
Accordo Usa-Ucraina su gas e minerali: un punto a favore di Kiev che irrita Mosca
Per Washington è “un passo importante per porre fine alla guerra”. Medvedev attacca Trump. Ecco cosa c’è nell’intesa e quali sono le sue conseguenze politiche

Dopo mesi di negoziati tesi e uno scontro diretto tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky nello studio Ovale, gli Stati Uniti e l’Ucraina hanno firmato l’accordo per condividere i profitti e le royalties che verranno dallo sfruttamento dei minerali e delle terre rare ucraine. È un accordo di natura economica, ma con importanti risvolti politici.
Usa-Ucraina: partnership rafforzata
L’intesa rafforza la cooperazione tra due alleati i cui rapporti sono stati molto tesi negli ultimi mesi: aumenta il coinvolgimento degli Stati Uniti nello sviluppo dell’industria e dell’economia ucraine e potrebbe consentire anche l’invio di nuovi aiuti militari da parte di Washington. Kiev l’ha definito un “successo” per entrambe le parti, una intesa win-win. Il segretario di Stato Marco Rubio si è spinto fino a dire che è una “pietra miliare” nel rapporto tra i due Paesi e un “passo importante per porre fine alla guerra”. Trump ha rivendicato che darà agli Usa più di quanto “hanno speso” finora per sostenere l’Ucraina, anche se i profitti reali sono ancora da valutare e comunque lontani nel tempo. Ha anche detto che potrebbe “inibire Putin”.
Al di là della propaganda, non si tratta dell’intesa che risolverà la guerra, ma è senz’altro un passo avanti nell’alleanza tra Stati Uniti e Ucraina. La reazione russa infatti è stata piuttosto piccata, affidata al falco del Cremlino, il vicepresidente del consiglio di sicurezza russo Dmitrij Medvedev: “Ora le forniture militari dovranno essere pagate con la ricchezza nazionale di un Paese in via di estinzione”, ha detto, “il gradimento di Trump è calato e lo ‘stato profondo’ sta opponendo una feroce resistenza”.
I toni più duri contro la Russia
Il linguaggio usato nel testo è più duro di quello finora adottato dall’amministrazione Trump nei confronti di Mosca, parla di “un’invasione su vasta scala della Russia” e sancisce che “nessuno Stato o persona che abbia finanziato o fornito la macchina bellica russa potrà beneficiare della ricostruzione dell’Ucraina”.
Niente debiti dal passato
Inizialmente, Trump aveva chiesto all’Ucraina di restituire 300 miliardi di dollari come compensazione degli aiuti militari e finanziari elargiti dagli Stati Uniti nei tre anni di conflitto, che in realtà ammontano a circa 120 miliardi. Gli ucraini si sono opposti, contestando la cifra e affermando di aver già contribuito alla sicurezza e alla pace globale accettando di disfarsi del proprio arsenale nucleare con il memorandum di Budapest del 1994 imposto proprio dagli americani. Questo ha consentito di riequilibrare i rapporti di forza durante i negoziati che erano molto sbilanciati a favore degli Stati Uniti. Nell’accordo firmato non si parla più di alcun rimborso di presunti debiti. Futuri aiuti sia finanziari che militari varranno invece come contributi di capitale al fondo che verrà istituito per gestire le risorse minerarie ucraine.
Un fondo paritario
Al centro dell’accordo c’è il Fondo di investimento per la ricostruzione Stati Uniti-Ucraina, a cui i due Paesi contribuiranno al 50%. Nessuna delle due parti avrà maggior potere di decisione o di veto, come prevedeva la bozza iniziale degli americani. Gli ucraini affermano che per i primi 10 anni i profitti del fondo saranno investiti esclusivamente in Ucraina, che manterrà la proprietà e “il pieno controllo del suo sottosuolo, delle sue infrastrutture e delle sue risorse naturali”. Dieci anni è il tempo medio necessario per sviluppare giacimenti su cui non si è investito e renderli produttivi.
Minerali, gas e terre rare
Sebbene si sia parlato molto di terre rare, l’Ucraina non ne è particolarmente ricca e il cuore dell’accordo sono soprattutto le risorse minerarie come il titanio – Kiev ne è il sesto produttore al mondo – la grafite, il litio, che viene usato per le batterie. Molti di questi giacimenti tuttavia si trovano nell’Est dell’Ucraina sotto controllo russo. C’è anche un problema di dati perché le informazioni su quello che c’è nel sottosuolo ucraino risalgono all’Unione sovietica: serviranno nuove esplorazioni per stimare il valore esatto dei giacimenti e gli investimenti necessari per renderli produttivi, risultato che potrebbe non arrivare prima di dieci anni. Quello che potrebbe invece già dare un ritorno economico agli americani sono il gas naturale, il petrolio, il carbone, che sono stati inclusi nell’intesa.
Le garanzie di sicurezza
L’accordo non le prevede, esprime un generico “sostegno agli sforzi dell’Ucraina per ottenere garanzie di sicurezza”, ma apre la porta a futuri aiuti militari, che Washington sembrerebbe già pronta a sbloccare. Trump ha detto in passato che gli investimenti economici, con la presenza di aziende statunitensi in Ucraina, avrebbero funzionato da deterrente per Putin, sebbene molti osservatori siano scettici sul fatto che un’intesa commerciale possa funzionare come deterrente militare.
Il sì europeo
Gli ucraini erano preoccupati che alcune regole americane, per esempio sull’ambiente, avrebbero potuto mettere a rischio il percorso di adesione all’Unione europea. L’intesa firmata sembra aver cancellato i passaggi più controversi. Il testo lascia aperto il mercato anche agli investimenti di aziende di altri Paesi, sebbene sia difficile prevedere ora quale equilibrio verrà trovato tra gli interessi economici delle tre parti, Usa, Ue e Ucraina. L’accordo dovrà essere ratificato dal parlamento ucraino.

(ANSA-AFP) – PECHINO, 02 MAG – La Cina “valuta” l’offerta degli Stati Uniti per colloqui sui dazi e sottolinea che Washington ha “preso l’iniziativa” di avviare negoziati. Il ministero del Commercio di Pechino ricorda che “gli Stati Uniti hanno recentemente preso l’iniziativa di aprire il dialogo” e che “la Cina sta attualmente valutando la possibilità”. Il ministero chiede però che “se gli Usa vogliono dialogare, dovrebbero dimostrare la loro sincerità, essere pronti a correggere le loro pratiche sbagliate e annullare i dazi unilaterali”.

