11 Giugno 2026


La polemica sull’ eolico e solare: «Le rinnovabili non bastano». Il problema non è produrre energia, è governarla nel tempo. La fisica chiede infrastrutture. L’ esempio virtuoso del Portogallo: l’energia rinnovabile è intermittente, il sistema non può esserlo.
Siamo davanti al mare anche oggi, perché il mare è movimento continuo. Non sta mai fermo. Non ha pause, non ha interruttori, non conosce festività. È energia che scorre senza sosta. Eppure questo movimento incessante, da solo, non è energia utilizzabile. È qui che il mare diventa la metafora perfetta delle rinnovabili: perché il movimento, senza un sistema, resta solo movimento. Bellissimo, ipnotico, rassicurante. Ma inutile dal punto di vista energetico.
Nel dibattito pubblico le rinnovabili vengono quasi sempre raccontate con la stessa frase, che sembra tecnica ma in realtà è emotiva: «Sì, producono… ma non reggono». Quante volte l’abbiamo sentita? Dentro questa frase c’è una delusione preventiva. Come se il sole e il vento fossero stati promossi troppo in fretta e ora dovessero dimostrare di meritarselo. Producono, sì, ma non quando serve. Producono, sì, ma non abbastanza. Producono, sì, ma non come vorremmo noi. E allora la conclusione sembra inevitabile: non bastano. Questa è la scintilla di oggi.
E come sempre Scintille non chiede di essere d’accordo, chiede di cambiare la lente con cui guardiamo le cose. Togliamo la fede, togliamo la sfiducia, e mettiamo la fisica. Perché la domanda giusta non è se le rinnovabili funzionano o no. La domanda giusta è quando funzionano. E per quanto tempo. Che è una domanda di fisica, e non di ideologia. Si tratta di studiare il sistema complesso che c’è dietro.
La fisica non ragiona in termini di acceso o spento, ma di tempo. Il sole produce di giorno. Il vento produce quando decide lui. Il mare produce sempre, ma in modo irregolare, mai uguale a se stesso. Il problema non è che queste fonti producano poco. Il problema è che producono fuori sincrono rispetto a come siamo abituati a consumare energia. Noi vogliamo l’energia quando serve a noi, non quando arriva lei. È una relazione sbilanciata. E come tutte le relazioni sbilanciate (nella vita come nella fisica), genera frustrazione.

Davanti al mare questo è evidente. Le onde arrivano una dopo l’altra, ma non quando lo decidiamo noi. Non rispettano orari, non garantiscono continuità, non firmano contratti. Eppure nessuno direbbe che il mare «non funziona». Funziona benissimo. Semplicemente non funziona a comando. E questo, per noi, è sempre un problema.
Qui entra una parola che nel dibattito pubblico viene evitata perché non fa applausi: accumulo. Accumulare significa prendere energia quando c’è e usarla quando serve. Significa fare una cosa profondamente controintuitiva: fermare il tempo dell’energia. E l’energia, per definizione, non ama stare ferma. Se potesse parlare direbbe: io scorro, non archiviarmi.
Noi invece continuiamo a discutere di quanta energia produciamo, come se il problema fosse una gara di quantità. Più pannelli, più pale, più megawatt. Ma produrre non basta. È come stare davanti al mare e dire: tranquilli, c’è acqua per tutti. Sì, peccato che non si possa bere.
L’abbondanza, senza sistema, resta abbondanza inutile. E spesso diventa argomento polemico: «Vedete? non serve a niente».
Ed è qui che serve guardare a chi ha deciso di trattare le rinnovabili come un problema di fisica, non come una bandiera. Il Portogallo, per esempio, usa sole e vento senza pretendere che siano sempre disponibili. Ha accettato un fatto fisico semplice: l’energia rinnovabile è intermittente, quindi il sistema non può esserlo. E invece di combattere questo limite, ci ha progettato intorno.
Quando il vento produce troppo, il Portogallo non spreca energia e non si indigna. La usa per pompare acqua nei bacini idroelettrici. Sta trasformando energia elettrica in energia potenziale. La sta mettendo in pausa. Quando il vento cala o il sole tramonta, l’acqua scende. L’energia ritorna. È fisica applicata con disciplina. Non è ideologia verde. È gestione del tempo dell’energia.
Ed è qui che la polemica pubblica mostra il suo punto più fragile: non ha basi scientifiche. Parla di sensazioni, di fiducia tradita, di promesse percepite. Ma la fisica non promette nulla, non delude nessuno, non tradisce. Funziona. Sempre. Il problema nasce quando le chiediamo di fare cose che non le competono.
Quando sentiamo dire che «le rinnovabili non bastano», quasi mai viene specificato per cosa non bastano. Non bastano se le trattiamo come una fonte continua senza accumulo. Non bastano se le inseriamo in reti rigide. Non bastano se pretendiamo che si comportino come centrali tradizionali. Ma questa non è una colpa delle rinnovabili. È una colpa del modello mentale con cui le guardiamo.

È come dire che il sonno «non basta» perché non puoi dormire quando vuoi durante il giorno e restare sveglio di notte senza conseguenze. Non è il sonno a non bastare. È l’idea che debba comportarsi come una lampadina.
È come dire che un’orchestra non funziona perché non suona tutta in fortissimo nello stesso momento. Non è la musica a non bastare. È l’idea che l’armonia sia volume continuo.
È come dire che l’acquerello «non basta» perché non copre come l’olio. Non è l’acquerello a essere debole. È l’errore di usarlo con le regole sbagliate.
Davanti al mare questo diventa quasi banale. Nessuno direbbe che il mare è inutile perché non puoi navigarlo sempre allo stesso modo. Nessuno si lamenta perché le onde non arrivano con cadenza regolare. Semplicemente, costruiamo barche diverse per mari diversi.
Con l’energia invece continuiamo a voler usare la stessa barca in tutte le condizioni, e poi ci stupiamo se affonda.
La polemica nasce da un equivoco profondo: confondiamo continuità con affidabilità. Pensiamo che una fonte affidabile debba essere sempre identica a se stessa. La fisica dice l’opposto: un sistema affidabile è quello che sa adattarsi alle variazioni. Il mare è affidabile proprio perché cambia. È prevedibile nelle sue leggi, non nei suoi istanti.
Chi dice che le rinnovabili non reggono, spesso sta dicendo un’altra cosa senza saperlo: che il nostro sistema non è stato progettato per gestirle. È come accusare il mare di non entrare in un bicchiere. Il problema non è il mare. È il bicchiere.

Ed è qui che l’asse si mette a fuoco, e apre il dibattito vero: il problema non è produrre energia, è governarla nel tempo. La fisica non chiede entusiasmo né scetticismo. Non chiede fede nelle rinnovabili. Chiede infrastrutture. Chiede accumuli. Chiede reti che sappiano aspettare.
Siamo davanti al mare perché produce energia senza sosta, ma senza sistema anche l’abbondanza resta inutilizzata. Il mare non delude nessuno, perché non promette nulla. Funziona secondo le sue leggi. E la domanda vera, anche qui, non è se ci crediamo o no. È se siamo finalmente disposti a costruire un sistema complesso che sappia stare al suo ritmo.
















