
DOPO L’INCONTRO DI SAN PIETRO TRA TRUMP E ZELENSKY, USA E UCRAINA FIRMANO L’ACCORDO SULLE TERRE RARE. ERA UNA DELLE CONDIZIONI POSTE DAL PRESIDENTE USA PER TUTELARE, QUANTOMENO ATTRAVERSO COMUNI INTERESSI ECONOMICI, KIEV DA FUTURE MINACCE RUSSE – UNA PARTE DEI PROVENTI DELLE MINIERE ANDRANNO IN UN FONDO PER FINANZIARE LA RICOSTRUZIONE E L’ACQUISTO DI NUOVE ARMI –
SECONDO IL “WASHINGTON POST” L’ACCORDO NON FORNISCE GARANZIE CONCRETE DI SICUREZZA ALL’UCRAINA. NON C’È ALCUN RIFERIMENTO ALLA CENTRALE NUCLEARE DI ZAPORIZHZHIA OCCUPATA DAI RUSSI (CHE ATTACCANO ODESSA…)
Raid russi su Odessa: in fiamme infrastrutture e abitazioni
Droni russi hanno attaccato il porto ucraino di Odessa, sul Mar Nero, innescando incendi e danneggiando abitazioni e infrastrutture, ha dichiarato il governatore regionale. Non ci sono notizie immediate sulle vittime. “Il nemico sta attaccando Odessa con droni d’attacco. Ci sono danni considerevoli alle infrastrutture civili, in particolare alle abitazioni”, ha scritto Oleh Kiper sull’app di messaggistica Telegram. “Sono scoppiati incendi in diversi punti”. Le foto pubblicate online hanno mostrato gravi danni alle facciate degli edifici. A Kharkiv, la seconda città più grande dell’Ucraina nel nord-est, il sindaco Ihor Terekhov ha dichiarato che un drone ha colpito una stazione di servizio nel centro città, innescando un incendio. Terekhov non ha fornito ulteriori dettagli.
Attacco a Odessa, due morti e cinque feriti
Due persone sono state uccise e cinque ferite nell’attacco di un drone russo a un’area residenziale di Odessa, nell’Ucraina meridionale. Lo ha annunciato il governatore della regione su Telegram. Contemporaneamente, sono state udite esplosioni in un quartiere della città di Soumy e sono scattati gli allarmi antiaerei nelle regioni di Kiev, Kharkiv, Cherniguiv, Soumy, Donetsk, Dnipropetrovsk e Zaporijjia, tra le altre. A Odessa, “l’attacco nemico ha danneggiato edifici residenziali, case, un supermercato, una scuola e automobili. Sono scoppiati incendi. Due persone sono state uccise dall’attacco (del drone) e altre cinque sono rimaste ferite”, ha scritto il governatore locale Oleg Kiper sul suo account Telegram.
Odessa, salgono a 15 i feriti nell’attacco notturno. Due morti
Sono saliti a 15 i feriti nell’attacco di droni russi che ha colpito nella notte la città ucraina di Odessa, provocando due morti. Lo ha affermato il Servizio di emergenza statale ucraino citato da Ukrainska Pravda. “Attacco russo su larga scala a Odessa. Purtroppo, due persone sono morte, secondo le prime informazioni altre 15 sono rimaste ferite. Sono stati danneggiati palazzi residenziali, case private, un supermercato, una scuola e alcune auto”, hanno affermato le autorità. L’aeronautica ucraina ha riferito che nella notte i russi hanno attaccato l’Ucraina con 5 missili balistici Iskander-M e 170 droni. “Alle 08:30, è stato confermato che 74 Shahed e altri tipi di droni sono stati abbattuti nell’est, nel nord, nel sud e nel centro del Paese. Altri 68 droni esca nemici sono scomparsi dai radar senza causare effetti negativi”, ha affermato l’aeronautica.

