Trump: “Recessione? Tutto può succedere”

Il presidente Usa parla di un periodo di transizione. “Ma avremo il più grande boom economico della storia”

Recessione negli Stati Uniti? “Tutto può succedere”. Ad ammetterlo ora è Donald Trump: in un’intervista a Nbc News, il presidente degli Stati Uniti guarda in faccia la realtà. E accanto alla tradizionali previsioni trionfalistiche, forse per la prima volta ammette il rischio.

Trump ha assicurato che le sue scelte politiche alla fine daranno impulso all’economia americana, ma ha riconosciuto la possibilità, in un primo momento, di recessione. Secondo i dati diffusi mercoledì, il Pil Usa si è contratto dello 0,3 per cento nel primo trimestre del 2025, all’inizio del secondo mandato del presidente. “Questo è un periodo di transizione e penso che andrà molto bene”, ha detto Trump alla Nbc News, secondo un estratto di un’intervista che sarà resa pubblica integralmente domenica.

Rispondendo a una domanda sul rischio di recessione negli Stati Uniti, il presidente americano ha risposto che “tutto può succedere. Ma – ha sottolineato – penso che avremo la più grande economia nella storia del nostro Paese. Penso che assisteremo al più grande boom economico della storia”.

Trump, una nuova zona militare al confine con il Messico per combattere l’immigrazione illegale

Intanto il presidente ammette il pericolo recessione per gli Usa: «È un periodo di transizione. Ma presto andrà tutto molto bene»

Alessandro D’Amato

L’esercito degli Stati Uniti ha creato una seconda zona militare in Texas lungo il confine con il Messico. Aggiungendo un’area dove le truppe possono trattenere temporaneamente migranti o intrusi, dopo che un’altra area simile era stata designata nel New Mexico il mese scorso. Sin dal suo insediamento, il presidente Donald Trump ha lanciato un’aggressiva campagna di controllo dell’immigrazione, aumentando le truppe al confine meridionale. E impegnandosi a espellere milioni di immigrati negli Stati Uniti. Intanto il presidente ammette che gli Usa sono a rischio recessione. Ma dice anche che l’economia decollerà grazie alle sue cure.

Texas National Defense Area

L’amministrazione, fa sapere Reuters, ha designato una striscia di 170 miglia quadrate lungo la base del New Mexico come Area di difesa nazionale. Adesso è nata la Texas National Defense Area, lunga 63 miglia. Si estende a est dal confine tra Texas e New Mexico e arriva fino a El Paso. La US Customs and Border Protection mantiene la giurisdizione sugli attraversamenti illegali delle frontiere nella zona. Le truppe consegneranno i migranti trattenuti alla US Border Patrol o ad altre forze dell’ordine civili. Finora sono stati 82 i migranti incriminati per aver attraversato la zona militare. La zona è pensata per consentire all’amministrazione Trump di impiegare le truppe per trattenere i migranti senza invocare l’Insurrection Act del 1807, che autorizza il presidente a schierare l’esercito statunitense per reprimere eventi come i disordini civili.

La lotta all’immigrazione illegale

Circa 11.900 soldati sono attualmente al confine. Il numero di migranti sorpresi a passare illegalmente a marzo è sceso al livello più basso mai registrato, secondo i dati governativi. Il governatore del Texas Gregg Abbott, repubblicano, ha pubblicato giovedì le foto della costruzione della barriera di filo spinato, affermando: «Il Texas continua a collaborare con l’amministrazione Trump per fermare l’immigrazione illegale”. La governatrice del New Mexico Michelle Lujan Grisham si è opposta a quella che ha definito una zona cuscinetto per le deportazioni, in un post sui social media pubblicato a marzo, definendola «uno spreco di risorse e di personale militare». L’ufficio del senatore statunitense del New Mexico, Martin Heinrich, ha dichiarato che la zona cuscinetto in alcuni punti è larga diverse miglia. Il che ha destato preoccupazione per i civili che potrebbero accidentalmente entrarvi.

Trump e la recessione

Intanto Trump ha assicurato che le sue scelte politiche alla fine daranno impulso all’economia americana, pur riconoscendo l’esistenza di un rischio, in un primo momento, di recessione. Secondo i dati diffusi mercoledì, il Pil Usa si è contratto dello 0,3% nel I trimestre del 2025, all’inizio del secondo mandato del presidente. «Questo è un periodo di transizione e penso che andrà molto bene», ha detto Trump alla Nbc News, secondo un estratto di un’intervista che sarà resa pubblica integralmente domenica. Rispondendo a una domanda sul rischio di recessione negli Stati Uniti, il presidente americano ha risposto che «tutto può succedere. Ma penso che avremo la più grande economia nella storia del nostro Paese. Penso che assisteremo al più grande boom economico della storia».

Dazi Usa-Ue, la Commissione frena Sefcovic: la proposta non sblocca lo stallo con Washington

Anche Bruxelles interviene dopo l’intervista del commissario al Commercio a Ft: troppo lontane le posizioni sull’importazione di Gnl e di prodotti agricoli

Claudio Tito

“Non c’è un’offerta formale agli Usa sui dazi”. Nella guerra commerciale tra Europa e America lo stallo non è ancora superato. Ieri la Commissione Ue ha dovuto correggere l’intervista rilasciata al Financial Times dal Commissario al commercio, Maros Sefcovic, che annunciava la disponibilità ad acquistare beni per 50 miliardi l’anno – a cominciare dal gas liquido – al fine di raggiungere un’intesa.

