
PER QUATTRO AMERICANI SU 10 TRUMP È STATO UN PRESIDENTE “TERRIBILE” IN QUESTA PRIMA PARTE DEL SUO SECONDO MANDATO – E’ QUANTO EMERGE DA UN SONDAGGIO DI “ASSOCIATED PRESS AND NORC CENTER FOR PUBLIC AFFAIRS RESEARCH”, SECONDO IL QUALE 2 SU 10 RITENGONO LA SUA PERFORMANCE NELLA MEDIA MENTRE 3 SU 10 VALUTANO CHE STA FACENDO UN BUON LAVORO – SOLO IL 24% DEGLI AMERICANI CREDE CHE TRUMP SUA CONCENTRATO SULLE GIUSTE PRIORITÀ…
(ANSA) – NEW YORK, 26 APR – Per quattro americani su 10 Donald Trump è stato un presidente “terribile” in questa prima parte del suo secondo mandato. E’ quanto emerge da un sondaggio si Associated Press and Norc Center for Public Affairs Research, secondo il quale 2 su 10 ritengono la sua performance nella media mentre 3 su 10 valutano che sta facendo un buon lavoro. Il sondaggio rivela anche che solo il 24% degli americani crede che Trump sua concentrato sulle giuste priorità.





Trump vende cappelli e magliette con la data “2028”. E pensa già al terzo mandato
Sarebbe una violazione senza precedenti del 22esimo emendamento. Il consigliere Bannon: «Ci stiamo lavorando»
Cappelli e magliette MAGA per incoraggiare i sostenitori del presidente Donald Trump a prendere una chiara posizione: un suo terzo mandato nel 2028. Sono questi i nuovi prodotti apparsi sul sito di merchandising della sua organizzazione con la scritta “Trump 2028”. Il cappello costa 50 dollari, mentre una maglietta rossa con il nuovo logo e la frase “Riscrivi le regole” sottostante viene venduta a 36 dollari. Il berretto è una rivisitazione di quello rosso simbolo di Trump, “Make America Great Again”, dopo che il presidente si è detto a favore di una sua candidatura per un terzo mandato.
Alla domanda se gli siano stati presentati piani per consentirgli di candidarsi nuovamente, Trump ha risposto: «Esistono metodi per farlo». Il repubblicano avrebbe 82 anni nel 2028. In un’intervista con il canale NBC lo scorso marzo, il presidente ha dichiarato di non stare scherzando su questo tema, ma che è troppo presto per pensarci. Il 22° emendamento della Costituzione statunitense vieta una terza presidenza, affermando chiaramente che «nessuna persona può essere eletta alla carica di presidente più di due volte».
Tuttavia, Trump ha paventato l’ipotesi in cui il vicepresidente JD Vance si candiderebbe alla presidenza nel 2028, con Trump come suo compagno di corsa, salvo poi vedere il tycoon di New York assumere l’incarico di presidente una volta vinte le elezioni.
Esperti legali hanno dichiarato che un tentativo di ottenere altri quattro anni di presidenza sarebbe una violazione senza precedenti del 22° emendamento. Senza contare che richiederebbe una modifica della Costituzione, un processo arduo che dovrebbe passare attraverso il Congresso e che difficilmente avrebbe successo, data la risicata maggioranza repubblicana in entrambe le camere.
Gli stessi esponenti del suo partito, per lo meno i principali, hanno finora ignorato le chiacchiere sul terzo mandato. Allo stesso tempo, dalle sneakers alle Bibbie, passando per i profumi, la proliferazione del brand di Trump non è una novità. Dopo aver assunto la presidenza per la seconda volta, la sua organizzazione politica ha promosso merchandising ispirato alla sua agenda politica, come le magliette “Make Greenland Great Again”, “Gulf of America” e “DOGE”. Parte di questa spinta consiste nell’affrontare temi che entusiasmano la sua base e che mettono in difficoltà i suoi avversari.
Un esempio lampante: la vendita delle cannucce di plastica con il marchio Trump, dopo che il presidente aveva tanto criticato quelle di carta, fino a proibirle con un ordine esecutivo. Il consigliere di Trump, Steve Bannon, ha dichiarato in un’intervista il mese scorso di essere un “fermo sostenitore” che Trump si candiderà e conquisterà la Casa Bianca per la terza volta nel 2028. Alla domanda su come Trump avrebbe aggirato i limiti costituzionali, Bannon ha risposto: «Ci stiamo lavorando».

Von der Leyen incassa la stretta di mano con Trump: “Presto il summit Usa-Ue”
La presidente della Commissione europea e il presidente americano si sono stretti la mano e hanno avuto un breve scambio sul sagrato di piazza San Pietro prima dell’avvio della cerimonia funebre di Papa Francesco
«Penso che dovremo vederci. Non è vero che non voglio incontrarvi». Probabilmente non basta questa battuta di Donald Trump per augurare una sorta di “Pax Vaticana” tra gli Usa e l’Unione europea. Di certo, però, contribuisce ad uno primo scongelamento dei rapporti con la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.
I funerali di Papa Francesco, dunque, hanno prodotto un piccolo miracolo diplomatico. La stretta di mano tra il Tycoon e la leader di Bruxelles (e con il presidente del consiglio europeo, Antonio Costa) potenzialmente può aprire una nuova stagione di relazioni. Nelle prossime settimane, infatti, – probabilmente tra fine maggio e giugno – si terrà il faccia a faccia che sembrava insperato nelle stanze di Palazzo Berlaymont. «Papa Francesco – è la frase scelta da von der Leyen per ricordare il Pontefice ma che sembra studiata per affrontare i nuovi scenari – ha costruito ponti. Ora possiamo percorrerli».
