Addio a Sandro Mazzola

leggenda di Inter e Nazionale

Sandro Mazzola è morto: l’ex leggenda di Inter e Nazionale aveva 83 anni

Sandro Mazzola, leggenda del nostro calcio, è morto all’età di 83 anni: da tempo lottava contro la malattia. Emblema della Grande Inter, bandiera della Nazionale, si è sempre conquistato tutto da solo, onorando il nome del papà Valentino

Carlo Baroni

Sandro Mazzola, bandiera dell’Inter e leggenda della nazionale italiana di calcio, è morto: aveva 83 anni, e da tempo lottava con la malattia. «È stato uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra», ha scritto l’Inter nel messaggio di addio, elencando i suoi successi: «Quattro Scudetti, due Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, il titolo di capocannoniere in Serie A (nel  1965 con 17 gol) e in Coppa dei campioni (7 gol nel 1964). Secondo nel Pallone d’Oro 1971, dietro a Johan Cruyff». Questo è il suo ritratto, firmato da Carlo Baroni. 

Quelli come lui non avevano bisogno di un nome sulla maglia. Per riconoscerli bastava una serpentina e un paio di baffi. Come quella sera di dicembre a Budapest, in Coppa dei Campioni contro il Vasas, quando mandò fuori giri mezza difesa ungherese, e già che c’era, scartò anche il portiere. Poi rimase a danzare davanti alla riga bianca, prima di decidersi a fare gol. O quell’altra volta che a Berna, con la maglia azzurra, si mise a palleggiare dentro l’area per sei meravigliose volte senza che la sfera toccasse mai l’erba. Numeri che solo lui.

Sandro Mazzola è arrivato al novantesimo della vita: aveva 83 anni. Ci ha lasciato come sognava lui: con la sua Inter prima in classifica. E un futuro di speranza di gloria davanti. 

Sandro lottava da tempo con la malattia. Ma appena poteva non mancava agli appuntamenti con i compagni di una volta e tifosi di sempre. Come un anno fa a maggio al ristorante di Zanetti per festeggiare i 60 anni della seconda Coppa dei Campioni. Adesso dentro lo spogliatoio del Cielo troverà Luisito Suarez, Franz Beckenbauer. Gigi Riva. E Franco Baresi. Per giocare una partita eterna con gli angeli a fare il tifo.

I capolavori di Sandro Mazzola: i dieci migliori gol con la sua Inter

Come tutti i Grandi dello sport il Baffo era nato per dividere. O lui o Rivera. Inter o Milan. In un gioco infinito dove vincevano tutti, persino quando il tabellone luminoso segnava un risultato avverso. In una Milano che non sarà mai più la stessa.

Mazzola il destino ce l’aveva già nel nome. Un privilegio, un peso. Il dovere di dimostrare che nessuno, neanche Madre Natura, gli aveva regalato niente. Già sui campetti dell’oratorio aspettavano il primo sbaglio, un passaggio riuscito male per sentenziare: «Certo, suo papà Valentino era un’altra cosa». Al punto che Sandro un giorno decise di cambiare sport. E passare al basket. I numeri li aveva. Il leggendario Simmenthal di Cesare Rubini lo voleva. «Tuo padre si rivolterebbe nella tomba» lo ammonì mamma Emilia. Così restò all’Inter perché viveva a Milano e all’oratorio giocava con Adriano Celentano e Tony Renis. Poi trovò un nuovo «papà» che lo prendeva per mano insieme al fratellino Ferruccio e li portava sul prato di San Siro prima delle partite. Si chiamava Benito Lorenzi, il centravanti di un’Inter che sapeva come si fa a vincere. Quei momenti gli ricordavano le domeniche che papà Valentino lo accompagnava allo stadio Filadelfia di Torino. E il portiere Bacigalupo si faceva fare gol dal piccolo Mazzola solo per vederlo sorridere.

Sandro Mazzola nel 1998 con l’allora presidente dei nerazzurri Massimo Moratti

Mazzola che si è vestito tutta la vita solo di nerazzurro e dell’azzurro della Nazionale. Il presidente Angelo Moratti pose il veto al suo prestito al Como. «Per farsi le ossa» la motivò Helenio Herrera che non provava simpatia per chi considerava un raccomandato. Poi fu Sandro a dire no a Boniperti e Agnelli che lo volevano alla Juve, nella parabola finale della carriera. Ma come poteva il figlio del capitano del Grande Torino giocare per gli odiati rivali?

La sua figurina non finiva appiccicata solo sull’album. I suoi piccoli tifosi la tenevano dentro il quaderno di scuola. O sulla scrivania da guardare come a un parente a cui si vuole bene. Sandro che aveva mille storie da raccontare. Di quando andò a Brescia per vedere giocare una promessa e tornò con un altro ragazzo che si chiamava Andrea Pirlo. O di quando portò Ronaldo (quello vero diceva lui) nella sede dell’Inter per fargli firmare il contratto.
Mazzola e la Nazionale che giocarci era solo un onore. In quella squadra che undici erano troppo pochi da scegliere. E allora poteva capitare di dire di no anche a un Gianni Rivera. Su quella rivalità ci costruirono leggende che sapevano poco di verità. Loro interpretavano bene la parte, poi si trovavano al ristorante che tra fuoriclasse c’è sempre un modo per stare dalla stessa parte. Così «inventarono» il sindacato dei calciatori che a quei tempi, senza procuratori, per farti ascoltare dovevi avere proprio la testa e le gambe di un Mazzola e di un Rivera.

