
Tensione alle stelle tra Russia-Ucraina sulla parata a Mosca
Volodymyr Zelensky è disposto ad accettare una tregua. Ma “la Russia deve fare passi speculari: un silenzio prolungato per almeno 30 giorni – dice il presidente ucraino – Deve porre fine alla guerra, fermare gli attacchi e i bombardamenti”. In serata però è arrivata la notizia di un raid russo con droni su Kiev: sono state udite diverse esplosioni e si stanno spegnendo diversi incendi. Detriti sono caduti nei distretti di Obolonsky, Svyatoshinsky e Shevchenkivsky.
Abbattuti 13 droni ucraini nella notte in Russia
Le unità di difesa aerea russe hanno distrutto 13 droni ucraini durante la notte nelle regioni di Rostov, Belgorod e Bryansk, ha dichiarato il ministero della Difesa di Mosca sui social media.
Terminato attacco aereo russo su Kiev, un morto e 2 bimbi feriti
Sarebbe terminato l’attacco aereo russo su Kiev, messo a segno con droni russi, e la municipalità avrebbe decretato la fine dell’allerta. Lo riporta Rbc-Ucraina. Il sindaco della capitale Vitali Klitschko nel suo Telegram informa che al momento si conta una vittima e due bambini sono rimasti feriti. In fiamme i piani superiori di un grattacielo nel distretto di Svyatoshinsky della capitale. Sui social è stato diffuso un video che ritrae un camion dei vigili del fuoco intenti a domare il rogo verificatosi nel territorio del centro commerciale Dream Town, nel quartiere di Obolonsky
Scontro Russia-Ucraina sulla parata a Mosca: “Kiev sparirà se provoca”
Zelensky e la festa del 9 maggio: “A rischio i leader in Piazza Rossa”. Il Cremlino: “È un nazista”. E Medvedev: “Risposta dura alle minacce”
Persino gli eleganti negozi e café che circondano gli Stagni del Patriarca, il quartiere art nouveau dell’élite moscovita, hanno ricoperto le vetrine di nastri nero-arancio e poster in bianco e nero dei soldati dell’Armata Rossa che entrano a Berlino. Stendardi rossi costeggiano ponti, piazze e viali. Per celebrare l’ottantesimo anniversario del trionfo sovietico sul nazismo, non c’è angolo di Mosca che non sia stato tappezzato dalla parola Pobeda, “Vittoria”, in un sottinteso intreccio tra l’annuale rito della nostalgia per il glorioso passato e la retorica del presente sulla “denazificazione” dell’odierna Ucraina, tra la Grande Guerra Patriottica contro il Terzo Reich e l’Operazione militare speciale contro Kiev.
I cellulari si levano a riprendere i carri armati e i sistemi antimissilistici che rullano sull’asfalto per le prove della parata militare che si terrà il 9 maggio. I turisti cinesi assiepati alle transenne presidiate da minacciosi agenti armati e in mimetica della Rosgvardija strepitano e urlano quando appare un’unità dell’Esercito Popolare di Liberazione. Venerdì più di dieci reparti militari di Paesi “amici” prenderanno parte alla sfilata commemorativa in Piazza Rossa. E in tribuna, accanto a Vladimir Putin e ai pochi veterani pluridecorati superstiti, ci saranno una ventina di leader stranieri. Per questo la provocazione di Volodymyr Zelensky, «Non garantiremo la loro sicurezza», alle autorità russe proprio non va giù.
Il presidente russo aveva proposto una tregua dall’8 al 10 maggio proprio in occasione delle commemorazioni della fine della Seconda Guerra Mondiale che si terranno anche in Europa. Una mossa non solo inutile, ma anche opportunistica, a detta di Zelensky, «una messa in scena teatrale» mirata a «creare un’atmosfera piacevole… affinché gli ospiti di Putin si sentano a loro agio e al sicuro». «È impossibile raggiungere un accordo su qualsiasi cosa in tre, cinque o sette giorni. Siamo onesti. Non sembra una cosa seria. Nessuno aiuterà Putin nel suo gioco», dice il presidente ucraino respingendo ogni «responsabilità di ciò che accadrà» perché Mosca potrebbe organizzare provocazioni per poi incolpare Kiev. «Sconsigliamo di visitare la Federazione Russa per motivi di sicurezza», avverte. «Se lo fate, è una vostra decisione personale».