Firmato l’accordo sulle terre rare: svolta nei rapporti Usa-Ucraina
I proventi delle miniere in un fondo per finanziare la ricostruzione e l’acquisto di nuove armi, legando le due nazioni per il futuro
La strada del dialogo si è aperta a San Pietro ma il diavolo sta nei dettagli. Che hanno messo in discussione fino all’ultimo un passaggio fondamentale nel percorso per la pace: l’accordo con gli Stati Uniti sullo sfruttamento dei minerali rari ucraini. Una delle condizioni poste da Donald Trump per consolidare i rapporti tra i due Paesi e tutelare, quantomeno attraverso comuni interessi economici, l’Ucraina da future minacce russe. La firma è stata annunciata ieri mattina da Kiev e la cerimonia era prevista a Washington poche ore dopo, ma poi sono insorti problemi — come ha dichiarato il segretario al Tesoro Scott Bessent — «perché gli ucraini hanno apportato alcune modifiche all’ultimo minuto. Siamo certi che riconsidereranno la cosa». Così è stato e in nottata è arrivato il comunicato ufficiale, che potrebbe determinare una svolta nel quadro complessivo delle trattative, tale forse da facilitare l’avvio di negoziati diretti con Mosca.
Stando alla bozza circolata in Ucraina — ed esaminata dalla Reuters — il trattato adesso accoglie molte delle richieste di Kiev e può diventare il pilastro delle garanzie di sicurezza invocate dall’Ucraina per raggiungere una “pace giusta”. Il punto chiave è l’utilizzo dei ricavi delle concessioni e dei minerali: inizialmente Washington pretendeva che fossero destinati a rimborsare il valore delle forniture militari concesse dal 2022, stimato dalla Casa Bianca in trecento miliardi di dollari. Ora si prevede che una parte dei proventi — quantificati nella bozza come il cinquanta per cento — vadano in un fondo comune tra Usa e Ucraina, in cui la quota statunitense potrà aumentare come pagamento di ulteriori consegne di aiuti militari: una formulazione che prolunga nel futuro l’impegno al fianco dell’Ucraina. Non si tratta quindi di una garanzia militare alla tutela della sicurezza, ma lega i due Paesi economicamente oltre ad offrire a Kiev risorse per finanziare la ricostruzione e per potenziare la difesa. Al momento della firma, gli ucraini hanno parlato esplicitamente di «una nuova assistenza, ad esempio nei sistemi contraerei».
Tutti gli investimenti del fondo dovrebbero restare in Ucraina. I giacimenti di venti minerali critici — tra cui titanio per l’industria aeronautica; litio, manganese e grafite per batterie e motori elettrici e infine uranio — hanno bisogno di attività costose per concretizzare l’estrazione. Gli Stati Uniti avranno però la prelazione su ogni nuova concessione, ottenendo una scorta vitale per il loro sistema economico. La durata sarà di dieci anni e sarebbero state eliminate le clausole che potevano ostacolare la procedura per l’ingresso nell’Unione europea. Contrariamente alla bozza ucraina, nell’annuncio finale presentato da Bloomberg sono compresi anche gli idrocarburi e il gas: non è escluso che fossero il punto controverso nel finale, su cui poi Zelensky avrebbe ceduto.
«Questa è un’intesa strategica — ha detto il premier Denys Shmyhal — un accordo buono ed equo tra i due Paesi per investimenti congiunti nello sviluppo e nella ricostruzione dell’Ucraina». Sarebbe stato proprio il premier a definire il patto con il segretario del Tesoro Bessent, affidando alla sua vice e ministra dell’Economia, Yulia Svyrydenko, la stesura del testo. Poi sabato scorso durante il faccia a faccia romano Zelensky avrebbe detto a Trump di essere pronto a firmarlo, determinando la corsa conclusiva.
Nelle bozze circolate a Kiev c’era un altro elemento simbolicamente rilevante: il riconoscimento del contributo ucraino alla stabilità internazionale. Si tratta del riferimento alla consegna volontaria alla Russia dell’arsenale nucleare sovietico, avvenuta nel 1994 sotto l’ombrello del Memorandum di Budapest in cui Washington e Mosca si impegnavano a tutelare la sicurezza dell’Ucraina. Quella garanzia che oggi resta lo snodo fondamentale prima di sedersi al tavolo e discutere di pace.

Il periodo nero di Elon Musk potrebbe diventare nerissimo. Perché oltre all’addio al Doge, il dipartimento per l’Efficienza pubblica, potrebbe lasciare un altro incarico, questa volta nella sua creatura. Il consiglio di amministrazione di Tesla starebbe infatti iniziando a cercare un nuovo ceo per sostituire il fondatore.