L’interista Sandro Mazzola con il milanista e rivale Gianni Rivera

La bacheca dell’Inter si riempì di trofei in quei ruggenti Anni Sessanta. Coppe che anche se sulla targhetta c’era solo il risultato, capivi che la «firma» per portarle a casa aveva avuto bisogno del segno del Baffo. Con lui la prima stella, la prima Coppa dei Campioni e quella Intercontinentale. E al Prater di Vienna nel 1964 segnò una doppietta davanti al grande Alfredo Di Stefano. A fine partita si avvicinò un altro mito delle meregues, Ferenc Puskas, con la maglietta in mano e gli disse: «Ragazzo, ho giocato contro tuo padre Valentino e tu sei degno di lui: tieni la camiseta». E quelle serate che San Siro era l’ombelico del mondo del calcio. Le rimonte con il Liverpool e i derby che le prendevi e le davi. Mazzola che era un centravanti, ma anche un regista e se lo mettevi all’ala ci stava bene eccome. Il suo Maestro, prima di Lorenzi, Peppino Meazza. E basta il nome. Lui che una volta in ritiro si adombrò e disse: «Mì gh’hoo una maggia (ho una macchia in dialetto milanese). Ho giocato anche per il Milan». Silenzio. Con i ragazzini della Primavera dell’Inter incantati e spaventati. Quel giorno, ricorderà Mazzola, capii cosa voleva dire indossare la casacca nerazzurra. Un «indumento» che non si può togliere neanche quando si finisce di giocare.

Mazzola, quel gol dopo appena 13 secondi nel suo primo derby e il rapporto con il «mago» Herrera

Il secondo tempo di Sandro Mazzola è da dirigente. Prima con Ivanhoe Fraizzoli poi con Massimo Moratti. Altri trionfi senza, però, riuscire a creare le atmosfere, la magia della Grande Inter. Ci sono anche i passaggi televisivi, da opinionista mai banale. Serpentine verbali che andavano in rete come i suoi dribbling sul campo.

Ciao Sandro, capitano che hai riempito i sogni dei ragazzi che al futuro ci credevano davvero perché gli avevi regalato un presente da incorniciare.

«Mazzola era un vincente, quando è arrivato lui siamo diventati grandi. Sandro, un interista vero»

«Ha avuto la personalità di imporsi con il suo talento. Non era un compagnone, ma un solitario. Era molto determinato. Colpiva per le fantastiche qualità, la freschezza, il modo di giocare, la capacità di velocizzare l’attacco»

Daniele Dallera

«Sandro Mazzola? Un vincente». Massimo Moratti vuol dire la storia, il cuore, la società, la famiglia, le vittorie, scudetti e coppe, le sconfitte (massì nello sport ci sono anche queste, poche però nel governo morattiano), campioni, investimenti. Una vita che è un capolavoro e in questo quadro dai colori nerazzurri ci sono la testimonianza e il ricordo di Sandro Mazzola, una bandiera che non smetterà mai di sventolare. «Siamo più o meno della stessa età, Sandro e io…»: due anni di differenza e l’Inter nel loro Dna, il presidente e il campione.

Che giocatore era Sandro Mazzola?
«Non è un caso che quando, giovanissimo, è entrato in squadra, sia cominciato il ciclo di vittorie di quella grande Inter a livello nazionale e internazionale: Mazzola aveva doti eccezionali».

Massimo Moratti è stato presidente dell’Inter dal 1995 al 2013. In questa foto è con Helenio Herrera, allenatore del club nerazzurro con cui ha vinto tutto: in quella squadra giocava anche Sandro Mazzola (Dfp)

La grande Inter di suo papà Angelo: che ricordi ha del giovane Sandro?
«Non un compagnone, ma un tipo solitario, al quale piaceva stare per conto suo. Era molto determinato. Sul piano strettamente tecnico aveva colpito tutti per le sue fantastiche qualità, la sua freschezza, il suo modo di giocare, la capacità di velocizzare l’attacco di quella squadra che nel 1963 avrebbe conquistato il suo primo campionato, l’inizio di un ciclo di successi nei quali Sandro ha avuto un ruolo fondamentale».

Qual era la qualità tecnica che differenziava Mazzola dagli altri attaccanti? 
«La sua capacità di liberarsi con il dribbling, in poco spazio, di compiere più scatti nella stessa azione, un punto di forza tutto suo. Voglio sottolineare un’altra sua dote: nel tiro possedeva, soltanto lui, una piccola leva che dava giri e velocità al pallone, diventando imprendibile. Non aveva bisogno di una grande leva e di tanto spazio. Così prendeva in anticipo avversari, difese e portieri».

Ecco la finezza tecnica del presidente esperto, competente, innamorato della sua Inter e di questo sport. Papà Angelo Moratti stravedeva per Sandrino Mazzola: «Gli voleva bene, era così giovane, un ragazzino». Figlio d’arte, di quel Valentino mito del grande Toro, una storia nella storia. «Quel ragazzino — ricorda Massimo Moratti — figlio di un campione vittima della tragedia di Superga ha avuto la forza, la personalità, il carattere di imporsi con il suo talento».

l calcio italiano, in particolare la Nazionale, ha vissuto la divisione tra Mazzola e Rivera. Con Valcareggi ct è nata la famosa staffetta. Un controsenso. Qualsiasi altro allenatore li avrebbe fatti giocare insieme, partendo da loro per costruire una Nazionale e i suoi successi.
«Credo proprio — osserva Moratti — che due giocatori così diversi potessero giocare insieme. E sa perché? Entrambi erano intelligenti e avrebbero risolto il problema, con le loro doti, capacità, talento. Ne sono convinto: Mazzola e Rivera avrebbero trovato un modo per convivere tecnicamente».

Dall’infanzia in povertà ai successi con l’Inter.

Il Mazzola da campione a dirigente sportivo. Lei da presidente lo ha avuto anche sotto questo ruolo professionale.
«Per poco tempo. Lavorò molto di più con la presidenza Fraizzoli prima. Lui e io abbiamo collaborato per quattro anni. Mazzola ci teneva alla società, alla squadra, aveva occhio e capacità di analisi nell’individuare il giocatore di talento, quello che poi sarebbe potuto diventare, come avrebbe potuto inserirsi. Il primo pensiero di Mazzola era l’Inter. Era un interista vero».
Detto da Massimo Moratti… che grande onore.

Un Messi prima di Messi. Mazzola, il mingherlino che ci faceva sentire campioni

Del fuoriclasse calcistico non aveva il fisico e neppure la postura: era un prodigio senza spiegazioni logiche

Beppe Severgnini

Sandro Mazzola, per la mia generazione, è stato l’Olanda prima dell’Olanda, Messi prima di Messi, Mbappé e Yamal prima di Yamal e Mbappé. Mi rendo conto: sono paragoni improponibili, ma l’amore dei bambini per il pallone non è logico, per fortuna. È emotivo, incosciente, fantasioso: bellissimo. Quando, seduti sul divano di casa, vedevamo quel mingherlino che arrivava sempre per primo sulla palla, e la buttava in porta, pensavamo: all’oratorio lo faremo anche noi.