Nonostante le sanzioni e il mandato d’arresto internazionale contro Putin, quest’anno in Piazza Rossa ci saranno il cinese Xi Jinping, ospite d’onore, lo slovacco Fico, unico esponente Ue, il serbo Vucic, Dodik della Republika Srpska, il brasiliano Lula, il venezuelano Maduro, il cubano Diaz-Canel, il vietnamita To Lam, il palestinese Mahmoud Abbas e il burkinabé Traoré, oltre ai fedeli satrapi dell’area post-sovietica, dall’alleato bielorusso Aleksandr Lukashenko a Gunba, neo-leader della separatista Abkhazia che la Russia è tra i pochi Paesi a riconoscere. Benché Washington e Mosca non confermino la presenza del segretario di Stato americano Marco Rubio ventilata dalla tv della Difesa Zvezda, l’elenco basta perché Mosca risponda con un fuoco di fila alle parole di Zelensky.
L’ex presidente e premier Dmitrij Medvedev, oggi numero due del Consiglio di Sicurezza, come al solito non va per il sottile: «Nel caso di una vera provocazione nel Giorno della Vittoria, nessuno può garantire che Kiev arriverà al 10 maggio». La portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova tuona contro quella che definisce una «minaccia diretta ai leader mondiali… e all’incolumità fisica dei veterani che parteciperanno alle parate e alle celebrazioni di questo giorno sacro». Il portavoce del Cremlino convoca in fretta e furia un briefing con la stampa. «L’iniziativa russa di un cessate il fuoco mirava a testare la disponibilità di Kiev a trovare soluzioni per una pace sostenibile a lungo termine. Ci aspettiamo dichiarazioni non ambigue, ma definitive e, soprattutto, azioni volte alla de-escalation durante le festività», si augura. Toni più pacati, ma non manca la stilettata. Il rifiuto ucraino della tregua, dice, «dimostra chiaramente che la base ideologica dell’attuale regime di Kiev è il neonazismo».
Lo scontro a distanza riecheggia anche tra i moscoviti che si sono radunati per le prove lungo il Bulvarnoe koltsò, l’anello dei Boulevard che cinge il centro della capitale. Il ventunenne Sergej — «niente cognome» — con la fidanzata si ferma a guardare un cartellone che accosta un soldato sovietico e una odierna bimba russa, entrambi con una colomba in mano. «Radici nel passato, ali nel futuro», recita lo slogan. «Ma — commenta amaro Sergej — mai che si parli di pace».

Ucraina, Zelensky: «Non sto ai giochi di Putin». Scontro sulla parata del 9 maggio a Mosca
Il presidente ucraino attacca la mini tregua a cavallo del 9 maggio: non garantiamo la sicurezza, possono inscenare provocazioni e incolparci. Medvedev: se ci colpiscono non arrivano al 10
È sfida aperta a suon di «cessate il fuoco» tra Russia e Ucraina. Le difficoltà della guerra si riflettono anche nella competizione per cercare di ottenere almeno una pausa nei combattimenti. E così ciò che potrebbe essere un tentativo di pacificazione rischia di aizzare ulteriori frizioni. Il problema nasce dall’offerta-richiesta russa di fare tacere le armi per 72 ore durante le celebrazioni per la «grande vittoria patriottica del 9 maggio». È noto che Vladimir Putin, proprio in occasione della grande parata sulla Piazza Rossa per l’ottantesimo anniversario del trionfo sovietico contro il nazifascismo, intende rilanciare anche il suo grande progetto di rinascita della potenza russa e dunque riproporre la guerra contro l’Ucraina come se fosse in continuità con lo storico ruolo di Mosca sulla scena mondiale. Ma il suo timore resta che i droni ucraini possano all’improvviso fare capolino nei cieli della capitale durante la cerimonia. Per lui sarebbe un’onta insopportabile dover correre a cercare riparo assieme ai dignitari stranieri venuti ospiti sotto la minaccia di quello stesso nemico che vorrebbe annullare per sempre.
Ma Volodymyr Zelensky non sembra affatto disposto ad assecondare i desiderata di quello stesso Putin che tre anni fa ha invaso il suo Paese in nome della «denazificazione dell’Ucraina». Perché soltanto 72 ore scelte a discrezione di Mosca? «Noi abbiamo già detto che siamo pronti ad accettare il mese di tregua proposto dagli americani. Può iniziare in ogni momento con l’obiettivo di porre fine alla guerra. Ma siamo seri, voi russi non siete affatto pronti a terminare l’invasione», replica il presidente ucraino spiegando che «non intende giocare, creando un’atmosfera piacevole per permettere a Putin di uscire dall’isolamento il 9 maggio». Parlando anche agli ospiti dello zar, che proprio in quanto tali non sono i migliori sostenitori della causa ucraina. Meglio creare un poco di incertezza, anche perché nel frattempo i missili e droni russi continuano a bombardare le città ucraine. Ieri sono stati segnalati nuovi morti e feriti civili a Kherson. I droni russi hanno ferito una cinquantina di persone a Kharkiv: non passa notte in cui in tutto il Paese non suonino le sirene dell’allarme.
