Trump: “Troppo odio, a Kiev pace impossibile”. E sfida la Costituzione

Washington invia in aiuto la batteria Patriot che si trovava in Israele. L’intervista shock: “Non so se devo rispettare la Carta fondamentale”

Massimo Basile

Prima di tornare alla Casa Bianca, Donald Trump aveva garantito di mettere fine in ventiquattr’ore alla guerra tra Russia e Ucraina. «Forse – aveva aggiunto – anche prima che torni nello Studio Ovale». Superati i cento giorni di governo, il presidente degli Stati Uniti ha messo in dubbio la stessa ipotesi di pace. In un’intervista a Nbc News Trump ha detto che tra l’ucraino Volodymyr Zelensky e il russo Vladimir Putin c’è un odio troppo forte. «Forse – ha confessato – la pace non è possibile». «C’è un odio tremendo – ha aggiunto – stiamo parlando di un odio tremendo tra questi due uomini e tra i generali. Stanno combattendo duramente da tre anni».

La realtà è che nelle ultime settimane Trump ha capito che Putin non vuole la pace. Il tycoon pensava davvero di convincerlo, congelando la situazione al fronte e escludendo l’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Trump sognava di annunciare la pace prima di Pasqua e di partecipare alle celebrazioni degli 80 anni dalla vittoria nella Seconda guerra mondiale, ospite di Putin sulla Piazza Rossa. Lo storico incontro con Zelensky a San Pietro e il successivo accordo sullo sfruttamento delle “terre rare” hanno accelerato lo spostamento del baricentro della Casa Bianca già in atto da almeno tre settimane. Trump aveva già minacciato di ritirarsi dai negoziati, mentre il segretario di Stato Marco Rubio aveva ammesso che una «soluzione rapida non è all’orizzonte». Il problema non è più Zelensky, e questo ad appena due mesi dallo scontro allo Studio Ovale con il leader ucraino. Ma Putin, continuando a bombardare gli ucraini, sostiene Washington, ha voluto “umiliare” Trump, mostrando come la sua mediazione non fosse sufficiente.

Le parole di apertura verso l’Ucraina del presidente adesso sono accompagnate dai fatti: Kiev riceverà nuovi aiuti dagli Stati Uniti. Un sistema di difesa aerea Patriot, che era stato di base in Israele, verrà inviato a Kiev dopo aver superato la revisione. Lo ha rivelato il New York Times, citando quattro funzionari del governo Usa, i quali si sono rifiutati di dire quale fosse l’opinione di Trump. Le parole espresse nell’intervista televisiva hanno indicato quale sia il suo reale umore. Il messaggio è arrivato assieme ad altri, tra cui l’ammissione di non essere così certo di voler rispettare il giuramento verso la legge suprema del Paese. «Non so se sia mio compito», ha aggiunto, rispondendo alla domanda della giornalista Kristen Welker che gli chiedeva se pensasse di rispettare la Costituzione. Trump continua a spingere verso nuovi limiti il potere esecutivo. Nell’intervista il tycoon ha messo in discussione anche l’applicabilità del diritto a un processo equo per i migranti, perché «così dovremmo avere un milione, due milioni o tre milioni di processi». «Ma ho dei bravi avvocati che lavorano per me – ha aggiunto – e naturalmente rispetteranno le decisioni della Corte Suprema».

Nella realtà non è così: il governo non ha rispettato la Corte, che ha chiesto il rimpatrio di Kilmar Abrego Garcia, deportato per errore in Salvador, e di rispettare il giusto processo nell’espulsione degli immigrati illegali o sospettati di aver commesso reati. Dall’inizio del suo secondo mandato, a gennaio, Trump ha esercitato il potere esecutivo come nessun altro presidente nella storia americana, firmando più di 140 ordini esecutivi per ridurre l’immigrazione illegale, spazzare via la politica inclusiva e demolire la burocrazia federale. Il presidente ha inoltre escluso l’ipotesi di candidarsi per un terzo mandato, indicando come eredi, nell’ordine, il segretario di Stato Rubio e il vicepresidente Vance. Il terzo mandato è vietato dalla Costituzione, ma questo annuncio significa una cosa: Trump vuole raggiungere i suoi obiettivi in questi quattro anni, e per riuscirci è disposto a tutto. Il tycoon ha ribadito l’intenzione di annettere la Groenlandia e ammesso di «non avere escluso» l’uso della forza militare, ma questo non varrà per il Canada, nonostante punti ancora a farne il 51° stato americano.