Il punto è che già nelle settimane scorse la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, aveva messo sul tavolo del negoziato la possibilità di incrementare l’importazione di Gnl e di prodotti agricoli come la soia. Ma Washington aveva risposto molto negativamente. Per Donald Trump, infatti, l’Unione dovrebbe incrementare gli acquisti non per 50 miliardi ma per 350 miliardi. Una cifra mostruosa che, infatti, al momento blocca il negoziato. Per di più lo stesso Sefcovic ha sottolineato che l’Ue non è comunque intenzionata ad accettare che la Casa Bianca mantenga le tariffe del 10%.

“Se ciò che consideriamo un problema nel deficit sono i 50 miliardi di euro – è la posizione del Commissario che si riferisce al disavanzo commerciale degli States -, credo che possiamo davvero risolvere questo problema molto rapidamente attraverso l’acquisto di Gnl e di alcuni prodotti agricoli come la soia o altri settori”.

Perché la Commissione ha smentito l’offerta agli Usa

Ma da Palazzo Berlaymont, è subito arrivata una puntualizzazione che ha il sapore di una bacchettata: “Dobbiamo essere molto chiari: al momento non è stata fatta alcuna offerta formale agli Stati Uniti. Una soluzione negoziata rimane il nostro chiaro e preferibile esito”. Il nodo si stringe sempre intorno alla stessa questione: non si può mettere sul tavolo una proposta che è già stata rifiutata. La mossa del rappresentante slovacco è apparsa come una manifestazione di debolezza che von der Leyen non vuole mostrare.

Anche perché al momento le posizioni restano distanti: l’obiettivo europeo è quello di azzerare i dazi, quello americano è di mantenerli. “Non c’è nulla di nuovo – ha spiegato il portavoce di von der Leyen -. Stiamo semplicemente ribadendo che ci sono settori in cui riteniamo di poter potenzialmente aumentare le nostre importazioni dagli Stati Uniti, e questo avrebbe anche l’ulteriore vantaggio di ridurre, in una certa misura, il surplus commerciale di merci di cui godiamo e che sembra essere una vera fissazione dall’altra parte dell’Atlantico”.

Insomma nessuno vuole scoprire le carte prima che la trattativa entri nel vivo. Tra l’altro a Bruxelles, hanno un’altra difficoltà: non è ancora chiaro quale sia il vero obiettivo di Trump. Non solo. I “mediatori” della Casa Bianca con cui si è confrontato lo stesso Sefcovic non avevano una delega piena da parte del Tycoon. E quindi ogni discussione appariva virtuale.

Gln, le richieste impossibili di Trump

Quando, poi, il presidente statunitense mette in campo la richiesta di aumentare gli acquisti di gas liquido fino a 350 miliardi, sembra puntare a boicottare qualsiasi ipotesi di accordo. Già adesso circa il 45 per cento di Gln consumato nel “Vecchio Continente” viene da Oltreoceano per un valore che supera i 50 miliardi di euro l’anno. E 350 miliardi di dollari è una cifra che equivale al totale di tutte le importazioni energetiche. Anche aggregando la domanda di tutti i 27 è un traguardo irraggiungibile.

Sul tavolo, dunque, l’Ue continua a piazzare tutte le possibili armi in grado di colpire gli Usa dal punto di vista commerciale. A cominciare dalla tassazione sul web e sulle Big Tech fino allo Strumento anticoercizione. E se Trump manterrà la parola data alla presidente della Commissione sabato scorso durante i funerali di Papa Francesco circa l’organizzazione in tempi brevi di un faccia faccia, allora von der Leyen vuole arrivare a quell’incontro potendo almeno idealmente brandire tutte le contromisure. Presentarsi disarmati, infatti, non è il modo migliore per dialogare con il presidente degli Stati Uniti.

Dazi, disgelo Usa-Cina: le Borse festeggiano ma S&P taglia il Pil globale

La società di rating: sistema sotto choc. Per l’Italia crescita a +0,5%. Wall Street spinta dai dati sull’occupazione migliori delle stime

Gianluca Modolo

Le Borse festeggiano i possibili negoziati, dopo che la Cina «valuta» l’avvio di colloqui con gli Stati Uniti sui dazi. L’apertura dei cinesi è molto cauta e lascia ferma la posizione del Paese: prima ci togliete tutti i dazi e poi ne parliamo.

Dall’altro lato del Pacifico, le Borse reagiscono comunque in maniera coerente, spinte anche dai dati sul mercato del lavoro Usa che si è mostrato più solido del previsto dopo la contrazione del Pil nel primo trimestre emersa mercoledì (S&P 500 ha guadagnato l’1,47%). Ad aprile sono stati creati 177mila posti di lavoro, un dato leggermente inferiore a quello di marzo (+185mila unità), ma superiore alle attese degli economisti. Stabile al 4,2% il tasso di disoccupazione.

Dati che hanno spinto anche gli indici europei: la Borsa migliore è Francoforte, che chiude con un aumento del 2,5%, seguita da Parigi in crescita del 2,3% e da Amsterdam salita del 2,2%. Ottima seduta anche per la Borsa di Milano, che vede l’indice Ftse Mib segnare un aumento finale dell’1,92%.