«Noi non possiamo affatto garantire la vostra sicurezza. Tocca ai russi. E probabilmente sarebbe meglio per voi restare a casa», suggerisce dunque ironico Zelensky agli ospiti di Putin. A suo dire, c’è anche la possibilità che Mosca insceni un attacco fittizio per poi puntare il dito contro Kiev. Parole che certo non sono piaciute al Cremlino. La portavoce, Maria Zakharova, accusa Zelensky di minacciare i leader mondiali che intendono andare alla cerimonia. Il solito, barricadiero vice-presidente Dmitry Medvedev aggiunge aggressivo che, nel caso il 9 maggio a Mosca si subisse una «provocazione» ucraina, nessuno potrebbe allora garantire che Kiev «possa vedere l’alba del 10 maggio». Parole grosse: il muro contro muro continua.


PAM BONDI STA TRASFORMANDO IL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA NELLO “STUDIO LEGALE PERSONALE” DI TRUMP, AVVERTONO I MASSIMI ESPERTI
Traduzione dell’articolo di Peter Stone
Il Dipartimento di Giustizia di Donald Trump ha adottato misure radicali per colpire i suoi nemici politici, sostenere un’agenda dura contro gli immigrati clandestini e aiutare alleati d’affari – mosse che, secondo ex procuratori ed esperti legali, sottolineano la politicizzazione del dipartimento sotto la procuratrice generale Pam Bondi e minano lo stato di diritto.
Alcuni affermano persino che il dipartimento sia di fatto diventato il “studio legale personale” di Trump. Dalla sua rielezione, Trump si è affidato al Bondi e a un’élite di avvocati del dipartimento di giustizia per indagare sui critici della sua prima amministrazione oltre che sugli oppositori politici, e per frenare i procedimenti contro la corruzione d’impresa statunitense all’estero.
Gli ex procuratori indicano come Bondi e i massimi avvocati del dipartimento abbiano bloccato alcune grandi incriminazioni, licenziato o costretto alle dimissioni avvocati che non rispettavano i criteri del movimento Maga, e siano stati incaricati da Trump di indagare su un importante canale di raccolta fondi dei Democratici, come esempi della politicizzazione del dipartimento da parte di Trump e Bondi.
I critici fanno notare che una volta insediata come procuratrice generale, Bondi ha emesso un memorandum istituendo un “gruppo di lavoro sulla strumentalizzazione”, che promuoveva la falsa narrativa secondo cui le indagini di un procuratore speciale sugli sforzi di Trump per ribaltare le elezioni del 2020 e sulla sua illecita detenzione di documenti riservati fossero motivate politicamente.
Secondo ex procuratori, la trasformazione del Dipartimento di Giustizia sotto Bondi ha messo al centro per il personale la “lealtà personale” a Trump, danneggiando lo stato di diritto e provocando molteplici richiami da parte dei tribunali, oltre che le dimissioni o i licenziamenti di procuratori veterani.
“Le misure prese da Trump e Bondi per usare il DoJ per punire i nemici e premiare gli alleati, mentre licenziano chi si oppone, trasformano e politicizzano radicalmente il DoJ in un modo che nemmeno i peggiori tra i loro predecessori avevano mai immaginato,” ha dichiarato l’ex procuratore federale Paul Rosenzweig.
“Trasformare il DoJ nello studio legale personale di Trump equivale, di fatto, a un rigetto del principio fondante dello stato di diritto.” Altri ex procuratori vedono il dipartimento camminare pericolosamente all’unisono con l’agenda di Trump, danneggiandone la missione di difendere lo stato di diritto.
“Bondi e gli avvocati del DoJ hanno sicuramente cercato di fare della lealtà personale a Trump il principio guida del dipartimento di giustizia,” ha affermato il professore di diritto della Columbia ed ex procuratore federale Daniel Richman.
I critici osservano che Bondi ha anche ripreso le pericolose invettive retoriche di Trump contro i giudici che si sono pronunciati contro la sua caotica campagna di deportazione degli immigrati clandestini, definendoli “giudici di sinistra di basso livello che cercano di dettare i poteri esecutivi del Presidente Trump”.
