
CHIAMATE LA CROCE VERDE! TRUMP: “MI PIACEREBBE ESSERE PAPA” – IL PRESIDENTE USA SI AUTOCELEBRA DOPO I PRIMI 100 GIORNI ALLA CASA BIANCA A WARREN, IN MICHIGAN. E IGNORA PROTESTE E SONDAGGI SULLA POPOLARITÀ SCESA AL 39 PER CENTO: “SONO FALSI” – “PUTIN? MI RISPETTA, VOLEVA PRENDERSI TUTTA L’UCRAINA, NON LO FARA’” – IL TYCOON LANCIA L’ULTRACONSERVATORE TIMOTHY DOLAN COME SUCCESSORE DI PAPA FRANCESCO E TIRA BORDATE AL PREDECESSORE BIDEN (“CON ME IL FLUSSO DI IMMIGRATI ILLEGALI È SCESO DEL 99,999 PER CENTO”), AL CAPO DELLA FED POWELL, AL NUMERO 1 DEL PENTAGONO PETE HEGSETH (“NON MI FIDO DI LUI AL 100%”) E AI “GIUDICI COMUNISTI” – DOPO AVER ALLENTATO I DAZI SUL SETTORE AUTOMOBILISTICO, TRUMP ANNUNCIA UN ACCORDO CON L’INDIA, MINACCIA LE COMPAGNIE CHE NON RIPORTERANNO LE LORO FABBRICHE NEGLI USA E PARLANDO CON LA ABC, TUONA CONTRO LA CINA CHE “MERITA I DAZI DEL 145 PER CENTO, PERCHÉ…”
Trump, ‘non ho fiducia al 100%’ nel capo del Pentagono
(ANSA) “Non ho fiducia al 100%” sul capo del Pentagono, Pete Hegseth. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista a Abc. A chi gli chiedeva se avesse fiducia al 100% in Hegseth, il presidente americano ha risposto: “Non ho fiducia al 100% in niente. E’ una domanda stupida. Solo un bugiardo lo direbbe. Non ho fiducia al 100% che finiremo questa intervista”. (ANSA).
Trump, ‘Putin mi rispetta, penso che voglia la pace’
(ANSA) “Penso che Putin” voglia la pace. Lo ha detto il presidente americano Donald Trump in un’intervista Abc. “Il suo sogno era prendere tutto il Paese ma non lo farà. Mi rispetta”, ha messo in evidenza Trump. (ANSA).

Trump, lo show nel discorso dei 100 giorni: “I migliori di sempre. Mi piacerebbe essere Papa”
I sondaggi sulla popolarità scesa al 39 per cento? “Sono falsi”, dice il presidente degli Stati Uniti in Michigan. E difende Musk
“Siamo qui per celebrare i primi 100 giorni di maggior successo di qualsiasi amministrazione. E questo è solo l’inizio, non avete ancora visto niente”. Così la pensa Donald Trump di se stesso, e infatti così ha cominciato il comizio di ieri sera in Michigan con cui ha marcato la prima fase del suo secondo mandato. Per la verità, un sondaggio della Abc dice che la sua popolarità è scesa al 39 per cento, ossia il livello più basso negli ultimi 80 anni dopo 100 giorni di governo. Ma verità e fatti sono sempre stati un optional, nella strategia politica del capo della Casa Bianca, da sempre convinto che ripetere all’infinito qualcosa la renda reale. Perciò, invece di un discorso politico, ha tenuto un comizio, come altre centinaia pronunciati durante la campagna elettorale. Ha fatto la lista della spesa delle promesse mantenute, promettendo di continuare così, ad esempio quando ha detto che le compagnie che non riporteranno le loro fabbriche e il lavoro negli Usa “saranno massacrate”.
La giornata celebrativa di Trump era iniziata in realtà con la firma di un decreto esecutivo che allenta la pressione dei dazi sul settore automobilistico: “Vogliamo solo aiutare durante questo periodo di transizione. È a breve termine”. Dunque le tariffe del 25 per cento sulle vetture importate negli Stati Uniti continuano, ma non verranno sommate a quelle esistenti su altri beni, come acciaio e alluminio. La Casa Bianca ha giustificato la decisione con la necessità di agevolare le case produttrici e dare loro più tempo per riportare le fabbriche negli Usa, ma non mancano gli analisti che attribuiscono questa nuova marcia indietro al crollo della popolarità del presidente nei sondaggi e ai danni già provocati dalle sue guerre commerciali all’economia, confermati dal calo della fiducia dei consumatori al livello più basso dal 2011.
Ma l’incontenibile Trump non si è fermato qui. Prima del discorso, ricordando la recente visita a Roma, ha detto che “mi piacerebbe essere Papa. Sarebbe la mia prima scelta”. Poi ha aggiunto che “non ho preferenze” sul successore di Francesco, ma c’è un cardinale a New York che potrebbe fare il lavoro, ossia Timothy Dolan che ha posizioni conservatrici vicine alle sue. Parlando con la Abc, ha poi detto che “la Cina merita” i dazi del 145 per cento, perché “quasi tutti i Paesi del mondo ci derubavano, ma ora non lo fanno più”. Quindi è salito sul palco una prima volta nella base della Guardia nazionale di Selfridge, difendendo il capo del Pentagono Pete Hegseth, che è stato colpito dallo scandalo del “chatgate”, ma secondo lui “sta facendo un buon lavoro”.
Il comizio dei 100 giorni lo ha iniziato rivendicando il successo: “In queste settimane il mondo sta assistendo a una rivoluzione del buon senso”. Ha denunciato i democratici, a partire dal predecessore Biden, “il peggiore della storia”, definendoli “lunatici che vorrebbero farmi un altro impeachment. Ma ormai sto diventando bravo in questo”.
Trump ha detto che “nei primi 100 giorni abbiamo portato un profondo cambiamento a Washington, il più profondo in quasi 100 anni”. Ha accusato chi era venuto prima di lui di aver “distrutto Detroit per costruire Pechino. Con me invece lanciamo l’età dell’oro”. Si è ventato del fatto che il numero degli ingressi di migranti illegali al confine con il Messico è “crollato del 99,9 per cento: solo tre persone sono entrate. Congratulazioni America. Se non avessimo vinto le elezioni, i democratici avrebbero consentito l’invasione di 30-40 milioni di illegali, molti dei quali criminali”. In realtà, finora lui ha fatto meno deportazioni di Biden nello stesso periodo di tempo, ma come al solito i fatti non contano.
Ha rivendicato la fine dell’inflazione: “I prezzi sono in calo ma le fake news dicono che sono in rialzo”. Questo perché “c’è una persona alla Fed che non sta facendo un buon lavoro”. È l’abituale attacco al capo della banca centrale Powell, con cui Trump prepara il terreno per scaricare su di lui il ritorno dell’inflazione provocato dai suoi dazi, e la possibile recessione che molti economisti, banchieri e imprenditori vedono dietro l’angolo.
Poi ha attaccato i giudici, che stanno intralciando le deportazioni e in generale interpretano ormai il ruolo della resistenza. Ma “nulla fermerà la mia missione di rendere l’America di nuovo sicura”. E i sondaggi che mettono in discussione la sua popolarità “sono falsi e condotti intervistando un numero maggiore di democratici”.
A proposito di dazi, e della marcia indietro appena annunciata per il settore dell’auto, ha avvertito che le case produttrici saranno “massacrate” se non riporteranno le fabbriche negli Usa: “Stiamo concedendo loro del tempo per farlo. Amiamo il Giappone, ma vogliamo che le auto siano prodotte qui”. Quanto alla Cina, “faremo un accordo commerciale equo. Pechino vuole fare un accordo, noi vogliamo fare un accordo”.
Ha difeso anche Elon Musk, lamentando le proteste e il boicottaggio nei confronti di Tesla: “Non è giusto quello che hanno fatto a Elon, è un grand’uomo e ci ha aiutato”.
Una strizzata d’occhio l’ha fatta anche agli italiani, rivendicando di aver salvato la celebrazione di Cristoforo Colombo, che in realtà non è mai stata cancellata, ma solo ridimensionata o affiancata al ricordo delle popolazioni indigene colonizzate. Quindi ha scherzato sull’ipotesi di candidarsi per il terzo mandato. Ma Trump è così, in tutto quello che fa. Incluso il ballo finale sulle note dei Village People, che era diventato un appuntamento fisso dei suoi comizi elettorali. Perché in fondo di questo si è trattato ieri sera: l’ultimo comizio della campagna presidenziale del 2024, o magari il primo del 2028.