Se i mercati tirano un sospiro di sollievo, tutti gli osservatori si concentrano sugli effetti a medio e a lungo termine dei dazi. Dopo Fitch e l’Fmi, anche Standard&Poor’s rivede al ribasso le stime di crescita del Pil mondiale: è «uno shock al sistema» secondo S&P, che si abbatterà «sicuramente» sull’economia reale, anche se «resta da capire in quale misura». Negli Stati Uniti il rallentamento sarà marcato: 1,5% nel 2025 (-0,5) e 1,7% nel 2026. Male anche l’Eurozona, che si fermerà allo 0,8% nel 2025 (-0,1) e all’1,2% nel 2026. L’Italia limiterà i danni con un taglio contenuto di 0,1 punti per il 2025, riducendo la crescita attesa allo 0,5%. Salirà allo 0,8% nel 2026 e allo 0,9% nel 2027.

Stime destinate a cambiare se davvero, come emerge dai media cinesi, Pechino «ha preso atto delle ripetute dichiarazioni rilasciate da esponenti di alto livello statunitensi. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno recentemente trasmesso informazioni alla parte cinese in diverse occasioni, nella speranza di dialogare. A questo proposito, la parte cinese sta effettuando una valutazione», è il commento del portavoce del Ministero del Commercio di Pechino.

La schiarita è davvero forte? La Cina ribadisce che gli Usa devono «correggere le loro pratiche errate», cancellare tutti i dazi e dimostrare «sincerità» nei negoziati. «I tentativi di ricorrere alla coercizione e al ricatto sotto le spoglie di negoziati non funzioneranno».

Secondo il Wall Street Journal, le autorità cinesi valutano anche le richieste americane di frenare le esportazioni di elementi chimici che alimentano la produzione di Fentanyl. È un potente oppioide sintetico, la “droga degli zombie” che poi finisce sul mercato americano. Sarebbe il primo ramoscello di ulivo dopo che Pechino ha imposto dazi del 125% sui prodotti americani in risposta ai dazi del 145% scaricati da Trump sui prodotti cinesi.

Trump sostiene che è stato Xi Jinping a chiamarlo nei giorni scorsi (improbabile); il segretario Usa al Tesoro Bessent ripete che spetta a Pechino fare il primo passo per allentare la tensione; la Cina ora afferma che sono gli americani ad aver contattato “attivamente” Pechino. Nessuna delle due parti vuole essere vista come quella che cede per prima. Ma Trump ha già esentato nelle scorse settimane beni cinesi come smartphone ed elettronica dai suoi dazi. Esenzioni che si applicano a circa 102 miliardi di dollari, il 22% delle importazioni Usa dalla Cina lo scorso anno. Pechino ha fatto lo stesso con alcuni prodotti che sarebbero elencati in una lista ancora però non pubblica, pareggiando i conti. Per Bloomberg nella lista ci sono 131 articoli che «hanno un valore di 40 miliardi di dollari, il 24% delle importazioni cinesi dagli Usa nel 2024».

Isolazionisti vs Tradizionalisti: cosa (e chi) c’è davvero dietro la rimozione di Waltz

Nominato ambasciatore all’Onu, dovrà però superare la audizioni. Era entrato nel mirino dell’ala più isolazionista dell’amministrazione

Paolo Mastrolilli

Il rimpasto di Trump è una cattiva notizia per l’Europa, e in generale chi spera che gli Usa restino impegnati sulla scena internazionale. Questo perché la promozione-rimozione del consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz non è il risultato del “chatgate”, preso come scusa per toglierlo dalla Casa Bianca giovedì, ma di una battaglia interna fra isolazionisti e tradizionalisti, che i primi hanno chiaramente vinto.

È vero infatti che il segretario di Stato Marco Rubio, a cui Donald ha affidato anche il ruolo di Waltz ad interim, è storicamente più legato alla seconda corrente, ma lui ormai gioca una partita tutta finalizzata alla candidatura presidenziale del 2028 che mette il proprio interesse personale davanti a tutto il resto, con conseguente allineamento sulle posizioni della base Maga. Vedremo ora quanto durerà l’ex senatore della Florida nel doppio ruolo, in passato ricoperto solo da Henry Kissinger, e se verrà sostituito da qualcuno più affine alla linea isolazionista, ma al momento la decisione di Trump è un risultato positivo per chi non si riconosce nell’ortodossia repubblicana in politica estera.

Waltz è stato rimosso giovedì dal posto di architetto della linea internazionale della Casa Bianca, braccio destro del presidente sulla sicurezza nazionale e interfaccia con dipartimento di Stato, Difesa e intelligence. Per non dare l’impressione di averlo silurato, Trump lo ha nominato ambasciatore all’Onu, dove aveva destinato inizialmente la deputata Elise Stefanik, poi ritirata per non lasciare scoperto il suo seggio in Congresso col rischio di perdere la risicata maggioranza repubblicana alla Camera. In teoria è una promozione, perché la carica al Palazzo di Vetro richiede la conferma del Senato, ma rappresenta anche un rischio, perché ora Waltz dovrà sostenere le audizioni di conferma in cui verrà interrogato sul “chatgate”, lo scandalo provocato dalla chat sui social che aveva creato, aggiungendo per errore il direttore di The Atlantic Jeffrey Goldberg. Il consigliere per la sicurezza nazionale aveva una grossa responsabilità in questa crisi, perché il peccato originale lo aveva commesso lui. Lo scandalo però era scoppiato perché il capo del Pentagono Pete Hegseth aveva avuto l’idea imprudente di pubblicare nella chat non sicura i piani di attacco contro gli houthi nello Yemen. Quindi se Waltz è stato sacrificato, e il segretario alla Difesa almeno per ora risparmiato, la motivazione non può stare solo nel “chatgate”. A maggior ragione visto che il repulisti ha colpito anche Alex Wong, vice consigliere ed ex assistente di Mitt Romney e del senatore Tom Cotton, accusato di essere troppo morbido con la Cina.