Del resto i contatti tra la Casa Bianca e i “big” comunitari non sono mai stati facili. Anche nel precedente mandato Trump non aveva nascosto una certa idiosincrasia nei confronti dell’Unione. Per la presidente della Commissione, è soprattutto il modo di uscire da una impasse politica. La proposta di Giorgia Meloni di organizzare a Roma un summit euro-americano con i tutti i capi di Stato e di governo dell’Unione aveva provocato più di un dissapore in diverse cancellerie. In particolare in Francia, Spagna, Polonia e Germania.
Von der Leyen, che ha parlato brevemente anche con la premier italiana, aveva quindi bisogno di dimostrare che poteva fare a meno della mediazione italiana. Un incontro a quattr’occhi viene considerato dalla “squadra” brussellese proprio la strada migliore per riprendere in mano il bandolo della matassa. In primo luogo per evitare la guerra commerciale ancora in stallo totale. Ma anche per discutere del percorso di pace in Ucraina.
Non è un caso che ieri von der Leyen abbia incontrato per circa mezz’ora anche il presidente ucraino Zelensky nella sede dell’ambasciata di Kiev a Roma. Il piano per la tregua predisposto tra Washington e Mosca non convince di certo il capo dell’Ucraina ma nemmeno gli europei. «L’Europa – ha infatti detto la presidente della Commissione – sosterrà sempre l’Ucraina nella ricerca della pace. Potete contare sul nostro sostegno al tavolo delle trattative per una pace giusta e duratura». E ha aggiunto: «Abbiamo anche discusso dei passi che l’Ucraina sta compiendo per guadagnarsi un posto nella nostra famiglia».
Rassicurazioni che hanno confortato Zelensky: «Abbiamo parlato delle misure che contribuiranno a proteggere la vita degli ucraini, a ripristinare la sicurezza e ad avvicinare un cessate il fuoco incondizionato. Del rafforzamento della cooperazione tra Ucraina e Ue, in particolare attraverso l’iniziativa ReArm Europe». Non casuale il riferimento al le possibili nuove sanzioni europee contro la Russia. Tra i punti della bozza di accordo russo-americana contestati dall’Ue e dalla Gran Bretagna c’è infatti la richiesta del Cremlino di cancellare tutte le misure economiche anti-Cremlino. L’Ue è anche particolarmente allarmata dalla possibilità di consegnare formalmente la Crimea a Mosca. «Pretendere che l’Ucraina ceda parte del suo territorio all’aggressore Putin – scrive il Commissario Ue alla Difesa, Andrius Kubilius – è una semplice e tragica ripetizione dell’errore fatale commesso in passato da Chamberlain» con Hitler: «Fu l’inizio del cammino verso la Seconda guerra mondiale».

Esercito, asset e truppe europee: tre proposte di Zelensky per tornare al tavolo dei negoziati
Nessuna restrizione alle forze armate, un contingente di garanzia e riparazioni di guerra sono le richieste in cambio di un apertura sui territori
Con una forsennata agenda di incontri bilaterali, tutti concentrati nell’arco di poche ore prima e dopo le esequie papali in Vaticano, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nella trasferta di Roma si rimette al centro della scena diplomatica internazionale. Lì da dove il Putin, e in un certo senso anche Trump, lo vorrebbero allontanare. Il primo colloquio è stato proprio con il tycoon all’interno della basilica di San Pietro, in mattinata: quindici minuti durante i quali Zelensky ha potuto illustrare per sommi capi la sua controproposta al piano di tregua americano per raggiungere il cessate il fuoco con la Russia. Per entrambe le parti, il dialogo è stato «produttivo».
Nella versione di Zelensky, come rivela il New York Times, la road map verso la tregua si raggiunge con un compromesso basato su tre punti: nessuna restrizione alle dimensioni delle forze armate ucraine e, anzi, a garanzia per Kiev di non essere invasi di nuovo dall’esercito russo, vorrebbe mettere in campo «un contingente di sicurezza europeo» sostenuto dagli Stati uniti. Infine, terzo punto, gli asset russi congelati dovranno essere utilizzati come riparazioni di guerra.
Secondo il giornale americano, queste tre disposizioni difficilmente saranno considerate dal Cremlino un livello di partenza accettabile per il negoziato, anche perché contraddicono le richieste avanzate nell’«offerta finale» di Steve Witkoff, l’inviato di Trump che ancora pochi giorni fa era a Mosca per inteloquire direttamente con il presidente russo. Tuttavia alcune parti della controproposta ucraina suggeriscono la ricerca di un terreno comune e possono essere valutate come passi in avanti.
Non si fa cenno, per esempio, al pieno recupero da parte dell’Ucraina di tutto il territorio conquistato dalla Russia in questi tre anni di guerra (si tratta delle quattro regioni del Kherson, Donetsk, Lugansk e Zaporizhzhia, occupate parzialmente, più la Crimea che è stata annessa unilateralmente dalla Russia nel 2014) né all’insistenza sull’adesione dell’Ucraina alla Nato, due questioni che Zelensky ha da tempo dichiarato non essere oggetto di negoziati.
La controproposta, di cui il leader ha parlato a Trump, era stata presentata al vertice di Londra mercoledì scorso, dove oltre a Regno Unito, Francia e Germania ha partecipato l’altro inviato di Trump, Keith Kellog.
Lo schema è stato tra gli argomenti degli incontri che Zelensky ha avuto col premier inglese Starmer, col presidente francese Macron e con la presidente dell’Ue Ursula von der Leyen. La distanza con le concessioni che Trump intende fare a Putin in cambio della fine del conflitto, però, sono evidenti.