I TRUMPIANI NON SONO CATTIVI: SO’ FESSI – L’ISPETTORE GENERALE DEL PENTAGONO STEBBINS HA ESTESO L’INDAGINE SULLA CONDIVISIONE DI PIANI MILITARI DA PARTE DEL SEGRETARIO ALLA DIFESA PETE HEGSETH A UNA SECONDA CHAT DI SIGNAL, NELLA QUALE HA INVIATO GLI STESSI PIANI DI ATTACCO IN YEMEN A UNA DOZZINA DI COLLABORATORI, TRA CUI SUA MOGLIE E SUO FRATELLO…
(ANSA) – ROMA, 01 MAG – L’ispettore generale del Pentagono Stebbins ha esteso l’indagine sulla condivisione di piani militari da parte del segretario alla Difesa Pete Hegseth a una seconda chat di Signal, che ha coinvolto anche sua moglie e suo fratello. Lo scrive il Wall Street Journal.
Stebbins disse il mese scorso di aver avviato un’indagine sull’utilizzo da parte di Hegseth di Signal per discutere sui raid aerei statunitensi in Yemen. Wsj scrive che l’indagine si è estesa fino a includere una seconda chat di Signal, nella quale Hegseth ha inviato gli stessi piani di attacco in Yemen a una dozzina di collaboratori, tra cui sua moglie e suo fratello.

Trump già studia la «vendetta» sul Canada: ecco perché passerà per l’Artico
Il Canada ha appena lanciato un segnale a Trump, portando alla vittoria Mark Carney. Ma il leader Usa potrebbe ribussare con forza alle porte canadesi. Per imporre la sovranità americana sull’Artico, tornando al «Passaggio a Nord-Ovest»
Il Grande Gioco dell’Artico non riguarda soltanto la Groenlandia. Anche l’estremo nord del Canada è sempre più vulnerabile alle minacce esterne, a causa delle ambizioni di Russia e Cina, ma anche dei capricci di quello che ormai è diventato l’ex alleato di Ottawa: gli Usa.
Con oltre 162.000 chilometri di costa, il Canada rappresenta un Paese artico per definizione, grazie al celebre passaggio a Nord-Ovest (la rotta più diretta dall’Oceano Atlantico al Pacifico). L’Artico canadese comprende i tre territori settentrionali – Yukon, Territori del Nord-Ovest e Nunavut – e le parti settentrionali del Québec (Nunavik) e del Labrador (Nunatsiavut). La regione conta poco più di 120.000 abitanti, pari allo 0,33% della popolazione totale del Canada, prevalentemente inuit. Affidarsi totalmente ad un sistema di difesa statunitense per proteggerla, in questa fase, non sembra più l’opzione migliore.
Il tema è entrato anche in campagna elettorale: sia il premier liberale Mark Carney, risultato poi vincitore, sia il leader del Partito conservatore Pierre Poilievre hanno sottolineato la necessità di aumentare la sicurezza ai confini settentrionali, ora che l’ombrello degli Stati Uniti rischia di venire a mancare. Entrambi hanno visitato Iqaluit, la città più a nord del Canada: Poilievre aveva promesso la costruzione di una nuova base militare, Carney ha annunciato un accordo per l’utilizzo di un sistema radar australiano denominato Arctic Over-the-Horizon Radar e un piano da 420 milioni di dollari canadesi (circa 267 milioni di euro) per espandere le operazioni delle Forze armate, canadesi e alleate.
«Le nuove attività mirano a supportare una presenza militare pressoché continuativa, attraverso esercitazioni e addestramento, per affermare la presenza e la sovranità del Canada, nonché per perfezionare i processi di condivisione delle informazioni», spiega il comunicato ufficiale del governo. Già ai primi di marzo, l’ex primo ministro Justin Trudeau aveva annunciato che Iqaluit, Inuvik e Yellowknife sarebbero diventati le sedi dei tre centri di supporto operativo previsti nel nord, alla base della strategia di sicurezza artica del governo federale, che ha impegnato più di 2 miliardi di dollari in 20 anni per istituirli. Sebbene non siano vere e proprie basi militari, supporteranno le operazioni, fornendo anche un deposito sicuro per le forniture militari.
Anche gli analisti politici canadesi concordano sulla necessità di rafforzare l’impegno militare nell’Artico per non rischiare di perdere il controllo su un’area molto estesa, ricca di risorse, comprese le terre rare, e di grande interesse strategico. È un impegno che dovrà viaggiare di pari passo con l’aumento della spesa militare almeno al 2 per cento del Pil entro il 2030. Per Philippe Lagassé, professore alla Carleton University e uno dei massimi esperti di difesa in Canada, attualmente la minaccia maggiore nell’Artico è l’inadeguatezza del Canada nel far rispettare la propria sovranità sulle risorse naturali di un territorio vastissimo. «Senza un’adeguata capacità di sorveglianza – spiega – di fatto permette ad altri attori di invadere la nostra sovranità. In passato potevamo contare sulla protezione degli Stati Uniti, ora è più difficile. Non si può escludere che Trump domani dica “Voglio l’Artico canadese perché penso che sia fondamentale per la nostra sicurezza”. Dovremo convivere con questa minaccia? Allo stesso modo, siamo in grado di gestire un incidente nell’Artico e se invitiamo altri attori per aiutarci siamo sicuri che poi se ne andranno?».
In un simile scenario, Trump potrebbe diventare una minaccia reale: «Se gli Usa ritenessero che è nel loro interesse stare nell’Artico, accaparrarsi le sue risorse o collaborare con la Russia o altri Paesi per spartirsi questa regione, la sovranità del Canada scomparirebbe. Potremmo ancora mantenerla formalmente, ma gli Stati Uniti potrebbero de facto prendersi tutti i diritti sulle risorse. È lo scenario peggiore ma non possiamo scartarlo del tutto», conclude Lagassé. «Se Trump dice di volere il controllo della Groenlandia, allora perché non il Passaggio a Nord-Ovest? Cosa potrebbe impedirgli dopo la Groenlandia di prendere l’Artico canadese?».
Preoccupazioni condivise in parte da Roland Paris, professore di affari internazionali all’Università di Ottawa, già consigliere di politica estera di Trudeau. «Il contesto dell’Artico canadese è diverso da quello europeo. Ad esempio, nella Norvegia settentrionale ci sono operazioni navali russe in prossimità della costa, questo è più difficile nell’Artico canadese, anche se è una tendenza in crescita. Da noi la minaccia più diretta sono i missili – spiega -. Il Canada e gli Stati Uniti collaborano e continueranno a collaborare in un comando militare bi-nazionale chiamato “Comando di difesa aerospaziale nordamericano”, in cui i due Paesi cooperano nell’identificazione e nella risposta alle minacce aerospaziali per il Nord America, incluso l’Artico». La situazione però sta cambiando anche lassù. «Il ghiaccio marino artico si sta sciogliendo e ci aspettiamo una maggiore competizione geopolitica, anche nell’Artico canadese. Aumenteranno le sfide alla sovranità del Canada e potenzialmente alla sua sicurezza», ammette Paris, che conta però sulle alleanze militari. «Il Canada è membro della Nato, che include le aree degli accessi marittimi all’Artico canadese, quindi mi aspetto che ci saranno modi per il Canada di collaborare con le nazioni europee e di continuare a collaborare con gli Stati Uniti sulla sicurezza artica. D’altronde tutti I membri del Consiglio Artico, ad eccezione della Russia, sono anche membri della Nato e il Canada effettuerà investimenti molto significativi per rafforzare la sua sorveglianza di sicurezza e la presenza militare nell’Artico canadese nei prossimi anni».
Cosa succederebbe, però, se la minaccia arrivasse proprio dagli Stati Uniti? Secondo Paris, «Washington al massimo potrà contestare la sovranità canadese su alcuni territori, come in realtà è già avvenuto. La posizione del Canada è che i canali interni alle isole artiche canadesi sono acque interne canadesi, mentre gli Stati Uniti sostengono che alcuni di questi passaggi sono acque internazionali. Attualmente, c’è un tacito accordo, senza riconoscimento formale: gli Usa presentano una notifica del transito di navi militari attraverso le vie navigabili e il Canada dà un tacito permesso. È un gesto simbolico, ma se gli Usa decidessero di forzare la questione si creerebbe indubbiamente una grave crisi nelle nostre relazioni». E il Canada non riuscirebbe a difendersi, secondo Frédéric Mérand, direttore del Dipartimento di scienze politiche all’Università di Montréal: «Dal 1945 ci siamo adagiati sull’assunto che eravamo così integrati con gli Stati Uniti che loro si sarebbero sempre presi cura di noi, ci avrebbero sempre difesi. Abbiamo via via aumentato la nostra dipendenza dagli Usa, anche nel campo della sicurezza. E oggi non saremmo assolutamente in grado di difendere l’Artico canadese da soli».

