L’uomo che gestisce il campionato mondiale di Formula Uno, ex team principal Ferrari, si racconta al podcast di Zaia: «Il mio idolo era Agostini, «iniziai a 14 anni controllando i pass dei camion a Imola». Il no più difficile? «Ai russi, dopo la guerra: investirono molti soldi, ma decisi che non potessimo correre lì».
Rosanna Scardi
«Da ragazzo avevo il poster di Giacomo Agostini appeso in camera, i motociclisti sono stati i primi eroi che correvano con una tutina leggera, lasciando intravvedere quelle facce di ragazzi fuori di testa. Sfidavano, attraverso la velocità, il senso innato verso qualcosa di ignoto, erano un po’ matti e avevano la capacità di dover gestire le loro qualità per saper interpretare ogni frammento per migliorare la prestazione. E poi si trovavano la domenica mattina guardandosi intorno con la consapevolezza che magari non ci sarebbero più stati».
Stefano Domenicali racconta a Il Fienile, il podcast condotto da Luca Zaia, la sua ammirazione iniziale verso le due ruote e il campione bresciano. Il presidente e amministratore delegato del Formula One Group, la società che gestisce il campionato mondiale di Formula 1, nato a Imola nel 1965, è
noto soprattutto per la sua lunga e prestigiosa carriera nel motorsport, avendo guidato a lungo la Scuderia Ferrari come Team Principal. Il racconto parte dall’infanzia. «Questo odore – afferma, in riferimento al fieno che lo circonda – mi ricorda tante cose che facevo da piccolo, con i pantaloni corti, durante il weekend in campagna nelle colline sopra Imola. Mi fa venire in mente come la vita passi in fretta». A Imola, le balle di paglia erano anche contenitive durante le crash di moto. «A 14 anni – prosegue -, durante le gare, vivevo le esperienze dal punto di vista organizzativo, controllavo i pass dei camion. Un italiano era in grado di falsificarli e venderli e Ecclestone ne fece un cruccio».
Ai tempi del liceo risale l’amicizia con Mauro Gambetti, «un ragazzo molto intelligente – ricorda -, diventato ingegnere, frate, vescovo e cardinale. Ci sentiamo spesso. Non avrei mai immaginato di vederlo porporato tra gli incensi: quando organizziamo la cena di classe, per le date dobbiamo
metterci d’accordo io e lui». Figlio di un bancario, Dominicali ha ricevuto molti attestati importanti, dal Collare d’oro al Cavalierato del lavoro. Alla Ferrari è arrivato nel 1991. «Mi ero appena laureato in Economia a Bologna, vivevo l’amore per la pallacanestro e l’aeronautica, ma sapevo che lo sport non poteva essere la mia fonte di sostentamento». In Formula 1 sono 300 i curriculum che arrivano ogni settimana. «Le persone – commenta – fanno la differenza, bisogna capire chi può essere il profilo giusto, tramite il filtro delle risorse umane: quando ho iniziato, non sapevo neanche quali fossero i miei diritti, oggi trovo che tanti ragazzi fanno presente i loro vincoli, quelli che prima di dire “sono felice di poter lavorare qui”, ti dicono che vogliono avere tempo libero, il sabato e la domenica, forse hanno sbagliato posto…».

Nel 2008 diventa direttore del Team principal della Ferrari. «Ricevetti la telefonata da Todt e Montezemolo – ripercorre – mentre ero con mia moglie a Dubai: rimasi senza parole». Moltissimi i piloti conosciuti: Kimi Raikkonen, Felipe Massa, Rubens Barrichello, Fernando Alonso. Di Michael Schumacher, dice: «La sua situazione è difficile, la famiglia tutela la privacy, voglio ricordarmelo com’era: un ragazzo che ha sfidato tante volte il destino. Appassionato di sport estremi, una volta, a Dubai, facendo paracadutismo, ha aperto una o due volte il paracadute d’emergenza, sulle due ruote ha avuto un incidente bruttissimo in cui rischiò di rompersi l’osso del collo, e incidenti bruttissimi li ha avuti in Formula 1». Nel ’99, a Silverstone, il pilota tedesco si ruppe le gambe «per un errore della squadra e non accuso mai nessuno di una cosa ovvia, questo ti dà la dimensione di una persona. All’inizio aveva un approccio tedesco, molto quadrato, poi ha capito il valore del gruppo: si andava fuori per fare spogliatoio, il giovedì sera si giocava a pallone in qualunque parte del mondo fossimo e poi facevamo la grigliata».
Dopo 23 anni, nel 2014, le dimissioni da Maranello. E una chiamata che non dimentica. «Alle 8 del giorno dopo, un tedesco mi telefonò: era Rupert Stadler, ceo di Audi, che mi disse: “Adesso finalmente non puoi dirmi di no». E iniziò così la sua esperienza. Segue l’incarico di presidente e ad di Lamborghini prima di approdare nel 2021 al Formula One Group. Infine, la
decisione più difficile della sua vita. «Quando scoppiò la guerra Ucraina Russia ho chiamato il governo russo dicendo che non potevamo andare a correre nonostante Putin avesse investito per spostare la garada Soci a San Pietroburgo».