Charles Kupchan

Kupchan: “Trump prepara l’opinione pubblica al flop dopo la promessa di pace in Ucraina in 24 ore”

Intervista all’ex consigliere di Obama: “Il presidente aveva parlato di pace in un giorno. L’accordo è possibile, ma ha capito che è complicato”

Paolo Mastrolilli

«Trump sta preparando l’opinione pubblica al fallimento della sua mediazione sull’Ucraina». Charles Kupchan, che aveva gestito questa crisi alla Casa Bianca quando Obama era presidente, spera ancora nella «possibilità un accordo», ma nello stesso tempo avverte che «gli Usa devono prepararsi alla possibilità che Putin lo rifiuti e la guerra duri ancora a lungo».

L’incontro in Vaticano fra Trump e Zelensky ha cambiato le cose?

«Penso sia stato potenzialmente un punto di svolta, soprattutto se lo si mette in relazione con l’accordo sui minerali. Ma sarei cauto nel trarre conclusioni affrettate, perché non è la prima volta che Trump parla della necessità di aumentare la pressione su Putin. Finora però sembrava decisamente orientato a favore della Russia, mentre adesso è più impegnato con l’Ucraina».

L’accordo sui minerali è la ragione di questa svolta?

«È importante per diverse ragioni. È il primo documento in cui l’amministrazione Trump articola il risultato che vorrebbe, impegnandosi per un’Ucraina libera, sovrana e sicura. Ciò significa rifiutare le richieste massimaliste di Putin per Kiev smilitarizzata, “denazificata” e senza armi dall’Occidente. Poi Usa e Ucraina sono ora in allineamento strategico e Washington ha un interesse diretto a salvare Kiev. Infine, Trump ha sempre lamentato che la guerra faceva perdere soldi agli Stati Uniti, mentre ora potrà dire che verranno ripagati».

Il “New York Times” rivela che riprendono le forniture di Patriot.

«È molto importante, perché fino a pochi giorni fa non c’era alcun segnale che gli Usa avrebbero continuato a fornire armi all’Ucraina, e una delle carenze più gravi che Kiev deve affrontare è quella della difesa aerea».

Perché Trump dice che la pace potrebbe essere impossibile?

«A giudicare dal linguaggio usato, cerca di preparare l’opinione pubblica al fallimento, dopo aver detto che avrebbe chiuso la guerra in 24 ore. Penso abbia sottovalutato drasticamente quanto fosse difficile raggiungere un accordo, e soprattutto Putin, da cui finora non è venuto alcun segnale di una possibile rinuncia agli obiettivi massimalistici. Per quanto ne sappiamo, mira ancora alla sottomissione dell’Ucraina e così l’accordo è impossibile».

Trump minaccia di lasciare il negoziato per alzare la pressione?

«In parte, ma potrebbe anche essere un riflesso realistico della sua frustrazione. Credeva che una volta in carica avrebbe chiamato il suo migliore amico Vladimir, e Putin avrebbe chiuso l’accordo. Poi avrebbe fatto un po’ di pressione su Zelensky e la partita sarebbe finita. Non è così che funziona, è stato ingenuo».

E cosa dovrebbe fare ora?

«Questo negoziato non è andato bene perché è stato gestito molto male. Trump ha fatto la cosa giusta nel cercare di chiudere la guerra, parlare con Putin e incontrare i russi in Arabia, però doveva anche fare prima i compiti, sedendosi con europei e ucraini per elaborare un piano coerente e poi negoziare con Mosca. Invece ha iniziato facendo concessioni prima ancora di trattare, tipo il riconoscimento della Crimea o il “no” all’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Sono errori da principiante. Ora può ancora correggersi e negoziare duramente con i russi. Se Mosca rifiuterà, gli Usa dovranno prepararsi ad una guerra lunga, chiedendo al Congresso più armi e soldi. Non credo però che sia già venuto il momento di rinunciare alla trattativa».

