito contro il ritorno del protezionismo e delle tensioni geopolitiche, sottolineando come questi fattori rischino di compromettere i risultati ottenuti in decenni di cooperazione economica internazionale. Intervenendo alla sessione di apertura della 58ª riunione annuale della Banca asiatica di sviluppo (Asian development bank, Adb), Panetta ha delineato un’agenda di sviluppo fondata sulla collaborazione multilaterale e sulla difesa delle norme comuni che sorreggono l’economia planetaria. «La prosperità delle regioni dell’Asia-Pacifico e dell’Europa è profondamente intrecciata con i flussi commerciali globali e con un contesto internazionale prevedibile», ha affermato Panetta, in un passaggio che ha evidenziato la vulnerabilità di economie aperte come quelle europee e asiatiche rispetto a politiche economiche nazionaliste.

I dazi statunitensi introdotti dal presidente Donald Trump lo scorso 2 aprile continuano a far discutere e intimoriscono i banchieri centrali mondiali. Nel suo intervento, il governatore Panetta ha parlato di un «dividendo di pace» maturato nei decenni successivi alla fine della Guerra Fredda: «Decenni di progressi senza precedenti nella cooperazione internazionale e nell’integrazione economica hanno favorito prosperità, stabilità e sviluppo in tutto il mondo. Eppure oggi questo quadro è seriamente messo a dura prova». Secondo Panetta, l’Asia-Pacifico rappresenta oggi «la regione più dinamica dell’economia globale», con una crescita robusta sostenuta in particolare dal settore dell’elettronica. Il 75% della produzione mondiale di semiconduttori si concentra in quest’area, che ha saputo cogliere la domanda in rapida espansione legata all’intelligenza artificiale. Ma proprio questa centralità rende la regione esposta ai rischi derivanti dalle barriere commerciali e dall’incertezza delle politiche economiche.
Il problema è che gli equilibri sono oggi messi in discussione da nuove spinte autarchiche. «Il protezionismo minaccia di annullare questi risultati e di indebolire il tessuto stesso della prosperità globale», ha avvertito Panetta, riferendosi esplicitamente all’impatto negativo dei dazi e della guerra commerciale tra grandi economie mondiali. Il discorso ha assunto, in diversi passaggi, un tono quasi programmatico. «In un’epoca di crescenti tensioni geopolitiche e conflitti, dobbiamo guardarci da pericolosi passi indietro che potrebbero mettere a repentaglio i risultati conquistati duramente negli ultimi decenni. La pace resta il fondamento imprescindibile per il progresso», ha dichiarato il governatore. Ma Panetta ha anche ricordato il ruolo cruciale delle istituzioni multilaterali nel garantire apertura, stabilità e rispetto delle regole comuni. In questo quadro, ha definito la Banca Asiatica di Sviluppo «un pilastro del sistema multilaterale», in grado di unire partner regionali e non regionali in nome dello sviluppo inclusivo.
Richiamando la figura di Marco Polo, il titolare di Via Nazionale ha chiuso il suo intervento con un invito alla cooperazione internazionale, per sottolineare l’importanza di scelte coraggiose in un momento di incertezza globale. «Dobbiamo continuare a scegliere la cooperazione anziché il conflitto, l’apertura anziché le barriere, il coraggio e non l’esitazione – perché il futuro che stiamo costruendo non richiede niente di meno». Il riferimento all’esploratore veneziano non è stato casuale. «Marco Polo partì da Venezia nel 1271 come giovane mercante e viaggiò fino in Cina, dove divenne consigliere del Khan. Il suo viaggio di 17 anni, raccontato ne Il Milione, contribuì a costruire ponti tra continenti e a ispirare le generazioni future», ha ricordato Panetta.
Nella visione del governatore, l’apertura economica e la cooperazione internazionale non sono solo strumenti di crescita, ma anche strumenti di stabilità politica e di progresso sociale. «Le moderne economie sono profondamente interconnesse e l’apertura al commercio ha beneficiato sia i Paesi avanzati sia quelli in via di sviluppo, riducendo le disuguaglianze e portando centinaia di milioni di persone fuori dall’estrema povertà».