Di Sandro Mazzola sapevamo poco, quando la Grande Inter ci arruolava per la vita. A sei, sette anni i bambini conoscono poco la storia, anche quella del calcio. Il nome di Valentino Mazzola, certo, l’avevamo sentito; ma la gloria e la tragedia del Grande Torino era negli occhi e nei ricordi di genitori e zii. I bambini mangiano pane e presente. E, nel nostro presente, c’era Sandrino Mazzola.

I baffi sottili, gli scatti improvvisi: un moschettiere senza spada, che riusciva sempre a sorprendere. A cominciare dagli esordi, fulminanti. Domenica 24 febbraio 1963. Inter contro Milan, Helenio Herrera e Nereo Rocco. Mazzola ha vent’anni, è al suo primo derby. Segna dopo 13 secondi, gli avversari neanche toccano la palla. Dirà, tranquillo: ho segnato perché ho sbagliato a tirare.

I dribbling, i tiri secchi, le incursioni, i colpi al volo sui cross di Jair e Corso, le combinazioni con Suarez e poi con Boninsegna, indimenticabile Lautaro del tempo. C’era qualcosa di modernissimo nel modo in cui Mazzola interpretava il calcio negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta. Il predecessore del sommo Johan Cruijff, se ce n’è uno.

Del fuoriclasse calcistico, Sandro Mazzola non aveva il fisico e neppure la postura: era un prodigio senza spiegazioni logiche. Come Rivera, se vogliamo. Diversi per stile, corsa, ruolo, modo di stare in campo: meravigliosi entrambi. Credo che la civilissima rivalità fra interisti e milanisti si sia rafforzata proprio in quegli anni. Se capivi qualcosa di pallone, davanti a Mazzola e Rivera, dovevi alzarti in piedi. Ecco perché la celebre «staffetta», durante i Mondiali di Messico 1970, sembrava tanto assurda. Se hai in squadra due così li fai giocare, punto.

Ho avuto occasione di conoscere di persona Sandro Mazzola, negli ultimi anni ho letto e guardato le sue interviste. Il passato era per lui ingombrante, si capiva; ma il guizzo era lo stesso. Non più in campo, ma nelle battute. E, ancora di più, negli occhi. Dentro si leggeva, insieme all’ironia, la malinconia. Quella che, oggi, proviamo tutti. Perché uno come Mazzola non lo fanno più. E, se lo facessero, non lo capiremmo.

La Milano di Mazzola: i primi calci all’oratorio di San Lorenzo tra Celentano e Tony Renis, quella cena con il «paròn» Rocco che voleva portarlo al Milan

Rimasto orfano a 6 anni di papà Valentino, il capitano del Grande Torino, è cresciuto con la mamma in Porta Ticinese. Qui ha incontrato i due grandi amori che lo hanno accompagnato per tutta la vita: l’Inter e la sua Graziella

Massimo M. Veronese

La Milano di Sandrino Mazzola –morto a 83 anni dopo una lunga lotta con la malattia – comincia in provincia, in una casetta di campagna di Cassano d’Adda, il paese di papà. Valentino, capitano del Grande Torino, è appena scomparso nella tragedia di Superga e Sandrino, 6 anni, va a vivere con la mamma, separata quando ancora non esiste il divorzio. Ci sono anche Ferruccio, il fratellino, e i nonni. Si fa la fame ma per fortuna c’è il pallone che fa bella la vita di un bambino. Appena dietro il rione dove abitano c’è una bella residenza, Villa Borromeo, ed è qui che tira i primi calci e mette su la prima squadra, il Ruscett, dal nome del quartiere più povero del paese. Anni di felicità semplice e sacrifici per vivere. 

Milano, la grande città, sarà la vita nuova quando mamma si rifarà una famiglia: al terzo piano di via De Amicis 9, in Porta Ticinese. Lì i Mazzola trovano una zia che ricama a mano i corredi delle spose e sogna di diventare suora e la speranza di un futuro migliore. La povertà invece è la stessa: a scuola lui e Ferruccio vanno a piedi con i pantaloni corti anche d’inverno e a messa tutte le domeniche alla Basilica di San Lorenzo. Ma c’è uno spiazzo perfetto davanti alla statua di re Costantino anche se trapezoidale con i gradini del cinema dell’oratorio e una scalinata sul lato sinistro a far da linee laterali. È li che il pallone torna a correre, è lì che Sandrino fonda un’altra squadretta di mocciosi che i ragazzi battezzano Milanesina. 

Sandro Mazzola con Evaristo Beccalossi, scomparso lo scorso 6 maggio

La maglia la comprano con le paghette, nera con i bordi bianchi, quando le sarte la confezionano per tutti i ragazzi corrono come pazzi per Corso Ticinese gridando «la ghe, la ghe», «c’è, c’è». Racconterà Sandro: «Mi accorsi in quel momento di aver parlato per la prima volta in milanese». I suoi compagni hanno tutti soprannomi milanesi: il Tosa in porta, il Ceser, il Pipa, il Cista, il Balin sulle ali, il Coulomb in attacco. Sono i figli del panettiere di via Torino o il garzone della farmacia, quando vincono il torneo di San Lorenzo ci sono anche due ragazzetti che faranno strada a festeggiarli. Si chiamano Tony Renis e Adriano Celentano, organizzano feste musicali per l’oratorio. 

L’Inter arriva a 12 anni con un provino al centro Ravizza poi diventa la sua vita. A scuola gioca anche a pallacanestro ed è così bravo che la Borletti, oggi Armani, cerca invano di strapparlo al calcio. Ma la strada giusta è un’altra. Studia Sandrino, ragioneria al Pietro Verri, ma Milano è anche l’amore della vita Graziella, sua compagna per sempre. La conosce al mare a una festa di compleanno tra amici, si rivedono dopo un anno. Lei gli dice: studio in via Montenapoleone, vuoi venirmi a prendere all’uscita? Diventerà un’abitudine fino a quando la popolarità non lo costringerà a essere più discreto. Graziella è la serata di ballo a Sesto San Giovanni, le fughe al cinema Arcobaleno, la felicità di due ragazzini promessi per la vita. 