L’«offerta finale» del presidente americano prevede infatti il riconoscimento statunitense della Crimea come parte della Russia e il riconoscimento “de facto” dell’autorità russa sulle aree occupate. Una soluzione che non convince Zelensky, il quale ancora ieri, nei suoi colloqui, ha ripetuto che la Crimea appartiene all’Ucraina e che la posizione di Kiev a riguardo non è cambiata.
Russia, il Cremlino risponde: “Ripreso tutto il Kursk, ora siamo pronti a trattare”
L’annuncio a nove mesi dall’inizio dell’incursione: “Fondamentale l’appoggio nordcoreano”.La risposta: “È solo propaganda”
Convitato di pietra ai funerali di Papa Francesco teatro dello storico incontro in San Pietro tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, costretto all’assenza e alla lontananza dalle molteplici sanzioni e da un mandato d’arresto internazionale, il presidente russo Vladimir Putin prova a riprendersi la scena annunciando la riconquista della regione meridionale di Kursk. «L’avventura del regime di Kiev è completamente fallita», esulta il leader del Cremlino dopo aver ascoltato in video-collegamento il rapporto dal fronte del capo di stato maggiore delle forze armate Valerij Gerasimov sull’espulsione delle truppe ucraine dall’ultimo villaggio ch’era rimasto in loro possesso, Gornal, nove mesi dopo la loro incursione a sorpresa, la prima di un esercito straniero in territorio russo dalla Seconda guerra mondiale.
Poco importa che l’Ucraina liquidi la rivendicazione come «stratagemma propagandistico» pur ammettendo che «la situazione è difficile» e che le sue forze controllerebbero soltanto una trentina di chilometri quadrati dei circa 1.300 conquistati lo scorso agosto.
Gerasimov dice che l’Ucraina ha subito «ingenti perdite» e riconosce per la prima volta il contributo degli ufficiali e dei soldati nordcoreani che hanno combattuto «spalla a spalla» coi russi elogiandoli per «alta professionalità, forza d’animo, coraggio ed eroismo». Putin risponde soddisfatto: «La completa sconfitta del nemico nella regione di confine di Kursk crea le condizioni per ulteriori azioni di successo delle nostre forze su altre parti importanti del fronte e avvicina la sconfitta del regime neonazista». E, a riprova, Gerasimov annuncia che le forze di Mosca che già controllano «un’area di 90 chilometri quadrati» nella regione ucraina confinante di Sumy cercheranno di avanzare «per creare una zona di sicurezza lungo il confine».
Nessun accenno a cessate-il-fuoco o negoziati. Non stupisce perciò che Trump, reduce dal faccia a faccia con Zelensky, sul volo per Washington, scriva sul social Truth di «pensare che Putin forse non vuole fermare la guerra, mi sta solo prendendo in giro, e che deve essere trattato in modo diverso, attraverso “sanzioni bancarie” o “secondarie”».
Parole che a Mosca suonano come un pericoloso avvertimento. Tanto che il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov è costretto a intervenire eccezionalmente di sabato per dire che, il giorno prima, nel suo incontro al Cremlino con l’inviato statunitense Steve Witkoff, Putin ha assicurato di essere «pronto a riprendere il processo negoziale con l’Ucraina senza precondizioni». Se è vero che la riconquista di Kursk di fatto rimuove l’ultimo ostacolo alle trattative privando Kiev dell’unica merce di scambio che aveva a disposizione, la dichiarazione suona però come ritrita e posticcia soprattutto dopo lo scambio muscolare tra Putin e Gerasimov come sempre attentamente orchestrato e trasmesso in tv. Persino Peskov non può fare a meno di sottolineare che «Putin lo ha affermato ripetutamente».
La verità è che, negli oramai quasi cento giorni al potere di Trump, il presidente russo non ha mai rinunciato alle sue richieste massimaliste e ha respinto la proposta di cessate-il-fuoco totale offrendo in cambio una tregua energetica mai rispettata e una promessa di tregua marittima irrealizzabile. Fumo negli occhi del leader della Casa Bianca nel tentativo di rabbonirlo e non spazientirlo. Se Trump ha davvero subodorato la «presa in giro», ora Putin sarà costretto a concedere di più. Secondo la politologa russa indipendente Tatiana Stanovaja, potrebbe spingersi a dirsi disposto ad «accettare una pace vergognosa, nonostante numerosi compromessi inaccettabili» perché «il suo principale incentivo risiede nel mantenere Trump contento della Russia, anche se non a qualsiasi costo». Qualsiasi accordo accettato da Putin, avverte però Stanovaja, non sarebbe che «una manovra tattica» in vista di «un’altra opportunità, militare o di altro tipo, per perseguire il suo obiettivo originario di un’“Ucraina amica”».

Dazi, road map della Casa Bianca: negoziati lampo con 18 Paesi
La nuova strategia degli Stati Uniti per uscire velocemente dal pantano dei dazi è una “road map” basata su modelli economici predefiniti da offrire ai Paesi. L’obiettivo è accelerare i tempi, conducendo accordi commerciali scaglionati. Lo riporta il Wall Street Journal, che cita la parola “template” a indicare un modello prefissato che serva come base per creare un accordo. L’amministrazione Trump vuole semplificare i colloqui, anche perché per trattare con più di sessanta Paesi in poco tempo servirebbe uno staff di almeno quattrocento persone. E il cerchio di cui Trump si fida è molto ristretto.
Secondo il quotidiano finanziario, il modello preparato dall’Ufficio del commercio prevede una serie di categorie, dai dazi alle quote, dalle barriere non tariffarie al commercio digitale, questioni di sicurezza economica e altre di natura commerciale. All’interno di queste categorie, i funzionari del governo indicheranno le richieste da presentare a ogni Paese. Gli Stati Uniti puntano a trovare un accordo con diciotto dei partner commerciali più importanti.
