Russia, elezioni per il rinnovo della Duma

(dal risultato già scritto)

LA DEMOCRAZIA SECONDO PUTIN: SI VOTA PER LUI, PUNTO E BASTA – IN RUSSIA DA OGGI I RUSSI SONO CHIAMATI ALL’ELEZIONI FARSA DELLA DUMA: “MAD VLAD” HA FATTO BANDIRE YABLOKO, IL PARTITO PACIFISTA, E A DIVERSI CANDIDATI, ANCHE TRA I COMUNISTI, È STATA VIETATA LA PARTECIPAZIONE ALLE ELEZIONI. IL RESTO LO FARÀ UN MECCANISMO DI PRESSIONE AMMINISTRATIVA GIÀ COLLAUDATO: L’OBIETTIVO È UN PARLAMENTO DI GUERRA, COMPOSTO DA UOMINI CHE NON METTERANNO VETI SUL CONFLITTO IN UCRAINA – E L’OPPOSIZIONE? UN DISASTRO: SPACCATA TRA CHI INVITA LA POPOLAZIONE A NON ANDARE A VOTARE E CHI CHIEDE DI SCEGLIERE IL MENO PEGGIO…

Russia, al via le elezioni per la Duma (dal risultato già scritto). Partiti esclusi, slogan strampalati e una promessa: «Chi viene da noi con la spada non si aspetti clemenza»

Da venerdì 18 a domenica 20 settembre si tengono, in Russia, le elezioni per rinnovare il Parlamento – sotto la stretta regia del Cremlino. Nel 2021 Russia Unita, il partito di Putin, prese il 49,8%: il voto serve ora allo Zar per misurare gli umori dalla gente

Marco Imarisio

Alcuni vecchi slogan non passano mai di moda. Che siano presidenziali, oppure parlamentari come quelle che si terranno da domani al 20 settembre, rimangono «vybory bez vybora» ovvero elezioni senza scelta, da vent’anni almeno. Ma sono comunque una faticaccia, almeno per Sergey Kirienko, l’uomo del Cremlino incaricato di trovare la giusta miscela che dia soddisfazione agli alleati di Russia Unita, il partito personale di Vladimir Putin, e distribuisca loro le briciole.

L’esclusione di Jabloko dalle liste proporzionali non è bastata a far quadrare i conti. Se avesse preso parte alla gara, l’unico partito pacifista russo avrebbe raggiunto un fantasmagorico 24,6%, in base agli ultimi sondaggi. Quindi, c’era da fare un bel repulisti anche nei collegi uninominali, anche qui si vota con un sistema misto. A Chelyabinsk, eliminato un candidato, colpevole di aver usato il famoso ritratto della bambina con il palloncino di Banksy, violando così il diritto d’autore dell’ignaro artista inglese. Un altro suo collega è stato fatto fuori per aver citato lo storico diplomatico sovietico Andrej Gromyko: «Meglio dieci anni di negoziati che un solo giorno di guerra». Agli aspiranti deputati di Nizhny Novgorod è stata fatale una foto che li riprendeva con la maglietta del gruppo rock Motorhead e degli Iron Maiden. Uno è stato accusato di propaganda nazista, l’altro di satanismo. A San Pietroburgo, piazza pulita di qualunque spot elettorale con dentro la parola «pace», ma anche «libertà» e «vita».

Il leader del Partito comunista russo Gennady Zyuganov durante un evento elettorale a Mosca (Epa)

Ma i conti non quadravano comunque. La livella del Cremlino ha colpito anche il Partito comunista, allineato sulle posizioni guerrafondaie ma reo di essere troppo alto nei sondaggi. Nel caso più clamoroso, un deputato uscente di Saratov è stato tolto dalla competizione per via di una vecchia foto di Aleksej Navalny sul suo canale Telegram, risalente però a quando il defunto oppositore era ancora «legale». Colpito anche Rodina (patria), che aveva denunciato Jabloko per aver ricevuto fondi stranieri. Un suo esponente, un imprenditore di Tver, è stato escluso in quanto detentore di azioni Apple, Microsoft e Meta.