Dopo che l’FBI ha arrestato un giudice di Milwaukee per aver presumibilmente ostacolato l’arresto di un immigrato clandestino, Bondi è andata su Fox News per minacciare altri giudici che potessero sfidare la loro agenda: “Sono squilibrati. Penso che alcuni di questi giudici credano di essere al di sopra della legge, ma non lo sono. Verrà il nostro momento: li perseguiremo penalmente”.
Centinaia di avvocati e membri dello staff della divisione per i diritti civili del dipartimento stanno ora abbandonando l’illustre unità, poiché il suo focus si è spostato verso le priorità di Trump, come intentare cause contro università d’élite e studenti manifestanti, mentre vengono limitati alcuni casi su diritti civili e diritto di voto che storicamente venivano perseguiti.
Altre azioni del dipartimento sotto Bondi – ex procuratrice generale della Florida che ha fatto parte del team legale di Trump durante il suo primo processo di impeachment nel 2020 – e di alcuni avvocati d’élite riflettono la forte fedeltà a Trump e hanno scatenato dure critiche.
Tra queste, un’indagine su due funzionari, Chris Krebs e Miles Taylor, che avevano lavorato nella prima amministrazione e si erano scontrati con lui per non aver sostenuto, rispettivamente, le sue false affermazioni sul furto delle elezioni del 2020 e per aver espresso forti preoccupazioni in un editoriale sul New York Times del 2018 su come Trump minacciasse la democrazia.
In un’altra mossa radicale, Trump ha firmato ad aprile un ordine esecutivo incaricando il dipartimento di giustizia di indagare su accuse non verificate secondo cui ActBlue, un importante strumento di raccolta fondi online dei Democratici, avrebbe condotto pratiche illecite.
Secondo quanto riferito, Trump ha anche spinto il dipartimento di giustizia ad abbandonare un procedimento per frode penale a cinque capi d’accusa contro il sindaco di New York, Eric Adams, su cui il distretto meridionale del dipartimento aveva lavorato per mesi, nella speranza di ottenere il sostegno pubblico di Adams per la sua agenda sull’immigrazione in città.
Alcune azioni sembrano anche mirate ad aiutare interessi d’affari alleati. Ad aprile, il dipartimento ha chiuso bruscamente un’unità dedicata alle criptovalute lanciata nel 2022 e che aveva portato con successo a processo truffatori e hacker nordcoreani, ma che era finita nel mirino dei leader del settore crypto, i quali avevano contribuito alla campagna di Trump l’anno scorso.
Il dipartimento di giustizia di Trump ha anche sospeso per sei mesi i procedimenti contro imprese accusate di violare il Foreign Corrupt Practices Act (FCPA) del 1977, che vieta il pagamento di tangenti per ottenere affari all’estero.
“Mai nella storia il DoJ ha mostrato un simile disprezzo per l’obbligo di rispettare le decisioni dei tribunali federali,” ha dichiarato l’ex procuratore Ty Cobb, che fu consigliere alla Casa Bianca durante il primo mandato di Trump. “Quella che Trump e Bondi stanno conducendo è una guerra contro lo stato di diritto.”
Richman ha osservato, più in generale, che “al di fuori dell’area immigrazione, la maggior parte di ciò che Bondi ha fatto finora è negativo – come archiviare il caso contro il sindaco Adams e quelli contro imputati del FCPA, e licenziare i procuratori”.
Ha aggiunto: “Presto vedremo come se la caverà questa amministrazione quando dovrà ottenere un risultato in tribunale, anche solo per difendersi. Come ha mostrato il procedimento recente nel caso di deportazione in Maryland, i giudici pretendono franchezza e rispetto della legge – qualcosa che la dirigenza del dipartimento di giustizia considera incompatibile con la lealtà richiesta”.
Alcuni procuratori veterani che hanno lasciato il dipartimento dopo l’insediamento di Trump e Bondi affermano che i primi segnali lanciati dalla coppia furono così allarmanti da spingerli alle dimissioni.

Washington, 4 mag. (Adnkronos) – ”Non lo so”. Così Donald Trump ha risposto a una domanda della Nbc News circa la necessità che lui ”in quanto presidente rispetti la Costituzione degli Stati Uniti?”. Alla domanda se i cittadini americani e i non cittadini meritino il giusto processo, come previsto dalla Costituzione degli Stati Uniti, Trump ha risposto: “Non sono un avvocato. Non lo so”.