USA: TRUMP, ‘WALTZ NUOVO AMBASCIATORE ALL’ONU’
(Adnkronos) – Donald Trump annuncia la nomina di Mike Waltz a nuovo ambasciatore degli Stati Uniti all’Onu. Waltz lascerà l’incarico di consigliere per la sicurezza nazionale, il ruolo verrà affidato ad interim al Segretario di Stato Marco Rubio, come annuncia Trump in un post sul social Truth.
“Sono lieto di annunciare che nominerò Mike Waltz prossimo ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite. Fin dalla sua esperienza in uniforme sul campo di battaglia, al Congresso e come mio Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Mike Waltz si è impegnato a fondo per mettere al primo posto gli interessi della nostra nazione.
So che farà lo stesso nel suo nuovo ruolo. Intanto, il Segretario di Stato Marco Rubio ricoprirà la carica di Consigliere per la Sicurezza Nazionale ad interim, e continuerà a guidare con la sua forte leadership il Dipartimento di Stato”, scrive Trump.
USA: WALTZ, ‘PROFONDAMENTE ONORATO DI CONTINUARE A SERVIRE TRUMP’
(Adnkronos) – Il consigliere uscente per la sicurezza nazionale Mike Waltz ha dichiarato di essere “profondamente onorato” di continuare a servire Donald Trump, dopo che il presidente ha annunciato oggi che lo avrebbe nominato ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite. “Sono profondamente onorato di continuare il mio servizio al Presidente Trump e alla nostra grande nazione”, ha scritto Waltz su X.
MEDIA, WALTZ USAVA SIGNAL ANCHE IN ULTIMA RIUNIONE DI GOVERNO
(ANSA) – Mike Waltz è stato fotografato mentre controllava l’app Signal sul suo telefono durante la riunione del governo di ieri, di fatto il suo ultimo giorno come consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump.
Lo riportano i media internazionali che mostrano anche lo zoom di una foto. Considerando che Waltz è stato cacciato oggi da Donald Trump per aver aggiunto per errore il giornalista Jeffrey Goldberg a un gruppo di chat di Signal, durante il quale alti membri dell’esecutivo discutevano di piani militari riservati per attacchi contro i ribelli Houthi nello Yemen, è degno di nota, osserva il Guardian, che ieri abbia continuato a usare l’app proprio mentre probabilmente lottava per salvare il suo posto.

(ANSA) – La Commissione irlandese per la protezione dei dati (Dpc) annuncia una multa di 530 milioni di euro a TikTok, accusata di aver inviato illegalmente i dati degli utenti europei in Cina. L’importo è anche superiore alle indiscrezioni di stampa di inizio mese su una sanzione di 500 milioni, terza più alta di sempre dopo quelle ad Amazon (746 milioni) e Meta-Facebook (1,2 miliardi).
Ai sensi del Gdpr, le agenzie nazionali del Paese dove aziende straniere hanno base Ue hanno la guida nel controllo delle regole. TikTok si dice in disaccordo, afferma che non tiene conto di misure di sicurezza già in vigore, e annuncia ricorso integrale.


Traduzione di un estratto dell’articolo di Rolfe Winkler
Apple ha dichiarato che la maggior parte dei suoi dispositivi spediti negli Stati Uniti nel trimestre di giugno sarà prodotta in India e Vietnam […].
La società è stata tra le più colpite […] a causa della sua esposizione alla Cina, obiettivo primario della pressione tariffaria globale dell’amministrazione Trump. La maggior parte dei dispositivi Apple è assemblata nel paese, e gli investitori stanno osservando da vicino i suoi sforzi per spostare l’assemblaggio finale dei dispositivi destinati agli Stati Uniti in India e in altri paesi.
[…] Il CEO Tim Cook ha affermato che l’impatto dei dazi nel trimestre di giugno, assumendo che le politiche attuali rimangano invariate, comporterebbe un aumento di 900 milioni di dollari nei costi di Apple, una cifra che ha suggerito potrebbe peggiorare nei trimestri futuri. Ha anche dichiarato che l’impatto dei dazi è stato limitato nel mese di marzo.
Apple ha riferito un aumento delle vendite nel periodo gennaio-marzo, trainato in parte dalla maggiore domanda di iPhone e dal lancio del modello economico 16e.
Complessivamente, le vendite sono aumentate del 5% a 95 miliardi di dollari, superando le aspettative degli analisti. L’utile netto per il periodo è stato di 24,8 miliardi di dollari, in crescita di quasi il 5% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Le vendite di iPhone sono aumentate del 2% […].
[…] Cook ha dichiarato che una “maggioranza” degli iPhone venduti negli Stati Uniti durante il trimestre di giugno proverrà dall’India, mentre “quasi tutti” gli altri dispositivi dell’azienda venduti negli Stati Uniti nel periodo proverranno dal Vietnam. I dispositivi includono iPad, Mac, Apple Watch e AirPods.
Ha aggiunto che Apple continuerà a diversificare la propria catena di approvvigionamento allontanandosi dalla Cina. “Abbiamo capito tempo fa che avere tutto in un unico posto comportava troppi rischi”, ha detto.
Le azioni della società hanno recuperato gran parte del valore perso dopo che i dazi annunciati da Trump nel Giorno della Liberazione le avevano fatte precipitare, grazie a una pausa sui cosiddetti dazi reciproci per gli smartphone. L’amministrazione continua a valutare altre azioni che potrebbero influenzare le aziende tecnologiche, e la società è soggetta a dazi del 20% sulle importazioni dalla Cina e del 10% su quelle inviate dall’India.
Azionisti e analisti attendevano che Apple chiarisse pubblicamente fino a che punto sarebbe in grado di spostare la sua produzione dalla Cina, dato che la battaglia tariffaria continua a pesare sulle sue performance.
Cook sta guardando sempre più all’India come partner produttivo. Gli analisti stimano che reindirizzare l’intera produzione indiana di iPhone—circa 25 milioni di telefoni—consentirebbe ad Apple di soddisfare circa il 50% della domanda americana.
Un’imposta del 50% sui prodotti cinesi potrebbe aggiungere circa 300-500 dollari al costo hardware di un iPhone 16 Pro, secondo TechInsights.
Apple ha trascorso decenni contribuendo a rendere la Cina una potenza manifatturiera, creando enormi linee di assemblaggio e fabbriche che ospitano un esercito di lavoratori qualificati per assemblare i suoi dispositivi.
Le vendite del prodotto di punta della società, l’iPhone, si sono stabilizzate in parte perché i clienti nella regione cinese sono recentemente passati a marchi locali, causando un calo delle vendite in quell’area. La tendenza potrebbe continuare mentre i marchi statunitensi perdono appeal nel contesto di una guerra commerciale prolungata. I ricavi derivanti da iPhone rappresentano circa la metà delle vendite di Apple.
Le vendite in Cina sono diminuite di oltre il 2% nel trimestre, una tendenza che si è mantenuta abbastanza costante negli ultimi anni.
Un quarto dell’utile operativo dell’azienda proviene dalle royalty che Google paga per essere il motore di ricerca predefinito nel browser Safari di Apple, secondo le stime dell’analista Craig Moffett di MoffettNathanson. Tali pagamenti, che possono raggiungere i 20 miliardi di dollari all’anno, potrebbero scomparire a breve dopo che un giudice federale li ha dichiarati illegali per motivi antitrust.