Perché?

«Putin vuole soggiogare l’Ucraina, ma tiene anche al rapporto con Trump. Ha interesse alla revoca delle sanzioni e alla riabilitazione internazionale. Poi magari più avanti invaderà di nuovo, per questo serve un accordo che dia garanzie a Kiev».

Inasprire le sanzioni su Mosca potrebbe servire?

«Potenzialmente. Però se arriviamo al punto in cui Trump è così frustrato da voler punire Putin, questo potrebbe significare la fine del negoziato, perché non credo che il capo del Cremlino accetti di fare marcia indietro sotto pressione, dimostrando che cede alla forza della Casa Bianca».

Xi, Maduro, Lula e gli altri, gli amici di Putin pronti per la parata del 9 maggio a Mosca

La sfilata dei leader alleati serve al Cremlino per smentire l’isolamento internazionale e rilanciare la sua narrativa sul conflitto in Ucraina

Rosalba Castelletti

Le velate minacce del presidente Volodymyr Zelensky non spaventano i leader attesi il 9 maggio in Piazza Rossa per la parata che commemorerà l’80° anniversario della vittoria sulla Germania nazista. A partire dal presidente cinese Xi Jinping, che non solo sarà presente in tribuna d’onore venerdì, ma resterà in Russia dal 7 al 10 maggio per cementare la sua «partnership senza limiti» con Vladimir Putin. Terrà colloqui bilaterali sullo «sviluppo di un partenariato globale e di un’interazione strategica» e su «questioni attuali dell’agenda internazionale e regionale», e «firmerà una serie di documenti bilaterali tra i governi e i ministeri», fa sapere il Cremlino. «I nostri interessi nazionali coincidono.

Le nostre relazioni affidabili e stabili rafforzano la stabilità globale», dice Putin alla tv russa. Pechino conferma. «Cina e Russia rafforzeranno la loro stretta collaborazione all’interno di piattaforme multilaterali», si opporranno «all’unilateralismo e agli atti intimidatori» e «promuoveranno congiuntamente un mondo multipolare equo» e una «globalizzazione economica inclusiva», osserva un portavoce del ministero degli Esteri cinese ai microfoni della tv di Stato.

Anche il primo ministro slovacco Robert Fico non rinuncia al suo viaggio a Mosca. Unico esponente dell’Unione Europea. Anzi, critica Zelensky che ha «minacciato» di «non garantire la sicurezza» dei leader in visita il 9 maggio. «Se Zelensky crede che le sue urla impediranno alle delegazioni straniere di arrivare, si sbaglia di grosso», commenta. Lo invita semmai ad accettare la tregua di tre giorni, dall’8 al 10 maggio, proposta dal presidente russo Vladimir Putin proprio per commemorare la fine della Seconda Guerra Mondiale. «È una grande mancanza di rispetto quando qualcuno dice al Paese che ha dato il maggior contributo alla vittoria sul fascismo: “Bene, festeggia, potremmo lanciarti un drone o qualcosa del genere”».

Oltre a Xi Jinping e Fico, ci saranno anche i tradizionali alleati post-sovietici di Mosca ed esponenti del cosiddetto “Sud del mondo”, come lo definisce spesso Putin: il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, il venezuelano Nicolas Maduro, il cubano Miguel Díaz-Canel, il vietnamita Tô Lâm, il palestinese Mahmoud Abbas e il burkinabé Ibrahim Traoré. In totale una ventina di capi di Stati e di governo. Dal continente europeo anche il serbo Aleksandar Vu?i?, sempre che si riprenda dal recente malore, e Milorad Dodik della Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina. “Assente giustificato” l’indiano Narendra Modi, costretto all’ultimo momento a dare forfait a causa della crisi con il Pakistan. Un consesso internazionale che a Putin serve non soltanto a smentire l’isolamento internazionale, ma anche a corroborare l’importanza dell’evento chiave della sua propaganda, secondo cui il conflitto in corso in Ucraina altro non sarebbe che la continuazione della guerra contro la Germania nazista.