(ANSA-AFP) – SEUL, 30 APR – Circa 600 soldati nordcoreani sono stati uccisi combattendo a fianco delle forze russe nella guerra contro l’Ucraina, ha affermato oggi un parlamentare ed esperto di intelligence sudcoreano. “Finora le perdite di truppe nordcoreane sono stimate a circa 4.700, di cui circa 600 morti”, ha dichiarato ai giornalisti il deputato Lee Seong-kweun, membro della commissione parlamentare per l’intelligence, dopo un briefing con le autorità militari di Seul.
Tra gennaio e marzo circa 2.000 soldati feriti sono stati rimpatriati in Corea del Nord in aereo e in treno e si ritiene che siano in isolamento a Pyongyang e in altre parti del Paese, ha affermato Lee. Per quanto riguarda i morti i loro corpi sono stati cremati in Russia e le loro ceneri sono state rimpatriate in Corea del Nord, ha detto il deputato di Seul.
“La Corea del Nord ha sostenuto la riconquista di Kursk da parte della Russia schierando 18.000 soldati in due fasi. Da marzo, quando Kursk è stata effettivamente riconquistata, il numero di scontri è diminuito”, ha spiegato il parlamentare sudcoreano. Secondo lui, “non si può escludere del tutto la possibilità di una terza fase”, anche se Pyongyang non ha ancora dato alcun segnale che lasci intendere inviare nuove truppe in Russia.
Putin toglie il segreto sui soldati della Corea del Nord al fronte contro l’Ucraina: «Fratelli ed eroi». Gli Usa: «Ne sono morti almeno 4mila»
Per mesi la presenza del contingente di Pyongyang inviato ad aiutare i russi contro l’Ucraina era stata taciuta dai russi: ora Putin esalta «l’eroismo dei soldati della Nord Corea». Kim promette un monumento ai caduti e medita un viaggio sulla Piazza Rossa
Per sei mesi la presenza dei soldati nordcoreani al fronte della guerra della Russia contro l’Ucraina è stata un doppio segreto di stato: non la ammetteva Mosca e taceva anche Pyongyang. Tutte le informazioni arrivavano da Kiev, dall’intelligence di Washington e di Seul, presenti sul campo con osservatori.
Ora, mentre i russi si preparano a commemorare il 9 maggio sulla Piazza Rossa l’80° anniversario della vittoria sul nazismo con una parata che probabilmente vorrà celebrare anche il successo dell’«operazione militare speciale» contro l’Ucraina, Vladimir Putin e Kim Jong-un hanno fatto cadere il velo.
Lunedì 28 aprile Putin ha detto che il popolo russo non dimenticherà mai le gesta dei «fratelli in armi venuti dalla Nord Corea e gli eroi che hanno dato la loro vita per la Russia, per la nostra comune libertà».
E contemporaneamente a Pyongyang ha rotto il silenzio anche Kim, esaltando «l’eroismo e il coraggio» degli uomini che ha mandato a morire in una terra lontana, sacrificandoli per cementare nel sangue l’alleanza con il Cremlino. Il Maresciallo nordcoreano ha annunciato che «presto a Pyongyang sarà eretto un monumento agli atti eroici compiuti in battaglia e fiori saranno posti sulle tombe dei caduti».
Secondo i servizi segreti militari di Kiev, Seul e Washington il contingente nordcoreano, schierato nella regione di Kursk a ottobre ha subito perdite ingenti: 4 mila tra morti e feriti su un totale di 14 mila soldati, 11 mila all’inizio e altri 3 mila mandati a gennaio per colmare i vuoti lasciati dai combattimenti.
Per provare la fratellanza dei due eserciti, il ministero della Difesa di Mosca ha diffuso un filmato che per la prima volta mostra russi e nordcoreani in battaglia fianco a fianco. Lo ha rilanciato il giornale statale Rossiyskaya Gazeta, secondo il quale il video documenta la riconquista di Sudzhansky nel Kursk russo, che era stato preso dagli ucraini nell’offensiva a sorpresa di agosto. Un altro video mostra i nordcoreani in addestramento sotto la guida dei compagni russi.
Nel filmato della battaglia di Sudzhansky, si vedono i soldati di Kim all’attacco tra le rovine di un centro abitato che sembra essere già stato «ripulito» dai difensori ucraini. I nordcoreani sparano con mitra e lanciarazzi portatili. La scena culmina nell’abbraccio con i russi davanti ai resti di un campanile devastato dai cannoni e finisce con l’abbraccio tra soldati dei due eserciti «fratelli» mentre sventola una bandiera russa affiancata a quella nordcoreana. Poi l’omaggio a una lapide commemorativa della Grande guerra patriottica, come i russi definiscono il conflitto contro la Germania nazista, che fu combattuto anche dall’Ucraina allora parte dell’Unione Sovietica. Ora Mosca elogia «il ruolo attivo dei nordcoreani nella lotta che ha portato alla disfatta delle formazioni neonaziste del regime di Kiev».
Oltre la propaganda, il video ha dato informazioni interessanti per gli analisti militari. I fucili d’assalto impugnati dai nordcoreani sono l’ultima versione degli AK russi, che Mosca ha appena cominciato a distribuire, ha spiegato a NK News Shin Seung-ki, ricercatore dell’Istituto di Difesa di Seul. «Uniformi, elmetti e altro equipaggiamento dei soldati nordcoreani non fanno parte della dotazione tipica fornita da Pyongyang», dice l’analista Shin e conclude che i mesi trascorsi sul fronte hanno consentito al contingente nordcoreano di integrarsi operativamente con l’Armata russa.
Alla parata del 9 maggio sulla Piazza Rossa sono stati invitati anche soldati nordcoreani.
Restano segreti i movimenti di Kim Jong-un, che ha ricevuto dal Cremlino un invito formale per una visita di Stato da tenere quest’anno. Presentandosi al fianco di Putin proprio nel giorno della vittoria, il Maresciallo rafforzerebbe la propria posizione negoziale anche di fronte a Donald Trump.
Kim nell’attesa occupa il tempo con sempre nuove esibizioni di forza: la settimana scorsa è stato con la figlia al varo di una nuova nave da guerra, un’unità da 5 mila tonnellate, armata con missili «supersonici, strategici e antiaerei», ha annunciato la propaganda. Ieri è tornato in visita per osservare una prova a fuoco degli ordigni in dotazione al suo nuovo gioiello.

Trump minaccia Bezos: “No ai rincari indicati nei prezzi”
Tensioni tra il Ceo di Amazon e la Casa Bianca dopo le notizie diffuse sulla stampa. Scontro a distanza anche con Musk su Starlink
Il centesimo giorno di presidenza, il clima fraterno di Mar-a-Lago tra Donald Trump e il fondatore di Amazon, Jeff Bezos, ha rischiato di spezzarsi. E poche ore prima era evaporato quello amichevole tra lo stesso Bezos e Elon Musk, altro assiduo frequentatore della residenza del tycoon in Florida. Colpa dei dazi, nel primo caso, e della sfida spaziale per la rete internet, nel secondo. Lo scontro con Amazon si è infiammato di mattina presto, quando la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, commentando le indiscrezioni pubblicate dal sito Punchbowl News, ha definito «ostile» e «atto politico» il presunto tentativo del colosso della vendita al dettaglio online Amazon di indicare sulla propria piattaforma l’impatto dei dazi sui prezzi dei prodotti, con un confronto tra i valori prima e dopo. Cioè usando la stessa formula adottata dalla piattaforma cinese Temu, di cui il servizio Amazon Haul è diretto concorrente.
«È un atto politico e ostile ma non mi sorprende – ha attaccato Leavitt, mostrando un articolo del 2021 – perché Amazon ha siglato una partnership con una branca della propaganda cinese». Poco prima Trump aveva chiamato Bezos per lamentarsi. Jeff Bezos è un «bravo ragazzo. Poi, parlando con i giornalisti, il presidente ha commentato: «Jeff è un bravo ragazzo. E’ stato fantastico, ha risolto il problema molto rapidamente e fatto la cosa giusta».
È stato fantastico, ha risolto il problema molto rapidamente e ha fatto la cosa giusta. Ho apprezzato», ha detto in serata il presidente a conferma della conversazione e del livello di tensione raggiunto. Bezos ha donato un milione di dollari per finanziare le celebrazioni del ritorno di Trump alla Casa Bianca, e ha attenuato la linea trumpiana del giornale di cui è editore, il Washington Post. Lo scontro è diventato poi un giallo, quando Amazon ha negato di aver mai voluto mettere in rilievo il prezzo dei dazi trumpiani sul costo dei prodotti in vendita online.
«Il team che gestisce il nostro negozio ultra low cost Amazon Houl – ha spiegato un portavoce – ha preso in considerazione l’idea di indicare i costi di importazione su alcuni prodotti, ma la linea non è stata approvata e non accadrà niente di tutto questo». Su Amazon Haul, già due ore dopo lo scoppio del caso, non erano più indicati i dazi.
Resta invece aperto lo scontro tra Bezos e Musk per la conquista dello spazio, una sfida che, come vedremo, passerà anche dai buoni rapporti che il fondatore di Amazon saprà mantenere con Trump. Lunedì notte il gigante delle vendite online ha lanciato dalla base di Cape Canaveral i primi ventisette satelliti della sua costellazione Kuiper, che punta a offrire una super connessione internet nello spazio. La missione appare in aperta competizione con Starlink, la compagnia di Musk che da anni ha avviato lanci in orbita per la copertura ultraterrestre.
Amazon ha investito più di dieci miliardi di dollari in questo progetto svelato nel 2019, con l’obiettivo di offrire una copertura di rete anche a zone remote del pianeta e territori segnati dalla guerra o disastrati. I costi del servizio sono al momento sconosciuti ma, in linea con il brand, dovranno essere stracciati, per competere con quello offerto da Musk. Il piano ricorda quello del miliardario sudafricano che con la sua costellazione Starlink ha finora dominato il mercato di internet via satellite ed è in netto vantaggio rispetto a Bezos, così come è avanti nel settore dei razzi.
Nella notte tra domenica e lunedì Starlink ha completato con successo un altro lancio. I satelliti in orbita sono circa settemila. Bezos punta a lanciare 3236 satelliti. Secondo il programma autorizzato dalla commissione federale sulle comunicazioni, Amazon dovrà aver inviato metà dei satelliti, cioè 1.618, entro metà del 2026, ma è probabile che la compagnia chiederà al governo di posticipare la scadenza. Mantenere i buoni rapporti con Trump potrebbe tornare utile a Bezos.

Il colosso danese Carlsberg afferma che in Danimarca i consumatori stanno boicottando Coca-Cola, per protesta contro la politica estera di Donald Trump, con le ripetute minacce di voler occupare il territorio danese della Groenlandia.
Lo riporta il Financial Times online, riferendo le dichiarazione dell’amministratore delegato di Calrsberg Jacob Aarup-Andersen, che imbottiglia il marchio statunitense nel Paese. “I nostri volumi di Coca-Cola sono leggermente in calo in Danimarca”, ha dichiarato Aarup-Andersen.
“C’è un certo boicottaggio da parte dei consumatori nei confronti dei marchi statunitensi” ed “è l’unico mercato in cui lo stiamo osservando in larga misura”. L’ad Carlsberg ha anche affermato che i marchi locali più piccoli stanno guadagnando quote di mercato rispetto ai marchi Usa, anche se l’impatto sulle vendite complessive “non è stato drammatico”. Le vendite del marchio locale Jolly Cola sono aumentate vertiginosamente, riferisce l’Ft, con la catena di supermercati Rema che ha dichiarato per il mese scorso un aumento delle vendite di 13 volte rispetto all’anno precedente a marzo.


(ANSA-AFP) – Tre astronauti cinesi sono tornati sulla Terra martedì dopo sei mesi trascorsi sulla stazione spaziale Tiangong (Palazzo celeste), concludendocosì la missione Shengzhou-19. Lo rivelano i media ufficiali cinesi, fra cui Cctv. La navicella spaziale con a bordo Cai Xuzhe, Song Lingdong e Wang Haoze è atterrata nella regione settentrionale della Mongolia Interna, secondo le immagini dell’emittente statale Cctv.
La Cina aveva posticipato il rientro dell’equipaggio, originariamente previsto per martedì, a causa delle cattive condizioni meteorologiche a terra. I tre astronauti della Shenzhou-19 lavoravano sulla stazione spaziale da ottobre. Lì hanno condotto numerosi esperimenti, hanno contribuito alla manutenzione di Tiangong e hanno stabilito il record per la più lunga passeggiata spaziale della storia, durata oltre 9 ore.
Uno dei tre astronauti della Shenzhou-19 è la 35enne Wang Haoze, ingegnere spaziale, diventata la terza donna cinese a raggiungere lo spazio, dopo Liu Yang nel 2012 e Wang Yaping nel 2013. L’equipaggio che ha lavorato per sei mesi a bordo del ‘Palazzo celeste’ era guidato da Cai Xuzhe, 48 anni, un astronauta veterano che aveva già partecipato alla missione Shenzhou-14. Il terzo è Song Lingdong, ex pilota dell’aeronautica militare di 34 anni, al suo primo volo nello spazio.
La scorsa settimana tre nuovi astronauti sono volati su Tiangong, segnando l’inizio della missione Shenzhou-20. Hanno vissuto lì per alcuni giorni con i loro colleghi della Shenzhou-19. Pechino ha investito miliardi di euro nel suo programma spaziale per raggiungere gli Stati Uniti e la Russia, e spera di inviare una missione con equipaggio sulla Luna entro il 2030 e di costruire poi una base lunare. (ANSA-AFP).
L’UNICO TAGLIO CHE È RIUSCITO AL “DOGE” MUSK È QUELLO AL SUO PATRIMONIO: L’ALLEANZA CON TRUMP GLI È COSTATA 113 MILIARDI DI DOLLARI, IL 25% DEL SUO PATRIMONIO – TESLA, L’UNICA SOCIETÀ DI MUSK QUOTATA IN BORSA, HA PERSO 448,3 MILIARDI DI DOLLARI DI VALORE DI MERCATO DAL 17 GENNAIO, PIÙ DEL DOPPIO DI QUANTO IL DIPARTIMENTO “DOGE”, GUIDATO DAL MILIARDARIO KETAMINICO, HA DICHIARATO DI AVER FATTO RISPARMIARE ALLO STATO FINORA…