Lo scaglionamento prevede che sei Paesi partecipino ai negoziati della prima settimana, sei nella seconda e sei nella terza. Un ciclo di diciotto da ripetere per arrivare a coprire tutto fronte dei partner. L’India appare più avanti nei negoziati. Messico e Canada non dovrebbero rientrare in questo schema prefissato. E la Cina sembra destinata a seguire un percorso differenze. La data entro cui Donald Trump intende chiudere la partita con il mondo sarebbe l’8 luglio. A quel punto verrebbero applicati dazi reciproci ai Paesi che, nel frattempo, non avranno raggiunto un accordo. Ma nessuno esclude che il presidente non decida di prolungare di altri 90 giorni la sospensione dei dazi.
Questa soluzione sarebbe la più gradita all’Unione Europea, che appare lontana dal vedere il traguardo. Incontrando a Washington alcuni media, tra cui Repubblica, a margine dei lavori del Fondo Monetario Internazionale, il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis ha mostrato pessimismo in vista di un possibile accordo. «C’è ancora molto lavoro da fare», ha ammesso. Alla domanda se avesse ben chiaro cosa Trump chieda in cambio di un’intesa, Dombrovskis non ha risposto direttamente, ma ricordando che «al momento la situazione è asimmetrica: già ora ci troviamo a fronteggiare i dazi Usa al 25% su acciaio e alluminio, auto e componenti, mentre da parte nostra non sono stati imposti dazi aggiuntivi agli Stati Uniti».
La Cina, invece, continua a restare in attesa, mentre dagli Stati Uniti arrivano pressioni su Trump a trovare un accordo. Il mililardario Bill Ackman ha detto che Usa e Cina dovrebbero muoversi rapidamente per abbassare i dazi a un livello ragionevole, tra il 10 e il 20 per cento. Il vero ostacolo all’accordo, ha aggiunto, è che Trump e Xi Jinping non vogliono apparire deboli l’uno verso l’atro. «Ma una sospensione» della guerra commerciale, ha spiegato, «non sarebbe un segnale di debolezza, ma di buon senso».

(ANSA) – NEW YORK, 27 APR – Bufera su Casey DeSantis, la moglie del governatore della Florida Ron DeSantis. Mentre le voci su una sua futura discesa in politica si moltiplicano con molti che la indicano come candidata a prendere il posto del marito, la sua Associazione ‘Hope Florida’ è travolta dalla critiche per l’uso dei suoi fondi.
Secondo indiscrezioni circa 10 milioni di dollari sarebbero stati usati non per scopi benefici ma per sostenere la campagna contro la legalizzazione della marijuana a scopo ricreativo, misura che sarà soggetta a referendum il prossimo novembre e al quale il marito è contrario. Le polemiche rischiano di mettere in pericolo la carriera politica di Casey DeSantis in vista delle primarie repubblicane per la candidatura a governatore si terranno nell’agosto del 2026.

UE, ‘MOSCA VUOLE KIEV FUORI DALLA NATO PER AGGREDIRLA DI NUOVO’
(ANSA) – “La Russia chiede ‘niente Nato’ per l’Ucraina. Non perché tema un’offensiva Nato anti-russa dal territorio ucraino, ma perché teme che la Nato difenda l’Ucraina dalla prossima aggressione russa”, impedire l’ingresso di Kiev nell’Alleanza “rende più facile” per Mosca “pianificare la sua prossima aggressione”. Lo scrive su X il commissario Ue per la Difesa, Andrius Kubilius, in riferimento alle garanzie di sicurezza a lungo termine per l’Ucraina.
CREMLINO, MOLTE POSIZIONI COINCIDENTI CON USA, LAVORIAMO
(ANSA) – Il lavoro sull’Ucraina di Russia e Stati Uniti prosegue, ma “non può essere reso pubblico, può essere fatto solo in modo discreto”. Lo ha detto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov in un’intervista all’emittente Rossiya 1, rilanciata da Interfax, commentando la dichiarazione di Donald Trump secondo cui la Crimea sarebbe rimasta parte della Russia.
Peskov ha aggiunto che nella posizione Usa sulla soluzione del conflitto “ci sono molti elementi realmente in linea con la nostra posizione”. Peskov commentava un’altra dichiarazione di Trump secondo cui il possibile ingresso di Kiev nella Nato sarebbe stato la causa della guerra.
ORBAN, ‘L’UE FERMI LA PSICOSI BELLICA, STRATEGIA SENZA SPERANZA’
(ANSA) – “La psicosi bellica che attanaglia l’Europa deve finire. Senza l’America, l’Ucraina non ha alcuna possibilità, eppure Bruxelles si aggrappa a una strategia di guerra senza speranza. L’unica via d’uscita è la pace”. Lo ha detto il primo ministro ungherese, Viktor Orban, parlando a Radio Kossuth.
ZELENSKY, ANCHE PER CHERNOBYL EROISMO LIMITÒ MINACCIA GLOBALE
(ANSA) – Come nel disastro di Chernobyl “solo grazie al popolo ucraino, all’abnegazione e alla resilienza di molti nostri, è stato possibile contenere l’attacco su vasta scala dell’esercito russo, infliggergli perdite significative e proteggere l’indipendenza ucraina e, di conseguenza, il diritto all’indipendenza e alla vita indipendente delle altre nazioni”. Così sui social il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel 39/mo anniversario della tragedia alla centrale nucleare ucraina.