LA CERTIFICAZIONE DELL’ENNESIMO FALLIMENTO DI DONALD TRUMP SARÀ LA FOTO DI XI JINPING E VLADIMIR PUTIN A BRACCETTO SULLA PIAZZA ROSSA, VENERDÌ 9 MAGGIO ALLA PARATA PER IL GIORNO DELLA VITTORIA – IL PRIMO MENTECATTO DELLA CASA BIANCA AVEVA PUNTATO TUTTO SULLO “SGANCIAMENTO” DELLA RUSSIA DAL NEMICO NUMERO UNO DEGLI USA: LA CINA – E PER ISOLARE IL DRAGONE HA CONCESSO A “MAD VLAD” TUTTO E DI PIU’ NEI NEGOZIATI SULL’UCRAINA (COMPRESO IL PESTAGGIO DEL “DITTATORE” ZELENSKY) – ANCHE SUI DAZI, L’IDIOTA SI È DOVUTO RIMANGIARE LE PROMESSE DI UNA NUOVA “ETA’ DELL’ORO” PER L’AMERICA – IL TRUMPISMO SENZA LIMITISMO HA COMPIUTO COSI’ UN MIRACOLO GEOPOLITICO: IL REGIME COMUNISTA DI PECHINO NON È PIÙ IL DIAVOLO DI IERI DA SANZIONARE E COMBATTERE: OGGI LA CINA RISCHIA DI DIVENTARE LA FORZA “STABILIZZATRICE” DEL NUOVO ORDINE GLOBALE…

DAGOREPORT

Di Donald Trump resteranno solo le macerie. Al netto dei balletti di YMCA, dei fotomontaggi da Papa, dei saluti romani di Musk e delle bordate mediatiche a giudici e democrazia, sotto una superficie di mega-promesse e MAGA-annunci, resta lo spettacolo disgustoso dell’uomo che cerca di sovvertire la democrazia.

Come tutti i populisti, il tycoon, che tanto ha strepitato in campagna elettorale, promettendo una nuova età dell’oro degli Stati Uniti, si ritrova ogni giorno a sbattere il muso contro la realtà, con cui non ha molta confidenza

Il “dossier” su cui Trump si sta scornando, sotto gli occhi del mondo, è l’Ucraina: la sua promessa ad inizio mandato di chiudere la guerra in 24 ore è divenuta una macabra barzelletta. Sono passati cento giorni, e lo stesso “King Donald” ora è costretto ad ammettere che “forse la pace è impossibile: Putin e Zelensky si odiano troppo”.

Chissà che fine avrà fatto il Trump che ripeteva a pappagallo il punto di vista di Vladimir Putin? Avete notizie del Trump che scopriva nel tiranno che vuole inghiottire l’Ucraina in un impeto di nostalgia per l’Unione Sovietica, una “vittima” della Storia?

Vi ricordate il Trump che rilegittimava “Mad Vlad” come potenza mondiale incoronandolo con queste parole: “Ha subito una finta caccia alle streghe in cui hanno usato lui e la Russia”? E puntando il ciuffo pensile contro il “dittatore” Zelensky, sibilava: “Vedi l’odio che ha per Putin. È molto dura per me fare un patto con quel tipo di odio”.

A rendere ancora più evidente il quotidiano fallimento geopolitico di Trump sarà la presenza di Xi Jinping a Mosca, venerdì 9 maggio. Il presidente cinese sarà nella piazza Rossa per la tradizionale parata del Giorno della Vittoria, in cui la Russia celebra la sconfitta dei nazisti nella Seconda Guerra mondiale.

L’immagine del presidente cinese a braccetto con Putin sarà il più grande fallimento di Trump. L’obiettivo ultimo di ogni mossa partorita dal Caligola della Casa Bianca  infatti, era sganciare la Russia dall’abbraccio mortale con il nemico numero uno degli Stati Uniti, la Cina.