Traduzione di un estratto dell’articolo di Dana Hull and Kurt Wagner
All’inizio di quest’anno Elon Musk è entrato a Washington come impiegato speciale del governo. Ottenendo un accesso senza precedenti ai corridoi del potere e dei dati, il miliardario ha portato un senso di caos in tutto il governo degli Stati Uniti. Si è unito agli incontri del presidente Donald Trump con i leader stranieri e i segretari di gabinetto, ha contribuito alle politiche di difesa e tariffarie e, soprattutto, ha sventrato decine di agenzie come volto pubblico del DOGE.
Durante la tumultuosa gestione di Musk, le sue aziende private – SpaceX, l’impresa di impianti cerebrali Neuralink e la startup di intelligenza artificiale XAI – hanno beneficiato di nuovi finanziamenti, mentre il valore del debito assunto quando ha convertito Twitter in X di proprietà privata è salito alle stelle.
Ma è stata Tesla […], l’unica società quotata in borsa di Musk e una delle principali fonti della sua ricchezza, a subire il peso della rabbia pubblica contro di lui e le sue politiche. Le azioni di Tesla sono crollate del 33% dall’insediamento. Le vendite […] sono crollate. In termini di ricchezza personale di Musk, l’alleanza con Trump gli è costata finora 113 miliardi di dollari, con un crollo della sua fortuna del 25% dal 17 gennaio, secondo il Bloomberg Billionaires Index.
“Si tratta di 100 giorni di distruzione”, ha dichiarato Elaine Kamarck, direttore del Center for Effective Public Management presso la Brookings Institution di Washington. “Il DOGE sta tagliando i muscoli, non il grasso. Elon Musk si sta prendendo la responsabilità delle decisioni di Trump e la gente ha deciso di odiare Musk più di Trump”.
[…] Se inizialmente Musk aveva promesso di tagliare 2.000 miliardi di dollari di sprechi nella spesa pubblica, secondo i conti di DOGE l’iniziativa ha risparmiato finora solo 160 miliardi di dollari. Il sentimento dell’opinione pubblica nei confronti del progetto è basso: il 57% degli americani disapprova il lavoro di Musk a Washington, rispetto a meno della metà di febbraio, secondo un sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos pubblicato lunedì.
Nel frattempo, Musk ha fatto arrabbiare abbastanza l’amministrazione Trump e il Congresso da incontrarsi più volte alla settimana con il capo dello staff della Casa Bianca Susie Wiles per tenerla informata delle sue mosse, secondo una persona che ha familiarità con le discussioni.
Un funzionario della Casa Bianca ha dichiarato che non c’è stato alcun cambiamento nello status di Musk come dipendente governativo speciale. Musk, Tesla e SpaceX non hanno risposto alle richieste di informazioni.
[…] Nessuna delle aziende di Musk ha subito un colpo maggiore di Tesla, spingendo investitori e analisti a chiedere pubblicamente il ritorno di Musk. La società ha perso 448,3 miliardi di dollari di valore di mercato dal 17 gennaio, più del doppio di quanto DOGE ha dichiarato di aver salvato finora.
Le auto, gli showroom e le stazioni Supercharger di Tesla hanno subito un’ondata di proteste e sporadici atti di incendio doloso e vandalismo. Il Cybertruck, il veicolo in acciaio inossidabile più strettamente associato allo stesso Musk, è stato un bersaglio particolare.
Dopo il peggior trimestre di Tesla degli ultimi anni, Musk ha finalmente riconosciuto il dolore al culmine della telefonata di presentazione degli utili di Tesla della scorsa settimana.
“C’è stato un contraccolpo per il tempo che ho dedicato al governo”, ha detto. A partire da maggio, il suo “tempo dedicato a DOGE diminuirà in modo significativo”.
[…]
A differenza di Tesla, SpaceX ha beneficiato soprattutto del periodo trascorso da Musk a Washington. Sebbene molti pensino a Musk come all’amministratore delegato di Tesla, il modo migliore per comprenderlo è come un appaltatore governativo di lunga data.
L’influenza è stata subito evidente dal discorso di insediamento del presidente, quando Trump ha fatto eco all’entusiasmo di Musk per la spedizione su Marte.
Trump ha poi scelto Jared Isaacman per guidare la NASA, nominando un miliardario che ha pagato due volte per volare a bordo delle capsule SpaceX. A febbraio, il Dipartimento di Giustizia ha ritirato una causa contro SpaceX per discriminazione sul lavoro.
Negli ultimi mesi, SpaceX ha beneficiato di un sostegno governativo ancora maggiore. Il Dipartimento della Difesa ha assegnato a SpaceX 5,9 miliardi di dollari per mandare in orbita i satelliti di intelligence, una cifra superiore a quella ottenuta dai concorrenti. Ha ottenuto l’appoggio dei repubblicani per un ruolo maggiore in uno sforzo federale da 42 miliardi di dollari per portare la banda larga nell’America rurale, suscitando le proteste dei democratici.
Presso la Federal Aviation Administration, Musk ha incaricato gli ingegneri di SpaceX di installare i terminali Starlink in tutto il sistema dello spazio aereo statunitense. I dipendenti sono stati avvertiti che se avessero ostacolato i progressi sarebbero stati segnalati a Musk e avrebbero rischiato di perdere il posto di lavoro, ha riferito Bloomberg News.
Musk ha anche trascorso del tempo al Pentagono, un grande cliente di SpaceX. Musk, da tempo in possesso di un’autorizzazione di sicurezza per gli Stati Uniti, ha persino visitato l’impianto aeronautico militare della rivale Boeing in Texas per ispezionare i jet presidenziali Air Force One di prossima generazione, una priorità di Trump in ritardo di anni rispetto ai tempi previsti. La sua visita a dicembre, prima dell’insediamento, ha evidenziato la particolare pressione che Boeing e altri hanno subito con Trump di nuovo al potere e Musk al suo fianco.
[…]
L’influenza di Musk alla Casa Bianca lo ha aiutato a risolvere rapidamente una causa con Trump per la decisione di X – allora noto come Twitter – di bandire il presidente nel 2021 dopo l’insurrezione del 6 gennaio in Campidoglio. E ha spinto gli inserzionisti a tornare su X dopo anni di difficoltà, quando le aziende cercavano di evitare di attirare le ire di due degli uomini più potenti del pianeta.
“State comprando un’assicurazione, non state comprando pubblicità”, ha dichiarato a Bloomberg Lou Paskalis, veterano del settore pubblicitario e CEO della società di consulenza AJL Advisory.
X è improvvisamente pronta per il suo primo anno di crescita dei ricavi dal 2021. Le banche che detengono miliardi di dollari di debiti derivanti dall’acquisizione di X da parte di Musk – recentemente considerata il peggior buyout dalla crisi finanziaria del 2008 – sono finalmente in grado di scaricarli senza subire perdite.
Altri investitori hanno riacquistato X a una valutazione vicina a quella pagata da Musk per la società alla fine del 2022. Sono stati ricompensati poche settimane dopo, quando Musk ha acquisito X attraverso la sua startup di intelligenza artificiale, XAI, a una valutazione simile. Gli investitori di X hanno ora azioni di un’impresa di intelligenza artificiale che si dice stia raccogliendo fondi per una valutazione di 120 miliardi di dollari.
[…]
Musk si è poi scontrato sulla politica tariffaria di Trump – uno dei punti cardine dell’amministrazione – con il consigliere presidenziale per il commercio Peter Navarro, che Musk ha definito “più stupido di un sacco di mattoni”. Ha anche sottolineato l’impatto negativo delle tariffe di Trump durante la telefonata sugli utili di Tesla e ha detto che, nonostante abbia cercato di convincere Trump del contrario, il presidente “ha il diritto di fare ciò che vuole”.
Nell’annunciare la sua uscita di scena dal governo, il miliardario ha lasciato aperta la possibilità di fornire consulenza a Trump fino alla fine dell’amministrazione. “Dovrò continuare a farlo, credo, probabilmente per il resto del mandato del presidente, solo per assicurarmi che gli sprechi e le frodi che abbiamo fermato non tornino a ruggire”, ha detto durante la telefonata sui guadagni di Tesla.
Per Trump, parlando con i giornalisti la scorsa settimana, il ruolo di Musk nell’amministrazione sembrava già passato.
“È stato di enorme aiuto, sia in campagna elettorale che per quanto riguarda il lavoro svolto con il DOGE”, ha detto Trump.
Canada, Liberali in trionfo con Carney grazie al «fattore Trump». Ma manca la maggioranza assoluta
Marck Carney riconfermato primo ministro. La telefonata del presidente degli Usa. «Ora si tratta tra pari»
Il Partito liberale ha vinto le elezioni in Canada e Mark Carney è riconfermato primo ministro. Doppia sconfitta per il suo diretto avversario, il leader del Partito Conservatore Pierre Poilievre che ha perso anche il seggio di deputato che deteneva da vent’anni. In calo il Bloc Québécois, crolla la sinistra del New Democratic Party, il cui leader si è dimesso.
Carney ieri ha parlato con Donald Trump, che si è congratulato con lui, e insieme «hanno concordato sull’importanza della collaborazione tra Canada e Stati Uniti, come nazioni indipendenti e sovrane, per il loro reciproco miglioramento», riferisce una nota dell’ufficio del premier. «A tal fine, i leader hanno concordato di incontrarsi di persona nel prossimo futuro». Ai giornalisti che fuori dal palazzo del governo a Ottawa gli hanno chiesto quando sarebbe avvenuto il faccia a faccia, si è limitato a rispondere: «Vedremo, ma lo faremo come due nazioni sovrane». E in un’intervista alla Bbc ha aggiunto: «Tratteremo alle nostre condizioni».
Salvo sorprese dopo il riconteggio ufficiale, Carney non è riuscito per soli tre seggi a conquistare la maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni, ossia almeno 172 dei 343 seggi che gli avrebbero permesso di governare senza il sostegno dei partiti minori: il Partito Liberale si è fermato a 169 contro i 144 dei Conservatori. Più ridotto lo scarto in termini di voti: 43,7% contro 41,3%. Il Paese è spaccato e Carney dovrà ora cercare alleati. I 7 seggi del New Democratic Party, i 22 del Bloc Québécois e l’unico rimasto al Green Party saranno l’ago della bilancia del futuro governo.
Carney è eletto per la prima volta alla Camera dei deputati dopo aver conquistato il seggio di Nepean, a Ottawa. Ha aspettato che Poilievre ammettesse la sconfitta, nella notte, prima di presentarsi davanti alle telecamere per il discorso della vittoria. Ha ammesso che il Paese è diviso: «Milioni di canadesi avrebbero preferito un risultato diverso» e ha invitato all’unità contro la minaccia esterna, oggi impersonata da Trump. «Dobbiamo anche riconoscere che il nostro mondo è cambiato radicalmente», ha detto. «Ma saremo consapevoli di avere molte altre opzioni per costruire la prosperità per tutti i canadesi».
È il quarto mandato consecutivo per i Liberali, che governano ininterrottamente dal 2015. Determinante per la fulminea rimonta del Partito, a inizio anno sotto ai Conservatori di oltre 20 punti in tutti i sondaggi, è stato proprio «il fattore Trump»: anche nel giorno del voto, il tycoon è entrato a gamba tesa nella vita politica dei vicini, invitandoli a mettere il suo nome sulla scheda elettorale.
Fino all’ultimo Poilievre ha cercato di riportare la campagna sui binari della politica domestica: l’inflazione, la mancanza di case, il «cambiamento necessario» dopo un decennio di governo liberale. Pur essendo meno estremista di Trump, la sua retorica populista non ha convinto. Forse per la prima volta, i canadesi non hanno scelto un partito, o un rappresentante locale, ma un leader per la nazione. «I Liberali sono stati molto abili a usare la carta della paura», ha detto ieri il leader del Bloc Québécois, Yves-François Blanchet, dicendosi però pronto a lavorare con il governo per un anno, perché «l’ultima cosa che vuole il popolo del Québec è l’instabilità».
Mark Carney, chi è l’«uomo in grigio» che ha vinto le elezioni in Canada (e ora darà battaglia a Trump)
Elezioni in Canada, il ritratto del vincitore, il liberale che deve tutto il suo successo a Donald Trump e all’hockey
Mark Carney, il neofita della politica canadese, eletto per la prima volta alla Camera dei Comuni e confermato primo ministro dopo poco più di un mese di campagna forsennata, deve tutto il suo successo a Donald Trump e all’hockey. Il presidente americano, con i suoi attacchi continui, gli ha messo su un piatto d’argento le frasi giuste per galvanizzare gli elettori – «Non saremo mai il 51° stato degli Usa», la più citata nei suoi comizi – mentre lo sport più amato dai canadesi gli ha fornito lo slogan ad effetto per conquistare definitivamente i loro cuori: “Elbows up”, gomiti alzati, termine che nell’hockey descrive un modo efficace per proteggersi da un avversario.
Il sessantenne Carney è la quintessenza dell’uomo in grigio, lontano anni luce dal glamour che fece trionfare Trudeau nel 2015. Eppure l’economista serio e noioso è riuscito a convincere i canadesi che solo lui ( forse) potrà domare il capriccioso Trump. Presenza costante in campagna elettorale, la moglie Diana Fox Carney, sposata nel 1965. Anche lei economista, è riuscita a dare un po’ di colore ai suoi comizi, presentandolo come «un uomo calmo, serio, ma pronto a raccogliere ogni sfida».
Carney non si era mai prima d’ora candidato per una carica elettiva ma non si può certo dire un debuttante del mondo politico. I liberali lo corteggiano da oltre un decennio. È stato uno dei più ascoltati consiglieri dell’ex premier Justin Trudeau nella fase post-Covid. E nessuno infine si è stupito quando l’ex capo della Banca centrale si è fatto avanti dopo le dimissioni di Trudeau dello scorso gennaio e poi, alle plenarie di marzo, ha sbaragliato gli altri candidati, ex ministri e politici di lungo corso.
Nato a Fort Smith, nei Territori del Nord-Ovest, Carley è cresciuto a Edmonton, in Alberta. I suoi genitori erano entrambi insegnanti. Da bambino, ha giocato a hockey come portiere per la squadra di Laurier Heights.
Il suo curriculum scolastico è di tutto rispetto: laurea in economia all’Università di Harvard, master e un dottorato all’Università di Oxford. Poi il salto nel mondo del lavoro: per 13 anni a Goldman Sachs, tra Londra, Tokyo, New York e Toronto, fino alla nomina a governatore della Banca centrale canadese, nel 2008, proprio l’anno in cui scoppia la Grande Recessione mondiale. Il Canada, anche grazie alla sua guida, è uno dei Paesi che ne esce meglio.
Nel 2013 viene scelto come governatore della Banca d’Inghilterra, primo straniero nella storia dell’istituzione, e affronta la Brexit. Lascia l’incarico nel 2020. L’anno prima era stato scelto dalle Nazioni Unite come Inviato speciale per l’azione per il clima. Quindi è tornato al privato, ai vertici di alcune grandi corporation e della società di investimento Brookfield Asset Management, colosso con importanti investimenti in Cina.
«Mi sono preparato per tutta la vita a questo incarico», ha detto accettando la leader del Partito liberale a marzo. In poche settimane è riuscito nel miracolo di resuscitare il partito, superare i conservatori che da due anni in tutti i sondaggi erano dati sicuri vincitori alle urne, e conquistare al voto la premiership. L’uomo più adatto, per i canadesi, a guidare il Paese nel durissimo braccio di ferro con l’America di Trump.
Anti-Trump ma non woke: Carney dà una lezione anche ai democratici
Da lui ci si può aspettare un forte appoggio a Kiev e alla linea europea sull’Ucraina, oltre alla massima apertura a un rafforzamento delle relazioni commerciali ed energetiche con l’Ue
Una volta tanto un’elezione il cui risultato si spiega facilmente. I canadesi votavano su chi possa meglio tener testa a Donald Trump. Hanno scelto il liberale Mark Carney, Primo Ministro uscente da meno di due mesi, che aveva impostato la campagna sulla resistenza a Trump sia sull’americanizzazione del Canada che sui dazi.
Con più del 90% dei canadesi che vogliono restare tali, il leader conservatore, Pierre Poilievre, aveva l’erba tagliata sotto i piedi. Pur facendosi anch’egli campione dell’indipendenza nazionale dalle avances trumpiane, trovava già occupato il posto di anti-Trump. Si è rifugiato nel messaggio di cambiamento dopo un decennio di stagnazione economica e crescente costo della vita.
In circostanze normali gli avrebbe assicurato la vittoria; grazie a Trump, non gli è bastato. Alle prese con l’impopolarità accumulata da Justin Trudeau in 10 anni di tre governi – sì, in democrazia, il potere logora anche chi ce l’ha – Carney ne ha però raccolto il manto anti-Trump, dandogli un’impronta di sobrietà e competenza forse ancor più stridente con l’erraticità del Presidente americano.
L’antitesi a Trump gli ha dato la vittoria. A conteggi non ancora ultimati, forse non sufficiente alla maggioranza di 172 seggi in Parlamento, ma sicuramente ad assicurargli di rimanere Primo Ministro in un governo di minoranza con l’appoggio esterno dei partiti minori – Blocco Québec autonomista, Npd di sinistra e Verdi, tutti in arretramento – come del resto gli ultimi due governi di Trudeau.
Il risultato capovolge il distacco di ben 25 punti a favore di Poilievre nei sondaggi di gennaio. Solo in parte hanno contribuito a riassorbirlo le dimissioni di Trudeau e l’affidabilità di Carney, con provate duplici credenziali di Governatore della Banca Centrale del Canada e, poi, di Uk – quest’ultimo posto durante i tempestosi anni di Brexit.
Il fattore decisivo è stato Donald Trump che gli ha spianato la via con l’ossessiva pretesa di far diventare il Canada il 51mo Stato a stelle e strisce. L’ha ripetuto a chiare lettere su Truth Social mentre i canadesi andavano alle urne. I canadesi non ne vogliono sapere. Sorvolando sulla sfacciataggine di un’interferenza elettorale sul più stretto alleato degli Stati Uniti, Trump ha dato il bacio della morte a Poilievre. Il quale, pur fermissimo su indipendenza nazionale e difesa degli interessi commerciali canadesi, condivide molti atteggiamenti di Trump, in particolare l’avversione alla “cultura woke”. Ma, con Carney alla guida, i liberali canadesi sono affrancati dal wokismo. Una lezione per il Partito Democratico a Sud del confine?
Vista dall’Italia, la scelta canadese di affidarsi a Carney in una congiuntura nazionale particolarmente difficile per motivi endogeni (economia) oltre che per lo squilibrato rapporto con il grande vicino – come “condividere un letto matrimoniale con un elefante” è una battuta che predata Trump – non dovrebbe stupire.
Abbiamo una lunga storia di emergenze superate con successo grazie a Presidenti del Consiglio provenienti dalla Banca d’Italia: Mario Draghi, Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini. A testimonianza dell’importanza, nelle democrazie, dell’indipendenza delle banche centrali – altro indiretto avviso al giocherellare di Trump con Jerome Powell alla guida della Fed.
Le conseguenze internazionali della vittoria di Mark Carney vanno oltre il rapporto bilaterale con gli Usa. Quest’anno il Canada ha la presidenza del G7 e ospiterà il vertice a Kananaskis, in Alberta, dal 15 al 17 giugno, a ridosso del vertice Nato dell’Aja (24-25) cui segue a ruota il Consiglio europeo del 26-27 giugno.
A Kananaskis, Donald Trump non solo non troverà una presidenza canadese più compiacente di quanto lo sarebbe stata con Trudeau ma si confronterà con un inossidabile leader canadese che ha un orizzonte politico (2029) più lungo del suo (2028). Da Carney ci si può aspettare un forte appoggio a Kiev – immediate e calorose le congratulazioni di Zelensky – e alla linea europea (o dei “volenterosi” franco-britannici…) sull’Ucraina, nonché la massima apertura ad un rafforzamento delle relazioni commerciali ed energetiche con l’Ue. Visto dalla Casa Bianca, il voto canadese non rallegra certo il compimento dei fatidici primi 100 giorni della seconda presidenza Trump.
Ma c’è una cosa che rallegra quanti abbiano a cuore la democrazia e la correttezza istituzionale, fondamentale al suo funzionamento: la rapidissima concessione dello sconfitto Pierre Poilievre, a conteggi ancora in corso, col sorriso sulle labbra pur con il suo stesso seggio ancora in predicato. Reciprocata prontamente da Mark Carney. Come si usava fare negli Stati Uniti. Prima di Donald Trump.