“Bisogna ripristinare la sicurezza e la pace”, afferma. “La giornata di oggi ci ricorda – afferma Zelensky – in molti modi quanto sia importante non restare soli e non restare senza il sostegno di chi ci circonda. E questo non vale solo per la nostra difesa in questa guerra. Trentanove anni fa il nostro popolo si è unito. Più di tre anni fa, non solo il nostro popolo, ma milioni di persone in tutto il mondo, si sono unite. Europa, entrambe le Americhe, Africa, paesi dell’Asia, regione del Pacifico: ovunque c’è chi sostiene la nostra difesa della vita. Ovunque ci sono persone il cui aiuto diventa la base per il ripristino della sicurezza”.

RUBIO, UN ACCORDO FRA LA RUSSIA E L’UCRAINA ANCORA NON C’È
(ANSA) – NEW YORK, 27 APR – Un accordo fra la Russia e l’Ucraina “ancora non c’è”. Lo ha detto il segretario di Stato Marco Rubio in un’intervista a Nbc. A chi gli chiedeva di spiegare il perché l’amministrazione non ha ancora imposto sanzioni alla Russia nonostante la frustrazione manifestata da Donald Trump, Rubio ha risposto: “Continuiamo a sperare che il nostro sforzo funzioni e che le due parti si avvicino. Nel momento in cui” si intraprende una strada come quella della sanzioni si abbandonano gli sforzi diplomatici e “si apre ad altri due anni di guerra e non vogliamo questo. Penso che quello che è importante è che non c’è altro paese o istituzione al mondo che possa mettere insieme le due parti, nessuno parla con ambedue le parti se non noi”.
“Non vogliamo prendere le distanze da qualcosa che potrebbe portare la pace, ma allo stesso tempo non vogliamo perdere tempo su qualcosa” che non porta la pace, quindi questo processo è per “determinare se tutte e due le parti vogliono la pace e quanto vicine o lontane sono. Ci sono ragioni per essere ottimisti e ragioni di preoccupazione”, ha messo in evidenza Rubio.
RUBIO, IN SETTIMANA CAPIREMO SE MOSCA E KIEV VOGLIONO PACE
(ANSA) – NEW YORK, 27 APR – “Questa settimana cercheremo di determinare se tutte” la Russia e l’Ucraina “vogliono veramente la pace e quanto sono ancora vicine o lontane dopo circa 90 giorni di tentativi. Questo è quello che cercheremo di determinare questa settimana. E’ complicato, se fosse stata una guerra facile da far finire sarebbe stata finita da altri tempo fa ma al momento l’unico che può portare le due parti insieme per mettere fine alla guerra è Donald Trump”. Lo ha detto il segretario di Stato Usa Marco Rubio in un’intervista a Nbc.

MEDIA, ‘SATELLITE SPIA RUSSO FUORI CONTROLLO’
(ANSA) – Un satellite russo, che i funzionari statunitensi ritengono sia collegato a un programma di armi nucleari anti-satellite di Mosca, “sembra ruotare in modo incontrollato, suggerendo che potrebbe non funzionare più”.
Lo scrive la Reuters online. Il satellite Cosmos 2553, lanciato dalla Russia settimane prima dell’invasione dell’Ucraina nel 2022, “ha avuto diversi episodi di quella che sembra essere una rotazione irregolare nell’ultimo anno”, secondo i dati radar Doppler dell’azienda di tracciamento spaziale LeoLabs e i dati ottici di Slingshot Aerospace condivisi con l’agenzia di stampa. La Russia sostiene che il satellite abbia obiettivi di ricerca e non militari, ma non ha voluto commentare l’ipotesi di un malfunzionamento.
ISW, MOSCA USERÀ ANCHE LE MOTOCICLETTE AL FRONTE
(ANSA) – – L’Institute for the Study of War (Isw) sostiene che Mosca vuole “integrare sistematicamente” l’uso delle motociclette nelle operazioni offensive in Ucraina entro l’estate. Isw ha visionato un video che mostra i russi “mentre si esercitavano in tattiche offensive e difensive su motociclette, in gruppi di due o tre persone” presso un centro di addestramento. Il think tank, riporta Sky News Uk, ha affermato di aver riscontrato una “tendenza crescente” delle forze di Mosca a “condurre assalti motorizzati meccanizzati e combinati e a trasportare fanteria con motociclette e veicoli civili lungo tutta la linea del fronte”.
Il portavoce del gruppo di forze ucraino di Kharkiv, il tenente colonnello Pavlo Shamshyn, ha osservato che le motociclette consentono ai soldati russi di aumentare la loro velocità e manovrabilità, il che, secondo l’Isw, è “essenziale per eludere gli attacchi dei droni ucraini”. Allo stesso tempo, però, ha affermato che “il forte rumore della motocicletta impedisce al pilota di sentire i droni ucraini avvicinarsi”.

ZELENSKY, SITUAZIONE DIFFICILE MA RESISTIAMO NEL KURSK
(ANSA) – “Il Comandante in Capo Oleksandr Syrskyi ha fornito un aggiornamento sulla situazione in prima linea. In molte direzioni la situazione rimane difficile”. Lo scrive Volodymyr Zelensky su X. “Solo a mezzogiorno, si sono già verificati quasi 70 attacchi russi. Gli scontri si concentrano nelle direzioni di Pokrovsk, Kramatorsk, Lyman e Kursk”. E “le nostre forze continuano le operazioni difensive in aree specifiche delle regioni di Kursk e Belgorod”, ha assicurato, dopo che ieri Mosca aveva annunciato la completa riconquista del Kursk. Zelensky ha chiesto una rinnovata pressione sulla Russia ad accettare la tregua proposta dagli Usa.
Secondo Zelensky “la situazione in prima linea e l’azione dell’esercito russo dimostrano che l’attuale pressione globale sulla Russia non è sufficiente a porre fine a questa guerra. Presto saranno passati cinquanta giorni da quando la Russia ha iniziato a ignorare la proposta degli Stati Uniti di un cessate il fuoco completo e incondizionato, una proposta che l’Ucraina aveva accettato l’11 marzo”. Per questo motivo, “è necessaria una pressione più tangibile sulla Russia per creare maggiori opportunità per una vera diplomazia”, ha avvertito, ringraziando “tutti coloro che sono al fianco dell’Ucraina”.