Le parole di Panetta giungono in un momento delicato per l’economia globale, segnato dall’inasprimento delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, da negoziati complicati e dall’incertezza che ne deriva per le catene di approvvigionamento internazionali. In questo contesto, Panetta ha scelto di ribadire un messaggio che va in direzione opposta rispetto alla dottrina protezionista che è la prevalente a Washington: «La cooperazione internazionale non è un’opzione: è una necessità».
Premio Pulitzer 2025. Vincono i media anti-Trump.
Il New York Times batte tutti e si aggiudica quattro riconoscimenti, il New Yorker tre
La libertà di stampa e di espressione, il Primo emendamento della Costituzione che la garantisce, e perciò la democrazia stessa, sono sotto attacco nell’America di Trump, mentre guerre, licenziamenti e difficoltà finanziarie minacciano presente e futuro del giornalismo. Con questo allarme Marjorie Miller, amministratrice dei premi Pulitzer, ha presentato ieri alla Columbia University i vincitori del 2025, come celebrazione e difesa di quello che un tempo era il quarto potere, ma ora rischia di perdere la sua funzione essenziale per la società civile.
La copertura dell’attentato contro Trump durante la campagna presidenziale ha fatto vincere per le breaking news il Washington Post e per la fotografia il New York Times.
La carneficina a Gaza il New Yorker per i commenti. L’Ucraina ha generato nomination ma nessun riconoscimento, ma il premio internazionale andato al New York Times per il Sudan, e quelli per le guerre in Afghanistan e Iraq, hanno ricordato il mondo instabile in cui viviamo.
Il traffico di fentanyl ha fatto vincere la Reuters nel giornalismo investigativo, mentre Elon Musk in politica con Trump e la sua storia personale hanno premiato il Wall Street Journal in quello nazionale.
Pro Publica ha vinto per il servizio pubblico, con la tragedia delle donne che muoiono a causa del divieto dell’aborto.
Ann Telnaes, costretta a lasciare il Washington Post per una vignetta sul suo editore Jeff Bezos, è stata premiata nel nome della difesa della libertà di espressione, mentre la diversità è stata celebrata con diversi riconoscimenti per storie sulle minoranze, e soprattutto la citazione speciale per Chuck Stone, pioniere dei giornalisti afro americani.
Scontato, poi, il successo di Percival Everett con James (La nave di Teseo) per la fiction. Un’edizione difficile dei Pulitzer, che tra la scelta dei temi, e la premiazione di alcuni dei media più odiati da Trump, ha cercato di ricordare il presidente Jefferson, quando diceva che allo stato senza i giornali preferiva i giornali senza lo stato.

Alcatraz, la storia della prigione mito che ospitò Al Capone e che ora Trump vuole riaprire
Chiusa nel 1963 per questioni di budget, ora l’isola nella baia di San Francisco attira un milione e mezzo di turisti l’anno
C’è un nuovo Sceriffo in città e vuole una prigione che sia un simbolo di «legge, ordine, giustizia». Così Donald Trump, appena svegliato, ha ordinato di riaprire Alcatraz, l’isola penitenziario nella baia di San Francisco. Nelle sue intenzioni dovrà accogliere i più cattivi dei cattivi.
Ma per farlo serviranno molti fondi, perché riportare «The Rock» alle origini potrebbe voler dire un conto salato, in contrasto con la politica dei tagli. Il sito, aperto nel 1934 su una terra che una volta era dei nativi, venne chiuso nel 1963 proprio per ragioni di budget. Aveva bisogno di essere ristrutturato, con lavori estesi che avrebbero comportato un esborso tra i 3 e i 5 milioni di dollari. Troppi. Per cui abbandonarono l’idea, per poi trasformare dal 1973 l’area in un luogo turistico gestito dal National Park Service. Al posto delle guardie arrivarono i rangers, il primo passo per accogliere i tour, inclusi — a volte — quelli notturni. Una scelta premiata dal pubblico, con una media di 1.7 milioni di visitatori all’anno e buone entrate per le casse statali. Con comitive che raggiungono in traghetto la «rocca» per visitare i «bracci», ascoltare storie, scoprire dettagli di una Caienna dalla quale mai nessuno è riuscito a scappare. Forse.