Trump: “Non so se devo rispettare la Costituzione”
Il presidente Usa in una intervista a Nbc News ha affrontato anche il tema del terzo mandato e della Groenlandia sull’annessione della quale ha ribadito di non escludere “l’uso della forza militare”

Donald Trump ha dichiarato in un’intervista televisiva di non sapere se deve rispettare la Costituzione degli Stati Uniti, il documento giuridico fondante della nazione. “Non lo so”, ha risposto il presidente quando la conduttrice di “Meet the Press with Kristen Welker” di Nbc News gli ha chiesto se ritenesse di dover rispettare la legge suprema del Paese, secondo alcuni estratti dell’intervista che andrà in onda stasera.
Alla domanda specifica se i cittadini americani, così come i non cittadini, meritino il giusto processo, come previsto dalla Costituzione degli Stati Uniti, Trump ha risposto: “Non sono un avvocato. Non lo so”.
Il Quinto Emendamento della Costituzione stabilisce che “nessuna persona” può essere “privata della vita, della libertà o della proprietà senza un regolare processo”; non stabilisce che tale persona debba essere un cittadino statunitense, e la Corte Suprema ha da tempo riconosciuto che i non cittadini hanno determinati diritti fondamentali, ricorda Nbc. Trump ha detto che, sebbene “dobbiamo sempre obbedire alle leggi”, vorrebbe che anche alcuni “criminali nostrani” venissero trasferiti a El Salvador, una proposta ampiamente stroncata dagli esperti legali. Quando Welker ha cercato di sottolineare il contenuto del Quinto Emendamento, Trump ha insinuato che un simile processo lo avrebbe rallentato troppo. “Non lo so. Dovremmo avere un milione, 2 milioni o 3 milioni di processi”, ha detto. “Abbiamo migliaia di persone che sono… alcuni assassini, altri spacciatori e alcune delle persone peggiori sulla Terra”.
Tra gli altri temi affrontati nell’intervista anche quello del terzo mandato che il presidente Usa ha detto di “non cercare” e quello della Groenlandia sulla quale si è espresso ribadendo di “non avere escluso” l’uso della forza militare per annetterla Groenlandia, ma ha fatto un passo indietro rispetto al Canada, pur desiderano che diventi il 51esimo stato degli Usa.
Trump ha dichiarato inoltre di voler estendere la scadenza per TikTok se non ci sarà ancora un accordo e su Jerome Powell di non volerlo rimuovere dalla carica di presidente della Fed prima della scadenza del suo mandato, prevista per maggio 2026, definendo il banchiere centrale una persona “completamente rigida” e ripetendo gli appelli alla Fed ad abbassare i tassi di interesse.


Waltz silurato per aver tramato con Israele, non per il chatgate: retroscena del Washington Post
Secondo il quotidiano Usa, il consigliere per la Sicurezza nazionale avrebbe appoggiato i progetti dello Stato ebraico di colpire l’Iran, opzione che era stata respinta da Trump
Michael Waltz sarebbe stato destituito dal posto di consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca non solo per lo scandalo del cosiddetto “chatgate”, ma anche perché stava tramando insieme al premier israeliano Benjamin Netanyahu per organizzare un attacco militare dello Stato ebraico all’Iran con lo scopo di distruggerne il potenziale nucleare necessario a costruire armi atomiche. Donald Trump non era d’accordo e, quando ha scoperto il piano, si è infuriato e ha silurato Waltz, pur ammorbidendone il licenziamento con la nomina ad ambasciatore americano alle Nazioni Unite.
È questa, perlomeno, la versione dei fatti pubblicata stamane dal Washington Post, che cita fonti anonime dell’amministrazione per la ricostruzione della decisione presa nei giorni scorsi dal presidente. Finora l’opinione dominante era che Waltz fosse stato estromesso dall’incarico, uno dei più importanti e dei più vicini al capo della Casa Bianca, per lo scandalo della chat top secret sui raid aerei Usa contro gli Houthi nello Yemen nella quale aveva inserito per errore un giornalista della rivista The Atlantic, che ha poi rivelato numerosi dettagli della conversazione. L’accusa era di avere messo in pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Questa clamorosa gaffe ha contribuito al suo licenziamento, afferma il Post, ma è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: su di lui si sono accumulate altre colpe agli occhi del presidente e dei suoi più stretti collaboratori, in particolare il ruolo che avrebbe avuto nel cercare di favorire una soluzione militare nei confronti del programma nucleare di Teheran, senza metterne al corrente Trump e mentre si preparavano i negoziati fra America e Iran per tentare di risolvere la questione con un accordo.