MEDIA, TRUMP VUOLE AUMENTO SPESE DIFESA A 1.010 MILIARDI
(ANSA) – Il presidente Donald Trump chiederà al Congresso tagli significativi alle agenzie nazionali e un aumento delle spese militari in una bozza preliminare della sua richiesta di bilancio per il 2026, pubblicata da Bloomberg.
Il bilancio prevede 557 miliardi di dollari di spese non destinate alla difesa per il prossimo anno, il che rappresenta un taglio di 163 miliardi di dollari rispetto ai livelli attuali, secondo funzionari dell’amministrazione. I finanziamenti per la sicurezza nazionale aumenterebbero a 1.010 miliardi di dollari, con un aumento del 13% rispetto agli 892,3 miliardi di dollari.
USA: “WSJ”, TRUMP PROPORRA’ TAGLI AI PROGRAMMI FEDERALE PER 163 MILIARDI DI DOLLARI
(Agenzia_Nova) – La proposta di bilancio per l’anno fiscale 2026, che la Casa Bianca dovrebbe presentare oggi nelle sue linee generali, prevede tagli radicali ai programmi federali per l’ambiente, le energie rinnovabili, l’istruzione e gli aiuti internazionali, per un importo complessivo superiore a 160 miliardi di dollari, perlopiù concentrati nella spesa discrezionale non destinata alla difesa, secondo fonti anonime dell’amministrazione citate dal quotidiano “Wall Street Journal”,
La proposta di bilancio rappresenta una sorta di “lista dei desideri” che delinea le priorità politiche e di spesa del presidente. Il Congresso, controllato dai repubblicani con esigue maggioranze in entrambe le camere, trascorrerà mesi a discutere quali elementi del piano convertire in legge.
Secondo i funzionari, il piano proporrà 557 miliardi di dollari per la spesa discrezionale non difensiva, con una riduzione di 163 miliardi rispetto alle previsioni per l’anno fiscale 2025, che terminerà il 30 settembre. L’amministrazione sostiene che si tratti di un taglio del 22,6 per cento, anche se non è chiaro come tale percentuale sia stata calcolata.
La spesa discrezionale non difensiva rappresenta la quota del bilancio federale che deve essere approvata annualmente e include fondi per settori come istruzione, trasporti e sanità pubblica.
Non comprende spese obbligatorie come i programmi Medicare, Medicaid e la previdenza sociale, né quelle per la difesa. La proposta di Trump prevede inoltre un aumento dei fondi per la sicurezza dei confini, la difesa, la sicurezza aerea e ferroviaria, i veterani e le forze dell’ordine.
Il piano si basa sugli sforzi già in corso dell’amministrazione per eliminare le iniziative legate a diversità, equità e inclusione, annullare gli obiettivi ambientali dell’amministrazione Biden e colpire programmi, sovvenzioni e fondi per la ricerca ritenuti inutili o politicizzati. Dall’insediamento di Trump a gennaio, l’amministrazione ha già avviato lo smantellamento di agenzie federali e il licenziamento di dipendenti pubblici tramite il dipartimento per l’Efficienza del governo guidato da Elon Musk.
Documenti di bilancio visionati dal “Wall Street Journal” mostrano che la Casa Bianca intende imporre tagli profondi a programmi dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (Epa), del dipartimento dell’Energia, degli Interni, dell’Istruzione, della Salute, dello Sviluppo urbano e dell’Istituto nazionale della salute, tra gli altri
La Casa Bianca dovrebbe pubblicare oggi una versione ridotta della proposta di bilancio federale del presidente Donald Trump. Lo riferisce il quotidiano “Politico”, che cita due funzionari dell’amministrazione presidenziale a conoscenza della questione. Il cosiddetto “skinny budget” fornirà indicazioni ai legislatori del Congresso mentre cercano di avviare il processo per gli stanziamenti in vista dell’anno fiscale 2026.
Una versione più dettagliata della richiesta di bilancio dovrebbe essere inviata entro la fine di questo mese. I repubblicani della commissione Bilancio alla Camera hanno manifestato crescente impazienza nell’attendere gli obiettivi di spesa della Casa Bianca per il prossimo anno fiscale. Molti stanno sollecitando l’amministrazione a trasmettere al più presto il bilancio completo, così da poter iniziare a redigere le dodici proposte di legge che il Congresso deve approvare ogni anno per finanziare il governo.
Il nuovo anno fiscale inizierà a ottobre, e il presidente della commissione Bilancio della Camera, il repubblicano Tom Cole dell’Oklahoma, vuole che tutte e dodici le proposte vengano approvate in commissione prima della pausa estiva di agosto. “Se non riusciamo a far avanzare queste leggi, rischiamo la chiusura del governo”, ha detto ieri il parlamentare.
“Stanno cercando di finire il lavoro, lo capisco», ha detto Cole riferendosi all’Ufficio per la gestione e il bilancio (Omb). “Capisco che ci voglia tempo. Ma anche redigere dodici testi di legge e farli uscire dalla commissione richiede tempo, e il tempo stringe”.