La verità è che Waltz, ex deputato della Florida e veterano dell’Afghanistan, dove aveva servito con le forze speciali dei Berretti Verdi, era sempre stato percepito dagli isolazionisti del movimento Maga come un corpo estraneo. Laura Loomer, blogger estremista che tanta influenza ha sempre avuto su Trump, era stata la prima a mettere in discussione la sua lealtà verso il presidente, proprio perché sotto sotto era un sostenitore dell’interventismo americano e uno scettico su Putin. Quasi un falco neocon sotto mentite spoglie, in realtà vicino a Zelensky. Non hanno giovato poi il cattivo rapporto che Waltz aveva stabilito con la potentissima capo di gabinetto Susie Wiles, e altri funzionari della Casa Bianca. Così quando è esploso il “chatgate”, i suoi nemici hanno colto al volo l’occasione per farlo fuori.

Per la verità anche Rubio ha una storia personale più vicina alla corrente tradizionalista in politica estera, a partire dalla sua eredità personale cubana. Però si è rapidamente allineato a Trump e sa che se vuole avere qualche possibilità di succedergli nel 2028, deve tenersi stretta la base Maga. Un difficile equilibrismo, che potrebbe terminare se il presidente decidesse di togliergli l’incarico ad interim per affidarlo a Stephen Miller, come anticipa Axios. Un fedelissimo isolazionista.

Stati Uniti, dopo il licenziamento di Waltz trema anche Hegseth: il Pentagono non si fida

L’indagine sul chatgate si allarga alla chat creata dal segretario alla Difesa in cui ha condiviso informazioni riservare con la moglie, il fratello e l’avvocato

Massimo Basile

Dopo il siluramento del consigliere Michael Waltz, nella galassia trumpiana guardano al segretario alla Difesa Pete Hegseth. La sua posizione non appare solida. Secondo il Wall Street Journal, l’ispettorato generale del Pentagono ha esteso la sua indagine sulla fuga di notizie riservate, il Chatgate, aprendo un fascicolo sul caso della chat creata da Hegseth in cui aveva incluso la moglie, Jennifer Rauchet, il fratello, Phil Hegseth, l’avvocato Tim Parlatore, e condiviso informazioni su un piano di attacco agli Houthi, in Yemen. «L’obiettivo dell’indagine – ha spiegato il Pentagono – è capire se il segretario alla Difesa e altro personale hanno rispettato le procedure per l’uso governativo di app di messaggistica commerciale».

Non è chiaro quando l’indagine si concluderà, ma rappresenta un messaggio per Hegseth, sempre più vulnerabile. Ogni giorno spunta un retroscena sulla sua condotta superficiale. Non solo aveva condiviso informazioni riservate sulla chat in cui c’era un giornalista e su un gruppo di famiglia, ma secondo l’agenzia Ap Hegseth aveva installato nel suo ufficio una linea “dirty internet” in grado di bypassare le misure di sicurezza del dipartimento della Difesa e usato il computer personale per accedere alla piattaforma online Signal. Hegseth è ossessionato dai possibili nemici, non si fida di nessuno, ma neanche al Pentagono si fidano più di lui. I generali temono che le loro informazioni riservate facciano il giro delle chat.

All’ultima riunione di gabinetto Trump ha presentato Hegseth come il «meno controverso del governo», scatenando le risate di tutti. Poi lo ha lodato, dicendo «le persone non sanno quanto Pete sia bravo”. Ma questo non può rasserenare il segretario alla Difesa. Pochi giorni fa Trump aveva detto di Waltz “è un bravo ragazzo”.

ZELENSKY, ‘NON GARANTISCO SICUREZZA LEADER A PARATA MOSCA’

(ANSA-AFP) – KIEV, 03 MAG – Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha detto di “non poter garantire la sicurezza” dei leader politici internazionali che saranno ospiti di Vladimir Putin a Mosca per la parata per gli 80 anni della vittoria sovietica nella Seconda Guerra Mondiale, il 9 maggio.

“Non si sa cosa la Russia intenda fare in quella data. Potrebbe prendere varie misure, come incendi o esplosioni, per poi accusare noi”. Parlando con dei giornalisti, Zelensky ha anche detto che “non intende giocare, creando un’atmosfera piacevole per permettere a Putin di uscire dall’isolamento il 9 maggio”, e ha rilanciato la proposta di 30 giorni di tregua.

Quest’anno, si prevede che i leader di circa 20 Paesi saranno ospiti di Vladimir Putin per la parata della vittoria, tra cui il presidente cinese Xi Jinping, quello brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, oltre a quelli dei tradizionali alleati di Mosca, come il Kazakistan, la Bielorussia, Cuba e il Venezuela.