Il dilemma diplomatico di Putin tra il sì al piano Usa e l’offensiva
Cambio di rotta dopo la minaccia del leader americano per i bombardamenti sul città. Apertura a colloqui diretti con Kiev mentre le truppe cercano di avanzare a Zaporizhzhia
Vladimir Putin è pronto a «riprendere i colloqui con Kyiv senza condizioni preliminari». Sarebbe questa la posizione esposta venerdì dal presidente russo a Steve Witkoff, uno dei pochissimi dettagli emerso dalle tre ore di negoziato con l’inviato della Casa Bianca. A comunicarlo è stato ieri il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, sottolineando che il suo principale «l’aveva già detto ripetutamente» di essere disponibile a trattare con la leadership ucraina.
Non è propriamente vero: Mosca si è rifiutata per anni di negoziare con Volodymyr Zelensky, insistendo per decidere il destino degli ucraini direttamente con Washington. Soltanto qualche settimana fa Putin aveva sostenuto che il leader ucraino non fosse legittimo, e in precedenza aveva chiesto che il governo di Kyiv cancellasse il divieto a negoziare con il dittatore russo che Zelensky aveva emanato. E soprattutto, più che concentrarsi sulle condizioni preliminari per sedersi al tavolo delle trattative, aveva posto dei paletti precisi a quello che voleva ottenere dall’Ucraina: cessione di cinque regioni, inclusi i territori non occupati dai militari russi, disarmo e rinuncia all’adesione alla Nato e passaggio di fatto di Kyiv sotto l’ombrello di Mosca. Un ultimatum, più che un compromesso, e finora nulla ha indicato che il dittatore russo avesse ammorbidito le sue richieste, anche se il Financial Times qualche giorno fa citava fonti moscovite convinte che fosse pronto a «rinunciare» ai territori ucraini che la Federazione Russa ha «annesso» sulla carta, ma che rimangono sotto la sovranità di Kyiv. Una ipotesi sostenuta anche da alcuni commentatori vicini al Cremlino, come il direttore della Nezavisimaya Gazeta Konstantin Remchukov, convinto che Putin sia pronto a «congelare il conflitto» lungo la linea del fronte esistente.
Una «concessione» che di fatto rende le condizioni di Putin praticamente identiche a quelle della bozza del piano di pace portata la settimana scorsa a Parigi dagli emissari di Donald Trump. Non è un caso infatti che il presidente russo nelle ultime settimane mantenga un silenzio insolito: con gli Stati Uniti che di fatto negoziano per conto suo, è più prudente non incrinare un equilibrio diplomatico ancora precario. Il fastidio di Trump per i bombardamenti russi ha già costretto Putin a schiacciare il freno: dopo l’esortazione «VLADIMIR, STOP!» sui social, il comando di Mosca ha interrotto almeno per ora la serie di raid aerei contro le città ucraine, intensificati nelle ultime settimane.
Un altro motivo per segnalare una disponibilità al negoziato potrebbe essere il rapporto consegnato ieri al presidente russo dal suo capo di Stato maggiore Valery Gerasimov: la regione di Kursk sarebbe stata liberata dai militari ucraini, che ne controllavano un pezzo dall’agosto scorso. Un’operazione che secondo Gerasimov ha visto «l’eroismo dei soldati nordcoreani che hanno combattuto spalla a spalla con i nostri», in una prima ammissione ufficiale della presenza degli uomini di Kim sul fronte russo. Il comando di Kyiv però ha smentito i successi vantati da Gerasimov, e anche molti blogger militari russi sostengono che la controffensiva di Mosca non sia ancora conclusa. Si tratta probabilmente di una questione di tempo, e Kursk non potrà più essere merce di scambio in un eventuale baratto tra zone occupate. Quindi Putin non solo può congratularsi davanti alle telecamere per la «vittoria» (parola chiave a due settimane dai festeggiamenti in piazza Rossa per l’80simo anniversario della sconfitta del nazismo), ma anche alzare la posta. E il fatto che ieri le truppe russe hanno intensificato l’offensiva verso Zaporizzhia conferma l’intenzione di alzare la posta, prima di un’eventuale tregua.
Quanto questa tregua sia davvero desiderata da Mosca non è chiaro: la propaganda resta bellicosa come sempre, e il giornalista dissidente russo Mikhail Zygar scrive nella sua analisi pubblicata su Spiegel che gli esponenti del “partito della guerra” hanno ottenuto di recente da Putin importanti promozioni. Nello stesso tempo è evidente come i “falchi” vengano tenuti lontano dal negoziato con Witkoff, come dimostra anche l’allontanamento dai colloqui del ministro degli Esteri Sergey Lavrov. Il dittatore russo si trova in questo momento di fronte a un dilemma diplomatico difficile. Da un lato, ha avuto l’insperata fortuna di avere come lobbysta dei suoi interessi nientemeno che un presidente degli Usa, che praticamente propone di chiudere la guerra alle condizioni di Putin (mentre i suoi emissari discutono le proposte di affari che potrebbero fare con gli idrocarburi russi). Dall’altro, i limiti del potere della Casa Bianca si sono visti molto bene in queste settimane, e la probabilità che Trump riesca a imporre agli ucraini e agli europei il suo progetto di “pace” è tutt’altro che garantita.