TRUMP FIRMA ORDINE CHE TAGLIA FONDI A MEDIA PUBBLICI
(ANSA) – Nelle scorse ore il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che mira a limitare i fondi pubblici a Npr e Pbs, due organizzazioni giornalistiche pubbliche indipendenti. L’ordine esecutivo è stato firmato dal presidente a porte chiuse a bordo dell’Air Force One e annunciato dalla Casa Bianca intorno a mezzanotte, riferisce Politico.
Il documento afferma che Npr e Pbs producono “coperture giornalistiche di parte” e chiede alla Corporation for Public Broadcasting, un’azienda privata verso cui il Congresso stanzia oltre 500 milioni di dollari all’anno, di “annullare i finanziamenti diretti esistenti nella misura massima consentita dalla legge e… rifiutarsi di fornire finanziamenti futuri” a tali organizzazioni giornalistiche.
LA LIBERTÀ DI STAMPA NEGLI STATI UNITI SCENDE AI MINIMI STORICI
Traduzione di un estratto dell’articolo di Sara Fischer

La libertà di stampa negli Stati Uniti ha raggiunto il livello più basso mai registrato, secondo l’ultimo World Press Freedom Index pubblicato annualmente da Reporter senza frontiere.
Perché è importante: per anni, la libertà di stampa americana era generalmente considerata “soddisfacente” […]. A partire dallo scorso anno, è invece classificata come “problematica”.
La libertà di stampa negli Stati Uniti si allinea ora a quella di paesi in via di sviluppo come Gambia, Uruguay e Sierra Leone.
Il quadro generale: sebbene le minacce fisiche ai giornalisti siano spesso un chiaro segnale di erosione della libertà di stampa, RSF individua nelle difficoltà economiche il principale motore del declino a livello globale.
Ciò è particolarmente vero nei paesi autocratici come Nicaragua, Bielorussia e Iran, così come in democrazie instabili come Turchia e Ungheria.
Tra le righe: la pressione economica è sempre più legata agli sforzi dei governi per minare finanziariamente i media critici o indipendenti.
Reporters Without Borders cita, come esempio di questa tendenza, gli sforzi dell’amministrazione Trump per tagliare i finanziamenti ai media pubblici come Voice of America e Radio Free Europe/Radio Liberty.
Vengono inoltre segnalati fattori non governativi come minacce alla sostenibilità economica del giornalismo, ad esempio il dominio delle grandi piattaforme digitali sul mercato pubblicitario.
Queste restrizioni hanno portato a una concentrazione senza precedenti dei media a livello globale, con una proprietà editoriale sempre più concentrata o sotto controllo statale.
[…]
Negli Stati Uniti, le difficoltà economiche colpiscono in particolare i media locali, generando un numero senza precedenti di deserti dell’informazione in un paese comunque tra i più potenti al mondo.
[…]
La dismissione dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID), si legge, ha gettato “centinaia di testate in uno stato critico di instabilità economica, costringendone alcune alla chiusura — in particolare in Ucraina”.