Ucraina: Zelensky, dopo incontro in Vaticano Trump vede cose diversamente 

(LaPresse) – “Sono sicuro che dopo il nostro incontro in Vaticano, il presidente Trump abbia iniziato a vedere tutto in modo un po’ diverso. Vediamo. Questa è la sua visione, in ogni caso è una sua scelta. Penso che ci siamo comportati in modo costruttivo e decoroso, il che è importante”. Lo ha dettto il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, come riporta Ukrainska Pravda.

Ucraina: Mosca, Zelensky provoca su sicurezza, Kiev potrebbe non vedere 10 maggio

(LaPresse) – Le “velate minacce” del presidente ucraino Volodymyr Zelensky sulla possibilità di attacchi a Mosca nel Giorno della Vittoria “sono semplicemente provocazioni”. Lo ha affermato il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev, come riporta Tass. Medvedev ha anche sottolineato che se gli attacchi dovessero verificarsi il 9 maggio, Kiev potrebbe non sopravvivere fino al 10 maggio.

“Il pazzoide verde con la barba lunga ha affermato di respingere la proposta di Putin di una tregua di tre giorni il 9 maggio e di non poter garantire la sicurezza dei leader mondiali a Mosca. E chi cerca le sue garanzie? Solo una provocazione verbale. Niente di più”, ha scritto sul suo canale Telegram. Secondo Medvedev, Zelensky “deve capire che nel caso di una vera provocazione nel Giorno della Vittoria, nessuno può garantire che Kiev arriverà al 10 maggio”.

Ucraina: Zelensky, proposta Putin su breve cessate il fuoco è solo ‘teatro’

(LaPresse) – Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha respinto la proposta del presidente russo Vladimir Putin di un cessate il fuoco di tre giorni, dal 7 al 9 maggio, definendola un gesto teatrale volto a creare l’illusione che la Russia stia emergendo dall’isolamento. Zelensky, riporta Interfax Ukraine, insiste invece per un cessate il fuoco di 30 giorni, in linea con la strategia proposta dagli Stati Uniti.

“Un cessate il fuoco incondizionato è il modello proposto dagli americani. Stiamo seguendo quel modello. Che inizi in quella data o in un’altra, idealmente prima. Sì, proviamo per 30 giorni. Perché un cessate il fuoco di 30 giorni? Perché è impossibile raggiungere accordi in tre, cinque o anche sette giorni”, ha detto Zelensky.

Accordo Usa-Kiev. Il giallo dei documenti, le trappole e le tutele: cosa c’è nel «patto» su cui conta Zelensky per salvare l’Ucraina

Sfruttamento delle risorse nazionali oppure opportunità per tenere lontana la Russia: il Parlamento di Kiev dirà la sua

Federico Fubini

L’accordo sui minerali (e molto altro) fra gli Stati Uniti e l’Ucraina prevede una ratifica del Parlamento di Kiev, la Verkhovna Rada. I suoi deputati hanno subito individuato la data giusta: l’8 maggio. È il giorno prima della grande parata sulla Piazza Rossa di Mosca, per l’ottantesimo anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale. Difficile pensare a un momento migliore per mandare le celebrazioni di traverso a Vladimir Putin: dopo cento giorni di flirt della Casa Bianca con il Cremlino, Donald Trump stringe un patto che lega l’America all’Ucraina e gli dà buone ragioni di averne a cuore la sicurezza. Non a caso l’accordo firmato mercoledì sera a Washington dalla vicepremier di Kiev Yulia Svyrydenko e dal segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, parla di un’Ucraina «libera, sovrana e sicura». Punti oscuri

La ratifica della Rada però non sarà una passeggiata, per Volodymyr Zelensky e la sua maggioranza. Non lo sarà, in primo luogo, perché attorno ai contenuti dell’accordo si sta addensando un alone di mistero. Il governo ucraino ha pubblicato le nove pagine dell’intesa generale, quella che delinea un fondo comune con gli Stati Uniti per lo sfruttamento delle vaste risorse minerarie del Paese e altri investimenti. 

Mercoledì sera però l’intesa stava per saltare. Secondo una ricostruzione di Politico, la Casa Bianca pretendeva che il governo di Kiev firmasse simultaneamente anche altri due documenti: il patto commerciale di dettaglio del fondo con gli Stati Uniti (il «partnership agreement») e un terzo accordo il cui contenuto resta riservato. Politico ha scritto che gli emissari di Kiev erano riluttanti ad accettare il secondo e il terzo documento e gli americani minacciavano di far saltare anche il primo. Rischiava di ripetersi il fiasco della visita di Zelensky a fine febbraio. 

Alla fine Svyrydenko ha firmato. Ma non è ancora del tutto chiaro cosa. Secondo alcune ricostruzioni il governo di Kiev si sarebbe dovuto piegare alle pressioni americane e avrebbe accettato anche il secondo accordo (il «partnership agreement») e il terzo. Ma queste ulteriori intese non sarebbero state comunicate. Si sa solo che essi sono comunque sul tavolo. Questione di soldi

Resta probabile che alla fine la Rada di Kiev ratificherà l’accordo ufficiale, per rafforzare un rapporto con gli Stati Uniti che resta necessario ma in questi tre mesi ha vacillato. Eppure il testo, insieme ad alcune opportunità per l’Ucraina, contiene anche delle trappole. La più vistosa riguarda l’aiuto militare americano: l’accordo prevede che ogni fornitura da parte di Washington conterà a titolo di versamento da parte americana nel «Fondo di investimenti per la ricostruzione» comune con Kiev. 