A riportarlo è il Wall Street Journal. Il consiglio infatti è deluso dall’andamento e un’accelerata sarebbe arrivata dopo il crollo delle azioni e degli utili. La casa automobilistica del consigliere di Trump ha raggiunto vendite per 19,33 miliardi di dollari (-9 per cento su base annua) e un utile netto di 409 milioni (-71 per cento). Da qui la decisione di cercare un altro nome al posto del fondatore.
Alcuni investitori, in particolare, ritengono che Musk sia troppo impegnato con il suo lavoro di capo del dipartimento per l’Efficienza pubblica, incarico che però dovrebbe lasciare a maggio proprio per concentrarsi su Tesla.

Incubo recessione per gli Usa, i dazi affossano la crescita
L’economia americana segna un -0,3% nel primo trimestre, dato peggiore da inizio 2022. Pesano l’aumento dell’import per gli accaparramenti delle aziende e i tagli federali di Musk
Dopo settimane in cui gli economisti parlavano di possibile recessione entro metà 2025 e Donald Trump li accusava di diffondere fake news, è arrivata la conferma: nel primo trimestre dell’anno l’economia degli Stati Uniti rallenta. Il dipartimento del Commercio ha comunicato che il Pil, il prodotto interno lordo – il valore di tutti i beni e servizi prodotti nell’economia – è diminuito a un tasso annuale dello 0,3 per cento, mentre gli analisti prevedevano una crescita dello 0,4. È la prima contrazione dal primo trimestre del 2022. Non è considerato ancora drammatico, ma indica una debolezza. Alla fine del 2024, sotto l’amministrazione Biden, l’economia era cresciuta del 2,4 per cento.
Dopo essersi preso in passato i meriti dei dati positivi, stavolta Trump ha addossato al suo predecessore la responsabilità di quelli negativi. Ma ci sono due indizi che forniscono una prova su chi sia il vero responsabile: l’aumento dell’import, in relazione alla politica dei dazi, e la spesa pubblica, che si è ridotta per effetto della stretta di Elon Musk, regista di un drammatico taglio di fondi e posti di lavoro federali. Le importazioni sono aumentate ma quello che sembra un dato controcorrente ha una spiegazione: le aziende si sono affrettate ad anticipare la mannaia dei dazi, accelerando le importazioni che sono cresciute a un ritmo più rapido rispetto al terzo trimestre 2020, quando l’economia si stava riprendendo dopo il lockdown dovuto alla pandemia da Covid. La Casa Bianca ne aveva sottolineato la portata spiegando che era il segnale della fiducia nella politica economica del governo. In realtà il boom degli ordini era stato alimentato dalla paura dei dazi. L’import, però, viene sottratto dal calcolo del Pil, da parte del dipartimento del Commercio, perché rappresenta spese per beni e servizi prodotti all’estero. Questo significa che le importazioni non aggiungono e non sottraggono valore al prodotto interno lordo.
Il rapporto del dipartimento del Commercio ha dominato una giornata ricca di dati. Ad aprile le crescita dei posti di lavoro nel settore privato è rallentato più del previsto, mentre l’indice dei prezzi delle spese per consumi personali – l’indicatore d’inflazione preferito dalla Federal Reserve, la Banca centrale americana – è risultato in linea con le aspettative. La spesa dei consumatori è cresciuta solo dell’1,8 per cento, ma nel quarto trimestre del 2024 era salito al 4 per cento.
Wall Street ha reagito inizialmente in modo negativo: tutti gli indici hanno aperto in rosso, per poi chiudere misti intorno alla parità. Il clima di incertezza non è nato ieri. Già nelle scorse settimane erano stati diffusi dati che indicavano una prospettiva commerciale altalenante dell’amministrazione Trump. Il calo della fiducia dei consumatori è un altro segnale di preoccupazione. La guerra dei dazi lanciata a tutto il mondo, e seguita da correzioni, retromarce, o – come nel caso della Cina – un’escalation fino all’imposizione del 145 per cento sulle importazioni, ha spaventato gli imprenditori, raffreddato gli investimenti e spinto i consumatori a risparmiare.
E la politica dei dazi non ha ancora fatto sentire pienamente i suoi effetti: i cargo con i prodotti cinesi, per esempio, sottoposti ai nuovi dazi, stanno arrivando solo adesso dopo una trentina di giorni di viaggio via mare. Al porto di Los Angeles, principale ingresso negli Stati Uniti dei prodotti asiatici, il calo dei container è superiore al 30%. Un crollo, sostengono gli analisti, che si farà sentire sul mercato nelle prossime settimane, porterà all’aumento dell’inflazione e al rallentamento degli affari. Lo scenario potrebbe portare altre cattive notizie a Trump con il secondo trimestre. A quel punto dare ancora la colpa a Biden potrebbe non bastare.