In 29 anni ci sono stati 14 tentativi di evasione, tutti sventati e con un mistero su un episodio celebre avvenuto nel 1962 quando Frank Morris e i fratelli Anglin, dopo aver costruito dei manichini piazzati nelle loro brande, fecero perdere le tracce. Non si è mai capito se siano morti annegati in mare, portati via dalla corrente, o se invece alla fine siano riusciti dove gli altri avevano fallito. Fatto di nera affascinante, con quel mix di avventura e sfide, che ha fornito materiale per Hollywood ed è stato raccontato nel film con Clint Eastwood protagonista. Attorno altre «opere», sempre realizzate mettendo al centro il grande complesso dove erano finiti, tra gli altri, Al Capone e Machine Gun Kelly.
Nel frattempo, si sono moltiplicate le prigioni di massima sicurezza. Ve ne sono quasi una ventina, sparpagliate lungo tutto il territorio, «centri» dove scontano pene lunghissime terroristi, narcotrafficanti, spie, serial killer, individui responsabili di reati gravi e ritenuti pericolosi, sempre pronti a cercare una via di fuga. Secondo dati ufficiosi sono circa 20 mila i detenuti ad alto rischio, figure da non perdere di vista perché capaci di osare, tentare, inventare trucchi pur di riacquistare la libertà. Molti di loro sono finiti a Supermax, ribattezzato l’Alcatraz delle montagne perché costruito a Florence, in Colorado. Da qui non esci: lo hanno realizzato come un bunker, con regole severissime, controlli stretti e niente varchi.
Non per caso in una di queste «tombe» vegeta, dorme, sopravvive Joaquin Guzman, alias El Chapo, il padrino capace di «andarsene» dalle «allegre» carceri messicane usando — dicono — un grande carrello della lavanderia e il più classico dei metodi, il tunnel scavato dall’esterno da un pugno di complici. I suoi avvocati hanno chiesto invano un ammorbidimento del «regime»: per ottenerlo avrebbe dovuto collaborare.

MOSCA, TRUPPE 13 PAESI IN PIAZZA ROSSA IL 9/5, ANCHE CINA
(ANSA) – Il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov ha dichiarato che “unità da parata” di 13 Paesi – tra cui la Cina – prenderanno parte alla sfilata militare sulla Piazza Rossa per l’80° anniversario della vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale. Lo riporta la Tass.
PUTIN E XI DISCUTERANNO DI UCRAINA E RELAZIONI RUSSIA-USA
(ANSA) – “La questione ucraina e le relazioni russo-americane” saranno tra gli argomenti al centro di un colloquio tra i presidenti russo Vladimir Putin e quello cinese Xi Jinping in programma giovedì a Mosca. Lo ha detto il consigliere presidenziale per la politica estera di Putin, Yuri Ushakov, citato dall’agenzia Interfax.

NEWSOM A TRUMP, ‘SALVIAMO HOLLYWOOD CON INCENTIVI, NON CON DAZI’
(ANSA) – LOS ANGELES, 06 MAG – No al protezionismo a colpi di dazi, sì a incentivi interni. A ventiquattr’ore dall’annuncio di Donald Trump di voler introdurre tariffe sui film “girati all’estero”, arriva la controproposta del governatore della California: mano tesa a Washington per elaborare insieme un programma di crediti di imposta federali da 7,5 miliardi di dollari. I due – acerrimi rivali politici – condividono lo stesso problema. L’esodo delle produzioni verso paesi dove girare costa meno sta affossando l’industria dello spettacolo locale, concentrata soprattutto nell’area di Los Angeles.
La soluzione di Newsom è però opposta a quella sbandierata dal tycoon. Per “riportare il cinema in America” bisogna “attrarre le produzioni e rendere conveniente filmare qui”, ha scritto in una nota il democratico, che è stato il primo governatore a fare causa al presidente contro i dazi sulle merci estere. La maggior parte dei 50 stati americani concede un credito d’imposta alle produzioni che arrivano nel loro territorio, ma per ora non esiste niente di simile a livello nazionale. La California, quarta economia mondiale che si regge anche sulle spalle dei grandi studios, sta per approvare un rialzo del tax credit da 330 a 750 milioni annui.
TRUMP, HOLLYWOOD DECIMATA MA NON VOGLIO DANNEGGIARLA CON DAZI
(ANSA) – WASHINGTON, 05 MAG – Donald Trump ha difeso la sua intenzione di dazi al 100% sui film stranieri ma ha detto che non vuole danneggiare il settore e che incontrerà alcuni suoi dirigenti. “L’industria di Hollywood è stata decimata, ha abbandonato gli Usa”, si è lamentato, accusando per questo anche il governatore della California Gavin Newsom, definito “incompetente”.