Il Trombone ci ha provato in tutti i modi, seducendo “Mad Vlad” con ogni tipo di concessione: lo ha lodato, lo ha accontentato in ogni richiesta prima ancora di iniziare i negoziati, ha bullizzato Zelensky con il pestaggio mediatico allo Studio Ovale.

Nonostante tutto questo vergognoso brigare, cosa ha ottenuto da Putin? Una sonora pernacchia. Il boss russo se ne è fottuto delle chiacchiere del tycoon e oggi preferisce rimanere  nell’”Asse del Male” insieme a Cina, Iran e puzzoni vari e avariati.

Del resto, il trumpismo senza limitisno al potere ha compiuto un miracolo geopolitico: il regime comunista di Pechino non è più il diavolo di ieri da bannare e sanzionare: oggi rischia di diventare la forza “stabilizzatrice” del nuovo ordine globale. E la foto di Putin e Xi sancirà non solo la conferma della loro “amicizia”, ma anche il cialtronismo e l’inaffidabilità di Trump.

Non che ce ne fosse bisogno: già sui dazi, il tycoon ha dato mostra delle sue inesistenti capacità diplomatiche e politiche: prima ha annunciato i dazi reciproci a tutto il mondo nel grottesco “Liberation day”, arrivando a sbertucciare i leader che gli telefonavano per “baciargli il culo”, poi ha dovuto rinculare con lo stop di tre mesi, sull’onda del terrore dei mercati, con il dollaro che rischia di diventare carta straccia e le borse bollite in fricassea.

Trump ha dovuto rinculare su tutta la linea: ha mantenuto i dazi con la Cina, aumentandoli, ma esentando i prodotti tecnologici come gli smartphone di Apple (gli iPhone rischiavano di costare 3mila dollari).

Il suo obiettivo era riportare la produzione negli Stati Uniti, ma l’Idiota non ha fatto i conti che ricreare le catene produttive in America è quasi impossibile.

Difatti, per mettere su una fabbrica servono intorno ai sette anni, soprattutto per i prodotti di alta tecnologia. Aggiungere il costo del lavoro che è il doppio rispetto a quello fuori dagli Usa, più i sindacati che rompono le palle. Ma anche per la stessa forza lavoro, in Cina, in India, Taiwan, Corea del Sud etc., negli ultimi vent’anni, si è creata una classe operaia altamente specializzata, che non esiste in nessun altro paese del mondo.

E anche il “reshoring” (il ritorno “a casa” delle imprese) è un’utopia che dovrà fare i conti con la paraculaggine delle aziende. Apple, al massimo, sposterà l’assemblaggio degli iPhone in India, ma da lì il prossimo anno partirà “solo” il 50% dei cellulari destinati al mercato americano. Negli Stati Uniti, si continuerà a produrre zero (in Cina, tutto il resto del mercato mondiale)

Lo stesso è successo con le auto: Trump è stato costretto a togliere i dazi al Messico, Paese su cui si regge gran parte della componentistica dell’industria    automobilistica Usa, realizzata  a basso costo dal paese centroamericano. Con le tariffe, il costo delle auto e dei pick-up cari al popolo “Maga” sarebbero aumentati almeno del 20%

Quello che ignora Trump, nel suo sforzo di riportare l’industria manifatturiera americana ai fasti di un tempo, è che l’economia degli Stati Uniti, come quella britannica, da decenni esporta prevalentemente servizi.

Uno degli ultimi “beni manifatturieri” made in Usa sono le armi: quelle sì, potrebbero diventare un elemento negoziale nella trattativa con Bruxelles, che ha promesso a Trump di aumentare di almeno 50 miliardi gli acquisti dagli States.