Trump in difficoltà scarica la colpa su Biden: “Ci ha lasciati nel caos”
Agli americani impauriti e alle imprese il presidente chiede pazienza: “L’età dell’oro arriverà”. Ma l’effetto tariffe è esploso
Tutta colpa degli altri, ovviamente, se la nuova età dell’oro promessa in campagna elettorale si sta presentando in realtà sotto forma di recessione inutile, ingiustificata e non necessaria. In particolare colpa del predecessore Joe Biden, che certamente aveva presieduto al peggior aumento dell’inflazione negli ultimi decenni, ma gli aveva lasciato un’economia che cresceva di due punti e mezzo. Peccato che il 29 gennaio Donald Trump si fosse attribuito il merito del boom a Wall Street, perché secondo lui gli investitori erano motivati dai sondaggi che lo davano vincente a novembre. Ora che l’economia barcolla, però, la borsa è tornata proprietà esclusiva del predecessore, che ha la responsabilità della recessione alle porte anche se non abita più alla Casa Bianca da tre mesi.
Banchieri, guru di Wall Street e grandi imprenditori ammonivano ormai da settimane che la crisi era dietro l’angolo, perché i dazi ossessivamente voluti dal presidente, sommati alle deportazioni di manodopera e altre manovre insensate, stavano frenando le aziende e preoccupando i consumatori, che con le loro spese alimentano per due terzi l’economia americana. Trump non ci credeva, non voleva crederci, oppure era convinto di preparare la nuova età dell’oro, cioè il ritorno al privato dopo l’abbuffata di pubblico con Biden. Quindi quando ieri mattina ha scoperto che la crescita è diventata improvvisamente negativa tra le sue mani, ha sentito la necessità di arrampicarsi sugli specchi. «Questo — ha scritto sui social — è il mercato azionario di Joe Biden, non quello di Trump. Io sono entrato in carica il 20 gennaio. Il nostro Paese avrà un boom ma dobbiamo liberarci dell’eredità di Biden. Ci vorrà un po’ di tempo, non ha nulla a che vedere con le tariffe, è solo che ci lasciati con numeri negativi, ma quando inizierà il boom, sarà unico. Siate pazienti». Il 29 gennaio 2024, quando i mercati andavano a gonfie vele sotto la guida del predecessore, sempre su Truth aveva sostenuto l’opposto: «Questo — aveva scritto — è il mercato azionario di Trump, perché i miei sondaggi contro Biden sono così buoni che gli investitori prevedono la mia vittoria». Queste dichiarazioni non possono essere entrambe vere e gli americani conoscono la realtà. Come al solito, però, il capo della Casa Bianca è convinto che se ripeti una bugia abbastanza spesso, alla fine diventa verità. Perciò, riunendo il gabinetto, ha ripetuto la sua falsa difesa: «È colpa di Biden. Sono arrivato a gennaio e questi sono dati trimestrali. Tutto quello che ha fatto Biden in economia ha distrutto il Paese». Quindi ha aggiunto: «Abbiamo ereditato un caos. I mercati azionari ci dicono quanto cattiva è la situazione ereditata».
La verità è che il caos lo ha creato lui con i suoi dazi, ma è deciso ad insistere: «La Cina sta andando molto male in questo momento ma non voglio che ciò accada. Sta prendendo una bella batosta». Le navi cargo di Pechino «stanno tornando nell’Oceano Pacifico. Ad un certo punto, spero che raggiungeremo un accordo con la Cina, ne stiamo parlando». Se nel frattempo gli americani soffrono, perdono il posto di lavoro, o trovano gli scaffali vuoti come ai tempi del Covid, devono solo pazientare: «Invece di avere trenta bambole, le bambine ne avranno solo un paio, che magari costeranno qualche dollaro in più». Cosa volete che sia? «I prossimi cento giorni saranno migliori di quelli appena terminati». Poi si è presentato davanti ai ceo delle grandi aziende Usa, dicendo che «l’amministrazione precedente è stata un disastro economico, i problemi di oggi sono colpa di Biden. Noi invece abbiamo attirato investimenti per 2.000 miliardi di dollari, grazie ai dazi intelligenti. Se producete qui la tariffa è zero».