Due persone a conoscenza della vicenda, citate dal quotidiano della capitale, raccontano che il consigliere per la sicurezza nazionale, prima di un colloquio nell’Ufficio Ovale fra Trump e Netanyahu, si era impegnato in un “intenso coordinamento” con il premier israeliano sulle opzioni militari per colpire l’Iran. “Waltz voleva spingere la politica americana in una direzione con cui Trump non si sentiva a suo agio, perché non aveva ancora verificato a fondo la possibilità di una soluzione diplomatica”, rivela una delle fonti. Quando è venuto a sapere delle iniziative del suo consigliere, “Trump non è stato contento”, aggiunge l’indiscrezione.
Un portavoce di Netanyahu, interpellato dal Post, ha ammesso che il premier ha incontrato Waltz prima di vedere Trump, ma ha negato che fra loro ci fossero “intensi contatti”.
In generale, scrive il quotidiano americano, Waltz era visto all’interno dell’amministrazione come un ex-Berretto Verde (le forze speciali dell’esercito Usa) più favorevole di Trump all’uso della forza. Sia il segretario di Stato Marco Rubio che Susie Wiles, la influente capo dello staff della Casa Bianca, sentivano che “non funzionava bene negli equilibri della squadra di governo”. Commenta un’altra fonte: “Se James Baker (all’epoca capo di gabinetto, ndr.) avesse cercato di mettersi d’accordo con i sauditi dietro la schiena del presidente Bush (padre, ndr.), sarebbe stato licenziato. Non si possono fare queste cose. Lavori per il presidente del tuo Paese, non per il leader di un altro Paese”.
L’estromissione di Waltz, e l’assunzione a interim del suo incarico da parte del segretario di Stato Rubio, indebolisce la voce autonoma storicamente rappresentata dal consigliere per la sicurezza nazionale alla Casa Bianca, osserva il Post, offrendo un minore ventaglio di opzioni e opinioni al presidente. La rivelazione conferma anche ciò che si era sempre saputo, perché Netanyahu lo ha dichiarato pubblicamente più volte: cioè che Israele preferisce una soluzione militare sulla questione nucleare iraniana, non fidandosi di una eventuale intesa raggiunta da Washington con Teheran per limitare al settore civile il programma atomico degli ayatollah.
“IL DIRETTORE DELL’FBI KASH PATEL? LO SI VEDE PIÙ NEI NIGHTCLUB CHE AL LAVORO” – LE CLAMOROSE ACCUSE LANCIATE DALL’EX VICEDIRETTORE DELL’FBI FRANK FIGLIUZZI – “PER PATEL I BRIEFING SONO STATI RIDOTTI. DA OGNI GIORNO SIAMO PASSATI A DUE VOLTE ALLA SETTIMANA. STA LASCIANDO CHE SIANO GLI AGENTI A GESTIRE L’FBI, QUINDI NON SAPPIAMO DOVE STIA ANDANDO LA SITUAZIONE. A CHI LAVORA ANCORA NEL BUREAU SENTO USARE SPESSO LA PAROLA CAOS” -CHE NE PENSA LA COMPAGNA DI PATEL, LA CANTANTE 26ENNE ALEXIS WILKINS, DELLE ACCUSE AL SUO MOROSO DI ESSERE UN CACCIAGONNELLE?

Traduzione dell’articolo di Sophie Gable
L’ex vicedirettore dell’FBI, Frank Figliuzzi, ha lanciato un’accusa clamorosa contro Kash Patel, sostenendo che l’attuale capo dell’FBI trascorra più tempo nei locali notturni che al lavoro. «A quanto pare, lo si vede nei nightclub molto più spesso di quanto lo si veda al settimo piano dell’edificio Hoover», ha detto Figliuzzi nell’episodio di venerdì di Morning Joe su MSNBC.
Figliuzzi è stato vicedirettore per il controspionaggio all’FBI, dopo aver prestato servizio come agente speciale per 25 anni. Oggi è editorialista e collaboratore di NBC News e MSNBC, dove critica frequentemente l’amministrazione Trump.
Venerdì, ha detto al conduttore di MSNBC, Jonathan Lemire, che le sue fonti all’interno dell’FBI gli hanno riferito del caos sotto la guida di Patel, incluso il suo atteggiamento da “animale da festa”.
Figliuzzi ha affermato che Patel frequenta i locali notturni più di quanto non stia al settimo piano dell’edificio Hoover, dove si trovano gli uffici dell’FBI.
«E ci sono notizie secondo cui i briefing quotidiani per lui sono stati ridotti da ogni giorno a forse due volte alla settimana», ha aggiunto.
Figliuzzi ha spiegato che l’assenza di Patel è al tempo stesso «una benedizione e una maledizione», a causa della sua mancanza di esperienza nel settore.