NEWSOM, ‘TRUMP NON HA AUTORITÀ PER DAZI SU FILM STRANIERI’
(ANSA) – LOS ANGELES, 05 MAG – “Riteniamo che il presidente Donald Trump non abbia l’autorità di imporre dazi ai sensi dell’International Economic Emergency Powers Act, poiché i dazi non sono elencati come rimedio in tale legge”.
Lo ha detto Bob Salladay, senior advisor per la comunicazione del governatore della California Gavin Newsom, al sito specializzato in spettacolo Deadline, in merito all’intenzione del presidente di mettere tariffe al 100% sulle produzioni estere. La California è il primo Stato ad aver fatto causa alla Casa Bianca contro i dazi, e l’idea di imporli su Hollywood potrebbe dare il via ad una nuova azione legale.
HOLLYWOOD È SCETTICA SUI DAZI, ‘IDEA DI TRUMP CONTROPRODUCENTE’
(ANSA) – LOS ANGELES, 05 MAG – La promessa di Donald Trump di mettere dazi su film e serie prodotte all’estero ha colto alla sprovvista Hollywood e la politica locale. Il governatore Gavin Newsom, fiero oppositore del tycoon e primo tra tutti i colleghi a impugnare per vie legali la politica delle tariffe, ha scritto su Threads:
“Trump non parla per tutta l’America. La California resta impegnata per una partnership internazionale forte e stabile”. Mentre il parlamento di Sacramento sta per approvare un aumento del tax credit a 750 milioni l’anno, i media riferiscono di grande apprensione e scetticismo per la proposta di Trump.
Gli addetti del settore aspettano la contromossa della Motion Picture association, che riunisce gli studi tradizionali e i colossi dello streaming, che però ancora non si è espressa. Non che l’intenzione del tycoon – “Movies made in America, again!” – non sia condivisa da queste parti. L’esodo delle produzioni sta mettendo in ginocchio l’industria locale: FilmLA, l’ente che concede le licenze per filmare in città, ha registrato nel primo quadrimestre del 2025 un calo dei set del 24% rispetto al già scarso 2024.
A Los Angeles, i quasi 170.000 lavoratori dello spettacolo stentano a riprendersi dalla triplice batosta di pandemia, scioperi e incendi. Ma il protezionismo trumpiano è “controproducente”, ha scritto tra tutti su Linkedin il produttore Randy Greenberg: “aumenteranno i costi di produzione; gli studi faranno pressione sugli esercenti per aumentare i prezzi dei biglietti; il pubblico smetterà di andare al cinema e poi… sappiamo come finirà”.
Dazi ai film stranieri: l’abbraccio di Trump spaventa Hollywood
L’obiettivo è riportare le riprese negli Stati Uniti in un settore già in attivo. Cresceranno i costi delle case di produzione
Anche Hollywood e i giganti dello streaming pagano dazio a Trump. Per ora solo a Wall Street dopo che il presidente ha promesso di imporre dazi del 100% sui film prodotti all’estero. Per ora solo una promessa (minaccia) ma sufficiente a far scendere nel corso della giornata Netflix del 4%, Disney e Paramount di oltre il 2 e Warner Bros. Discovery di oltre il 3%, prima di limare le perdite. Non è chiaro come Trump voglia applicare i dazi, considerato che i film non sono beni fisici che passano dai porti. La stessa Casa Bianca ha detto ieri che una «decisione definitiva non è stata ancora presa», ma il solo annuncio pubblicato domenica sera sul social Truth è stato sufficiente per seminare il panico a Hollywood.
Dazi a Hollywood, la spiegazione di Trump
«L’industria cinematografica americana sta morendo a una velocità impressionante – ha scritto Trump – Altri Paesi stanno offrendo ogni tipo di incentivo per attirare i nostri registi e studi cinematografici fuori dagli Stati Uniti. Hollywood e molte altre aree all’interno degli Usa vengono devastate». «Questo – ha aggiunto – è uno sforzo concertato da parte di altre nazioni e, di conseguenza, una minaccia alla sicurezza nazionale. Ed è, oltre a tutto il resto, un’operazione di comunicazione e propaganda».