MEDIA,PER PROSSIMI 100 GIORNI TRUMP PREPARA ‘NUOVI SILURI’
(ANSA) – Donald Trump festeggerà martedì i suoi primi 100 giorni alla Casa Bianca mentre per i successivi 100 giorni punta a concentrarsi su accordi commerciali e sui colloqui di pace. Lo scrive Reuters on line che cita funzionari. Per i prossimi 100 giorni ci sono molti “siluri sott’acqua”, affermano fonti a Reuters.
WSJ,NUOVA STRETTA USA,DIPENDENTI ASSUNTI IN BASE A FEDELTÀ
(ANSA) – L’amministrazione Trump si sta muovendo per rafforzare il controllo sulle assunzioni e sui licenziamenti dei dipendenti federali, centralizzando nell’Ufficio di Gestione del Personale le decisioni in vista del ritiro di Elon Musk dal suo ruolo al Doge. Lo scrive il Wsj, dimostrando in base a documenti che i funzionari di alto livello saranno valutati in base alla loro “fedele amministrazione della legge e delle politiche del presidente”, secondo due promemoria del direttore ad interim dell’ufficio del personale, Chuck Ezell. Le agenzie federali sono invitate ad adottare il nuovo piano entro l’inizio dell’anno fiscale 2026.
AL RESORT DI TRUMP SOSTENITORE DELLA CANDEGGINA CONTRO IL CANCRO
(ANSA) – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ospiterà al suo resort a Miami, il Trump National Doral, uno dei maggiori fornitori al mondo di biossido di cloro, la candeggina industriale che ritiene essere una cura per il cancro, il Covid e l’autismo.
Andrea Kalcker è fra i 50 relatori della ‘Truth Seeker Conference’, l’evento di due giorni che si svolgerà da Trump e al quale parteciperanno molti no-vax e altri cospirazionisti. Kalcker vende la sua candeggina con il nome ‘CDS’ e, nella documentazione online, afferma che il disinfettante può “eliminare i patogeni” che causano malattie. “Potrebbe essere una delle maggiori scoperte mediche degli ultimi 100 anni”, ha detto. Durante la pandemia Trump aveva suggerito che iniettarsi del disinfettante avrebbe potuto essere utile contro il Covid.

Trump, il «signore» delle cause: tutti lo contestano in tribunale
Dall’insediamento avviati già 211 azioni legali: dall’immigrazione e diritti LGBTQ+ alle politiche Dei, dagli aiuti internazionali ai fondi federali congelati per controllare la libertà accademica, dall’ambiente ai dazi
Litigation, che in inglese significa procedimento legale, sembra la nuova parola d’ordine del secondo mandato Trump. Tutto finisce in tribunale. Dal suo insediamento, il 20 gennaio, al 25 aprile, sono state avviate 211 cause legali contro gli oltre 130 ordini esecutivi del presidente e le sue politiche federali, secondo il tracker di Just Security. A promuovere le azioni sono stati 13 Stati — tra cui California, New York e Illinois — associazioni civili e singoli cittadini, studi di avvocati, l’università di Harvard. I ricorsi spaziano dall’immigrazione al commercio, dai diritti Lgbtq+ all’uso dei fondi federali, dalla politica ambientale ai licenziamenti arbitrari, con procedimenti attivi nei tribunali distrettuali, nelle corti d’appello e perfino alla Corte Suprema.
In difesa dello «ius soli»
Tra i casi più emblematici figura lo ius soli. L’ordine esecutivo 14160, firmato nel giorno dell’inaugurazione, ha revocato la cittadinanza automatica per i figli di immigrati irregolari. Contro questa azione hanno fatto causa anche diversi Stati, tra cui Washington, Arizona, New Jersey e Oregon. Diversi tribunali hanno bloccato l’ordine, ritenendolo incostituzionale. Il caso è ora all’esame della Corte Suprema, che ha fissato la prima udienza il 15 maggio 2025.
L’assalto alle politiche Dei
I sindacati degli insegnanti e altre organizzazioni educative (tra cui American Federation of Teachers e American Sociological Association) hanno citato in giudizio l’amministrazione contro gli ordini esecutivi diretti a eliminare i programmi di diversità e inclusione. Finora due tribunali federali, in New Hampshire e in Maryland, hanno bloccato l’attuazione delle misure anti Dei, ora sono sospese. Ma il contenzioso continua.
I diritti Lgbtq+
Il 4 febbraio, diverse organizzazioni, tra cui l’Aclu e Lambda Legal, hanno presentato una causa nel distretto del Maryland contro un ordine esecutivo che limita l’assistenza sanitaria per i minori transgender. Il giudice Brendan Hurson ha emesso un’ingiunzione temporanea il 13 febbraio, poi estesa a livello nazionale. In aprile, l’amministrazione ha integrato le informazioni sui permessi di soggiorno degli studenti a un database dell’Fbi, portando alla revoca dei visti F-1 per migliaia di studenti. Oltre 100 cause legali e più di 50 ordini restrittivi sono stati emessi da giudici in tutto il Paese. Ieri, dopo settimane di battaglie legali, l’improvviso cambio di rotta del dipartimento di Giustizia, che (per ora) ha ripristinato la registrazione dei visti studenteschi.
L’attacco agli immigrati
Anche altre politiche migratorie di Trump sono finite in tribunale. I proclami e gli ordini volti a limitare le richieste di asilo e ad agevolare espulsioni rapide di alcune categorie di migranti hanno portato organizzazioni come il Refugee and Immigrant Center for Education and Legal Services e altre ong ad avviare cause federali sostenendo che i provvedimenti violano le leggi sull’immigrazione e i diritti dei migranti. Esemplare il caso «J.G.G. v. Trump», che ha visto l’amministrazione procedere con deportazioni di cittadini venezuelani nonostante il divieto di un tribunale.