(ANSA) – S&P rivede al ribasso le stime di crescita del Pil mondiale per effetto dei dazi e delle turbolenze che stanno provocando. Si tratta di “uno shock al sistema, con impatti concentrati sulla fiducia e sulla formazione dei prezzi” e da cui l’economia reale “sarà sicuramente influenzata” anche se “resta da capire in quale misura”.
La crescita mondiale viene tagliata per il 2025 dello 0,3%, al 2,7%, per il 2026 dello 0,4%, al 2,6%, e per il 2027 dello 0,1% al 3,3%. Tagliato dello 0,5%, all’1,5%, il Pil Usa nel 2025, dello 0,1%, allo 0,8%, quello dell’Eurozona, dello 0,1%, allo 0,5%, quello dell’Italia.
Tesla, le vendite in Europa crollano anche in aprile. Italia in controtendenza
Rimbalzo tecnico in Borsa. Intanto si discute sulle ipotesi (finora smentite) di addio da parte di Musk. Wedbush: «Crediamo che rimarrà ceo per almeno 5 anni»
Mentre la rivale cinese BYD macina mesi migliori dell’anno uno dopo l’altro (ad aprile 380mila unità vendite, +20%), per Tesla arrivano segnali chiari e sempre più preoccupanti dall’Europa. In Svezia, uno dei Paesi con la maggiore penetrazione dell’auto elettrica, i dati del mese scorso parlano chiaro: solo 203 nuove immatricolazioni, un tonfo dell’80,7% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Una battuta d’arresto che, seppur su volumi assoluti limitati, assume un significato simbolico potente in un mercato che ha spesso fatto da apripista nella transizione elettrica.
In Borsa un rimbalzo dopo i recenti ribassi, ecco perché
In Borsa la giornata ha offerto un rimbalzo tecnico vicino al 4% dopo le recenti pressioni ribassiste, con possibili ricoperture di posizioni short. Il consensus degli analisti rimane complessivamente positivo: su 92 analisti, la maggioranza mantiene un rating di “buy”, con un target price mediano di 293,17 dollari, vicino ai valori attuali. Inoltre Tesla è un componente di peso negli indici tecnologici americani e oggi il mercato tech statunitense ha mostrato segnali di forza.
Tornando ai dati del mercato europeo, non c’è solo la Svezia. In attesa del dato tedesco (molto negativo nei mesi scorsi), un’indicazione molto chiara del momento difficile attraversato dalla casa di Elon Musk arriva dalla Francia, secondo mercato continentale per l’elettrico. In aprile Tesla, raccontano i dati dell’associazione dei produttori Plateforme Automobile, ha venduto appena 863 auto, un calo del 59,4% su base annua e il peggior risultato degli ultimi due anni. A impressionare però è anche il tracollo nella classifica dei modelli più venduti: la Model Y, a lungo leader, è scivolata fuori dalla top ten, fermandosi all’undicesimo posto. Chi pensava che l’arrivo della nuova versione Juniper avrebbe segnato un rilancio, dovrà ricredersi. Model 3 non pervenuta.
Il peso del Musk politico
Davanti a un crollo di questo genere è inevitabile pensare che, oltre alla gamma datata e ai ritardi iniziali sulla produzione del restyling della Model Y (le consegne in Europa dovrebbero prendere quota da giugno), pesino anche le posizioni politiche sempre più divisive di Elon Musk, il cui sostegno all’estrema destra e a Donald Trump ha sollevato proteste sia negli Stati Uniti che in Europa. La classifica francese è oggi dominata da modelli nazionali: Renault piazza tre auto nella top 10, con la nuova R5 in testa sia in aprile sia nel cumulato del primo quadrimestre (11.454 unità). Seguono la Scenic e la Citroën e-C3, quest’ultima ancora rallentata da problemi produttivi. Solo tre i modelli stranieri in top 10: due tedeschi (Vw ID.3 e Bmw iX1) e la coreana Kia EV3.
Un ulteriore elemento di riflessione: se le vendite Tesla crollano, il mercato elettrico francese nel suo complesso non è in crisi. Ad aprile, le immatricolazioni di Ev sono cresciute del 2,78%.
In Danimarca, altro mercato tradizionalmente favorevole all’elettrico, Tesla ha perso il 67,2% rispetto ad aprile 2024, fermandosi a 180 nuove immatricolazioni. In marzo il calo era stato quasi identico (-65,6%).
Male in Portogallo, rimbalzo in Norvegia
Male anche in Portogallo: -33% in aprile rispetto allo stesso mese del 2024, attestandosi a 302 unità, mentre tutte le nuove immatricolazioni di veicoli elettrici leggeri sono aumentate di circa il 32%, ha dichiarato venerdì l’associazione portoghese dell’industria automobilistica Acap. Nei primi quattro mesi dell’anno, le vendite di Tesla in Portogallo sono diminuite del 26,7% a 2.447 unità, anche se questo è stato solo il secondo calo più consistente tra i marchi automobilistici dopo l’italiana Fiat, le cui vendite sono crollate del 36% a 2.239 unità.
Fa eccezione la Norvegia, altro mercato principe per le elettriche (oltre il 90% delle nuove immatricolazioni). Le vendite sono aumentate dell’11,8% in aprile (976 veicoli) rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, secondo la Norwegian Road Federation. Si tratta di un rimbalzo dopo che Tesla ha venduto 3.808 auto nel primo trimestre 2025, in calo del 25% rispetto alle 5.090 dello stesso periodo del 2024, contro il +42% del mercato.
Italia in controtendenza
Ad aprile, stando ai dati pubblicati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, le immatricolazioni di Tesla in Italia sono cresciute del 29,28%, una dato molto positivo se non fosse per quello assoluto, 446 vetture. In controtendenza, comunque, con i dati registrati nel resto d’Europa. L’aumento in Italia segue il rialzo di marzo (+51,3%), il calo di febbraio (-54,46%) e il +0,99% di gennaio. Resta comunque negativo il bilancio dei primi quattro mesi dell’anno, con 3.916 immatricolazioni, in discesa del 3,67% rispetto allo stesso periodo del 2024. Nell’intero 2024 le immatricolazioni del colosso delle auto elettriche erano scese del 5,91%. Un segnale forte in Italia arriva dal brand cinese MG Motor, gruppo controllato dal colosso Saic Motor: ad aprile ha immatricolato 5.488 vetture (+50,56%, contro il rialzo registrato in Europa con un +48,6% in marzo e un +33,5% nel trimestre).
Il Cda, turbolenze dentro e fuori
Il contesto europeo è reso ancor più incandescente dalle voci — smentite ufficialmente — su una possibile sostituzione di Elon Musk alla guida di Tesla. Il Wall Street Journal ha riportato che il board (sollecitato dai grandi investitori – tra cui Vanguard, BlackRock, Morgan Stanley, JP Morgan, Norges Bank – sempre più preoccupati) avrebbe avviato contatti con società di headhunting per valutare alternative. La presidente del Cda, Robyn Denholm, ha negato tutto, riaffermando «piena fiducia» nel ceo. Musk, sempre più assorbito da incarichi politici e progetti paralleli, ha spostato da tempo l’attenzione dai veicoli elettrici alle promesse futuristiche: robotaxi, intelligenze artificiali, robot umanoidi. La visione c’è, i multipli stellari resistono nonostante il -30% del titolo da inizio d’anno (a 280 dollari e 900 miliardi di capitalizzazione), ma le vendite calano.
Tesla è ancora Musk?
Per alcuni analisti non si discute, Tesla è Musk e Musk è Tesla: fino al 75% della capitalizzazione borsistica sarebbe legata alla sua figura e alle sue ardite scommesse. Ma l’accresciuta polarizzazione politica, l’assenza operativa, i continui annunci senza ricadute tangibili e l’aggressività dei nuovi concorrenti, in particolare dalla Cina (dove le vendite di marzo sono andate molto bene ma quelle di aprile sarebbero in forte calo, secondo indiscrezioni, ndr), stanno indubitabilmente erodendo la posizione del marchio sul mercato. «Crediamo che Musk rimarrà ceo di Tesla per almeno cinque anni – ha commentato Daniel Ives, di Wedbush – e saremmo sorpresi se il consiglio di amministrazione stesse ancora seguendo questa strada di ricerca a partire da oggi. Continuiamo a credere che i giorni di Musk alla Casa Bianca stiano finendo, dopo questo forte segnale di avvertimento da parte del board».
Cosa succederà nei prossimi mesi
I prossimi mesi saranno decisivi. Dopo un primo trimestre disastroso, con ricavi in calo del 20% e profitti giù del 71%, investitori e osservatori attendono di capire se la crisi europea sia un episodio isolato o l’inizio di una tendenza strutturale. Quel che è certo è che l’Europa, un tempo mercato privilegiato per Tesla, oggi sembra voltarle le spalle.
Il gruppo sta offrendo sconti sui prestiti e altri incentivi finanziari per i nuovi acquisti in Norvegia, Svezia, Germania e Gran Bretagna, nel tentativo di stimolare la domanda.
Tesla se la deve vedere con una maggiore concorrenza delle case europee (il Gruppo Volkswagen è nettamente in testa nel ranking delle immatricolazioni) e con l’ingresso in campo dei nuovi player cinesi, nel medio periodo soprattutto BYD.
«Il vantaggio tecnologico di Tesla – sostiene Andy Leyland, cofondatore di SC Insights – è stato in gran parte eroso con l’attuale gamma di modelli, La concorrenza peserà sulle vendite».

CARNEY, ‘MARTEDÌ VEDRÒ TRUMP ALLA CASA BIANCA’
(ANSA) – WASHINGTON, 02 MAG – Il premier canadese Mark Carney, vincitore delle recenti elezioni nel suo Paese, incontrerà Donald Trump alla Casa Bianca martedì prossimo. Lo ha annunciato lo stesso Carney.
RE CARLO E LA REGINA CAMILLA IN CANADA IL 26 E 27 MAGGIO
(ANSA) – Re Carlo III e la regina Camilla saranno in visita in Canada il 26 e 27 maggio, nell’ambito di un viaggio inserito nell’agenda reale solo dopo le recenti elezioni canadesi segnati dalla vittoria dei liberali di Mark Carney, ex governatore della Bank of England.
La visita, informa Buckingham Palace, suggella i legami con il Canada in quanto membro del Commonwealth e Paese che continua a riconoscere formalmente il sovrano di casa Windsor come proprio capo dello Stato. Essa appare inoltre una conferma del sostegno britannico a Ottawa sullo sfondo del braccio di ferro con gli Usa e delle pretese di Donald Trump.