Sandro Mazzola “contrastato” da Giovanni Trapattoni

Poi per Sandro lo Stadio di San Siro diventerà casa: il debutto lo battezza con un gol nel derby dopo solo tredici secondi a Giorgio Ghezzi, portiere del Milan, ma suo maestro per anni all’Inter.  San Siro per Mazzola sarà il primo gol in Nazionale in amichevole contro il Brasile, con Gianni Rivera, incaricato di battere un rigore che prende la palla e la mette tra le mani di quello che è già il suo rivale: tirala tu, Sandrino, gli dice, il regalo di un avversario al quale vorrà bene e con il quale all’Hotel Michelangelo, vicino alla Stazione Centrale, fonderà il sindacato calciatori, per dare dignità a colleghi meno fortunati di loro due, il figlio di Valentino e il Golden Boy di Alessandria. San Siro è lo scudetto della Stella, la Coppa dei Campioni vinta in casa con un gol di Jair, 16 anni all’Inter, 7 da capitano, 570 partite, 162 gol, 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali e un finale amaro in Coppa Italia, persa contro il Milan prima di diventare dirigente numero uno della sua squadra del cuore. 

Nereo Rocco una volta ci provò e lo invitò all’Assassino, il ristorante dei milanisti. Vieni con noi al Milan, Sandrino, tu e Rivera sareste una coppia formidabile. Ma con la maglia del Milan, gli disse, proprio non mi ci vedrei. Con il Paron però restò la stima e l’affetto. 

Dopo anni di calcio Sandrino cambiò vita e in Brianza, dove abitava, preferiva occuparsi più dei nipotini che del pallone. Milano gli aveva dato tutto e lui aveva dato tutto a Milano. Partendo da una casetta di campagna di Cassano d’Adda, quando papà non c’era più.

Gianni Rivera, Sandro Mazzola

«Mazzola e io come Coppi e Bartali. Sei stato una parte di me, eravamo la Milano degli anni 60»

«Sandro non è stato solo un rivale, ma una parte di me». Simboli della Milano che cambiava, avevano bisogno l’uno dell’altro. «Avevamo 34 anni, in un derby ci sfidammo sulla fascia, finimmo senza fiato e ci venne da ridere: “siamo pronti per il circo”

GIANNI RIVERA

Sandro non è stato solo un meraviglioso rivale per me, ma è stato una parte di me, come io sono stato una parte di lui. Per questo oggi piango per lui ma anche per me.

Io e Sandro siamo stati i Coppi e Bartali del calcio: avevamo lo stesso talento, eravamo i due capitani, siamo stati e siamo ancora le bandiere di Inter e Milan, insieme ai nostri compagni di squadra abbiamo vinto tutto, scudetti, Coppe dei Campioni, Coppe Intercontinentali. Siamo stati pezzi unici e irripetibili ma anche due facce della stessa medaglia, la mia popolarità esaltava la sua e la sua esaltava la mia. Non c’è derby di oggi e di domani che nel raccontarsi non passi da Rivera e Mazzola e Mazzola e Rivera.

Mazzola e Rivera hanno creato il sindacato dei calciatori: anche a fine carriera sono stati protagonisti del calcio (Ansa)

Io e Sandro incarnavamo due filosofie di gioco e di vita, quasi due partiti con una loro ideologia, sostenere uno di noi due era scegliere uno stile di gioco, un modo diverso di interpretare il calcio e forse la vita. Come noi però non c’era e non c’è nessuno: eravamo la Milano degli anni Sessanta, quella delle grandi trasformazioni sociali, che dominava il calcio mondiale con le sue due squadre e i loro due capitani ragazzini e poi uomini. Un’epoca forse irripetibile.

Ai Mondiali del 1970 ci considerarono incompatibili con uno spreco assurdo di arte calcistica e si inventarono la staffetta, il primo tempo lo giocava lui e il secondo io, tranne che nella finale con il Brasile. Invece potevamo giocare benissimo nello stesso undici tanto erano diverse le nostre caratteristiche e vincere insieme come agli Europei del 1968.

Nereo Rocco, che era innamorato di Sandro, provò a portarlo al Milan, peccato che non ci sia riuscito: insieme saremmo stati imbattibili, ma la storia di Milan e Inter in fondo è più bella così.

Hanno spesso tentato di metterci contro ma non ci sono mai riusciti. Con Sandro e Sergio Campana abbiamo fondato il Sindacato calciatori mettendo la nostra popolarità al servizio soprattutto dei calciatori meno fortunati, sfidando le ritorsioni del potere e le ironie dei nostri tifosi che consideravano un’eresia vederci insieme.

Abbiamo anche fatto molte cose divertenti: una trasmissione televisiva insieme, gli inviati del Corriere della Sera ai Mondiali del Messico vinti da Maradona, siamo stati persino una commedia musicale che andò in scena nei teatri milanesi degli anni Settanta.

Ma ricordi di lui ne ho tanti. Il primo derby contro Sandro, per esempio, me lo ricordo benissimo: dopo quindici secondi andò in gol, il mio invece me lo annullarono, ma finì 1-1. Fu un derby molto nervoso e io e Sandro, giovanissimi, su un fallo stavamo per venire alle mani. Fu un attimo. Ci guardammo negli occhi e invece di menarci ci abbracciammo. Il pubblico si mise ad applaudire e Angelo Moratti confessò poi la sua commozione nel vedere quei due ragazzini abbracciarsi.

Ricordo poi un derby di fine anni Settanta, l’ultimo di Sandro in campionato, lui aveva 35 anni, io 34. Ci lanciammo di corsa sulla fascia come fossimo tornati bambini a caccia di una palla inutile, lui cercava invano di staccarmi, io invano di superarlo, arrivammo in fondo senza fiato e ci venne da ridere. Oramai siamo pronti per il circo, mi disse, e ci facemmo un’altra risata.
Oggi invece piango un fuoriclasse autentico, un uomo perbene e un rivale leale. Ma, ora posso dirlo, anche e soprattutto un amico vero.