A cosa servono dunque queste elezioni di facciata, oltre che al rinnovo dei 450 deputati della Duma? Per il potere, sono un indicatore degli umori della gente. Il risultato deciso dal Cremlino sarà comunque garantito, ma occorre sapere dove il malcontento supera i livelli consentiti, come reagiscono le varie fasce di età e di categoria, e se per caso la guerra ha alzato la soglia di coinvolgimento politico, che non deve prevalere sull’apatia tanto coltivata dai governanti. Per altro, il sistema con il voto spalmato su tre giorni consente di seguire le tendenze in anticipo, ed eventualmente di correggerle. Per dirla con le parole odierne di Putin, «si vota in piena conformità alla Costituzione, e si dimostrerà che dietro ai nostri soldati stanno milioni di russi». Nel suo messaggio, il presidente ha detto che queste elezioni «saranno la risposta comune a coloro che vogliono indebolire la Russia».

Tutto il mondo è paese, quindi le promesse abbondano, anche le più strampalate. Un candidato moscovita di Russia Unita promette «più rifugi antiaerei e antidroni per tutti», un comunista siberiano garantisce la costruzione di città da tre milioni di abitanti «in soli tre anni», un altro si limita ad assicurare per il futuro «la benzina gratis e Internet libero».

Nel 2021, Russia Unita prese il 49,8%, rispetto al 19,9% dei comunisti arrivati secondi. Quest’anno c’è un maggiore affollamento di partiti satelliti, perché oltre ai soliti noti si sono aggiunti anche gli ultranazionalisti di Rodina e Gente nuova, una forza politica che molti ritengono creata dall’amministrazione del Cremlino per risucchiare i voti degli elettori della classe media moderatamente critici. Quindi, tutti contro i comunisti, per rimpicciolirli e aggiungere posti a tavola. I liberaldemocratici del defunto Zhirinovskij propongono uno spot con un leone ruggente davanti ad un gattino e la scritta «come vi sentite quando proponete agli scolari di venerare un capo morto come Lenin al posto di prospettive reali?».

In questo panorama stagnante, il partito del presidente può permettersi una certa sobrietà. «Per la stabilità! Un Paese forte per gente forte», è lo slogan ufficiale, al quale segue il video di alcune celebrità, tra le quali l’hockeista Alexander Oveckhin, professionista della Nhl americana. A capitanare il gruppo c’è il ministro degli Esteri Sergey Lavrov. «Chi viene da noi con la spada non aspetti clemenza», dice. Tutto come sempre, ancora prima di cominciare.

Le elezioni parlamentari in Russia, alla maniera di Putin

il regime ha fatto ancora più del solito per eliminare tutta la concorrenza

Gli elettori russi avranno tre giorni, da oggi a domenica, per votare per il rinnovo della Duma, il parlamento russo. Non avranno grandi scelte: sulle schede troveranno soltanto candidati approvati dal regime e partiti che rappresentano un’opposizione solo di facciata a quello del presidente Vladimir Putin, Russia Unita. Da tempo in Russia le elezioni non sono democratiche, i reali oppositori del regime vengono incarcerati, costretti a fuggire all’estero o comunque esclusi dalle liste dei candidati.

In queste elezioni, le prime per il rinnovo dei 450 seggi del parlamento dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina, è stato escluso anche l’unico partito contrario alla guerra.

Il malcontento verso la guerra in Russia è crescente e secondo i pochi sondaggi disponibili il sostegno al partito di governo è ai livelli più bassi di sempre. Però non ci si attendono sorprese: Russia Unita vincerà comunque agilmente queste elezioni, che secondo la propaganda di Putin dovranno sancire il sostegno e l’unità del paese in un momento che anche il regime inizia a riconoscere come difficile.

Un cartellone con un candidato del partito Russia Unita a San Pietroburgo, il 15 settembre 2026 (AP Photo/Dmitri Lovetsky)

I droni ucraini colpiscono anche la capitale Mosca e gli attacchi alle strutture energetiche causano code ai distributori, prezzi in salita e carenza di alcune merci o di carburanti. Dopo averli a lungo negati, ora il governo russo presenta questi problemi come “sacrifici necessari” e cercherà di sfruttare queste elezioni pilotate per dimostrare che la popolazione è pronta a sostenerli.

Si voterà anche in Crimea, annessa nel 2014, e nelle province ucraine del Donetsk, di Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson, occupate militarmente e annesse nel 2022. I parlamentari della Duma restano in carica cinque anni, e nel parlamento uscente Russia Unita aveva 321 seggi su 450. Il resto era occupato da rappresentanti dell’opposizione “di sistema”, partiti sulla carta anche molto differenti, come i comunisti, i nazionalisti o i liberali, che però sulle questioni considerate importanti votano sempre in linea con le decisioni del governo. Nella passata legislatura ogni partito rappresentato in parlamento ha votato a favore di tutte e 170 le leggi approvate per sostenere la guerra in Ucraina.

