Rampini: «La mia maratona di New York»

«Vi racconto la mia maratona di New York, tra ebrei ortodossi proPal e runner con il cellulare»

«Anche io sono stato vittima del panico da vigilia: dolori a muscoli, tendini, legamenti e giunture che non avevo mai saputo di possedere, più un brutto raffreddore»

FEDERICO RAMPINI

Oggi sarò al nostro Consolato generale su Park Avenue, a festeggiare il fantastico secondo posto di Yeman Crippa alla maratona di New York. Ieri invece, mentre lui tagliava il traguardo in due ore e sei minuti, io stavo soffrendo molto più indietro, e il traguardo di Central Park sembrava un miraggio. La sofferenza in realtà era cominciata il giorno prima. 

Un celebre atleta, un altro campione di maratona, di recente ha raccontato al New York Times la sindrome del «panico da vigilia»: improvvisi dolori che ti fanno temere una pessima gara. Ecco, io li avevo tutti, proprio tutti, e di più: sabato 31 ottobre mi facevano male perfino dei muscoli e tendini e legamenti e giunture che non avevo mai saputo di possedere. 

Nella notte fra sabato e domenica, quando in America spostavamo le lancette indietro e passavamo all’ora d’inverno, mi sono svegliato di soprassalto, con un potente raffreddore. Mi sono sforzato di non svegliare mia moglie ma ero convinto che la mia maratona era compromessa.

Poi New York ha fatto il solito miracolo. A cominciare dal meteo, che qui tratta con un riguardo speciale le prime domeniche di novembre da molti anni. Tutte le mie maratone newyorchesi sono state baciate da cielo azzurro, sole, temperatura mite, vento accettabile. Ieri il tempo era addirittura meraviglioso, quasi troppo caldo. 

Ma soprattutto, New York ha abbracciato «noi sessantamila» con l’affetto e la simpatia che sfodera per questa occasione. Strano davvero, ci sono città più piccole e provinciali che vivono con fastidio, irritazione, malumore, gli inevitabili inconvenienti creati dalle chiusure di strade e interruzioni di viabilità. 

New York, che per gli altri 364 giorni dell’altro è iperattiva, iper-produttiva, frettolosa, nevrastenica nella sua smania di fare cose, il giorno della maratona si rilassa, si rassegna alla paralisi totale, e decide di far festa. Per 42,2 chilometri siamo sostenuti, incoraggiati, sospinti e spronati da ali di folla: è un tifo commovente, spiritoso, amorevole. 

L’umorismo è traboccante, tra i mille cartelloni artigianali che mi hanno distratto e ridotto la fatica, ne ricordo due con giochi di parole intraducibili: «You run better than the governement» (to run vuol dire correre ma anche gestire, amministrare), e «Less hard than dating in NYC» (per quanto sia faticoso correre una maratona, è meno duro che cercare un partner in questa città: era un ragazza a esibirlo).

Poiché New York è davvero la capitale del mondo, in quanto concentrato di etnie e stratificazioni migratorie, uno scorcio fra i più sorprendenti l’ho avuto attraversando il quartiere degli ebrei ultra-ortodossi, quelli vestiti di nero, coi cappelli alti e i ricciolini: facevano il tifo pure loro, ma esibivano cartelli proPal e anti-sionisti. Sì, a New York c’è una particolare variante della comunità hasidica il cui rabbino ha preso delle posizioni così violentemente anti-Israele, che al confronto il nostro sindaco Mamdani (marxista e musulmano) è un moderato. New York è pure questo: un concentrato di tutti gli estremi, e di tutti gli estremismi.

Come per ogni manifestazione della vita newyorchese, il sostegno corale della città a noi maratoneti è molto, molto rumoroso. A lati della strada lungo il nostro passaggio decine di orchestre di quartiere fanno a gara nella qualità della musica e anche nei decibel. Se un maratoneta s’illude di poter tenere gli auricolari e ascoltare roba sua durante la corsa, il frastuono esterno lo dissuade. Da molte maratone la mia favorita è una banda di soli percussionisti a Queens: una dozzina, bravissimi, il loro ritmo ti trasporta e ti fa volare sull’asfalto, tremano i palazzi quando si scatenano quelli lì.

Per noi umili dilettanti, che osserviamo il ritmo di corsa di Yeman Crippa come di un extraterrestre, la maratona di New York offre un altro tipo di gratificazione: è uno dei modi più eccitanti e sorprendenti per scoprire questa città in tutti i suoi aspetti, attraversando i cinque «boroughs» che la compongono. Quattro dei quali sono grandi ciascuno come una Milano. 

Il gran finale, l’arrivo a Central Park, coincide con il tripudio di colori autunnali che qui chiamiamo il «foliage»: la tavolozza della foresta cittadina si tinge di rosso, giallo, oro, con attorno la corona maestosa della skyline di grattacieli. È più che sufficiente per compensarti della fatica. Nella traversata finale del bosco, il tripudio di alberi si squarcia all’improvviso per svelare il vecchio Plaza Hotel e i grattacieli del primo Novecento di Central Park South, di fronte a quello spettacolo perfino un vecchio newyorchese come me si emoziona, e capisce perché questa maratona attira sessantamila persone dal mondo intero.

Unica delusione: da una maratona all’altra continua a crescere la percentuale dei partecipanti che corrono con il cellulare in mano, più interessati a farsi selfie e mandare immagini di sé, che a qualsiasi altra cosa. L’invasione dei barbari non risparmia una disciplina sportiva tra le più antiche e rigorose. La consolazione, è che a quella velocità, almeno non sono mortali come al volante…