Kristi Noem ha stretto la mano agli agenti di frontiera, ha girato in ATV e ha fatto un giro in elicottero — in perfetto stile eroina da film d’azione — per celebrare il drastico calo degli attraversamenti illegali al confine meridionale.
Le foto glamour della visita di Noem al confine, pubblicate martedì sull’account X del DHS, celebravano “il confine più sicuro della storia americana” dopo i primi 100 giorni della presidenza Trump. Nelle foto, Noem sfoggia il suo Rolex d’oro da 60.000 dollari, lo stesso che aveva indossato nella famigerata prigione infernale di El Salvador e in un incontro con il ministro degli Esteri colombiano lo scorso mese. «Il mondo sta ascoltando il nostro messaggio: non venite illegalmente in questo Paese. Se lo fate, vi arresteremo, vi deporteremo e non tornerete mai più» ha dichiarato il DHS nel post.
Solo nove migranti illegali sono stati lasciati entrare negli Stati Uniti durante i primi 100 giorni di Trump, secondo quanto riferito dallo zar del confine di Trump, Tom Homan. Un calo del 99,99% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando 184.000 cosiddetti “gotaways” (fuggitivi) furono autorizzati a entrare nel Paese sotto l’ex presidente Joe Biden.
Gli attraversamenti illegali al confine tra Stati Uniti e Messico sono effettivamente crollati quest’anno. Il mese scorso, gli agenti di frontiera hanno registrato a malapena 7.000 ingressi illegali — un minimo storico.
Si tratta di un calo del 94% rispetto ai 137.000 individui che avevano attraversato il confine nello stesso mese dell’anno scorso. A febbraio sono entrati 8.300 migranti illegali — il numero più basso da almeno 25 anni.
Tuttavia, il numero di deportazioni è inferiore rispetto all’anno scorso — forse perché le autorità hanno meno persone da deportare.