La data da tenere d’occhio per capire dove andrà a parare il primo mentecatto di Washington sarà il vertice Nato dell’Aja del 24-26 giugno, a cui farà seguito poche ore dopo un dirimente Consiglio Europeo, dove l’Ue dovrà tirare le somme del suo rapporto con l’alleato americano, ormai sempre meno interessato ai destini del Vecchio Continente…

Virologo che propose idrossiclorochina per Covid torna con Trump

(ANSA) – NEW YORK, 05 MAG – Steven J. Hatfill, virologo e consigliere della Casa Bianca durante il primo mandato di Donald Trump, colui che ha promosso l’idrossiclorochina come trattamento per il Covid nonostante la maggior parte dei ricercatori sostenesse la mancanza di prove scientifiche sulla sua validità, è entrato a far parte della seconda amministrazione del tycoon in un ruolo di alto livello presso il dipartimento della Salute. Lo riferisce il Washington Post, secondo cui Hatfill è alla sua seconda settimana di lavoro come consigliere speciale presso l’ufficio del direttore dell’agenzia responsabile della preparazione degli Stati Uniti a disastri come pandemie e attacchi biologici e chimici.

Lo scienziato, ricercatore dell’esercito nel settore della biodifesa, è stato indagato per anni dal dipartimento di Giustizia come “sospettato” riguardo l’invio nel 2001 di lettere contenenti spore di antrace, che uccisero cinque persone e ne infettarono 17. Hatfill fu formalmente scagionato nel 2008, lo stesso anno in cui il governo gli pagò 4,6 milioni di dollari per chiudere la causa. E nel primo mandato di Trump il virologo ha collaborato con il consigliere commerciale Peter Navarro per promuovere l’idrossiclorochina e un farmaco correlato, la clorochina, come trattamenti per il Covid all’inizio della pandemia, quando il Paese era alla disperata ricerca di potenziali cure.

Nyt, ‘i figli firmano accordi e Trump si arricchisce’

(ANSA) – NEW YORK, 05 MAG – Eric e Donald Trump Jr lavorano per promuovere le loro società a diretto beneficio di Donald Trump che, anche nelle sue vesti da presidente, continua ad arricchirsi. Per la Casa Bianca “non c’è alcun conflitto” di interesse, ma molti osservatori – riporta il New York Times – criticano l’affondo dei due figli di Trump per stringere accordi in Europa, in Medio Oriente e negli Stati Uniti. Critiche che Eric Trump respinge seccamente. “Fa ridere che i media di sinistra ritengono che mi debba chiudere in una stanza mentre mio padre è presidente e non fare più quello che ho fatto per oltre 25 anni”, afferma il figlio del presidente con il New York Times.

In passato figli e parenti di altri presidenti hanno avuto attività e affari che hanno suscitato dubbi su potenziali conflitti di interesse. Ma nulla, mette in evidenza il New York Times, può essere paragonato ai figli di Trump che, con il loro lavoro, portano diretti benefici al presidente. Il tycoon “gioca la sua parte” nel far arricchire le aziende di famiglia: lo scorso fine settimana ha partecipato a un evento di raccolta fondi a Mar-a-Lago, in quella che è stata la sua decima visita al suo club da quando è tornato alla Casa Bianca. Visite che si traducono in entrate per l’impero immobiliare e alberghiero che porta il suo nome e che al momento è guidato dai figli.

Donald Trump Jr. e Eric Trump

(ANSA) – Eric e Donald Trump Jr lavorano per promuovere le loro società a diretto beneficio di Donald Trump che, anche nelle sue vesti da presidente, continua ad arricchirsi. Per la Casa Bianca “non c’è alcun conflitto” di interesse, ma molti osservatori – riporta il New York Times – criticano l’affondo dei due figli di Trump per stringere accordi in Europa, in Medio Oriente e negli Stati Uniti. Critiche che Eric Trump respinge seccamente.

“Fa ridere che i media di sinistra ritengono che mi debba chiudere in una stanza mentre mio padre è presidente e non fare più quello che ho fatto per oltre 25 anni”, afferma il figlio del presidente con il New York Times. In passato figli e parenti di altri presidenti hanno avuto attività e affari che hanno suscitato dubbi su potenziali conflitti di interesse. Ma nulla, mette in evidenza il New York Times, può essere paragonato ai figli di Trump che, con il loro lavoro, portano diretti benefici al presidente.