All’inizio della campagna elettorale esisteva un solo partito che dichiarava la sua contrarietà a proseguire la guerra, Yabloko, il più antico partito liberale e filo-occidentale del paese. Nonostante in passato fosse stato criticato dall’opposizione all’estero per una linea troppo morbida, Yabloko aveva attirato le attenzioni della popolazione scontenta della guerra e poteva prendere molti più voti del solito: nelle passate elezioni si era fermato all’1-1,5 per cento. È stato quindi escluso dopo soli cinque giorni di campagna elettorale con motivi pretestuosi, legati a una presunta violazione del copyright.

In Russia 225 parlamentari sono eletti con un sistema proporzionale, altrettanti in seggi uninominali: alcuni dei candidati di Yabloko sono rimasti in corsa come indipendenti nei seggi uninominali. Ma quelli che avevano più possibilità di essere eletti, una ventina, sono stati esclusi dal comitato elettorale: qualcuno perché in un vecchio post sui social aveva nominato Alexei Navalny, dissidente ucciso in una prigione russa e considerato dal regime un “estremista e terrorista”; altri perché avevano condiviso link di Facebook o Instagram, vietati in Russia; altri ancora con vari pretesti, legati a questioni burocratiche.

Una manifestazione del Partito Comunista guidato da Gennady Zyuganov, il 22 aprile 2026 (AP Photo/Pavel Bednyakov)

Circa il 70 per cento dei parlamentari uscenti è candidato a una rielezione. I nuovi candidati, soprattutto nel partito Russia Unita, sono perlopiù veterani della guerra in Ucraina: ce ne sono 200, e si stima che ne sarà eletta una cinquantina. Uno dei più in vista è il 29enne Vladislav Golovin, che ha partecipato all’assedio di Mariupol, è stato ferito e ha subito l’amputazione parziale di una gamba. Putin lo ha nominato “Eroe di Russia”, l’onorificenza militare più alta, lui ha poi partecipato al programma governativo “Tempo di Eroi”, che prepara gli ex militari a una carriera amministrativa.

Vladimir Putin con Vladislav Golovin a Mosca, il 5 settembre 2026 (Gavriil Grigorov/Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP)

La campagna elettorale è stata poco partecipata: i candidati di Russia Unita hanno poco interesse a presenziare a comizi e dibattiti televisivi, dove rischierebbero solo di dire la cosa sbagliata (per il regime), mettendosi nei pasticci. Le opposizioni reali sono assenti, e la partecipazione politica in generale in netto calo, sia per le limitazioni imposte dal governo che per una certa disillusione. Negli ultimi dieci anni il numero dei partiti registrati in Russia, paese immenso da 146 milioni di abitanti, è sceso da 75 a 17 e la repressione ha reso sempre più problematico candidarsi, anche solo con posizioni velatamente critiche.

Anche Putin ha limitato gli appelli al voto, perché è certo che a garantire la vittoria sarà la cosiddetta “mobilitazione amministrativa”, cioè i dipendenti pubblici: impiegati e funzionari che andranno a votare per Russia Unita per fedeltà e convenienza.

Le opposizioni escluse dal voto hanno dato indicazioni diverse su queste elezioni: Yabloko suggerisce di votare per i suoi candidati ancora presenti e annullare la scheda dove non ce ne siano. Gli oppositori all’estero Maxim Katz e Yulia Navalnaya, vedova di Navalny e presidente della Fondazione anti-corruzione (FBK) da lui creata, suggeriscono di votare qualsiasi partito che non sia Russia Unita. I dissidenti Ilya Yashin e Maxim Reznik hanno invitato gli elettori ad andare a votare a mezzogiorno, facendo diventare le giornate elettorali l’occasione per una manifestazione silenziosa. Altri invitano all’astensione o ad annullare la scheda.

I partecipanti al Congresso di Russia Unita cantano l’inno nazionale, il 22 agosto 2026 (Ekaterina Shtukina/Sputnik Pool Photo via AP)

In Russia c’è inoltre un certo timore per cosa succederà dopo le elezioni: ci sono ricorrenti voci di una nuova grande mobilitazione militare, ma anche timori di restrizioni dell’accesso a internet o di misure economiche radicali: a luglio i russi hanno ritirato dai loro conti bancari più soldi che nei sei anni precedenti. Putin e il governo hanno più volte smentito la possibilità di una nuova mobilitazione militare, ma potrebbe essere sufficiente rendere più stringenti i termini di quella precedente del settembre 2022, ancora di fatto aperta, per obbligare centinaia di migliaia di giovani russi ad andare in guerra.