Il congelamento di fondi ad Harvard
Il 21 aprile Harvard University ha intentato una causa contro l’amministrazione Trump, contestando il congelamento di oltre 2,2 miliardi in finanziamenti federali per la ricerca. Secondo l’università, questa misura rappresenta un tentativo illegittimo del governo di esercitare controllo sulle decisioni accademiche, violando il Primo Emendamento e la libertà accademica. La causa è stata presentata presso il tribunale federale del Massachusetts e coinvolge diversi alti funzionari dell’amministrazione, tra cui il segretario alla salute Robert Kennedy Jr. e la segretaria all’Istruzione Linda McMahon. Harvard sostiene che le azioni del governo costituiscono un’ingerenza senza precedenti nell’autonomia universitaria e chiede il ripristino immediato dei fondi congelati.
L’azione contro l’Epa
Chiave è la disputa sui fondi per il clima stanziati dall’ amministrazione Biden. Trump ha cercato di congelare o riassegnare alcune sovvenzioni green già approvate (come quelle previste dall’Inflation Reduction Act del 2022). In risposta, l’ONG Climate United Fund ha citato in giudizio l’Environmental Protection Agency (EPA) e una banca partner, accusandoli di aver bloccato illegalmente l’erogazione. Il tribunale ha immediatamente accordato un ordine restrittivo temporaneo che impedisce all’EPA e alla banca di attuare la revoca dei fondi, mantenendo congelata la situazione in attesa del giudizio di merito.
La rimozione di alti funzionari
Due cause in corso potrebbero costituire un precedente nel caso in cui Trump tornasse a minacciare di rimuovere il presidente Fed, Jerome Powell. A gennaio, Trump ha licenziato Gwynne Wilcox, alle guida del National Labor Relations Board, protetta da norme che tutelano l’indipendenza dei regolatori. Wilcox ha fatto causa e, dopo una prima vittoria, la rimozione sarà esami-nata dalla Corte d’Appello, con probabile approdo alla Corte Suprema. A marzo, Trump ha anche cacciato i due commissari democratici della Federal Trade Commission, l’Antiturst Usa, Rebecca Slaughter e Alvaro Bedoya, che hanno fatto ricorso per «ingiusta causa».

Trump vuole stringere i tempi in Ucraina. Rubio: «È la settimana decisiva»
Il segretario di Stato: «Cercheremo di stabilire in fretta se le due parti vogliono veramente la pace». L’insofferenza per le frenate di Putin e il nodo delle richieste europee
Marco Rubio avverte che «questa settimana sarà davvero decisiva» per il negoziato sulla guerra in Ucraina. Non è la prima volta che il segretario di Stato comunica un senso di urgenza. Ieri in un’intervista alla tv Nbc ha dichiarato: «Non esiste una soluzione militare. L’unica possibilità è un accordo in cui entrambe le parti rinuncino ad alcune delle loro richieste e concedano qualcosa su cui non vorrebbero cedere». In altri termini, ha aggiunto, Rubio, «per mettere fine al conflitto sia Russia che Ucraina non potranno avere tutto ciò che vogliono».
Gli Stati Uniti intendono stringere: «Questa settimana cercheremo di stabilire se le due parti desiderano veramente la pace e quanto sono ancora vicine o lontane, dopo 90 giorni di mediazioni. Penso che siamo vicini, ma non abbastanza. È giusto essere ottimisti, ma serve anche realismo. È una questione complicata; se fosse stata una guerra facile da far finire, sarebbe già successo da tempo. Ma al momento l’unico leader che può mettere insieme le due parti è Donald Trump».
Rubio, infine, ripete che l’impegno degli Usa potrebbe terminare presto. Nei prossimi «cruciali» sette giorni, «noi decideremo se questa sia un’impresa da portare avanti o se sia arrivato il momento di concentrarci su altre questioni che, in alcuni casi, sono altrettanto, se non più importanti».
In sostanza, qui Rubio torna a insistere più sul metodo che sui contenuti della trattativa. L’amministrazione vuole mantenersi equidistante tra Kiev e Mosca. Altrimenti non c’è alcuna possibilità di intesa.
Ora, però, bisogna capire se davvero la «diplomazia funebre di Roma» (copyright del presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier) abbia cambiato qualcosa. Finora la proposta di mediazione americana ha accolto solo le tre principali richieste di Vladimir Putin: riconoscimento dell’annessione russa della Crimea; Mosca mantiene il controllo delle terre occupate con la forza; l’Ucraina non entrerà mai nella Nato.
Sabato sera, in volo sull’Air Force One, Trump ha scritto: «Putin mi sta solo prendendo in giro e deve essere affrontato in maniera diversa, attraverso le banche o le sanzioni secondarie?». Sempre ieri Rubio si è assunto il compito, e anche il rischio, di commentare l’affermazione del presidente. Alla domanda: perché non imponete altre sanzioni? Ha risposto così: «Nel momento in cui cominci a fare questo genere di cose, vuol dire che stai abbandonando il tavolo del negoziato e ti sei condannato ad altri due anni di guerra, e non vogliamo che ciò accada».
Quindi, stando a quanto sostiene Rubio, niente sanzioni. Ma Trump terrà conto almeno della esigenza più urgente avanzata da Volodymyr Zelensky e dai leader europei, in particolare da Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer? Vale dire: costituire una forza militare di deterrenza che garantisca la sicurezza dell’Ucraina anche nel dopoguerra.
Negli ultimi giorni si è notata una crescente insofferenza di Trump nei confronti di Putin. Probabilmente il leader della Casa Bianca si aspettava segnali diversi dal Cremlino, non certo che continuasse a fare strage di civili in Ucraina. Su questo aspetto Rubio ha glissato, ma dopo Roma, è chiaro che toccherà a Trump fare la prossima mossa.