«Se sta davvero cercando di dirigere le cose senza esperienza, senza alcun livello di esperienza, le cose potrebbero andare male. Se non è connesso, le cose potrebbero andare male. Ma sta lasciando che siano gli agenti a gestire, quindi non sappiamo dove stia andando la situazione», ha confessato Figliuzzi.
L’ex vicedirettore dell’FBI ha sostenuto che Patel divida frequentemente il suo tempo tra l’ufficio di Washington, DC, e la sua casa a Las Vegas, citando articoli del Wall Street Journal e del Washington Post.
Figliuzzi ha aggiunto di aver saputo che Patel ha ridotto i briefing da una cadenza quotidiana a solo due volte alla settimana.
Ha concluso dicendo che la parola che sente ripetere più spesso nei suoi ambienti è «caos» e ha rivelato che i dipendenti non sanno cosa stia succedendo.
Patel era una scelta improbabile per la posizione, non avendo alcuna esperienza come agente dell’FBI. Ha iniziato la sua carriera come difensore d’ufficio e ha lavorato al Dipartimento di Giustizia come procuratore per la sicurezza nazionale.
È stato anche consigliere per la sicurezza nazionale e consulente senior della Commissione permanente della Camera sull’intelligence.
Patel ha fondato la Kash Foundation ed è stato vicedirettore dell’Intelligence nazionale prima di essere confermato come nono direttore dell’FBI.
Finora il suo percorso è stato turbolento, ed è finito sotto accusa la settimana scorsa per aver annunciato l’arresto del giudice della Corte circolare Hannah Dugan.
«Proprio ORA, l’FBI ha arrestato la giudice Hannah Dugan di Milwaukee, Wisconsin, con l’accusa di ostruzione — dopo che sono emerse prove che la giudice Dugan ha ostacolato un’operazione di arresto per immigrazione la scorsa settimana», ha scritto Patel sul suo account ufficiale X.
«Riteniamo che la giudice Dugan abbia intenzionalmente sviato gli agenti federali lontano dal soggetto da arrestare nel suo tribunale, Eduardo Flores Ruiz, permettendo così al soggetto — un immigrato illegale — di evitare l’arresto.»
Il post è stato poi misteriosamente cancellato prima di essere ripubblicato due ore dopo senza spiegazioni.
La giudice Dugan è stata arrestata e incriminata con due capi d’accusa per reati gravi: ostruzione e occultamento di un individuo, per aver presumibilmente aiutato un migrante irregolare a evitare l’arresto dopo che si era presentato nel suo tribunale.
Patel è stato inoltre criticato dai senatori democratici, che di recente hanno avviato un’indagine sui suoi spostamenti personali effettuati con un aereo governativo, secondo quanto riferito da CBS News.
Sono circolate voci secondo cui Patel avrebbe usato la flotta privata dell’FBI per visitare la sua fidanzata e partecipare a eventi sportivi, incluso un incontro di UFC e una partita di hockey, dove è stato fotografato seduto accanto a Wayne Gretzky.

PUTIN NON CONOSCE VERGOGNA: “LA RICONCILIAZIONE CON IL POPOLO UCRAINO È INEVITABILE, MA È SOLO QUESTIONE DI TEMPO”. SÌ, MA A QUALI CONDIZIONI? – L’INTERVISTA DEL PRESIDENTE RUSSO PER IL DOCUMENTARIO “RUSSIA. CREMLINO. PUTIN. VENTICINQUE ANNI”- DOPO TRE ANNI DI GUERRA, MAD-VLAD CI VUOLE FAR CREDERE DI VOLER RISOLVERE “PACIFICAMENTE IL PROBLEMA DEL DONBASS” – “ABBIAMO FORZA SUFFICIENTE PER VINCERE SENZA UTILIZZARE L’ARMA ATOMICA”
Putin, riconciliarci con il popolo ucraino sarà inevitabile
(ANSA) – ROMA, 04 MAG – “La riconciliazione con il popolo ucraino è inevitabile, ma è solo questione di tempo”, ha affermato il presidente russo Vladimir Putin in una intervista per il documentario ‘Russia. Cremlino. Putin. Venticinque anni’. “Credo che sia inevitabile. Nonostante tutta la tragedia che stiamo vivendo ora.
È solo questione di tempo”, ha dichiarato Putin rispondendo alla domanda se sia possibile “una riconciliazione con la parte ucraina del popolo russo in futuro”. “La Russia – ha aggiunto – non ha avviato prima un’operazione speciale in Ucraina perché crede negli accordi di Minsk e vuole risolvere pacificamente il problema del Donbass”.