Valentino e Sandro Mazzola (Olycom)

Sandro Mazzola, orfano, ribelle e sincero: «Ritroverò papà Valentino».

Gli esordi, Herrera, Padre Pio e i Mondiali del 1970

Nessuno gli disse di Superga, fu rapito dalla compagna di Valentino. Herrera e le pastigliette. Raccontava con onestà dei «furti» ai contrabbandieri di sigarette da bambino e del doping. Dalla Grande Inter ai Mondiali, Sandro Mazzola racconta senza reticenze una vita segnata dall’assenza del padre Valentino

ALDO CAZZULLO

Intervistare un campione dello sport significa spesso sbattere contro un muro di reticenze, di non detti, nel migliore del caso di racconti edulcorati. Sandro Mazzola, asciutto e segaligno da pensionato, come da calciatore e da dirigente, non si sottraeva a nessuna domanda. E ti svelava la sua vita avventurosa come l’aveva vissuta.

Era cresciuto nella via dei contrabbandieri di sigarette della Brianza: «Le sigarette erano nascoste nei tombini. Le auto si fermavano al semaforo, facevano un segno, e noi bambini le tiravamo fuori e gliele portavamo. A volte le rubavamo, per poi rivenderle agli stessi contrabbandieri. Con il ricavato compravamo un pallone. Giocavamo tutto il giorno. Quando il pallone finiva contro le vetrine, i commercianti ce lo bucavano; oppure lo faceva il parroco, se non andavamo a messa. Il pallone costava 500 lire, che ovviamente non aveva nessuno. Così dovevamo arrangiarci».

Il suo primo ricordo era Bacigalupo, il portiere del Grande Torino. «Entro al Filadelfia, vestito da Toro, con mio padre. La sua mano destra stringe la mia. Mi poggia la sinistra sulla testa. Tiro il rigore. Bacigalupo agita le braccia come fa in campionato; la porta è piccolissima, lui enorme; poi però si butta da una parte, e io la piazzo dall’altra. Bacigalupo strizza l’occhio a papà. Io faccio il giro del campo esultando come un matto».

Del Grande Torino Sandro, primogenito di Valentino Mazzola, era la mascotte. Papà e mamma si erano separati, lui era rimasto con il padre e la sua nuova compagna. «La domenica entravamo in campo per mano, nei derby guardavo di brutto il figlio di Depetrini, il capitano della Juve. Giocavo a pallone con le figlie di Grezar e la figlia di Loik, siamo rimasti vicini per tutta la vita. Oppure andavo a casa del presidente, Ferruccio Novo. Non aveva figli, mi aveva un po’ adottato».

Del Grande Torino suo padre era il capitano. «Ossola, Gabetto e gli altri lo adoravano. Quando battevano la fiacca in allenamento lui faceva un urlaccio e tutti scattavano. La sua era la famiglia più povera di Cassano d’Adda. Cinque fratelli. Il maggiore entrava e usciva di galera: ebbe sessanta condanne per furto. Papà scappò di casa perché non voleva andare a rubare». Valentino si arruolò in marina, fu scoperto da un talent scout zoppo, giocò nel Venezia. A Torino durante la guerra fece l’operaio alla Fiat, per evitare di essere mandato in Russia. Vinse cinque scudetti, ma aveva un doppio lavoro: per arrotondare dovette aprire un negozio di palloni.
Poi l’aereo cadde a Superga.

Raccontava Mazzola: «Nessuno mi disse nulla. La compagna di mio padre mi rapì e mi affidò a una coppia di amici, che viveva in un mulino. Non ho mai capito se fosse per avere dei soldi, o per tenere con sé un pezzo del suo uomo». La madre Emilia chiese aiuto ai carabinieri e ai tifosi del Toro, che battevano le campagne per cercarlo. Lo trovarono dopo un mese e lo riportarono a casa. «Scoprii solo allora che avevo un fratello. Si chiamava Ferruccio, come il presidente del Toro».

A Sandro dissero che papà era in viaggio. Ma un giorno che si era nascosto sotto il tavolo per fare le radiocronache — Nicolò Carosio parlava chiuso in una cabina, era il suo modo di imitarlo —, sentì la madre sfogarsi con un’amica per il marito perso in un incidente aereo. Soltanto allora realizzò che da quel viaggio suo padre non sarebbe mai tornato.

All’Inter arrivò grazie a Benito Lorenzi, detto Veleno. Personaggio da romanzo. Era stato a Salò. Cattolicissimo, non perdeva una messa. Buono d’animo, terribile in campo. Provocava Boniperti chiamandolo Marisa, con Charles metteva in dubbio la moralità della regina. Prese Sandro e Ferruccio Mazzola sotto la sua protezione: «Entravamo a San Siro vestiti da Inter, salutavamo il pubblico, ci sedevamo accanto alla panchina. Se l’Inter vinceva, Lorenzi faceva dare anche a noi le 30 mila lire di premio partita».

Sandro e Ferruccio Mazzola

Ma perché? «Me lo sono sempre chiesto anch’io. Un giorno Veleno me lo spiegò: era convocato in Nazionale e non giocava mai, giocavano solo quelli del Grande Torino. Allora mio padre disse al ct, che era Pozzo, di fargli fare almeno una partita. Da allora gli fu devotissimo. Pensava: se sono buono con i suoi figli, Valentino mi farà vincere gli scudetti».

L’Inter di Benito Lorenzi vinse due scudetti di fila, dopo decenni di magra. Lui portò Sandro e Ferruccio in macchina a Superga a dire una preghiera di ringraziamento, e litigava con ogni automobilista di passaggio.

Nelle giovanili dell’Inter l’allenatore di Sandro era Giuseppe Meazza. «Una volta urlai dietro a un compagno che non mi passava la palla. Meazza a fine partita mi chiama e mi fa: “Pastina, mi ho vinciuu dò campionaa del mond, e gh’oo mai vusà drée a un me compagn. Se te ciapi un’altra volta, ti te giughet pù”; se ti becco a gridare ancora dietro a un compagno, non giochi più».