Recita il testo: «Se (dopo l’entrata in vigore dell’accordo, ndr) il governo degli Stati Uniti fornisce al governo dell’Ucraina nuovi aiuti militari in qualunque forma (inclusi sistemi d’arma, munizioni, tecnologia o formazione), il contributo nel capitale (del Fondo, ndr) da parte degli Stati Uniti si riterrà aumentato secondo il valore stimato degli aiuti militari». 

In altri termini la quota americana nella partnership all’inizio è del 50%, ma sembra poter salire via via che gli americani svuoteranno i magazzini delle loro vecchie armi mandandole a Kiev, faranno training ai soldati di Kiev oppure forniranno connessione Internet tramite Starlink. Tutti quei «contributi» faranno salire l’America nel capitale del Fondo che gestirà tutte le risorse minerarie ucraine: inclusi oro, uranio, cobalto, grafite, petrolio e gas. Passa così il principio che gli aiuti militari americani a Kiev si pagano, ma anche che il loro costo modificherà a favore di Washington i rapporti di forza nel fondo «comune». 

Esso peraltro riguarda anche le infrastrutture del Paese: il Fondo avrà infatti diritto di prelazione su ogni investimento in Ucraina. Inoltre, gli americani ottengono il diritto ad operare in Ucraina in un regime fiscale del tutto esentasse (come anticipato dal Corriere il 26 marzo) e strappano la garanzia che l’attuale accordo — senza limiti di tempo — non potrà essere intaccato da eventuali leggi future approvate da Kiev. Il salvagente

Zelensky però è riuscito a far passare alcuni principi fondamentali per il suo Paese. L’incontro in San Pietro con Donald Trump una settimana fa, evidentemente, non è andato sprecato. A sottolineare che il patto con l’America non è di natura coloniale, il testo sottolinea che l’Ucraina «possiede sovranità sulle sue risorse naturali localizzate sul proprio territorio». L’accordo fra Ucraina e Stati Uniti poi cita «l’ampio allineamento strategico di lungo periodo fra i loro popoli e i loro governi e una tangibile dimostrazione di sostegno degli Stati Uniti alla sicurezza, prosperità, ricostruzione e integrazione dell’Ucraina nel quadro dell’economia globale». 

Forse sono solo parole, ma significative. Infine scatta la clausola di penalizzazione della Russia (a cui tiene Kiev) e della Cina (a cui tiene Washington). Recita così: «Gli Stati Uniti e l’Ucraina intendono far sì che gli Stati e gli altri soggetti che hanno agito in modo ostile contro l’Ucraina nel conflitto non traggano beneficio dalla ricostruzione dell’Ucraina dopo che sia stata raggiunta una pace duratura». Dunque le aziende di Pechino sono fuori dal business della ricostruzione, su richiesta di Trump.

«Quello stro*** verdastro…», Medvedev furioso per la frase di Zelensky sulla parata a Mosca: «Così Kiev non sopravvivrà un giorno»

Il fedelissimo di Vladimir Putin perde le staffe dopo le dichiarazioni del presidente ucraino sulla parata a Mosca del 9 maggio. La «provocazione» da Kiev che scatena la raffica di insulti del vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo

Giovanni Ruggiero

Dmitry Medvedev sono letteralmente saltati i nervi, dopo aver letto l’ultima dichiarazione del presidente ucraino a proposito delle celebrazioni russe per il 9 maggio. In quel giorno a Mosca tradizionalmente si svolge una parata militare. È la commemorazione per la vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale, che quest’anno tocca l’ottantesimo anniversario. Una giornata di grande orgoglio nazionale per la Russia, in cui sarebbero attesi diversi leader internazionali, tra cui il presidente cinese Xi Jinping. E proprio per quei giorni, Vladimir Putin avrebbe proposto una tregue temporanea di circa tre giorni.

La provocazione del presidente ucraino sulla tregua

Parlando con un gruppo ristretto di giornalisti a Kiev, Volodymyr Zelensky ha fatto una dichiarazione rimasta palesemente ambigua, rivolgendosi ai leader che quel giorno saranno a Mosca: «Non possiamo assumerci la responsabilità di ciò che andrà in Russia. Saranno loro a garantire la vostra sicurezza». Una frase che anche a Medvedev è suonata come una «Provocazione verbale». Da cui quasi certamente Zelensky si aspettava una reazione russa, che è arrivata puntuale dallo stretto collaboratore di Putin.

Lo sfogo di Medvedv contro Zelensky

Medvedev su Telegram parte al solito all’attacco di Zelensky, che ormai insulta in quasi tutti i post: «Quello stronzo verdastro con la barba lunga dice di rifiutare la proposta di Putin di un cessate il fuoco di 3 giorni per commemorare il 9 maggio e di non poter garantire la sicurezza dei leader mondiali a Mosca. Chi gli chiedeva garanzie? Questa non è altro che una provocazione verbale». E poi passa alle minacce: «Quel pidocchio sa che, se ci sarà una vera provocazione il Giorno della Vittoria, nessuno potrà garantire che Kiev vivrà fino al 10 maggio».