«Pertanto – ha concluso – autorizzo il dipartimento del Commercio e il Rappresentante del commercio degli Stati Uniti a iniziare immediatamente il processo per istituire un dazio del 100 per cento su tutti i film che entrano nel nostro Paese e che sono prodotti in terra straniera. Vogliamo di nuovo film fatti in America». Il segretario al Commercio Howard Lutnick ha commentato su X: «Ci stiamo lavorando».
Rispetto agli altri dazi, la spiegazione di voler riequilibrare il deficit commerciale non c’è: l’industria cinematografica americana nel 2023 ha avuto un attivo commerciale con l’estero di 15,3 miliardi di dollari. L’annuncio di Trump segue la missione condotta a Hollywood da uno dei tre “ambasciatori speciali” del cinema nominati da Trump, Jon Voight (gli altri due sono Mel Gibson e Sylvester Stallone) che sta lavorando a un piano per salvare l’industria dell’intrattenimento.
Voight ha incontrato rappresentanti sindacali e dirigenti degli studios, i quali hanno chiesto incentivi fiscali per aumentare la produzione in Usa. Ma adesso gli studios temono che possano scattare restrizioni a qualsiasi ripresa all’estero.
Secondo il Wall Street Journal, i direttori degli studi più importanti si sono riuniti per capire cosa possa portare questa nuova ondata di dazi. I generosi incentivi presenti nel Regno Unito, in Canada e Australia hanno da tempo attirato le grandi produzioni dei blockbuster di Hollywood. Piattaforme online come Netflix e Max lavorano molto fuori dagli Stati Uniti. Film come l’ultimo Mission: Impossibile – The Final Reckoning e Jurassic World – La rinascita sono stati fatti quasi interamente all’estero. Un film Minecraft, l’adattamento cinematografico ispirato al videogioco, è stato realizzato in Canada e Nuova Zelanda.
Dall’Europa è arrivata una prima gelida risposta a Trump: «È un post sui social – ha dichiarato il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill, rispondendo alle domande dei giornalisti – Non sappiamo esattamente cosa significhi in pratica, e finché non lo sapremo, non possiamo commentare la nostra possibile risposta». Il governatore della California, Gavin Newsom, ha bocciato l’iniziativa: «Crediamo – ha dichiarato un portavoce – che Trump non abbia l’autorità di imporre dazi».

TRUMP, FANFARONE ACCHIAPPANUVOLE: HA FATTO TUTTO STO CASINO PER RIDURRE LA DIPENDENZA DEGLI STATI UNITI CON L’ESTERO, E SI RITROVA UN DEFICIT COMMERCIALE DA RECORD – È UN EFFETTO “AL CONTRARIO” DEI DAZI: IN PREVISIONE DELLE TARIFFE (ANNUNCIATE IL 2 APRILE), LE IMPORTAZIONI SONO CRESCIUTE DEL 4,43%. LE AZIENDE HANNO FATTO SCORTA DI BENI PRIMA DELL’INIZIO DELLA GUERRA COMMERCIALE…
(ANSA) – Il deficit commerciale americano è salito del 14% in marzo alla cifra record di 140,5 miliardi di dollari, oltre le attese degli analisti che scommettevano su 137,2 miliardi. Le importazioni sono aumentate del 4,43% a 418,96 miliardi prima dell’annuncio dei dazi di Donald Trump, mentre le esportazioni sono salite dello 0,2% a 278,46 miliardi.

DA UE DAZI A BENI USA DA 100 MILIARDI SENZA UN’INTESA’
(ANSA) – L’Ue prevede di colpire circa 100 miliardi di euro di merci Usa con dazi aggiuntivi se i negoziati non andranno a buon fine. E’ quanto riporta Bloomberg.
La presentazione del piano potrebbe avvenire già nella giornata di domani, in occasione della riunione dei Rappresentanti Permanenti dei 27.
L’esecutivo Ue ha comunque intenzione di aprire un periodo di consultazione di un mese prima di ultimare l’elenco. Le misure scatterebbero solo in caso di fallimento dei negoziati, in merito ai quali l’Ue sta perfezionando la sua proposta. Interpellate a riguardo fonti ufficiali della Commissione hanno replicato con un “no comment”.