DERAGLIA L’ECONOMIA USA. BORSE MONDIALI IN FRENATA
(Il Sole 24 Ore Radiocor) – La sbandata del Pil americano, per la prima volta in contrazione dal 2022, trascina giù i mercati azionari globali. Le Borse europee, già in affanno dopo un’infornata di dati macro contraddittori e alcune trimestrali poco brillanti soprattutto sul fronte bancario, virano tutte in negativo. A Wall Street i tre principali indici (S&P, Dow Jones e Nasdaq) si muovono in deciso ribasso.
I dazi rimangono protagonisti sui mercati mondiali all’indomani della decisione del presidente Usa, Donald Trump, di alleggerire le tariffe extra sulle auto, dando sollievo a un settore già in forte sofferenza. Mentre prosegue la stagione delle trimestrali, gli occhi sono su Wall Street per i conti delle Big Tech.
Così, a Piazza Affari il FTSE MIB, che in avvio aveva toccato i 38.000 punti, ha virato in negativo, appesantito dal comparto bancario. In rosso anche l’IBEX 35 -2,09% di Madrid, dove alle conseguenze del blackout si sommano i tonfi di Santander e Caixa. In ribasso anche il CAC 40 -0,17% di Parigi e il DAX 40 -0,31% di Francoforte, con le vendite al dettaglio che in Germania a marzo sono calate dello 0,2% (contro attese di -0,4%) e l’inflazione che ad aprile è cresciuta dello 0,4% sul mese, e del 2,1% sull’anno.

Kamala torna in campo (e suo marito viene licenziato)
Kamala Harris si è fatta fotografare tra la gente durante gli incendi in California, sta valutando se correre per la poltrona di governatore dello Stato, ma per lo più da novembre ha mantenuto un profilo basso. Stasera nella sua San Francisco, l’ex vicepresidente di Biden ritornerà sulla scena politica con il primo importante discorso da quando è stata sconfitta da Trump. Il suo staff anticipa un discorso duro sui primi cento giorni del rivale.
Dirà che di fronte alle sue politiche economiche, «alla minaccia per le istituzioni e per la leadership globale» gli americani devono reagire. Parlerà al gala dell’associazione Emerge America, che prepara le donne che vogliono candidarsi in politica nel partito democratico.
Nel frattempo ieri l’amministrazione Trump ha licenziato suo marito, che è ebreo e molto attivo contro l’antisemitismo, dal consiglio direttivo del museo dell’Olocausto. Qualche settimana fa Harris ha parlato a una conferenza sulla leadership femminile dicendo che «il coraggio è contagioso» e pare che punti a sviluppare questo tema. Ma il New York Post la deride descrivendo l’evento come una passerella per l’élite con pacchetti da 50 mila dollari per i grossi sponsor e 250 dollari per un ingresso singolo.
I media americani dicono che Harris deciderà entro l’estate se candidarsi a governatrice della California nel 2026, e che questo significherebbe rinunciare a correre per la nomination democratica nel 2028, cosa che finora non ha escluso. L’ex vicepresidente sembra attribuire a forze strutturali al di fuori del suo controllo la sconfitta di novembre (incluso il ritiro all’ultimo minuto di Biden).

Il dem Pritzker chiama a ‘proteste di massa’, appello è virale
(ANSA) – Il governatore dell’Illinois JB Pritzker, in un infuocato discorso di circa 30 minuti domenica scorsa a Manchester, nel New Hampshire, ha invitato alla mobilitazione contro le politiche di Trump: ‘È ora di combattere ovunque e tutti insieme”, ha detto al gruppo di attivisti, funzionari e donatori democratici, che si sono alzati in piedi tra grida e applausi.
“Mai prima d’ora nella mia vita ho chiesto proteste di massa, mobilitazioni, disordini. Ma ora lo faccio. Questi repubblicani non possono conoscere un momento di pace. La resa dei conti è finalmente arrivata”, ha dichiarato come riporta il Nyt. Per l’amministrazione Trump, ovviamente, ma anche per il suo stesso partito. Ora il suo discorso è diventato virale in rete e ha alimentato insinuazioni che la sua apparizione rappresenti l’apertura delle primarie democratiche del 2028.
Nella lotta per il futuro del Partito Democratico, Pritzker, il cui nome girò come possibile candidato al ticket presidenziale con Kamala Harris, è emerso come leader di una fazione ribelle che invoca attacchi a tutto campo e senza remore contro Trump.
Pritzker detiene una tripla corona nella politica democratica: è allo stesso tempo uno dei rappresentanti eletti più importanti del partito, uno dei donatori più generosi e il candidato presidenziale più chiacchierato per il 2028. “Sono uno di coloro che guidano la lotta, e questo è il mio ruolo”, ha dichiarato in un’intervista prima del suo discorso. “Abbiamo fatto moltissimo in Illinois, e potremmo fare altrettanto in altri stati”, ha aggiunto.

MEDIA, CINA STILA UN ELENCO DI PRODOTTI USA ESENTI DA DAZI
(ANSA) – La Cina ha stilato un elenco di prodotti realizzati negli Stati Uniti che sarebbero esentati dai dazi del 125% e sta informando discretamente le aziende della politica adottata: lo riporta Reuters sul suo sito.
La Cina ha già concesso esenzioni tariffarie sui prodotti selezionati, tra cui prodotti farmaceutici, microchip e motori aeronautici, e ha chiesto alle aziende di identificare i beni essenziali di cui necessitano l’esenzione dai dazi, aveva già scritto Reuters nei giorni scorsi. Tuttavia, l’esistenza di una cosiddetta “lista bianca” non era stata precedentemente segnalata.
PECHINO, PREZIOSA STABILITÀ IN ECONOMIA DA RAPPORTO CINA-UE
(ANSA-AFP) – La Cina afferma che le sue relazioni con l’Unione Europea “porteranno una preziosa stabilità” all’economia e al commercio mondiale, mentre cerca alleati che la aiutino ad affrontare la situazione di stallo commerciale con Washington. “Difendendo congiuntamente il sistema commerciale multilaterale nel contesto attuale”, la Cina e l’Unione Europea “porteranno una preziosa stabilità e una maggiore prevedibilità all’economia e al commercio globali”, ha affermato Guo Jiakun, portavoce del Ministero degli Affari Esteri cinese, durante una conferenza stampa.
DAZI: TRUMP, I CINESI VOGLIONO UN ACCORDO
(AGI) – Il presidente Donald Trump ha detto nel corso del comizio in Michigan che i cinesi “vogliono trovare un accordo” con gli Stati Uniti sui Dazi. Trump ha difeso la sua decisione, inclusi i Dazi a Messico e Canada, accusati di essere “sovvenzionati” dagli Usa. Trump ha anche criticato Wall Street, per aver reagito negativamente ai Dazi, dicendo: “Noi vogliamo proteggere la gente, non i politici”.
Svolta di Trump: niente dazi a chi produce auto negli Usa. Scontro con Bezos su Amazon
Il segretario al Tesoro Bessent: «C’è l’accordo con l’India, con l’Europa trattativa complessa per il nodo tasse». Elkann, presidente di Stellantis: «Bene l’alleggerimento delle tariffe, guardiamo con fiducia alla Casa Bianca»
L’Amministrazione Usa allenta i dazi sulle importazioni di auto negli Stati Uniti e prevede un piano di rimborsi per la quota già versata dalle case produttrici in questo mese sull’import di componenti. L’obiettivo resta quello di riportare negli Stati Uniti il grosso della produzione e nel frattempo alleggerire i costi della transizione per le aziende.
Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo ieri pomeriggio a bordo dell’Air Force One che lo portava in Michigan dove ha tenuto un discorso, in modalità comizio, per evidenziare i 100 giorni della sua presidenza. Ha definito – parlando con i reporter al seguito – il piano «un aiuto, una transizione». Va incontro alle richieste dei costruttori che nelle ultime settimane hanno fatto pressioni sull’Amministrazione.
I dazi restano in vigore, sia quelli scattati il 2 aprile sia quelli sulla componentistica previsti per il 3 maggio. Tuttavia, vi sono degli alleggerimenti. Alle case automobilistiche non sarà addebitata una doppia tariffa, ovvero non pagheranno la quota legata all’import di alluminio e acciaio. E ci saranno inoltre modifiche alle imposizioni doganali sui componenti straniere delle auto. I produttori vengano rimborsati sino al 3,75% del valore dell’auto su quanto spendono in dazi. La misura è retroattiva. Il prossimo anno la percentuale scende al 2,5%.
In un briefing con i reporter, un funzionario dell’Amministrazione ha spiegato che il piano prevede che un’auto costruita con l’85% di componenti negli Stati Uniti non pagherà dazi, il prossimo anno la percentuale salirà al 90%. Sono step progressivi che rientrano nella filosofia esposta dal segretario al Commercio Howard Lutnick che ha specificato che qualsiasi auto la cui produzione sarà finita negli Stati Uniti non verserà dazi. La misura vale sia per le aziende Usa – che riportano entro i confini nazionale la produzione – sia per le case straniere.
L’idea dell’alleggerimento dei dazi nasce dalla necessità di offrire alle case automobilistiche la possibilità di aumentare la produzione domestica e rafforzare la supply chain della componentistica in un tempo più esteso senza avere la pressione di tariffe al 25% e altre forme di dazi da far fronte subito. Soddisfatti i Ceo delle principali case automobilistiche. John Elkann, presidente di Stellantis, in una nota, ha spiegato che «Stellantis apprezza le misure di alleggerimento sui dazi decise dal presidente Trump. Mentre valutiamo ulteriormente l’impatto delle politiche tariffarie sulle nostre attività in Nord America, guardiamo con interesse alla nostra continua collaborazione con l’Amministrazione Usa per rafforzare l’industria automobilistica Usa e stimolare l’export».
Sulla stessa linea Jim Farley, ceo di Ford secondo cui le decisioni di Trump «aiuteranno a mitigare l’impatto dei dazi su produttori, fornitori e clienti». Il fronte delle tariffe ha acceso – e spento qualche ora dopo – anche un’altra rivalità ieri dopo che il sito Punchbowl ha riferito che Amazon era pronta a mettere in evidenza il costo dei dazi nei prezzi dei suoi prodotti. Un’indiscrezione che ha attirato alla società forti critiche della Casa Bianca. La portavoce Karoline Leavitt ha definito l’operazione di Amazon «un atto politico e ostile».
Poi Amazon ha precisato che «il team che gestisce il nostro store ultra-low cost Amazon Haul ha preso in considerazione l’idea di indicare i costi di importazione su alcuni prodotti. Questa ipotesi non è mai stata approvata e non verrà attuata». A chiudere però il braccio di ferro è stata una telefonata fra Trump e Bezos. Prima di partire per il Michigan, Trump ha detto che «Jeff Bezos è un bravo ragazzo. È stato fantastico, ha risolto il problema molto rapidamente e ha fatto la cosa giusta. Ho apprezzato». Trump ha anche annunciato che è stato raggiunto un accordo con l’India. È il primo Paese con cui gli Usa chiudono un’intesa legata ai dazi.
Bessent ha spiegato che negoziati sono in fase avanzata anche con altri Paesi dell’Asia mentre è più «complessa invece la situazione con l’Europa», per via – la spiegazione del segretario al Tesoro – di «diverse barriere non tariffarie che rendono eterogenea la situazione» nella Ue. Ha citato ad esempio Italia e Francia che «hanno imposto ingiuste tasse sui servizi digitali per i nostri internet provider», a differenza «di Germania e Polonia».