Tra negoziato e scontro prolungato, ecco la strategia dei “tre anelli” di Pechino

Il Dragone punta a fare più pressione su Washington, rafforzare il mercato interno ed essere una “potenza responsabile” verso i partner commerciali

Lorenzo Lamperti

«Se lottiamo, lotteremo fino alla fine. Se parliamo, la nostra porta sarà aperta». La Cina si mostra disponibile al dialogo commerciale con gli Stati Uniti, soprattutto se sarà in grado di presentarli in una posizione di debolezza, con Donald Trump come il più bisognoso di un accordo. Ma intanto procede spedita i preparativi per una «guerra prolungata», non a caso il titolo di un vecchio saggio di Mao Zedong che i media statali hanno suggerito di rileggere per evitare disfattismi o trionfalismi e prepararsi a un lungo scontro. Per farlo, Pechino lavora da tempo su tre fronti: rafforzare il fronte interno, aumentare la pressione sugli Stati Uniti, riposizionarsi come potenza responsabile sulla scena globale. Sono i tre anelli della strategia con cui la Cina conta non solo di resistere ai dazi di Donald Trump, ma anche di vincere la guerra commerciale.

L’anello interno è il più vicino al fulcro vitale. Con due parole chiave: consumi e autosufficienza. Da anni il Partito comunista lavora per rafforzare i primi e avvicinare la seconda. Per trasformare la Cina da «fabbrica del mondo» a società di consumi, nel 2020 Xi Jinping ha approntato la strategia della «doppia circolazione», in cui il flusso interno è prioritario a quello esterno, per ridurre la dipendenza dall’export. Per perseguire l’autosufficienza tecnologica, è stato predisposto il piano Made in China 2025, allo scopo di potenziare la produzione nazionale di chip, intelligenza artificiale e industria tecnologica verde.

«Dobbiamo superare i nodi nelle tecnologie chiave e costruire un sistema di intelligenza artificiale autonomo», ha detto qualche giorno fa Xi a un vertice del Politburo. A questo è servita la campagna di rettificazione delle Big Tech, la cui attività è stata riorientata su settori strategici. Ma Xi sa che per resistere alla guerra commerciale ha bisogno di un mercato interno più forte, obiettivo lontano dal realizzarsi. Per provare a stimolare la spesa, il governo ha da poco lanciato un piano speciale sui consumi. Tra le misure, sussidi per le coppie per contrastare il calo demografico e una serie di misure per rafforzare il sostegno al credito, allentando le regole per i prestiti forniti dalle banche. Via poi a un ampio pacchetto di obbligazioni speciali per stabilizzare il settore immobiliare e sostenere la cosiddetta «politica vecchio per nuovo», con sussidi elargiti per acquistare prodotti digitali o veicoli elettrici dei marchi nazionali.

Nel secondo anello, si punta ad aumentare la pressione sugli Usa. Non solo con la raffica di risposte simmetriche ai dazi, ma anche con quelle asimmetriche come i blocchi all’export delle terre rare. Si punta poi a premere sul dollaro. La Banca centrale ha appena annunciato un piano per l’internazionalizzazione dello yuan e del sistema di pagamento Cips, su cui punta per smarcarsi dallo Swift. Obiettivo: promuovere l’utilizzo della sua moneta negli scambi coi Paesi partner e schermarsi dalle sanzioni. Non un tentativo di sostituzione «tout court», quanto di erosione del dominio del dollaro per realizzare una sorta di duopolio in cui gli Usa avrebbero meno armi per colpire lo sviluppo cinese.

Nell’ultimo anello, la Cina cerca di presentarsi globalmente come garante del libero commercio e fattore di stabilità, in un mondo reso più incerto da quello che definisce «bullismo unilaterale» di Trump. Xi è da poco tornato da un tour nel Sud-Est asiatico, dove ha firmato decine di accordi con Paesi chiave per i flussi commerciali come Vietnam, Malaysia e Cambogia. Si punta poi a un insperato disgelo con Giappone e Corea del Sud, vicini e storici alleati degli Usa. Tokyo ha fatto sapere alla Casa Bianca di essere disposta a concessioni per un’intesa sui dazi, ma ha respinto clausole anti cinesi. Nei giorni scorsi, Pechino ha revocato le sanzioni imposte nel 2021 ad alcuni eurodeputati, nella speranza di rilanciare l’accordo bilaterale sugli investimenti con Bruxelles. «Una guerra commerciale non ha vincitori, ma siamo pronti a combattere fino alla fine», ripete da settimane. Tradotto: la Cina vuole un accordo, ma Xi tratterà seriamente con Trump solo in presenza di garanzie. Nel piano dei tre anelli non c’è spazio per segnali di debolezza.

Anthony Albanese

L’effetto Trump si ripete in Australia. Conservatori sconfitti, “storica vittoria” di Albanese

Dopo il Canada, l’effetto negativo del tycoon si ripercuote sull’Australia: i conservatori dati per favoriti crollano alle urne. Albanese è il primo premier confermato in 20 anni

Enrico Franceschini

Il “miracolo al contrario” di Donald Trump si è ripetuto: dopo il Canada, anche in Australia i progressisti vincono le elezioni recuperando consensi grazie all’effetto della guerra commerciale e in generale della politica aggressiva del presidente americano nei confronti degli storici alleati di Washington.