XI AI LEADER UE, ‘PRONTO A ESPANDERE APERTURA RECIPROCA’
(ANSA) – La Cina “è pronta a collaborare con i leader dell’Ue per espandere l’apertura reciproca e per gestire adeguatamente gli attriti e le differenze”. E’ quanto ha detto il presidente Xi Jinping nei messaggi scambiati con i presidenti Ue del Consiglio Antonio Costa e della Commissione Ursula von der Leyen per i 50 anni dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche bilaterali. Xi, nel resoconto diffuso dall’agenzia di stampa statale Xinhua, ha invitato le parti “a salvaguardare equità e giustizia e a contrastare le azioni unilaterali”.
Cina e Ue, nel mezzo delle turbolenze commerciali innescate dal presidente Usa Donald Trump, “sono partner strategici globali, nonché due importanti forze che promuovono la multipolarizzazione, due importanti mercati che sostengono la globalizzazione e due importanti civiltà che promuovono la diversità”, ha aggiunto Xi, ricordando che negli ultimi 50 anni “le due parti hanno mantenuto stretti scambi a tutti i livelli e in tutti i campi, ottenuto risultati fruttuosi nel dialogo e nella cooperazione, realizzato proficui scambi culturali e un coordinamento multilaterale fruttuoso”.
Le relazioni bilaterali sono diventate tra quelle “più influenti al mondo” e hanno contribuito “in modo significativo al miglioramento del benessere dei popoli cinese ed europeo e alla promozione della pace e dello sviluppo nel mondo”, ha proseguito il leader cinese.
Con il mondo che attraversato da cambiamenti in rapida accelerazione e la società umana di fronte a un bivio critico, la relazione Cina-Ue “sana e stabile non solo porterà al successo reciproco, ma illuminerà anche il mondo”.
L’anniversario dei 50 anni di rapporti diplomatici è l’occasione “per fare il punto sull’esperienza” e “aprire un futuro più luminoso delle relazioni”.
Cina e Ue, ha continuato Xi, “dovrebbero aderire al multilateralismo, difendere l’equità e la giustizia, opporsi alle prepotenze unilaterali, collaborare per affrontare le sfide globali, promuovere congiuntamente una multipolarizzazione mondiale equa e ordinata e una globalizzazione economica inclusiva con contributi maggiori alla pace, alla stabilità, allo sviluppo e alla prosperità nel mondo”.
Sempre oggi, anche il premier cinese Li Qiang ha scambiato messaggi di congratulazioni con Costa e von der Leyen, rilevando che Pechino “è disposta a collaborare con l’Ue per aderire al posizionamento di un partenariato strategico globale, rafforzare ulteriormente la stabilità, la costruttività, la reciprocità e la globalità delle relazioni Cina-Ue”. Il tutto, ha riferito la Xinhua, per poter “infondere maggiore stabilità ed energia positiva nel mondo”.

L’ira di Pechino sui video di reclutamento della Cia in mandarino: la nuova guerra di spie Trump-Xi
Nel pieno della guerra dei dazi con l’America, l’altro fronte è l’intelligence. Il governo cinese avvisa ora che sta prendendo tutte le misure necessarie per reprimere «le pesanti attività di infiltrazione e sabotaggio delle forze anti-cinesi straniere»
Adesso, interviene il governo cinese. Tre giorni fa la Cia aveva pubblicato su Youtube due video in mandarino per reclutare personale cinese o giovani cinesi nell’agenzia di spionaggio estero americana. La cosa che più ha fatto infuriare Pechino, stando a una fonte informata di intelligence occidentale, non è che la Cia recluti in Cina (attività che i cinesi considerano ovvia e contro la quale hanno lanciato, almeno dal 2016, programmi di controspionaggio e campagne di propaganda interna specifiche), mail fatto che lo faccia in maniera così pubblica e lampante: «La considerano alla stregua di una provocazione militare». E certamente, le priorità nell’amministrazione Trump, anche sul fronte dell’intelligence, sono diventate assai più marcate che con Joe Biden: molta meno Russia, e molta più Cina.