La mini tregua Russia-Ucraina «è l’inizio dei negoziati». Ma Putin insiste sulle regioni occupate
Lavrov in versione colomba. Lo zar oscilla tra voglia di compiacere gli Usa e retorica sul nuovo ordine globale
Nello scrigno del patriottismo russo si è liberato un posto anche per l’America. Al Parco della Vittoria, sterminato museo dedicato alla Grande Guerra Patriottica, il giorno prima della terza visita di Steve Witkoff a Mosca è stata inaugurata una piccola esposizione, intitolata «Incontro sull’Elba». Due teche, qualche foto e qualche reperto d’epoca, posizionate in un angolo dell’atrio, che illustrando lo storico incontro sul fiume tedesco dei soldati sovietici con quelli americani, avvenuto il 25 aprile 1945, sembra avere lo scopo di attribuire un ruolo anche a questi ultimi nella vittoria sul nazifascismo.
Alla vigilia della festa dell’ottantesimo anniversario, questo inedito omaggio da parte di una nazione molto gelosa del proprio passato indica un evidente tentativo di ricreare la narrazione di una amicizia con gli Usa, che negli ultimi vent’anni erano stati dipinti come i grandi nemici di madre Russia. «Una volta giunti insieme nella piazza del paese di Torgau, ci siamo abbracciati in un modo così fraterno che abbiamo fatto a meno degli interpreti», scrive il tenente Mikhail Cizhikov in una lettera.
Chissà se questa politica dell’adulazione basterà a tenere buono Donald Trump, che non ha mai mostrato grande interesse per la storia contemporanea. All’improvviso Vladimir Putin si trova in equilibrio tra la necessità di non gettare al vento l’apertura di credito giunta dal nuovo corso della Casa Bianca, e la predicazione del nuovo mondo multipolare, che va in direzione contraria agli interessi Usa. Ieri, dati cause e contesto, era il turno della seconda opzione.
All’annuale Forum internazionale dello Stato dell’Unione russo-bielorussa, che si è svolto a Volgograd, l’ex Stalingrado, il presidente russo ha ribadito la necessità a suo avviso urgente «di formare insieme un assetto mondiale multipolare più equo, basato sulla nuova architettura di una sicurezza paritaria ed indivisibile, che protegga in modo sicuro tutti gli Stati senza danneggiare gli interessi di nessuno». E questo bisogno «si pone con particolare attualità per l’Eurasia» è stata la conclusione.
È un discorso che quasi segna un ritorno ai temi utilizzati in maniera massiccia negli ultimi anni e finiti in soffitta dopo l’avvio dell’intesa cordiale con il nuovo amico americano, che negli ultimi giorni sembra battere in testa. Il rinnovato attivismo di Sergey Lavrov può essere preso come esempio della necessità di coprirsi le spalle su due fronti opposti. Lunedì, il ministro degli Esteri aveva posto una lista delle condizioni russe per un cessate il fuoco di lunga durata che sembrava un dito nell’occhio per Usa e Ucraina. Ieri invece, in versione colomba, l’esperto diplomatico ha cambiato spartito, definendo la proposta di Putin per un cessate il fuoco di tre giorni dall’8 al 10 maggio come «un avvio di negoziati diretti» con Kiev «senza precondizioni», mentre ha rimandato al mittente la controproposta ucraina di una tregua di almeno 30 giorni bollandola come «una precondizione».
A forza di tirarla lunga e di chiedere «approfondimenti», anche a Mosca si sta diffondendo la sensazione che ormai Putin non possa sottrarsi a un accordo con gli Usa che preveda qualche concessione. Secondo l’agenzia Bloomberg, il Cremlino invece continuerebbe a insistere sul fatto che la Russia dovrà assumere il controllo integrale delle quattro regioni dell’Ucraina parzialmente occupate. Ma neppure questo sembra placare l’ansia della galassia ultranazionalista, che vorrebbe andare ben oltre. Nikolaj Patrushev era il «fratello maggiore» del presidente, il falco della verticale del potere che con parole e opere ha trascorso una vita intera a fare apparire il suo Capo come un moderato. Oggi semplice assistente e capo del Collegio marittimo, rilascia interviste non proprio concilianti.
«Gli abitanti delle regioni ucraine anche quelle adiacenti al Mar Nero» ha detto in quella di ieri «devono determinare da soli il proprio futuro. E non vogliono sottomettersi passivamente all’illegittimo potere di Kiev. Ritengo che Odessa e la stragrande maggioranza dei suoi abitanti non abbiano nulla in comune con quel regime neonazista». Intanto, Kirill Dimitriev e Yuri Ushakov, i due principali negoziatori con gli Usa, continuano a evocare «lo spirito dell’Elba» nelle loro dichiarazioni pubbliche.
Ma Trump vuole un accordo e lo vuole in fretta. Comunque, la mostra sull’incontro tra soldati sovietici e americani verrà chiusa il 18 maggio, molto dopo la grande festa nazionale russa e l’afflusso di milioni di visitatori al Parco della Vittoria.
Putin respinge la tregua duratura, Rubio: “Mediazione a rischio”
Il presidente russo incontra Lukashenko. Lavrov insiste: “Pronti a negoziati diretti con Kiev”. Medvedev torna a minacciare la Nato. E l’inviato Patrushev rivendica la città di Odessa
Vladimir Putin non cede alle pressioni. Alla sempre più manifesta impazienza degli Stati Uniti per una pace in Ucraina risponde più coi simboli che con le parole. Dopo aver affidato a un comunicato la sua proposta di una risicata tregua di 72 ore a cavallo del 9 maggio, Giorno della Vittoria sul nazismo, si mostra al fianco del suo alleato bielorusso Aleksandr Lukashenko a Volgograd, l’ex Stalingrado, “città eroica”. Insieme i due capi di Stato depongono corone di fiori davanti alla fiamma eterna e sulla tomba del maresciallo sovietico Vasilij Chujkov sulla collina di Mamaev Kurgan sovrastata dagli 85 metri di acciaio della Madre Patria con la spada sguainata.
«Dobbiamo fare di tutto per resistere alla rinascita del nazismo», promette a un forum dedicato all’80° anniversario della vittoria sul Terzo Reich che la Battaglia di Stalingrado accelerò. «La comunità mondiale deve lavorare insieme per creare una nuova architettura di sicurezza equa e indivisibile». Putin si trincera dietro a prudenti allusioni e velate punzecchiature, estremo tentativo di non incrinare il precario dialogo con gli Stati Uniti. Lascia che siano i suoi più fidati collaboratori a lanciare messaggi più espliciti, a partire dal rifiuto della tregua di 30 giorni immediata e totale caldeggiata sia da Washington che da Kiev.
Cessare il fuoco per un mese sarà possibile soltanto dopo aver risolto le «sfumature» menzionate in passato da Putin, dice il suo portavoce Dmitrij Peskov. Ci vorrebbe «un monitoraggio chiaro, quotidiano, obiettivo e trasparente di chi si comporta e come lungo l’intera linea di contatto», spiega il ministro degli Esteri Sergej Lavrov. Per questo propone di partire dalla “Grande Tregua Patriottica” di tre giorni. Non come un ripiego al ribasso, ma — dice Lavrov — come «un avvio di negoziati diretti senza precondizioni». Peskov ribadisce che «la Russia è pronta, senza alcuna precondizione, ad avviare il processo negoziale», tanto da considerare oramai «secondaria» la legittimità del presidente ucraino Volodymyr Zelensky più volte messa in discussione, ma accusa Kiev di non «dare risposte». Zelensky rintuzza i colpi.
«Quest’estate la Russia sta preparando qualcosa in Bielorussia», sostiene senza elaborare né fornire prove. E assicura: «Vogliamo tutti che questa guerra finisca in modo giusto, senza ricompense per Putin, soprattutto senza territori». Altro che concedere la Crimea, come vorrebbe Trump. Tantomeno le altre quattro regioni ucraine annesse ma controllate soltanto in parte da Mosca che, stando a Bloomberg, Putin avrebbe continuato a rivendicare incontrando la scorsa settimana l’inviato statunitense Steve Witkoff.
Washington, però, il rimpallo di accuse non lo digerisce più. Lo fanno capire tutti. Dal consigliere per la Sicurezza nazionale Mike Waltz: «Sia la Russia che l’Ucraina devono agire rapidamente prima che Trump perda la pazienza». Al segretario di Stato Marco Rubio: «È necessario che le parti presentino proposte concrete. Se non ci saranno progressi, ci ritireremo dal ruolo di mediatori in questo processo».
Minacce che però sembrano non preoccupare più di tanto il Cremlino se lascia che due falchi di quello che viene chiamato il “partito della guerra”, contrario a ogni compromesso, lancino i loro consueti strali. Il primo, l’ex capo del Consiglio di Sicurezza, oggi inviato marittimo presidenziale, Nikolaj Patrushev, rivendica Odessa, città fondata da Caterina II e vamposto russo per oltre 200 anni. «È improbabile che associ il suo destino al neonazismo… al governo illegittimo di Kiev».
Il secondo, l’ex premier e presidente Dmitrij Medvedev, intervenendo a una conferenza con una giacca «da Stalin», così la descrivono sui social, non solo avverte che i nuovi membri Nato rischiano di diventare «bersagli» di rappresaglie «nucleari» in caso di conflitto con la Russia, ma sostiene che Mosca si è «fidata troppo di coloro di cui non doveva affatto fidarsi», in primis «gli Stati Uniti» e poi «l’Europa occidentale», Italia compresa. Nessun riferimento a tregue o negoziati. Assicura, anzi, che Zelensky «finirà nel modo più triste» e che Mosca «distruggerà il regime neonazista di Kiev». Toni diversi da Putin, ma la sostanza non cambia.