I fatti però sono testardi. È vero che il calo del Pil è stato in larga parte provocato dalla corsa alle importazioni prima dei dazi. Come ha ammesso il capo economista di Moody’s Analytics Mark Zandi, «il dato esagera la debolezza, ma l’economia è debole. La fiducia dei consumatori, secondo la University of Michigan, è scesa dell’8%. Se l’amministrazione non troverà presto una via d’uscita dai dazi, seguiranno recessione e disoccupazione». In altre parole, la frenata del Pil sarà pure drogata dalle importazioni, ma le tariffe stanno provocando danni di lungo termine. Lo ha scritto sul Wall Street Journal anche Karl Rove, ex guru del presidente Bush figlio: «Trump è in cattive acque», e se si ostinerà a navigare così, esporrà gli Usa al naufragio.


Estratto dell’articolo di Martin Wolf
La “giornata di liberazione” di Donald Trump, che prevedeva “tariffe reciproche” contro il resto del mondo […] dopo una precipitosa ritirata sotto il fuoco dei mercati, si è trasformata in una guerra commerciale con la Cina. Questo potrebbe essere (o non essere) ciò che era previsto fin dall’inizio.
Può Trump vincere questa guerra contro la Cina? […] La risposta è “no”. Non perché la Cina sia invincibile, tutt’altro. È perché gli Stati Uniti stanno gettando al vento tutti gli asset di cui hanno bisogno per mantenere il proprio status nel mondo contro una potenza enorme, capace e determinata come la Cina.
“Le guerre commerciali sono buone e facili da vincere”, ha scritto Trump nel 2018. Come proposizione generale, questa è falsa: le guerre commerciali danneggiano entrambe le parti. È possibile che si raggiunga un accordo che faccia stare entrambe le parti meglio di prima. Più probabilmente, qualsiasi accordo farà sì che una parte stia meglio di prima e l’altra peggio. Quest’ultimo tipo di accordo è, presumibilmente, quello che Trump spera che emerga: gli Stati Uniti vinceranno, la Cina perderà.
[…] Uno dei motivi è che anche la Cina ha carte potenti. Molte potenze importanti commerciano già più con la Cina che con gli Stati Uniti: tra queste Australia, Brasile, India, Indonesia, Giappone e Corea del Sud.

Certo, gli Stati Uniti sono un mercato di esportazione più importante della Cina per molti Paesi importanti, in parte a causa dei deficit commerciali di cui Trump si lamenta. Ma anche la Cina è un mercato importante per molti. Inoltre, la Cina è una fonte di importazioni essenziali, molte delle quali non possono essere facilmente sostituite. Le importazioni sono, dopo tutto, lo scopo del commercio.
Soprattutto, gli Stati Uniti sono diventati inaffidabili. Gli Stati Uniti “transazionali” sono sempre alla ricerca di un accordo migliore.
Nessun Paese sano di mente dovrebbe scommettere il proprio futuro su un partner del genere, soprattutto contro la Cina.
[…] Inoltre, rompere con la Cina sarebbe rischioso: la Cina non dimenticherà e difficilmente perdonerà.
Non da ultimo, la Cina ritiene che il suo popolo possa sopportare il dolore economico meglio degli americani. Inoltre, per la Cina la guerra commerciale è soprattutto uno shock della domanda, mentre per gli Stati Uniti è soprattutto uno shock dell’offerta. È più facile sostituire la domanda persa che l’offerta mancante.
Insomma, gli Stati Uniti non otterranno gli accordi che apparentemente cercano e la vittoria sulla Cina che sperano. La mia ipotesi è che, quando questo diventerà evidente alla Casa Bianca, Trump si ritirerà almeno in parte dalle sue guerre commerciali, dichiarando la vittoria, ma andando avanti in qualche altra direzione.
Tuttavia, ciò non cambia la realtà che gli Stati Uniti sono effettivamente in competizione con la Cina per l’influenza globale.
[…] L’America di Trump non farà bene. La sua popolazione è un quarto di quella cinese. La sua economia ha le stesse dimensioni, perché è molto più produttiva. La sua influenza, culturale, intellettuale e politica, è ancora di gran lunga superiore a quella della Cina, perché i suoi ideali e le sue idee sono più attraenti.