Il tycoon “gioca la sua parte” nel far arricchire le aziende di famiglia: lo scorso fine settimana ha partecipato a un evento di raccolta fondi a Mar-a-Lago, in quella che è stata la sua decima visita al suo club da quando è tornato alla Casa Bianca. Visite che si traducono in entrate per l’impero immobiliare e alberghiero che porta il suo nome e che al momento è guidato dai figli.

Mike Pence

(ANSA) – Ricevendo il John F. Kennedy Profile in Courage Award, Mike Pence ha ripetutamente difeso la Costituzione poche ore dopo che Donald Trump – di cui fu vicepresidente – ha messo in dubbio il suo dovere di rispettarla. Pence ha ricevuto il premio per il suo rifiuto di assecondare gli sforzi dell’allora presidente Trump per rimanere in carica dopo la sconfitta alle elezioni del 2020.

A Pence e’ stato riconosciuto il merito di “aver messo a repentaglio la sua vita e la sua carriera per garantire il trasferimento costituzionale del potere presidenziale il 6 gennaio 2021”, ha spiegato la Jfk Library Foundation. “Per costruire un futuro insieme, dobbiamo trovare un terreno comune”, ha detto Pence. “Spero che, in un certo senso, la mia presenza qui stasera serva a ricordare che, qualunque siano le nostre differenze come americani, la Costituzione è il terreno comune su cui ci basiamo. È ciò che ci lega attraverso il tempo e le generazioni… È ciò che ci rende un solo popolo”, ha aggiunto.

Pence non ha mai menzionato Trump durante il suo discorso di 10 minuti, ma ha fatto diversi riferimenti all’amministrazione Trump, parlando di “questi tempi divisi, questi giorni ansiosi”. L’ex vicepresidente ha ammesso di avere probabilmente divergenze con i Democratici presenti, ma anche con il suo stesso partito repubblicano, “sulla spesa, sui dazi e sulla mia convinzione che l’America sia il leader del mondo libero e debba stare al fianco dell’Ucraina finché l’invasione russa non sarà respinta e non sarà assicurata una pace giusta e duratura”.

La figlia di JFK, Caroline Kennedy, che insieme al nipote Jack Schlossberg ha consegnato il premio, ha affermato che le azioni di Pence il 6 gennaio 2021 sono state un promemoria del fatto che non si può dare per scontata la democrazia. Il premio “Profile in Courage”, che prende il nome da un libro pubblicato da Kennedy nel 1957 prima di diventare presidente, onora i funzionari pubblici che assumono posizioni di principio nonostante le potenziali conseguenze politiche o personali. Tra i precedenti vincitori del premio figurano gli ex presidenti Barack Obama, George H.W. Bush e Gerald Ford.

PER PUTIN I SOLDATI SONO SOLO CARNE DA MACELLO – L’ANNO SCORSO È STATO IL PIÙ MORTALE PER L’ARMATA RUSSA: ALMENO 45.287 SOLDATI SONO STATI UCCISI, UN NUMERO QUASI TRE VOLTE SUPERIORE A QUELLO DEL PRIMO ANNO DI GUERRA IN UCRAINA – FINORA SONO OLTRE 106MILA I SOLDATI RUSSI UCCISI, MA IL NUMERO REALE POTREBBE ESSERE MOLTO PIÙ ALTO…

(ANSA) – L’anno scorso è stato il più sanguinoso per le forze russe dall’inizio della guerra in Ucraina: almeno 45.287 sono stati uccisi, un numero è quasi tre volte superiore a quello del primo anno di invasione e supera significativamente le perdite del 2023. Lo scrive la Bbc il cui servizio russo, in collaborazione con Mediazona e un team di volontari, ha elaborato dati open source di cimiteri russi, memoriali militari e necrologi. Nel 2024 Mosca “ha perso almeno 27 vite per ogni chilometro di territorio ucraino conquistato”, scrive Bbc. Finora, la ricerca ha identificato 106.745 soldati russi uccisi ma “il numero reale è molto più alto”.