Microsoft fa concorrenza a ChatGpt. Divorzio vicino tra i colossi dell’IA
I guru Nadella e Altman più distanti dopo uno scambio di accuse su patti non rispettati dalle due aziende
Quella che è stata definita la “miglior partnership della Silicon Valley” comincia a tremare. Secondo il Wall Street Journal, il rapporto tra Sam Altman, di OpenAI, e Satya Nadella, di Microsoft, mostra i primi segnali di crisi. I due amministratori delegati, considerati tra i guru del settore tecnologico, si sono scontrati sulla gestione dell’intelligenza artificiale e sulla potenza di calcolo.
Microsoft ha accusato il partner di aver dato alla compagnia di Seattle un accesso limitato, mentre la startup di Altman ha criticato la potenza di calcolo che Microsoft avrebbe messo a disposizione. Le tensioni sono emerse assieme alle voci che indicano la fine della partnership: i due Ceo puntano a creare un futuro indipendente, anche se non sarà facile.
Microsoft ha investito più di venti miliardi di dollari nel progetto OpenAI e la sua uscita potrebbe mettere in crisi la startup di intelligenza artificiale. Ma anche OpenAI potrebbe appellarsi alla clausola del super contratto che vieta alla compagnia di Bill Gates di accedere alla sua tecnologia più avanzata.
Per OpenAI “un mucchio di denaro”
Sono passati sette anni da quando Nadella e Altman si incontrarono sulle scale di una banca d’investimenti a Sun Valley, nell’Idaho. Tre anni prima Atlman aveva co-fondato OpenAI come laboratorio di ricerca noprofit con l’obiettivo di creare una intelligenza artificiale in grado di superare quella umana. Erano bastati cinque minuti di conversazione, poi Nadella si era lanciato in una previsione: OpenAI, disse, “avrebbe raccolto un mucchio di denaro”. Da quel momento decisero di restare in contatto. Un anno dopo, Microsoft investì un miliardo di dollari. La decisione aveva spinto il colosso di Seattle in una nuova dimensione, e spaventato la concorrenza. La compagnia di Altman aveva prodotto il ChatGpt nel novembre del 2022. Con la sua capacità di generare frasi compiute e rispondere a domande complesse, OpenAI aveva spinto giganti come Alphabet e Meta a investire in questo settore.
La grande competizione aveva finito per cementare l’alleanza tra Atlman e Nadella, al punto che i due erano capaci di scambiarsi anche cinque, sei messaggi al telefono di fila in più momenti della giornata.
Le tensioni
Di recente, però, i rapporti si sono raffreddati. Il punto chiave della tensione riguarda lo sviluppo da parte di OpenAI di modelli con intelligenza simile a quella umana. L’accordo tra le due aziende concede al cda guidato da Altman il potere di modificare il rapporto con Microsoft una volta che la startup riuscirà a costruire modelli con intelligenza simile a quella umana. Durante negoziati a porte chiuse, i dirigenti di Microsoft hanno detto a OpenAI che la tecnologia attuale è ben lontana dal traguardo e la clausola non può scattare. In un podcast, a febbraio, Nadella ha definito il traguardo «una sciocchezza legata alla manipolazione di parametri di riferimento».
OpenAI, nel frattempo, ha chiesto a Microsoft maggiore potenza di calcolo e accesso ai chip più avanzati, ma la compagnia di Seattle ha risposto dichiarando di aver fatto tutto il possibile.
Intanto Altman ha aperto un altro fronte, stavolta con Google. La startup ha annunciato che presto gli utenti potranno acquistare prodotti attraverso ChatGpt. L’introduzione dei pulsanti per lo shopping sarà disponibile per tutti, anche gli utenti non registrati. Ma l’acquisto non potrà essere completato all’interno di ChatGpt. Gli utenti verranno reindirizzati al sito del venditore.

Ma i (veri) negoziati sono ancora lontani
Il 9 maggio 2025 non sarà soltanto il giorno in cui a Mosca si celebra l’ottantesimo anniversario della vittoria sul nazismo. Sarà il teatro di un passaggio cruciale nella guerra ucraina, non sui campi di battaglia, ma nella percezione di tutti gli attori coinvolti.
La proposta russa di una tregua di 72 ore, strettamente legata alla commemorazione, non rappresenta un vero passo verso la pace. È un gesto calcolato, concepito per rafforzare la narrativa interna e inviare segnali distensivi alla Casa Bianca, nel tentativo di rabbonire Washington. Putin intende soddisfare esigenze interne (garantire la parata del 9 maggio) e inviare un segnale ambiguo agli Stati Uniti: un gesto sufficiente a sembrare cooperativo, ma troppo debole per produrre un cambiamento reale.
Per Trump, la tregua ha senso solo se può essere presentata come una cessazione effettiva delle ostilità. Non un mero gesto simbolico, ma un trofeo da esibire e sufficientemente duraturo da permettere al Presidente di dichiarare un successo. Una sospensione di appena tre giorni, priva di meccanismi di verifica e senza un impegno concreto verso negoziati seri, non basta.
Per Kiev, una tregua breve rappresenta un rischio più che un’opportunità. Zelensky sa che una sospensione effimera delle ostilità rischia di favorire solo la propaganda di Mosca, rafforzando la tentazione americana al disimpegno, già minacciato in caso di mancato accordo tra russi e ucraini. Per questo, fin dal primo momento, l’Ucraina ha rilanciato chiedendo una tregua di almeno trenta giorni, senza condizioni, in modo da consolidare le difese interne, rafforzare il sostegno occidentale e compiacere Washington.
Per Mosca, invece, la tregua è uno strumento politico al servizio della propria strategia complessiva. Per questo ogni sospensione delle ostilità viene vincolata da Putin a condizioni che appartengono alla sfera degli accordi di pace: riconoscimenti territoriali, progressiva rimozione delle sanzioni, limitazione definitiva delle garanzie di sicurezza all’Ucraina.
Le dichiarazioni di Lavrov, secondo cui «la tregua di tre giorni rappresenta l’inizio di negoziati diretti con Kiev senza precondizioni», vanno interpretate correttamente: «senza precondizioni» significa, per la Russia, che il negoziato non può essere incardinato su richieste preliminari da parte di Kiev. C’è di più nelle parole di Lavrov: per Mosca è possibile negoziare anche senza una tregua formale in vigore. Il conflitto può proseguire, anche a bassa intensità, mentre si negoziano i termini di un accordo e le condizioni strategiche di lungo termine. Nella visione russa, dunque, la guerra continua a essere uno strumento di pressione permanente, che non ostacola, ma accompagna e sostiene il negoziato.
La differenza è profonda. Gli Stati Uniti intendono la tregua come una riduzione della violenza e la premessa di negoziati di pace. Trump avrebbe bisogno di una tregua solida e visibile, per dichiarare missione compiuta. Non per salvare l’Ucraina ma per liberarsene e poter riposizionare la strategia americana sul Pacifico.
La Russia la considera un elemento del conflitto stesso, da utilizzare per consolidare ed estendere le proprie posizioni e spezzare la coesione del fronte occidentale. Non un gesto umanitario, ma una leva di consolidamento strategico. Putin non offre una tregua per fermare la guerra: offre una tregua per regolarla secondo i propri interessi.
Kiev ha bisogno di una tregua vera, lunga, che garantisca un equilibrio sul terreno. Zelensky sa che senza garanzie reali, ogni tregua breve è solo il preludio a una nuova stagione di vulnerabilità.
Mosca ha bisogno di una tregua solo come strumento tattico, utile a ottenere concessioni, a rafforzare la pressione su Kiev e a influenzare la narrativa internazionale.
Nel frattempo, Washington e Mosca si mandano segnali reciproci.
Mosca rafforza l’asse con Teheran, consolida il legame con Pechino, esibisce il rapporto con la Corea del Nord.
La maxiofferta americana di armi all’Arabia Saudita segnala che, se necessario, Washington non esiterebbe a utilizzare leve indirette, come la pressione sul mercato energetico, per contrastare la resilienza russa.
Il conflitto ucraino si inserisce così in una geometria più ampia, frammentata e instabile, dove ogni tregua, ogni pausa, ogni proposta è immediatamente letta non solo per ciò che afferma, ma per ciò che omette, implica o tenta di congelare.
Il 9 maggio non segnerà dunque l’inizio di un percorso irreversibile verso la pace. Segnerà, al contrario, il tentativo russo di normalizzare il conflitto, renderlo meno visibile, più tollerabile, ma non meno pericoloso.

PETE HEGSETH UNA NE FA, CENTO NE SBAGLIA – L’ENNESIMA FIGURA DI PALTA DEL SEGRETARIO DELLA DIFESA AMERICANO, CHE ELIMINA UN PROGRAMMA APPROVATO DA TRUMP NEL 2017 SCAMBIANDOLO PER UN’INIZIATIVA “WOKE DELL’AMMINISTRAZIONE BIDEN” – LA MISURA IN QUESTIONE È RELATIVA ALL’AUMENTO DEL NUMERO DI DONNE NEL SETTORE DELLA SICUREZZA NAZIONALE – IL CORTOCIRCUITO DI HEGSETH, CHE ERA GIA’ FINITO AL CENTRO DEL “CHATGATE” – LA MANCANZA DI FIDUCIA DEL TYCOON NEI CONFRONTI DEL CAPO DEL PENTAGONO…
(ANSA) – Nuovo passo falso di Pete Hegseth, dopo il chatgate. Scambiandolo per una iniziativa woke dell’amministrazione Biden, il capo del Pentagono ha annunciato di aver eliminato un programma creato per aumentare la partecipazione delle donne negli ambiti della sicurezza nazionale, nonostante il sostegno bipartisan del Congresso e il pieno appoggio di Donald Trump.
Il disegno di legge che istituisce il programma “Donne, Pace e Sicurezza” era stato co-sponsorizzato da Kristi Noem e Marco Rubio – all’epoca rispettivamente deputata e senatore ed ora segretaria alla sicurezza interna e segretario di stato – ed era stato firmato da Trump nel 2017.
In un post su X, Hegseth ha deriso il programma, insinuando che l’iniziativa “woke” non contribuisca né sia; in linea con la missione di “combattimento” del Pentagono, e la collega erroneamente all’amministrazione Biden. “Stamattina ho orgogliosamente messo fine al programma ‘Donne, Pace e Sicurezza’ (Wps) all’interno del Dipartimento della difesa”, ha scritto Hegseth.
“Wps è l’ennesima iniziativa woke divisiva, di giustizia sociale, di Biden che grava eccessivamente sui nostri comandanti e le nostre truppe, distraendoci dal nostro compito principale: combattere la guerra”, ha aggiunto. “Wps – ha proseguito – è un programma delle Nazioni Unite promosso da femministe e attivisti di sinistra. I politici lo osannano; le truppe lo odiano. Il Dipartimento della Difesa applicherà pertanto il minimo richiesto dalla legge in merito al Wps e si batterà per porre fine al programma entro il prossimo bilancio. Era ora che ci liberassimo del Wps!”.
Il programma Wps contribuisce “alla partecipazione significativa delle donne nei processi di prevenzione e risoluzione dei conflitti, aiuta a promuovere società più inclusive e democratiche ed è fondamentale per la stabilità a lungo termine di paesi e regioni”, secondo il testo di legge.