Gli Stati Uniti sono stati in grado di creare potenti alleanze con Paesi che la pensano allo stesso modo e che rafforzano questa influenza. In sintesi, hanno ereditato e sono stati benedetti da enormi risorse.
Consideriamo ora ciò che sta accadendo sotto il regime di Trump: tentativi di trasformare lo stato di diritto in uno strumento di vendetta; smantellamento del governo degli Stati Uniti; disprezzo per le leggi che sono il fondamento del governo legittimo; attacchi alla ricerca scientifica e all’indipendenza delle grandi università statunitensi; guerra alle statistiche affidabili;
ostilità nei confronti degli immigrati (e non solo di quelli clandestini), anche se sono stati alla base del successo degli Stati Uniti in ogni generazione; il ripudio totale della scienza medica e della scienza del clima;
il rifiuto totale delle idee più elementari dell’economia del commercio; l’equivalenza o (peggio ancora) la preferenza per Vladimir Putin, il tiranno della Russia, rispetto a Volodymyr Zelenskyy, leader della democratica Ucraina; l’aperto disprezzo per la serie di alleanze e istituzioni di cooperazione su cui poggia l’ordine globale costruito dagli Stati Uniti. Tutto questo per mano di un movimento politico che ha abbracciato l’insurrezione del gennaio 2021.
Sì, l’ordine economico globale aveva bisogno di essere migliorato. Gli argomenti a favore del passaggio della Cina a una crescita guidata dai consumi sono schiaccianti. È chiaro anche che gli Stati Uniti hanno bisogno di molte riforme. Tuttavia, ciò che sta accadendo ora non è una riforma, ma la rovina delle fondamenta del successo degli Stati Uniti, in patria e all’estero. Sarà difficile invertire il danno. Sarà impossibile per la gente dimenticare chi e cosa l’ha causato.
La Cina rallenta e pensa a nuove esenzioni
Ufficialmente nega di “volersi inginocchiare” a Trump, ma c’è una lista di prodotti importati dagli Usa che non sarà tassata
Attività manifatturiera cinese in calo: primi segnali, dai dati ufficiali, che i dazi di Donald Trump iniziano a mordere. L’indice dei responsabili degli acquisti (Pmi) ha toccato i 49 punti ad aprile, la contrazione più forte dal dicembre 2023, giù rispetto ai 50,5 di marzo.
I dati Pmi di aprile sono stati influenzati anche dai «drastici cambiamenti del contesto esterno», afferma l’Ufficio nazionale di statistica di Pechino. Donald Trump continua a ripetere che «avremo un accordo equo con la Cina» e che negoziati sono già in corso.
Pechino continua a rispondere che al momento «la Cina e gli Stati Uniti non sono impegnati in alcuna consultazione o negoziazione sui dazi». E però le due superpotenze stanno prendendo delle misure per provare a non farsi troppo male, nonostante la propaganda da ambo le parti (da ultimo il video pubblicato martedì dal ministero degli Esteri cinese dal titolo “Non ci inginocchieremo mai”).
L’elenco segreto
«La Cina ha stilato un elenco di prodotti fabbricati negli Stati Uniti che saranno esentati dai dazi del 125% e sta informando le aziende in merito a tale politica», scrive infatti Reuters citando due fonti anonime a conoscenza della questione. «Non è chiaro quanti e quali prodotti siano stati inclusi nell’elenco, che le autorità non hanno reso pubblico».
Secondo le fonti sono le autorità cinesi in alcuni casi a contattare le aziende in merito alla lista; in altri casi «le aziende sono state invitate a contattare privatamente le autorità per chiedere se i propri prodotti importati fossero idonei all’esenzione».
L’esistenza di una lista circola da qualche giorno e già la scorsa settimana Repubblica scriveva che tra i prodotti esentati dai dazi rientrerebbero alcune apparecchiature mediche, prodotti chimici come l’etano, prodotti nel settore dell’aviazione e prodotti legati ai semiconduttori che i cinesi importano dagli americani.
Michael Hart, presidente della Camera di Commercio americana in Cina, ha detto che «alcune delle nostre aziende associate ci hanno segnalato di aver ricevuto merci sulle quali non sono stati applicati dazi».