In campionato esordì in Juve-Inter 9-1. Angelo Moratti aveva schierato la Primavera per protesta. Boniperti venne a salutarlo: «Lo sai che di nascosto andavo a vedere le partite di tuo padre? Era il più grande». Sivori fece sei gol. Ma l’unico gol dell’Inter lo segnò Sandro Mazzola.

A 21 anni già vinceva la prima Coppa dei Campioni. «All’ingresso mi incantai a guardare Di Stefano. Non ho mai visto un calciatore più forte, tranne forse Ronaldo prima dell’incidente. Luisito Suarez, il vero leader della Grande Inter, mi richiamò: “Resti a guardare Di Stefano o vieni con noi a giocare la finale?”». Al Real Madrid Sandro Mazzola fece due gol. «Esultai come un matto, tipo quando segnavo il rigore a Bacigalupo. Suarez dovette richiamarmi di nuovo: “Guarda che se esageri ce ne fanno quattro”. Alla fine andai da Di Stefano a chiedergli la maglia, ma mi fermò prima Puksas. Mi disse: “He jugado con tu padre. Tu eres como el”, tu sei alla sua altezza. Non era vero; ma non sono mai stato tanto felice in vita mia».

Sandro Mazzola non si sottraeva a nessuna domanda, comprese quelle sul doping, denunciato da suo fratello Ferruccio, e da lui in un primo tempo negato. «Invece era vero. Il Mago Herrera ci dava una pastiglietta, che noi sputavamo. Così cominciò a scioglierla nel caffè. Non ne sentivo alcun bisogno, ma erano pratiche correnti nel calcio dell’epoca. Ferruccio aveva motivi di rivalsa nei confronti dell’Inter. Prima che morisse ci siamo riconciliati, ridendone su. Ma il vero doping di Herrera era psicologico». Il Mago entrava nello spogliatoio e diceva: oggi si vince facile, quelli non sono nessuno, il terzino è lento, il mediano è un brocco… «Prima della finale del 1965 con il Benfica ci convinse che Eusebio, uno che ha segnato più di 700 gol, fosse una pippa». Fatto sta che l’Inter visse pure quella Coppa dei Campioni.

Herrera portava regolarmente la squadra da Padre Pio. Un giorno Sandro chiese al frate di parlargli in privato. Aveva un rovello da sciogliere. Da bambino aveva fatto un voto: era disposto a morire giovane, come il padre, pur di diventare un campione come lui. L’aveva confidato al confessore, che gli aveva negato l’assoluzione, gridando che era un sacrilegio. Padre Pio si fece una risata.

Sandro non negava neppure le combine. Comprese quelli ai Mondiali. Messico 1970. Nella prima partita l’Italia batte 1-0 la Svezia, con una «ciabattata di Domenghini» come scrive Gianni Brera. L’Uruguay batte Israele. A Italia e Uruguay basta un pareggio per qualificarsi. All’ingresso in campo Ubina, El Capitan, va da Mazzola e gli sussurra: «Hombre, hoy nosotros empatamos». Sandro avverte gli altri: «Con l’altura, fu un sollievo per tutti. A parte Bertini, che voleva sempre vincere, anche le partitelle. Cominciò a correre e a picchiare come un matto. Gli uruguagi erano furibondi: “Este hombre está loco!”, questo è pazzo!».

Fu allora che nacque la staffetta con Rivera. «Prima dei quarti con il Messico ebbi problemi di stomaco: la vendetta di Montezuma. Concordai con Valcareggi che avrei giocato solo un tempo. Però nella semifinale con la Germania stavo bene. Quando alla fine del primo tempo mi lasciò negli spogliatoi gettai le scarpette, dissi brutte parole». Con il Brasile invece giocò tutta la partita. «Nell’intervallo mi stavo già cambiando, ma il ct mi fermò: “Cosa fa? Decido io chi gioca e chi no. Ora lei rientra in campo”». Valcareggi dava del lei ai suoi giocatori. Mazzola era convinto che con 24 ore di riposo in più quella finale si poteva vincere. «Eravamo distrutti. Alcuni pisciavano sangue».

Il bello è che i rapporti con Rivera erano ottimi. Insieme fondarono l’associazione calciatori; ma i tifosi dell’Inter non capivano, lo insultavano per strada, «con quelli lì non devi avere niente a che fare!». Il suo rivale semmai era Facchetti, per la fascia di capitano. Una sera Nereo Rocco invitò Mazzola a cena all’Assassino per chiedergli di passare al Milan. Lui ne parlò in società, ma non lo presero sul serio: «E allora noi chiediamo Rivera». Ma certo Rocco lo stimava, nonostante qualche screzio. In un derby Sandro segna al primo minuto, e grida alla panchina del Milan: «Paron, vaffanculo!». Ma il Milan vince in rimonta. Uscendo dal campo, Rocco gli sorride: «Vaffanculo, mona!».

La combine che era riuscita con l’Uruguay nel 1970 fallì al Mondiale 1974 in Germania. Azzurro tenebra. L’Italia perdeva 2-0 contro i polacchi, già qualificati. Nell’intervallo Mazzola fu mandato negli spogliatoi degli avversari, a implorare il pareggio: «Proposi di organizzare un’amichevole in Italia, con incasso ai polacchi. Parlai in inglese con Deyna, il capitano. Disse sì. Ma dalla grinta con cui si avventarono nel secondo tempo, capimmo che non c’era niente da fare».

E Moggi? «Un genio. Ruppi con Moratti perché mi ero accorto che Moggi era diventato il suo consigliere: gli dava dritte interessate sui calciatori da prendere, gli faceva credere che sarebbe venuto all’Inter».

Con la Juve si era sfiorato, ma mai preso. Agnelli lo cercò nel 1967, dopo che l’Inter aveva perso lo scudetto all’ultima giornata a Mantova. «All’uscita dall’allenamento incontrai Mattrel, l’ex portiere della Juve. Aveva un telefono in macchina, non ne avevo mai visto uno. Mi passò l’Avvocato, che mi diede appuntamento a Villar Perosa. Mi offrì una concessionaria Fiat, un’agenzia Sai, e il doppio dello stipendio. Chiesi un giorno di tempo per consultarmi con mia madre». Cosa le disse la mamma?