(ANSA) – Gli avvocati di Donald Trump e quelli di Paramount stanno per aprire i negoziati in vista di un accordo che dovrebbe risolvere per le vie extragiudiziarie la causa da 20 miliardi di dollari intentata dall’allora presidente eletto alla major di Hollywood per una intervista alla rivale nella corsa alla Casa Bianca Kamala Harris che il programma Sixty Minutes avrebbe a suo dire “truccata”. Secondo il New York Times il board di Paramount ha deliberato le condizioni finanziare accettabili per la major.
L’ammontare esatto del possibile pagamento non è stato rivelato ma il sì del consiglio di amministrazione ha quantomeno aperto la strada all’inizio di una discussione.
Shari Redstone, l’azionista di maggioranza che ha ereditato Paramount dal padre Sumner, sarebbe favorevole al patteggiamento. ” Il caso che abbiamo contro Sixty Minutes, la Cbs e Paramount è vincente “, ha detto oggi Trump su Truth accusando la divisione news della rete televisiva di “aver perpetrato una gigantesca frode nei confronti del popolo americano, la Federal Elections Commission e la Federal Communications System”.
Accusando la Cbs di aver modificato l’intervista in modo da favorire la Harris durante la campagna del 2024, Trump sostiene che ciò costituì un’interferenza elettorale. La causa ha avuto un impatto significativo all’interno della rete. Il 22 aprile Bill Owens, produttore esecutivo di 60 Minutes, si è dimesso citando la perdita di indipendenza giornalistica del programma a causa delle pressioni aziendali legate sia alla causa sia alla prevista fusione tra Paramount e Skydance Media: in gioco è un accordo da 8 miliardi di dollari che richiede l’imprimatur della Federal Communications Commission ai cui vertici Trump ha messo il fedelissimo Brendan Carr.

SONO BASTATI CENTO GIORNI A TRUMP PER DIVENTARE UN “DITTATORE” – IL 52% DEGLI AMERICANI SOSTIENE CHE TRUMP SIA UN PERICOLO PER LA DEMOCRAZIA, UN “DITTATORE PERICOLOSO IL CUI POTERE DOVREBBE ESSERE LIMITATO” – IL DATO ALLARMANTE PER IL TYCOON È CHE LA PENSA COSÌ ANCHE LA MAGGIOR PARTE DEGLI INDIPENDENTI (IL 56%), IL CHE SUGGERISCE CHE GLI ELETTORI DI CENTRO CHE HANNO CONTRIBUITO A RIELEGGERLO LO STANNO ABBANDONANDO…
Traduzione di un estratto dell’articolo di Russell Contreras
Secondo un nuovo sondaggio, la maggioranza degli americani ritiene che il presidente Trump sia un “pericoloso dittatore” che rappresenta una minaccia per la democrazia e che abbia oltrepassato la sua autorità con azioni come il licenziamento in massa dei dipendenti federali.
Perché è importante: L’ampio sondaggio pubblicato martedì, nel 100° giorno di mandato di Trump, è l’ultimo segnale della perdita di consensi per le sue politiche economiche e di immigrazione, i due temi che hanno alimentato la sua elezione.

[…] Solo quattro americani su 10 hanno espresso pareri favorevoli su Trump dopo i suoi primi 100 giorni di mandato, secondo il sondaggio dell’istituto apartitico Public Religion Research Institute (PRRI).
Il 52% si è detto d’accordo con l’affermazione provocatoria secondo cui Trump “è un dittatore pericoloso il cui potere dovrebbe essere limitato prima che distrugga la democrazia americana”.
Questa domanda ha fornito un grande segnale d’allarme per Trump: La maggior parte degli indipendenti (56%) era d’accordo con l’affermazione che Trump è un “pericoloso dittatore”, il che suggerisce che gli elettori di centro che hanno contribuito a rimetterlo in carica lo stanno abbandonando.
[…] Il sondaggio ha rilevato che l’83% dei repubblicani – un numero relativamente basso per Trump – ha un’opinione favorevole di lui e delle sue azioni, mentre il 35% degli indipendenti e l’8% dei democratici l’hanno avuta.
Molti intervistati hanno espresso allarme per le sue mosse di rimodellare il governo, imporre le sue tariffe e deportare persone senza un giusto processo.
La maggioranza dei neri, dei latino-americani e degli asiatici concorda sul fatto che Trump sia un “pericoloso dittatore”, rispetto al 45% dei bianchi – un riflesso delle divisioni razziali che Trump e le sue azioni suscitano in questi sondaggi.
[…] “La maggior parte degli americani vede Trump in termini dittatoriali e penso che la maggior parte degli americani sia preoccupata che la democrazia americana sia a rischio”, dice ad Axios Melissa Deckman, CEO del PRRI.
“Sono passati solo 100 giorni dall’inizio dell’amministrazione Trump, eppure abbiamo visto una spinta della maggior parte degli americani verso l’agenda di Trump”.
L’altro lato: l’81% dei repubblicani intervistati ha dichiarato di credere ancora che “Trump sia un leader forte a cui dovrebbe essere dato il potere di cui ha bisogno per ripristinare la grandezza dell’America”.
[…] Gli americani rimangono equamente divisi sugli obiettivi di Trump in materia di immigrazione, ha detto Deckman, ma il sondaggio mostra che la maggior parte delle persone è fortemente in disaccordo con le pratiche incostituzionali o disumane.
Ad esempio, la maggior parte degli americani (61%) non è d’accordo sul fatto che il governo federale debba collocare gli immigrati che si trovano nel Paese illegalmente in campi di internamento sorvegliati dall’esercito statunitense fino a quando non possono essere espulsi.
La maggioranza degli americani concorda anche sul fatto che “il Presidente Trump ha oltrepassato la sua autorità ordinando il licenziamento di massa dei dipendenti federali in diverse agenzie”.
Più di sette americani su 10 sono contrari alla chiusura o alla drastica riduzione di tutte le principali agenzie federali, soprattutto se ciò significa che cose come i viaggi aerei, le medicine e l’acqua potrebbero essere meno sicure. Due terzi degli americani sono contrari a nuove tariffe, o tasse, sui beni importati da altri Paesi. […]
È LA VOLTA BUONA PER L’UCRAINA? IL SEGRETARIO AL TESORO USA, SCOTT BESSENT: “SIAMO PRONTI A FIRMARE L’ACCORDO CON KIEV SUI MINERALE OGGI, SE SONO PRONTI ANCHE LORO” – SECONDO IL “FINANCIAL TIMES” CI SONO STATI OSTACOLI DELL’ULTIMO MINUTO SULLA CREAZIONE DEL FONDO COMUNE D’INVESTIMENTO – LA BBC: “LA BOZZA NON SPECIFICA LE GARANZIE DI SICUREZZA…” – “AXIOS”: “NEL FACCIA A FACCIA A SAN PIETRO, ZELENSKY HA RIBADITO CHE NON RICONOSCERÀ CRIMEA COME RUSSA, E TRUMP HA CHIARITO CHE NON GLIELO CHIEDERÀ PERCHÉ…”
USA ‘PRONTI A FIRMARE OGGI ACCORDO CON KIEV SU MINERALI’
(ANSA) – “Siamo pronti a firmare l’accordo con Kiev sui minerali oggi pomeriggio, se sono pronti anche loro, da parte nostra non c’è stata alcuna modifica dell’accordo”: lo ha detto il segretario al tesoro Usa Scott Bessent rispondendo ad una domanda dei reporter durante una riunione del governo.
FT, OSTACOLI DELL’ULTIMO MINUTO PER INTESA SUI MINERALI USA-KIEV
(ANSA) – Gli Stati Uniti e l’Ucraina si sono imbattuti in ostacoli dell’ultimo minuto mentre erano sul punto di firmare un accordo quadro sui minerali. Lo riporta il Financial Times citando alcune fonti, secondo le quali una disputa su quanto concordato nei negoziati della notte scorsa ha messo in dubbio la finalizzazione dell’accordo.
I problemi sarebbero emersi sul fondo congiunto di investimento. Gli Stati Uniti vorrebbero che Kiev firmasse l’accordo sulle terre rare e quello che include i dettagli del fondo. L’Ucraina invece spiega di non poter firmare quello sul fondo perché deve essere prima ratificato dal parlamento.
BBC, BOZZA INTESA NON SPECIFICA GARANZIE SICUREZZA A KIEV
(ANSA) – La bozza di accordo sui minerali tra Usa e Ucraina non specifica le “garanzie di sicurezza” su cui Kiev insisteva, e afferma solo che si tratta di “una dimostrazione tangibile del sostegno degli Stati Uniti d’America alla sicurezza dell’Ucraina”.
Lo scrive la Bbc che ha letto una copia della bozza. Secondo la Bbc, la costruzione del documento in questi termini conferma quanto detto in precedenza dall’amministrazione Trump: il coinvolgimento Usa nell’industria mineraria ucraina e in altri settori rappresenterà di fatto anche un investimento nella sicurezza. Kiev, tuttavia, voleva impegni specifici da parte degli Stati Uniti.
Il testo – che potrebbe ancora cambiare, specifica la Bbc – è molto più ampio di un accordo sui minerali di terre rare inizialmente proposto da Kiev. Secondo il documento, il fondo di investimento del governo Usa-Ucraina che verrà istituito nell’ambito dell’accordo gestirà gli investimenti nei “settori critici dell’economia ucraina” nel loro complesso. Ciò significa che tutte le risorse minerarie dell’Ucraina, il suo settore energetico, i trasporti e altri settori possono essere potenzialmente inclusi negli obiettivi di questo fondo.
‘TRUMP A ZELENSKY A S.PIETRO, SOLO USA RICONOSCERANNO LA CRIMEA’
(ANSA) – Nel faccia a faccia in Vaticano il giorno dei funerali di Papa Francesco Volodymyr Zelensky avrebbe ribadito che non riconoscerà la Crimea come russa e Trump avrebbe chiarito che non glielo chiederà perché il piano è il riconoscimento della Crimea come russa da parte degli Usa, non dell’Ucraina.
Lo riporta Axios che ricostruisce l’incontro. Zelensky avrebbe anche detto a Trump di non aver paura di fare concessioni per porre fine alla guerra, ma di aver bisogno di garanzie di sicurezza sufficientemente forti per farlo. Il leader ucraino avrebbe ribadito che Putin non si sarebbe mosso a meno che Trump non avesse fatto più pressione.
Una fonte avrebbe riferito che Trump ha risposto che avrebbe potuto dover cambiare il suo approccio nei confronti di Putin, come ha poi affermato nel suo post su Truth Social. Zelensky ha anche spinto a tornare alla sua proposta iniziale di un cessate il fuoco incondizionato come punto di partenza per i colloqui di pace, accettata dall’Ucraina ma respinta dalla Russia. Trump sembrava essere d’accordo. La Casa Bianca non ha confermato né smentito. Un portavoce di Zelensky ha rifiutato di commentare i contenuti dell’incontro.