Salvezza dell’Ucraina o diktat coloniale? Cosa prevede l’accordo tra Zelensky e Trump, e quali sono le potenziali «trappole» per Kiev
Il testo dell’accordo sulle risorse minerarie dell’Ucraina contiene notevoli opportunità per l’Ucraina, ma anche alcune macroscopiche trappole per Kiev: dalla durata «eterna» alla clausola sugli aiuti militari
Cosa ha prodotto il faccia a faccia fra Donald Trump e Volodymyr Zelensky sotto le navate di San Pietro? L’accordo sulle risorse minerarie dell’Ucraina è un atto di sottomissione coloniale del Paese invaso dalla Russia al suo protettore americano o lascia a Kiev la speranza – come recita l’accordo stesso – di poter restare «libera, sovrana e sicura»?
Il testo firmato a Washington dalla vicepremier Yulia Svyrydenko e dal segretario al Tesoro americano Scott Bessent contiene notevoli opportunità per l’Ucraina, ma anche alcune macroscopiche trappole.
Le insidie nell’accordo
La più vistosa riguarda l’aiuto militare americano: il testo dell’accordo prevede che ogni fornitura di armi e altri mezzi di difesa da parte di Washington conterà a titolo di versamento da parte americana nel «Fondo di investimenti per la ricostruzione» comune con Kiev.
Passa così il principio che gli aiuti militari americani a Kiev si pagano, ma anche che il loro costo modificherà i rapporti di forza nel fondo «comune» per lo sfruttamento delle risorse fossili e minerarie ucraine. O per lo sviluppo delle infrastrutture del Paese.
Si affaccia dunque il rischio che il controllo e i profitti del Fondo «comune» passino sempre più a favore di Trump, modificando le quote di capitale a favore di Washington e di riflesso accrescendo nel tempo la capacità dell’America di controllare le ricchezze naturali e le infrastrutture dell’Ucraina.
Il diavolo sarà nei dettagli delle intese esecutive, che ancora mancano. Ma vediamo punto per punto.
Punto uno: la Cina è tagliata fuori
In primo luogo, l’intesa sembra mirare a tagliare fuori la Russia ma anche la Cina da qualunque beneficio economico derivante dalla ricostruzione o dalle risorse ucraine. Ma lo fa solo dopo aver riconosciuto, almeno a parole, il ruolo e le aspirazioni dell’Ucraina. Si legge infatti: «Gli Stati Uniti e l’Ucraina riconoscono il contributo che l’Ucraina ha portato nel rafforzare la sicurezza e la pace internazionale abbandonando volontariamente il terzo più vasto arsenale nucleare del mondo». In altri termini Zelensky è riuscito a far ricordare nell’accordo che Kiev ha dovuto rinunciare ai mezzi più potenti di dissuasione su insistenza degli Stati Uniti, con gli accordi del 1994.
Per segnalare che il patto non è di natura coloniale, il testo sottolinea anche che l’Ucraina «possiede, in base al diritto internazionale, sovranità sulle sue risorse naturali localizzate sul proprio territorio».
Poi scatta la clausola di penalizzazione della Russia (a cui tiene Kiev) e della Cina (a cui tiene Washington). Recita così: «Gli Stati Uniti e l’Ucraina intendono far sì che gli Stati e gli altri soggetti che hanno agito in modo ostile contro l’Ucraina nel conflitto non traggano beneficio dalla ricostruzione dell’Ucraina dopo che sia stata raggiunta una pace duratura».
Dunque le aziende di Pechino sono fuori dal business della ricostruzione, su richiesta di Trump.
Punto due: la partnership 50-50 (per ora)
Su queste basi si stabilisce un «Fondo di investimenti per la ricostruzione Stati Uniti-Ucraina nella forma di una partnership» sulla base di una suddivisione del capitale impiegato e dei proventi a 50% per ciascuna delle due parti. Ma questo solo per ora. Vedremo tra poco che l’amministrazione Trump si riserva il diritto di cambiare gli accordi a proprio favore, mentre nega a Kiev il pari diritto di emendarli anche in caso di successive modifiche alla legge in Ucraina.
Zelensky è riuscito qui a far inserire – e sottoscrivere dagli americani – parole importanti sul piano dei principi: «La ricostruzione dell’Ucraina richiede non solo investimenti finanziari, ma anche trasformazioni strutturali, istituzionali e tecnologiche in linea con i valori democratici, i principi del mercato e lo stato di diritto». Il messaggio è: niente abusi, l’era dell’economia dominata dagli oligarchi è finita. Ma Zelensky ottiene anche un’altra importante dichiarazione di principio da parte americana: Ucraina e Stati Uniti esprimono «l’ampio allineamento strategico di lungo periodo fra i loro popoli e i loro governi e una tangibile dimostrazione di sostegno degli Stati Uniti alla sicurezza, prosperità, ricostruzione e integrazione dell’Ucraina nel quadro dell’economia globale». Forse sono solo parole, ma significative.
Ultimo punto: le tre (grosse) concessioni a Trump
La Casa Bianca ottiene tre punti a proprio favore che rendono oggettivamente molto squilibrato l’accordo. Vediamoli uno per uno.
– In primo luogo ogni reddito o investimento americano nella partnership è esente da qualunque tassa in Ucraina, con un trattamento di privilegio fiscale ad hoc di totale privilegio (come anticipato dal Corriere il 26 marzo scorso). In contropartita Trump si impegna, bontà sua, a «non imporre dazi» tramite ordini esecutivi della Casa Bianca su «qualunque articolo derivante dai diritti di mercato sull’acquisto della produzione»; in altri termini non ci saranno dazi sui minerali che gli americani estrarranno in Ucraina e porteranno nel proprio Paese.
-La seconda grossa concessione ottenuta da Trump riguarda il fatto che l’attuale accordo fra Kiev e Washington prevale su qualunque modifica di legge l’Ucraina voglia apportare in futuro. In sostanza l’Ucraina ha le mani legate per sempre, anche se i suoi elettori in futuro chiedessero al governo di uscire dalle intese con gli Stati Uniti. Così recita il testo: «Il governo dell’Ucraina assicura che, malgrado qualunque nuova legislazione ucraina possa essere adottata in futuro, l’accordo (sul fondo comune, ndr) continuerà in termini non meno favorevoli». Inoltre – e soprattutto – «in caso di incoerenza tra la legge ucraina e questo accordo, questo accordo prevarrà su tale incoerenza». Insomma, il patto firmato l’altro giorno è più forte del parlamento e del governo di Kiev stessi, anche in futuro e senza limiti di tempo: «L’accordo resterà in vigore sino a che le parti concordano di terminarlo», si legge nel testo. Ma poiché l’Ucraina non può cambiarlo per legge, significa che gli Stati Uniti possono decidere di farlo durare per sempre. Commenta lo storico russo-britannico Sergey Radchenko della Johns Hopkins University: «Questa è una clausola folle. Persino Stalin quando imponeva “imprese comuni”, per esempio alla Cina, si limitava a 25-30 anni. Questa è senza limiti di tempo».
– C’è poi la terza e più grande concessione, relativa agli aiuti militari. Eccola: «Se (dopo l’entrata in vigore dell’accordo, ndr) il governo degli Stati Uniti fornisce al governo dell’Ucraina nuovi aiuti militari in qualunque forma (inclusi sistemi d’arma, munizioni, tecnologia o formazione) – si legge nel testo dell’accordo – il contributo nel capitale (del Fondo, ndr) da parte degli Stati Uniti si riterrà aumentato secondo il valore stimato degli aiuti militari».
In altri termini la quota americana nella partnership all’inizio è del 50%, ma sembra poter salire via via che gli americani svuoteranno i magazzini delle loro vecchie armi mandandole a Kiev, faranno training ai soldati di Kiev oppure forniranno connessione Internet tramite Starlink.
Tutti quei «contributi» faranno salire l’America nel capitale e nel controllo del Fondo che gestirà tutte le risorse minerarie ucraine, inclusi oro, uranio, cobalto, grafite, petrolio e gas naturale. Si tratta di una clausola estremamente controversa, che sarà soggetta a molte discussioni. A maggior ragione perché il «Fondo comune», cioè la «partnership Kiev-Washington» avrà diritto di prelazione anche su qualunque progetto d’investimento in Ucraina, per esempio su infrastrutture energetiche o di altro tipo. Il Paese rischia dunque di finire totalmente sotto controllo americano e i suoi proventi futuri quasi tutti aspirati in direzione degli Stati Uniti.
La ratifica del parlamento di Kiev
Sarà importante vedere se gli accordi esecutivi di merito, ancora da firmare, saranno tali da disinnescare questi rischi per l’Ucraina. E se lo sfruttamento delle risorse minerarie si rivelerà effettivamente vantaggioso e economicamente sostenibile: quanto a questo, resta tutto vedere.
Di certo l’8 maggio il parlamento di Kiev, la Verkhovna Rada, dovrà ratificare o respingere l’attuale accordo. Per Zelensky, una prova del fuoco su cui si gioca buona parte del suo futuro politico.