Smartphone ed elettronica
Trump aveva già escluso invece nelle scorse settimane beni cinesi come smartphone ed elettronica dai suoi dazi. «Tuttavia, è improbabile che Pechino compia i gesti di sottomissione che Trump si aspetta da altri partner commerciali. Qualsiasi passo indietro dovrà partire da Washington», sostiene James Palmer di Foreign Policy. «È un gioco doloroso per entrambe le parti, ma la Cina può sopportare molto di più prima di arrendersi».
Anche se i nuovi ordini per l’export sono scesi ai minimi dal dicembre 2022. Pechino ha presentato piani per aiutare le aziende in difficoltà, ma non ha annunciato misure di stimolo più aggressive.

Trump hanno una stella. Virale il suo appello alla mobilitazione di massa
Il governatore dell’Illinois e miliardario erede della fortuna legata agli alberghi Hyatt: “I repubblicani non devono conoscere un attimo di pace”. Il partito del tycoon lo accusa di “voler scatenare la guerra civile”. Sempre di più si profila come un possibile sfidante
C’è un democratico capace di mettere in apprensione i repubblicani e non è Barack Obama: si chiama JB Pritzker. Il governatore dell’Illinois ha chiesto agli americani di organizzare una “mobilitazione di massa”, una “protesta continua”. “I repubblicani – ha detto – non devono conoscere un attimo di pace”. La dichiarazione è diventata virale sui social, da X a Facebook, ha provocato le proteste dei conservatori, che lo hanno accusato di voler “scatenare le guerra civile”. Quando era Donald Trump a invocare la rivolta, per i repubblicani era un legittimo gesto politico, se lo fanno gli oppositori diventa un “atto illegale e pericoloso”.
In realtà, secondo il giudizio di vari commentatori politici, a preoccupare i conservatori è proprio Pritzker come persona, perché sembra avere tutto per diventare l’oppositore vincente di Trump: è miliardario come lui, non catalogabile come “comunista”, appartiene alla famiglia Pritzker, una delle più ricche e influenti degli Stati Uniti, a capo della catena di hotel Hyatt. Tra gli elettori democratici molti cominciano a vedere in lui il candidato ideale nel 2028.
Sessant’anni, laureato alla Duke University e con un dottorato in legge alla Northwestern University, Pritzker sembra in grado di parlare a molti settori del Paese: è stato un imprenditore di successo, investitore nelle startup tecnologiche, esperto di industria e servizi sanitari. Da sempre nel partito democratico, il miliardario, a cui è attribuito da Forbes un patrimonio personale di 3,7 miliardi di dollari, da politico ha mostrato di essere molto vicino alla base.
Eletto governatore dell’Illinois nel 2018, sconfiggendo il repubblicano in carica Bruce Rauner, Pritzker è stato rieletto nel 2022, a conferma del forte sostegno elettorale di cui gode. Lui ci ha messo del suo per diventare popolare: sotto la sua amministrazione, l’Illinois ha registrato l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora, l’introduzione della cannabis legalizzata per uso ricreativo, investimenti massicci in infrastrutture e istruzione e politiche fiscali progressiste, tra cui il tentativo – non andato in porto – di una tassa progressiva sulle ricchezze.
Nonostante i miliardi di famiglia, Pritzker è considerato una persona alla mano, diretta, empatica, lontano dall’elite politica. Sostenitore dei diritti civili, si è dimostrato anche pragmatico quando ha affrontato l’emergenza Covid con politiche restrittive che hanno riscosso il consenso della popolazione. Il governatore è anche un deciso oppositore alla circolazione di armi d’assalto. Da settimane i suoi interventi in difesa della democrazia stanno spopolando sui social e attirando critiche dall’opposizione.
La presidente del partito repubblicano in Illinois, Kathy Salvi, ha definito i suoi commenti “pericolosi e incendiari”, altri hanno parlato di “intervento sconsiderato”.
Pritzker ha risposto alla sua maniera: “Sono accuse ridicole. Si tratta di usare megafoni e microfoni e di salire su una cassetta della frutta e andare alle urne per sconfiggere le persone che stanno cercando di togliere così tante cose agli americani”. Il governatore, il cui nome era stato fatto l’anno scorso come possibile vice di Kamala Harris, ne ha anche per il suo stesso partito. In un recente intervento nel New Hampshire, il governatore ha criticato i “democratici inconcludenti che vogliono dare la colpa delle nostre sconfitte alla difesa dei neri, dei ragazzi trans e degli immigrati, invece che alla mancanza di coraggio e determinazione”. Parole che hanno riacceso l’entusiasmo nella base, dopo mesi di sbandamento.