Russia: elezioni senza (vera) scelta

Il risultato del voto per la Duma è già deciso, ma questo rimane uno dei pochi momenti in cui il Cremlino deve dimostrare che il sistema politico funziona. Intanto, però, il malcontento cresce.

Dal 18 al 20 settembre circa 110 milioni di russi saranno chiamati a eleggere i 450 deputati della Duma, nella prima elezione parlamentare nazionale dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina nel febbraio del 2022. Il risultato non è particolarmente difficile da prevedere: Russia unita, il partito che sostiene Vladimir Putin, dovrebbe conservare il controllo della Camera. Nel 2021 aveva ottenuto 324 dei 450 seggi, il 49,8% dei voti nella componente proporzionale.

Perché, allora, occuparsi di un’elezione il cui vincitore è già noto?

Perché il voto è uno dei pochi momenti in cui il Cremlino deve ancora dimostrare pubblicamente che il sistema politico funziona. Putin non deve soltanto conquistare la maggioranza: deve produrre affluenza, consenso e un risultato sufficientemente convincente da mostrare che quasi cinque anni di guerra non hanno eroso la stabilità del regime. Il Cremlino considera le elezioni uno strumento per misurare e gestire il malcontento, oltre che per rafforzare il controllo politico.

Eliminata l’opposizione

Se è vero che la Russia sotto Putin ha conosciuto una sempre maggiore repressione politica, a partire dal 2022 lo spazio e il margine di manovra per la società civile si è ulteriormente ristretto, lasciando ben poche speranze che possa esistere una reale competizione politica.

Il caso più eloquente di questa morsa repressiva in periodo elettorale è stato quello dell’esclusione di Yabloko. Il partito liberale era l’unica formazione della competizione a chiedere apertamente la fine della guerra e negoziati con l’Ucraina. Il 10 agosto, però, la Corte suprema russa ha cancellato la sua lista federale dalle elezioni. La motivazione formale riguardava presunte violazioni delle regole elettorali, ma la conseguenza politica è stata chiara: agli elettori russi è stata tolta la possibilità di votare per l’unico partito nazionale che si opponeva apertamente alla guerra. Lo stesso mese di agosto, inoltre, il noto politico anti-guerra russo Lev Shlosberg (affiliato con Yabloko) è stato condannato a undici anni e un mese in una colonia penale con l’accusa di avere “screditato” le forze armate del paese.

L’esclusione di Yabloko va letta, dunque, nel contesto di una repressione molto più ampia. Il movimento di Alexei Navalny, morto in carcere nel febbraio del 2024, è stato dichiarato estremista e messo fuori legge. Numerosi altri oppositori sono stati incarcerati o costretti all’esilio. Le leggi sugli “agenti stranieri” e sulle organizzazioni indesiderabili hanno ulteriormente ristretto lo spazio per associazioni, media e attivisti indipendenti.

Restano in campo i partiti parlamentari della cosiddetta “opposizione sistemica” – comunisti, liberaldemocratici (Ldpr), Russia giusta e Nuova gente – ma nessuno rappresenta una sfida reale a Putin. Nel 2021 il Partito comunista aveva ottenuto il 18,9% dei voti, mentre Ldpr e Russia giusta erano entrambi arrivati al 7,5%. Russia unita, ricordiamolo, aveva conquistato 324 seggi su 450.

La guerra arriva al distributore

Uno dei principali obiettivi ucraini di questi ultimi mesi è stato portare la guerra nel Paese di chi l’ha lanciata. Per ora, sembra che Kyiv ci stia riuscendo. Gli attacchi ucraini contro l’industria energetica (uno ogni tre giorni nei primi otto mesi del 2026) stanno colpendo direttamente uno dei settori più importanti dell’economia russa. Tre delle sei maggiori raffinerie russe produttrici di diesel (che rappresentano circa la metà della produzione totale) hanno dovuto ridurre drasticamente o interrompere la produzione a settembre a causa dei danni provocati dai droni ucraini.