Waltz e le gaffe che l’hanno «condannato»: dalle chat su Signal (anche dopo lo scandalo) agli scontri con «Ice Baby»
Dopo il Signalgate, lo scandalo che ha visto aggiungere per sbaglio un giornalista a una chat governativa riservatissima, l’ormai ex consigliere per la Sicurezza nazionale è incappato in un altro inciampo. Ed emergono retroscena sulla sua arroganza estrema durante l’incarico
La posizione di Mike Waltz era in bilico da tempo. E no, il suo allontanamento dalla Casa Bianca non è tutta colpa del Signalgate.
Lo scandalo che ha messo in luce le falle nella sicurezza delle comunicazioni dell’amministrazione Trump con l’inclusione del direttore della rivista The Atlantic Jeffrey Goldberg nella chat in cui si discuteva di un attacco Usa ai danni degli Houthi nello Yemen a quanto pare è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Il lento avvicinamento alla defenestrazione di Waltz sarebbe iniziato circa un mese fa, quando il Consiglio per la sicurezza nazionale è finito nel mirino della repubblicana di ferro Laura Loomer, attivista e molto vicina a Trump, che ha portato al licenziamento di diversi membri dello staff del Nsc.
A quanto pare l’app di messaggistica Signal è stata la croce di Waltz fino alla fine. Il giorno prima del suo sollevamento dall’incarico da consigliere nazionale, un giornalista dell’agenzia di stampa Reuters lo ha fotografato durante una riunione di gabinetto mentre ticchettava sui tasti del suo smartphone proprio all’interno dell’app incriminata: tra i nomi presenti nell’elenco delle sue chat più recenti si vedono il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard e Steve Witkoff, l’inviato speciale di Trump in Medio Oriente e gran cerimoniere e uomo di fiducia del presidente per i maggiori dossier di politica estera. Giovedì, in sua difesa è intervenuto il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Steven Cheung, dichiarando che «Signal è un’app approvata e installata sui telefoni del nostro governo».



Andando a ritroso nel tempo, Politico afferma che sin dall’inizio la figura di Waltz ha suscitato diversi malumori.
Definito da molti come troppo arrogante, è stato accusato di comportarsi in modo eccessivamente autoritario eccedendo i poteri che la sua carica gli consentiva di esercitare. Nonostante la comune provenienza dalla Florida, si erano sfilacciati da tempo anche i rapporti con la capa dello staff della Casa Bianca Susie Wiles, nota con il soprannome di «Ice Baby». Il motivo? La tracotanza che non sarebbe mai andata a genio di una delle donne più influenti della campagna elettorale di Trump.

USA: TRUMP, ‘OCCUPAZIONE FORTE E NESSUNA INFLAZIONE, FED DEVE ABBASSARE I TASSI’
(Adnkronos) – Dopo la pubblicazione di un report sull’occupazione giudicato migliore rispetto alle attese, il presidente Donald Trump è tornato a fare pressione sulla Federal Reserve affinché abbassi i tassi d’interesse, sostenendo che “non c’è inflazione”, sebbene dati ufficiali riportati da Cnn sembrerebbero indicare il contrario.
“La benzina ha appena superato 1,98 dollari al gallone, il valore più basso degli ultimi anni, i generi alimentari (e le uova!) sono scesi, l’energia è scesa, i tassi dei mutui sono scesi, l’occupazione è forte, e molte altre buone notizie sono arrivate grazie ai miliardi di dollari provenienti dalle tariffe doganali – ha scritto Trump su Truth Social – Proprio come avevo detto, e siamo solo in una fase di transizione, appena iniziata!!!”.
Trump ha esultato per i risultati del mercato del lavoro – con 177.000 nuovi posti creati ad aprile, contro i 135.000 previsti dagli analisti — e ha dichiarato che “i consumatori aspettano da anni una riduzione dei prezzi”, aggiungendo: “Nessuna inflazione, la Fed deve abbassare i tassi!”.
I numeri non sembrano tuttavia confermare quanto affermato dal tycoon. Secondo i dati diffusi questa settimana dal Dipartimento del Commercio, l’indice dei prezzi Pce – la misura dell’inflazione preferita dalla Fed – è salito del 2,3% a marzo su base annua. Sebbene in calo rispetto al +2,7% di febbraio, l’inflazione resta sopra l’obiettivo del 2% fissato dalla banca centrale.
La posizione della Fed si fa sempre più delicata. Da un lato, l’inflazione rallenta ma resta elevata; dall’altro, le nuove tariffe imposte da Trump, che secondo il presidente “portano miliardi nelle casse americane”, potrebbero avere effetti inflattivi nei prossimi mesi, complicando ulteriormente le scelte di politica monetaria.
Usa: posti di lavoro ad aprile +177.000, sopra stime, disoccupazione stabile al 4,2%
(Il Sole 24 Ore Radiocor) – New York, 2 mag – Rapporto sull’occupazione di aprile superiore alle stime, negli Stati Uniti. Il mese scorso sono stati creati 177.000 posti di lavoro (escluso il settore agricolo) rispetto al mese precedente, mentre gli analisti attendevano un aumento di 133.000 posti. Si è trattato del 52esimo mese consecutivo con un conto positivo. Il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 4,2%, in linea con le attese.
– I salari orari medi sono aumentati di 6 centesimi, lo 0,17%, a 36,06 dollari; rispetto a un anno prima, sono aumentati del 3,77%. La settimana media lavorativa è rimasta invariata a 34,3 ore. La partecipazione della forza lavoro è stata pari al 62,6%, a 0,8 punti percentuali di distanza dai livelli del febbraio 2020, prima dell’inizio della pandemia di coronavirus. Il dato di marzo è stato rivisto da 228.000 a 185.000, il dato di febbraio da 117.000 a 102.000, per un totale di 58.000 posti di lavoro in meno creati. Il settore privato ha creato 167.000 posti di lavoro, il settore pubblico ne ha creati 10.000. Nel dettaglio, aumenti si sono registrati nell’occupazione soprattutto nel settore sanitario, con 51.000 posti.