«Ti te se matt! To pà el se rivolta ne la tomba! ».

«El fioeu del capitan del Toro el giuga ne la Juve! L’è no pusibil!».

Alla memoria del padre era legatissimo. L’ha cercato per tutta la vita. Ogni volta che capitava in Rai chiedeva i suoi vecchi filmati, e se li portava a casa per vederli con calma. Aveva sette nipoti, il più piccolo si chiama Valentino.
Sandro Mazzola era convinto che in paradiso avrebbe rivisto il padre, e che avrebbe realizzato il suo sogno: giocare con lui. Un sogno in senso tecnico: «Mi addormento, e siamo al Filadelfia. Io gli passo la palla, e lui segna. Non c’è Bacigalupo, il portiere non si vede mai. Poi lui la passa a me, e io segno. Poi mi sveglio».

«Sandro era l’Inter»: il video della squadra per Mazzola

L’intervista di Aldo Cazzullo a Sandro Mazzola pubblicata sul Corriere della Sera nel febbraio del 2017 e successivamente nel volume dedicato ai Settanta italiani che resteranno (Mondadori).

Sandro Mazzola, qual è il suo primo ricordo?
«Bacigalupo. Entro al Filadelfia, vestito da Toro, con mio padre. La sua mano destra stringe la mia. Mi poggia la sinistra sulla testa. Tiro il rigore. Bacigalupo agita le braccia come fa in campionato; la porta è piccolissima, lui enorme; poi però si butta da una parte, e io la piazzo dall’altra. Bacigalupo strizza l’occhio a papà. Io faccio il giro del campo esultando».

Lei era la mascotte del Grande Torino. 
«Papà e mamma si erano separati. Io ero rimasto con lui e la sua nuova compagna. Avevo l’armadietto negli spogliatoi accanto al suo, la domenica entravamo in campo per mano. Nei derby guardavo di brutto il figlio di Depetrini, il capitano della Juve. Giocavo a pallone con le figlie di Grezar e la figlia di Loik; ci sentiamo ancora. Andavo a casa del presidente, Ferruccio Novo; non aveva figli, mi aveva un po’ adottato».

Suo padre era il capitano.
«Ossola, Gabetto e gli altri lo adoravano. Quando battevano la fiacca in allenamento lui faceva un urlaccio e tutti scattavano».

Valentino Mazzola non era torinese però.
«La sua era la famiglia più povera di Cassano d’Adda. Cinque fratelli. Il maggiore entrava e usciva di galera: ebbe sessanta condanne per furto. Papà scappò di casa perché non voleva andare a rubare. A Venezia si arruolò in marina e chiese invano di provare nella squadra di calcio. Intervenne uno zoppo che faceva da talent scout: “Questo ragazzo è bravo!”».

Poi suo padre andò a Torino, dove faceva l’operaio alla Fiat.
«Scoppiò la guerra, il campionato fu sospeso. L’alternativa era la Russia o la fabbrica. Poi papà vinse 5 scudetti, ma per arrotondare dovette aprire un negozio dove vendeva palloni».

Come seppe di Superga?
«Nessuno mi disse nulla. La compagna di mio padre mi rapì e mi affidò a una coppia di amici, che viveva in un mulino. Non ho mai capito se fosse per avere l’eredità, o per tenere con sé un pezzo del suo uomo. Mia mamma Emilia chiese aiuto ai carabinieri e ai tifosi del Toro, che battevano le campagne per cercarmi. Mi trovarono dopo un mese e mi riportarono a casa. Scoprii solo allora che avevo un fratello. Si chiamava Ferruccio, come il presidente».

E le raccontarono della tragedia?
«No. Mi dicevano sempre che papà era in viaggio. Un giorno mi ero nascosto sotto il tavolo per fare le radiocronache — Nicolò Carosio parlava chiuso in una cabina, era il mio modo di imitarlo —, e sentii la mamma sfogarsi con un’amica. Trovai la conferma di quel che avevo intuito: mio padre non sarebbe mai tornato».

Lei cominciò con il basket.
«Mi allenavo con la Simmenthal, ma la mia passione era il calcio. Giocavamo a Porta Ticinese, alle colonne di San Lorenzo. Ogni tanto la palla cadeva nelle catacombe, e avevamo paura di scendere a riprenderla. Oppure finiva contro la vetrata del pasticcere, che ce la bucava».

Come arrivò all’Inter?
«Grazie a Benito Lorenzi, detto Veleno. Personaggio da romanzo. Cattolicissimo, non perdeva una messa. Buono d’animo, terribile in campo. Provocava Boniperti chiamandolo Marisa, con Charles metteva in dubbio la moralità della regina. Prese me e mio fratello sotto la sua protezione: entravamo a San Siro vestiti da Inter, ci sedevamo accanto alla panchina. Se l’Inter vinceva, Lorenzi faceva dare anche a noi le 30 mila lire di premio partita».

Nelle giovanili il suo allenatore era Meazza.
«Una volta urlai dietro a un compagno che non mi passava la palla. Meazza a fine partita mi chiama e mi fa: “Pastina, mi ho vinciü dü campionà del mund, e ho mai vusà dré a un me compagn. Se te ciapi un’altra volta, ti te giughet pü”; se ti becco ancora, non giochi più».

In campionato esordì in Juve-Inter 9 a 1.
«Angelo Moratti aveva schierato la Primavera per protesta. Boniperti venne a salutarmi: “Lo sai che di nascosto andavo a vedere le partite di tuo padre? Era il più grande”. Feci l’unico gol dell’Inter. Sivori ne mise dentro sei».

A 21 anni la prima Coppa dei Campioni.
«All’ingresso mi incantai a guardare Di Stefano. Non ho mai visto un calciatore più forte, tranne forse Ronaldo prima dell’incidente. E poi tutti mi dicevano che ricordava mio padre: salvava un gol sulla linea e andava a segnare. Luisito Suarez, il vero leader della Grande Inter, mi richiamò: “Resti a guardare Di Stefano o vieni con noi a giocare la finale?”».