Dunque, il ministero degli Esteri cinese reagisce pubblicamente, dice ora che prenderà tutte le misure necessarie per reprimere «le attività di infiltrazione e sabotaggio delle forze anti-cinesi straniere», in risposta ai video in lingua cinese diffusi dalla Cia. Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, ha definito i video «una grave violazione degli interessi nazionali della Cina» e una «sfacciata» provocazione politica. «Gli Stati Uniti non solo diffamano e attaccano maliziosamente la Cina, ma ingannano anche palesemente e attirano il personale cinese a passare dall’altra parte, e addirittura prendono di mira direttamente i funzionari governativi cinesi». Insomma: le attività vere sono ben più nascoste di questi videini di propaganda. Ma i video sono un chiaro messaggio politico da Washington.
I due video della Cia possono in effetti far sorridere, ma significano che la sicurezza nazionale di Washington vuole far saltare i nervi cinesi non solo con la guerra sui dazi. Nel primo video, un funzionario del partito comunista cinese dice (in un mandarino non del tutto fluente, a detta di esperti della lingua cinese): «Mentre salgo all’interno del partito, guardo quelli sopra di me che vengono scartati come scarpe consumate, uno dopo l’altro. Ma ora mi rendo conto che il mio destino è precario quanto il loro», sulle immagini di un funzionario cinese e sua moglie che entrano in una cena sontuosa, mentre spie del governo cinese che lo pedinano. «È fin troppo comune che qualcuno scompaia improvvisamente senza lasciare traccia. Quello che temo di più è che il destino della mia famiglia sia legato al mio. Devo preparare una via di fuga». Nel secondo video un giovane cinese dice: «Fin da piccoli il partito ci ha insegnato che, finché avessimo seguito diligentemente il percorso tracciato dai nostri leader, avremmo avuto un futuro luminoso. Il cielo che doveva essere condiviso da tutti è ora goduto solo da pochi, e non mi ha lasciato altra scelta che forgiare il mio percorso. Mi sono rifiutato di stare con le mani in mano!». Insomma, una chiamata alla diserzione verso la Cia.
«Il fatto che Pechino risponda, dice quanto questi video funzionino», ha detto un ufficiale della Cia alla Reuters. Che sia vero o meno, la paranoia dilaga, assieme alle attività estere di entrambi i paesi, e al controspionaggio cinese che Xi sta incredibilmente rafforzando, nel Paese. Nel 2022 Xi ha nominato a capo del MSS (Ministero per la sicurezza dello stato, la principale agenzie di intelligence civile) Chen Yixin, un suo uomo fidatissimo, che lavorò per lui quando Xi era funzionario della provincia di Zhejiang, e ha un vasto background nella propaganda di intelligence usando i social media. Ad agosto 2023 l’MSS ha debuttato palesemente sui social, lanciando un account ufficiale su WeChat, l’app più popolare in Cina, facendo «appello a tutti i membri della società cinese per unirsi nella lotta contro le infiltrazioni straniere». I suoi post (a differenza dei due video della Cia) raccolgono centinaia di migliaia di visualizzazioni e sono spammati dai media statali. L’MSS l’anno scorso aveva fatto anche un video proprio contro le infiltrazioni estere: sulle immagini di un uomo travestirsi da fotografo di moda, uomo d’affari, autista di consegne di cibo, una voce narrante recitava: «Nel mare di persone, potreste non averlo mai notato. La sua identità è mutevole e i suoi spostamenti sono difficili da trovare. Sono ovunque, astuti… e subdoli, e potrebbero essere proprio qui, nelle nostre vite. Possono travestirsi da chiunque. Ma tra le folle io e te stiamo proteggendo la sicurezza nazionale. Noi 1,4 miliardi di persone siamo 1,4 miliardi di linee di difesa». Alla fine, la polizia cinese cattura la spia americana.
L’MSS ha tappezzato in questi due anni le città cinesi di manifesti e slogan che promuovono la sicurezza nazionale. I social sono pieni di account che promuovono messaggi coordinati contro le spie straniere. L’MSS pubblicò esattamente un anno fa un altro video che chiedeva di vigilare contro le società di consulenza straniere che lavorano come copertura per servizi segreti stranieri.
Questo curioso grillismo nell’intelligence cinese – l’appello al popolo, e a una specie di intelligence partecipata – può risultare anche efficace, a volte, ma ha anche un problema tecnico: la marea di segnalazioni che arrivano al MSS di presunte spie occidentali che poi non sono spie. Un intasamento di informazioni svianti e falsi positivi, in una società della delazione generalizzata che anche la Cia cerca di sfruttare.