Putin ha affermato che l’avvio dell’operazione in Ucraina non era previsto. “Non ci siamo preparati in modo particolare. Abbiamo cercato sinceramente di risolvere pacificamente il problema del Donbass. Ma si è scoperto che l’altra parte la pensava e agiva diversamente. Vedete, chiunque può essere ingannato. Ma volevo crederci. Perché la Russia si trovava in quello stato. Non potevamo fare a meno di crederci”. “Nel 2014 – ha proseguito – la Russia è stata costretta a prendere la decisione di sostenere la popolazione della Crimea e di Sebastopoli.
Perché in caso contrario li avremmo lasciati fare a pezzi”, ha sottolineato il leader russo. Ha poi sottolineato che “nel 2014 la Russia ha fatto la cosa giusta”. “Ovviamente, davo per scontato che ci sarebbero state delle serie difficoltà. E così è stato, nel 2014 sono state introdotte immediatamente le sanzioni. E penso che abbiamo fatto la cosa giusta quando abbiamo fatto quello che abbiamo fatto”. Tuttavia, lanciare un'”operazione speciale” nel 2014 non era realistico. “Il Paese – ha detto – non era pronto per un conflitto frontale con l’intero Occidente”.
Putin, abbiamo forza sufficiente per vincere senza atomica
(ANSA) – ROMA, 04 MAG – “Abbiamo abbastanza forza e risorse per portare a una conclusione logica quanto iniziato nel 2022, con il risultato di cui la Russia ha bisogno”, anche senza ricorrere ad armi nucleari in Ucraina: lo afferma il presidente russo Vladimir Putin nel documentario intervista ‘Russia. Cremlino. Putin. Venticinque anni’. Prodotto dalla tv Rossiya1, il documentario sarà presentato stasera ma il giornalista Pavel Zarubin che ha intervistato il presidente ne ha condiviso alcuni stralci sul suo canale Telegram, ripresi dai media russi.
“La Russia non ha avuto bisogno di utilizzare armi nucleari durante l’operazione speciale, nonostante le provocazioni, e ha espresso la speranza che ciò non sarà necessario in futuro. La Russia non ha avviato prima un’operazione speciale in Ucraina perché crede negli accordi di Minsk e vuole risolvere pacificamente il problema del Donbass”, ha ribadito Putin.
Putin, ‘relazioni Russia-Cina rafforzano l’ordine mondiale’
(ANSA) – ROMA, 04 MAG – “Le relazioni russo-cinesi rafforzano la stabilità globale semplicemente perché esistono, afferma il presidente russo, Vladimir Putin, nel documentario intervista ‘Russia. Cremlino. Putin. Venticinque anni’. “La turbolenza nel mondo sta solo aumentando, invece di diminuire, e abbiamo relazioni così affidabili e stabili che rafforzano la stabilità mondiale semplicemente perché esistono”, ha detto.
Guerra Ucraina-Russia, news. Zelensky: “Tregua possibile ma servono 30 giorni per la diplomazia”
Il presidente Usa a Nbc News: “Forse non è possibile un accordo di pace tra Mosca e Kiev, tra Putin e Zelensky c’è un odio tremendo”. Il leader ucraino: “Mosca continua ad attaccarci, il presidente russo cinico. Non rispetterà la sua proposta di tregua di tre giorni”. Lo zar: “In Ucraina potrebbe non essere necessario usare armi nucleari”
Donald Trump a Nbc News ha ammesso che tra Zelensky e Putin c’è un odio troppo forte. “Forse – ha detto il presidente Usa – la pace tra Russia e Ucraina, che in passato aveva promesso di raggiungere rapidamente, potrebbe non essere realizzabile”. Zelensky: “Putin è cinico, dice di volere la tregua e continua ad attaccarci. Non rispetterà la sua proposta di tregua di tre giorni”. Il leader russo: “La riconciliazione è inevitabile, è solo questione di tempo. Le armi nucleari in Ucraina? Potrebbe non essere necessario usarle”.
Trump: “Troppo odio, forse non è possibile un accordo di pace tra Mosca e Kiev”
Il presidente Usa, Donald Trump, ha ammesso che la pace tra Russia e Ucraina, che in passato aveva promesso di raggiungere rapidamente, potrebbe non essere realizzabile. “Forse non e’ possibile”, ha detto Trump parlando con l’emittente americana Nbc News. “C’è un odio tremendo”, ha spiegato, “stiamo parlando di un odio tremendo tra questi due uomini” (Volodymyr Zelkensky e Vladimir Putin, ndr) e tra i generali. Stanno combattendo duramente da tre anni”, ha detto il tycoon allo stesso tempo però dichiarando che ci sono comunque “ottime possibilità di farcela”.