Secondo i dati preliminari sul voto che si è tenuto oggi, il premier laburista Anthony Albanese ha nettamente superato Peter Dutton, il candidato dell’alleanza di opposizione Liberal-Nazionale. “Potrebbe essere una grande vittoria per il Labour”, afferma l’Abc News, maggiore network televisivo australiano, e anche le altre reti tivù lo danno vincente.

Crollano i conservatori

Non è ancora chiaro se Albanese riuscirà a governare da solo o dovrà allearsi con i Verdi e altri partiti indipendenti per formare una coalizione di maggioranza, ma la sua conferma al potere non viene data in dubbio, ribaltando le previsioni dei sondaggi di pochi mesi or sono.

Lo stesso Dutton ha perso il proprio seggio di Brisbane, battuto dalla candidata laburista locale, l’ex-giornalista e atleta paraolimpica Alice France, e uscirà perciò dal parlamento: “Dopo 24 anni in politica, è ora di lasciare”, ha concesso mestamente il capo dell’opposizione davanti ai propri sostenitori, “il nostro partito è andato male ma avrà occasioni di rifarsi”. Albanese è il primo premier confermato nell’incarico in Australia in vent’anni: ci riuscì per ultimo il liberale John Howard nel 2004.

Un’impresa storica per il premier di origine italiana, per la quale deve ringraziare anche Trump.

Diciotto milioni di australiani erano chiamati alle urne per eleggere 150 seggi della camera. Nell’ultimo anno l’aumento del costo della vita, il declino del servizio sanitario pubblico e la carenza di alloggi popolari avevano fatto scendere i consensi per il Labour, andato al potere nel 2022, costringendo il premier a indire elezioni anticipate.

Il ritorno di Albanese

Figlio di un immigrato di Barletta, il 62enne Albanese era riuscito a riportare la sinistra al governo ma, oltre che dalla crisi economica, è stato investito come altri leader progressisti dall’ondata di sentimenti anti immigrati e anti woke cavalcata dal movimento sovranista Maga negli Stati Uniti. Dopo la rielezione di Trump nel novembre scorso, il liberal-nazionale Dutton si è atteggiato sempre di più a “Trump australiano”, facendo proprie le battaglie e gli slogan del tycoon americano. Senonché, da quando Trump è rientrato alla Casa Bianca tre mesi or sono, le sue posizioni, in particolare l’aumento dei dazi, hanno pesato sulla campagna elettorale australiana in modo simile a quanto avvenuto in quella canadese.

Nei recenti sondaggi, il 48 per cento degli interpellati ha espresso un parere negativo su Trump e il trumpismo, con una percentuale ancora più alta tra i giovani, che in Australia costituiscono il 43 per cento dell’elettorato. A quel punto il leader Liberal-Nazionale ha abbandonato ogni riferimento a Trump ma evidentemente è stato troppo tardi. In un clima di crescente incertezza, l’elettorato ha preferito confermare un leader che promette di difendere i canadesi da ogni minaccia esterna, compresa a questo punto quella proveniente da Washington. Nel voto di tre anni or sono, Albanese aveva fatto campagna sul pericolo rappresentato dalla Cina, e ha stretto ulteriormente l’alleanza con l’America di Joe Biden.

Stavolta ha fatto campagna criticando l’America di Trump. Un’altra rassomiglianza con il Canada è che anche l’Australia appartiene al Commonwealth, l’associazione delle ex-colonie dell’Impero britannico, e come il Canada è una della dozzina di membri del Commonwealth (su sessanta) che continuano a essere monarchie costituzionali e hanno re Carlo come Capo di Stato. Un legame giudicato obsoleto, retaggio del colonialismo, da una parte della popolazione: in Australia, come in Canada, esistono da tempo movimenti che premono per diventare una repubblica, avere un presidente come Capo di Stato e spezzare l’ultima dipendenza da Londra, per quanto priva di qualsiasi potere reale e solamente cerimoniale.

Davanti all’offensiva di Trump verso gli alleati (sia Canada che Australia fanno parte dei Five Eyes, i Cinque Occhi, il patto di cooperazione fra i servizi segreti dei Paesi di lingua inglese – gli altri sono Usa, Regno Unito e Nuova Zelanda), il rapporto con il Commonwealth, che riunisce due miliardi di persone, un quarto dell’umanità, offre un contrappeso alla relazione oggi più tesa con gli Stati Uniti.

Se confermato dai dati definitivi, commentano i media di Sidney, il risultato delle elezioni australiane va dunque annoverato come un “secondo miracolo al contrario” compiuto da Trump: anche Down Under (Là Sotto), il soprannome della terra dei canguri con riferimento alla sua posizione nell’emisfero meridionale sulle carte geografiche, ha resuscitato i progressisti, neanche una settimana dopo averli aiutati a riprendersi e a vincere in Canada. Non è detto che sia una tendenza valida ovunque: in Gran Bretagna un trumpiano di ferro, Nigel Farage, il populista fautore della Brexit, ha vinto in questi stessi giorni le elezioni amministrative e scommette che nel 2029 diventerà primo ministro. Ma la differenza è che gli avversari di Farage, sia il premier laburista Keir Starmer, sia la leader conservatrice Kemi Badenoch, si sono finora astenuti dal prendere le distanze da Trump, mentre il liberale Mark Carney in Canada e il laburista Albanese in Australia non hanno esitato ad attaccarlo. Per i partiti antisovranisti e antipopulisti, forse sarà questa la formula vincente.