E fece due gol.
«Esultai come quando segnavo il rigore a Bacigalupo. Suarez dovette richiamarmi di nuovo: “Guarda che se esageri ce ne fanno quattro”. Alla fine andai da Di Stefano a chiedergli la maglia, ma mi fermò prima Puksas».

Cosa le disse?
«“He jugado con tu padre. Tu eres como el”, tu sei alla sua altezza. Non era vero; ma non sono mai stato tanto felice in vita mia».

Suo fratello Ferruccio ha denunciato che Herrera vi drogava; e lei ne prese le distanze.
«È vero. Ci dava una pastiglietta, che noi sputavamo. Così cominciò a scioglierla nel caffè. Non ne sentivo alcun bisogno, ma erano pratiche correnti nel calcio dell’epoca. Ferruccio aveva motivi di rivalsa nei confronti dell’Inter. Prima che morisse ci siamo riconciliati, ridendone. Il vero doping del Mago era psicologico».

Cioè?
«Nello spogliatoio e diceva: “Oggi si vince facile. Quelli non sono nessuno. Il terzino è lento, il mediano è un brocco…”. Prima della finale del ‘65 col Benfica ci convinse che Eusebio, uno che ha segnato più di 700 gol, fosse una pippa».

Invece?
«Era più forte di Cruijff. Ho giocato con lui in un’Inghilterra-Resto d’Europa: guardava a destra, ti metteva la palla sul piede a sinistra. Ma vincemmo anche quella Coppa Campioni».

È vero che Herrera vi portava da Padre Pio?
«Sì, ma io sono molto credente e queste cose di gruppo non mi piacevano. Così chiesi un incontro privato. Avevo un rovello da sciogliere».

Quale?
«Da bambino avevo fatto un voto: ero disposto a morire giovane, come mio padre, pur di diventare anch’io un campione. Quando lo rivelai al mio confessore mi negò l’assoluzione, disse che era un sacrilegio. Padre Pio ne sorrise».

È vero che al Mondiale del 1970 combinaste il pareggio con l’Uruguay?
«Sì. Noi avevamo battuto la Svezia, con una ciabattata di Domenghini, come scrisse Brera; loro avevano sconfitto Israele; con il pareggio eravamo tutti qualificati. Venne il loro capitano a dirmi: “Hombre, hoy nosotros empatamos”. Avvertii gli altri: con l’altura, fu un sollievo per tutti, a parte Bertini, che voleva sempre vincere, anche le partitelle. Cominciò a correre e a picchiare come un matto. Gli uruguagi erano furibondi: “Este hombre está loco!”».

Come nacque la staffetta con Rivera?
«Prima dei quarti con il Messico ebbi problemi di stomaco: la vendetta di Montezuma. Concordai con Valcareggi che avrei giocato solo un tempo. Però con la Germania stavo bene. Quando mi lasciò negli spogliatoi gettai le scarpette, dissi brutte parole».

Con il Brasile invece giocò tutta la partita.
«Nell’intervallo mi stavo già cambiando, ma il ct mi fermò: “Cosa fa? Decido io chi gioca e chi no. Ora lei rientra in campo”».

Valcareggi vi dava del lei?
«Sì. Con 24 ore di riposo in più, quella partita potevamo vincerla. Ma eravamo distrutti. Alcuni pisciavano sangue».

Com’erano i rapporti con Rivera?
«Ottimi: fondammo insieme l’associazione calciatori. Il rivale semmai era Facchetti, per la fascia di capitano. Io avevo più anni di Inter, lui esplose prima. Forse aveva ragione Giacinto».

Brera scrive che al Mondiale 1974 dopo il primo tempo lei fu mandato negli spogliatoi della Polonia, a combinare il pareggio.
«È così. Perdevamo 2 a 0, loro erano già qualificati. Proposi di organizzare un’amichevole in Italia, con incasso ai polacchi. Parlai in inglese con Deyna, il capitano. Disse sì. Ma dalla grinta con cui si avventarono nel secondo tempo, capimmo che non c’era niente da fare».

Cosa pensa di Moggi?
«Un genio. Ruppi con Massimo Moratti perché mi ero accorto che Moggi era diventato il suo consigliere: gli dava dritte interessate sui calciatori da prendere, gli faceva credere che sarebbe venuto all’Inter».

Rocco la voleva al Milan?
«Sì. Ne parlammo all’Assassino, il suo ristorante preferito. Ma all’Inter non mi presero sul serio: “E noi chiediamo Rivera”. Comunque Rocco mi stimava, a modo suo. In un derby segnai al primo minuto, ed esultai davanti a lui urlando: “Ciao paron!”. Mi mise Trapattoni a uomo, e non toccai più palla. Alla fine si avvicinò e mi disse: “Ciao mona!”».

Agnelli la voleva alla Juve?
«Era il 1967, avevamo perso lo scudetto a Mantova, il ciclo era finito. All’uscita dall’allenamento incontrai Mattrel, l’ex portiere della Juve. Era la prima volta che vedevo una macchina col telefono. Mi passò l’Avvocato, che mi diede appuntamento a Villar Perosa. Mi offrì una concessionaria Fiat, un’agenzia Sai, e il doppio dello stipendio. Chiesi un giorno di tempo per consultarmi con mia madre».

Cosa le disse la mamma?
«To pà se rivolta ne la tomba! El fioeu del capitan del Toro giuga ne la Juve! L’è no pusibil!».

È così legato alla memoria di suo padre?
«Lo cerco da sempre. Ogni volta che capitavo in Rai chiedevo i suoi vecchi filmati, e me li portavo a casa per vederli con calma. Ho sette nipoti, il più piccolo si chiama Valentino. Palleggiamo insieme, è dotato. Farà il calciatore».

Lei crede nella vita dopo la morte?
«Qualcosa c’è. Sento che ritroverò mio padre. E giocheremo insieme, come nei sogni».

Quali sogni?
«Siamo al Filadelfia. Io gli passo la palla, e lui segna. Non c’è Bacigalupo, il portiere non si vede mai. Poi lui la passa a me, e io segno. Poi mi sveglio».