Trump «silura» Mike Waltz, il consigliere dello scandalo delle chat: sarà ambasciatore all’Onu
Primo scossone all’interno dell’amministrazione Trump. Il mese scorso Waltz era finito sotto accusa per aver condiviso piani di attacco agli Houthi in una chat non protetta in cui aveva invitato per errore il direttore dell’«Atlantic»
Il destino del consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz e anche del suo vice, Alex Wong, sembra segnato: potrebbero perdere il loro posto alla Casa Bianca nei prossimi giorni, secondo i media americani – o forse oggi stesso secondo la Cbs.
Infatti poche ore dopo le indiscrezioni diffuse dai media è arrivata la conferma da Donald Trump in persona. «Sono lieto di annunciare che nominerò Mike Waltz ambasciatore Usa alle Nazioni Unite», ha scritto su Truth. Consigliere della sicurezza nazionale ad interim sarà il segretario di Stato, Marc Rubio. «Dal quando indossava la divisa sul campo di battaglia, al Congresso e come mio consigliere per la Sicurezza Nazionale, Mike Waltz ha lavorato duramente per mettere al primo posto gli interessi della nostra nazione. So che farà lo stesso nel suo nuovo ruolo», ha scritto Trump. «Insieme, continueremo a lottare instancabilmente per rendere l’America e il mondo di nuovo sicuri», ha concluso il presidente.
Waltz era stato il principale responsabile dello scandalo della chat su Signal in cui lui e altri ministri del governo avevano discusso informazioni sensibili su attacchi che avrebbero avuto luogo in Yemen. Waltz aveva incluso per sbaglio Jeffrey Goldberg, il direttore dell’Atlantic il quale ha pubblicato un resoconto dei fatti evitando inizialmente di divulgare le informazioni specifiche sulle armi e la tempistica degli attacchi.
Ma dopo che il capo del Pentagono e i capi dell’intelligence Tulsi Gabbard e John Ratcliffe hanno negato che fossero state condivise informazioni classificate, Goldberg ha pubblicato l’intera chat.
Waltz ha ammesso subito, dietro le quinte, l’autenticita’ della storia e i funzionari della Casa Bianca hanno iniziato a dibattere se non dovesse dimettersi ma lui non aveva proposto di farlo – secondo fonti della Cbs – e Trump non glielo avrebbe chiesto in quella fase. Anzi, il presidente ha manifestato il suo appoggio per il suo consigliere, definendolo «un brav’uomo» che aveva «imparato la lezione». Pur ammettendo l’errore l’amministrazione lo ha sminuito. Di certo la Casa Bianca non voleva che i media critici e i rivali politici segnassero una vittoria.
Waltz aveva viaggiato con il vicepresidente Vance in Groenlandia e con lo stesso Trump ai funerali del Papa a Roma. Ma non è stato invece invitato a partecipare al comizio dei 100 giorni in Michigan.
Waltz era in una posizione precaria anche perché è un falco in politica estera verso il quale alcuni nell’ala MAGA populista del movimento trumpiano nutrivano già sospetti per le sue posizioni sull’Ucraina e in passato l’Afghanistan.
All’inizio di questa settimana gli sarebbe stato detto che la sua guida del Consiglio di sicurezza nazionale è finita e da allora il suo ruolo sarebbe nel limbo, secondo la Cnn che aggiunge che Steve Witkoff, l’amico e inviato speciale del presidente per la Russia e il Medio Oriente viene citato come un possibile sostituto di Waltz. Quest’ultimo però starebbe cercando di restare e ha partecipato anche all’ultima riunione di gabinetto mercoledi.
Una fonte dice a CBS che il presidente pensa che adesso sia passato abbastanza tempo per far apparire la dipartita di Waltz come una «riorganizzazione». Ma il sito avverte anche che Trump esitava ieri ancora perché temeva che licenziare Waltz apparirà comunque come una concessione alla pressione dei media e politica.
Wong ha servito nella prima amministrazione Trump come vicerappresentante speciale per la Nord Corea e come vice assistente segretario di Stato per gli Affari dell’Est Asiatico e del Pacifico. Quando Trump annunciò la sua nomina ricordò che aveva contribuito a negoziare il summit con il leader Kim Jong Un.