L’effetto si vede nell’aumento dei prezzi del diesel sia in Russia che a livello internazionale, nelle lunghe code ai distributori di benzina in Russia e nelle restrizioni alle esportazioni, imposte per tutelare il mercato interno. Anche prima di queste limitazioni, però, il calo delle esportazioni a causa degli attacchi ucraini era evidente. A giugno dell’anno scorso, la Russia esportava circa 2,5 milioni di tonnellate di diesel al mese; a giugno di quest’anno le esportazioni erano già scese sotto un milione di tonnellate. Ai problemi con le forniture di benzina si aggiungono l’aumento dell’inflazione e gli attacchi ucraini ai giganti della logistica russa – in primis Wildberries, soprannominato l’”Amazon russo” – che stanno colpendo il settore dell’e-commerce.

Per anni il Cremlino ha potuto presentare la guerra come un conflitto combattuto principalmente lontano dalla maggioranza dei cittadini. Ora, però, gli effetti della guerra su economia e sicurezza sono percepiti da una fetta sempre più ampia della popolazione. Sebbene i russi abbiano scarsi mezzi per manifestare dissenso e fare pressioni sul governo per un cambio di politica in Ucraina, più frustrazione potrebbe trasformarsi in più apatia politica e meno affluenza alle urne – fenomeno che screditerebbe Putin.

Una nuova mobilitazione post-elezioni?

Molti russi temono il periodo post-elettorale più che le elezioni in sé. Da mesi circolano indiscrezioni su una nuova mobilitazione, rafforzate anche da nuovi, macabri dati sulla mortalità dei soldati russi e dall’oggettiva difficoltà del Cremlino di attirare nuove leve usando incentivi economici. A giugno, il sito d’informazione indipendente Meduza ha riferito che funzionari russi stavano discutendo la possibilità di una nuova ondata già ad ottobre, dopo le elezioni della Duma, anche se non c’è nessuna conferma definitiva.

Il Cremlino ha negato che sia stata decisa una nuova mobilitazione, ma la questione è chiaramente molto sensibile. La mobilitazione annunciata nel settembre 2022, quando furono chiamati circa 300.000 riservisti, provocò proteste, un esodo di centinaia di migliaia di cittadini in età militare e una delle più grandi reazioni sociali alla guerra dall’inizio dell’invasione. Per molti, la smentita del Cremlino non fa che rafforzare i timori di una nuova mobilitazione: il solo sospetto avrebbe già spinto diverse persone a lasciare il Paese.

Elezioni in Russia, il «tutti contro tutti» tra gli oppositori dello zar: la vedova di Navalny contro i pacifisti di Jabloko

Jabloko, l’unico partito pacifista russo, escluso dalla competizione a un mese dalle urne, ritiene giusto recarsi ai seggi e invalidare la scheda, per mandare un segnale alle autorità

Marco Imarisio

Andate avanti così, fatevi del male.
Eccoci a raccontare l’altra faccia della medaglia russa, ovvero la Babele delle opposizioni, che anche questa volta non perdono occasione per presentarsi divise alla meta. Come far sentire la voce della protesta alle elezioni per la Duma che sono cominciate oggi e dureranno fino a domenica? Quelli di Jabloko, l’unico partito pacifista russo, escluso dalla competizione a un mese dalle urne, ritengono giusto recarsi ai seggi e invalidare la scheda, per mandare un segnale alle autorità. Essendo gli unici rimasti in patria, con tutte le conseguenze annesse, arresti e processi e condanne, avrebbero anche un diritto di prelazione.
 
Ma figuriamoci. Gli esponenti dell’opposizione russa all’estero e i loro ego propongono soluzioni alternative. Se Andrej Buzin, ex presidente dell’associazione Golos (voto o voce in russo) che monitorava tutte le elezioni precedenti e ora è stata messa al bando, sposa l’invito di Jabloko, invece Yulia Navalnaya, moglie del compianto Alexej Navalny, unisce per la prima volta le forze con il suo «nemico» Maksim Katz e invita al voto utile contro i rappresentanti della Russia Unita di Vladimir Putin. A mezzogiorno in punto del 20 settembre, sulla scia del «Mezzogiorno contro Putin», come avvenne alle presidenziali del 2024.

La scelta deve andare sui candidati e sui partiti che «sostengono meno degli altri la guerra in Ucraina». Peccato che non ce ne sia uno, ma sono dettagli. Ecco che però arriva il «Forum della Russia Libera», di cui Garry Kasparov è uno dei fondatori, che considera il voto di settembre una «farsa» ed esorta alla diserzione delle urne, esprimendosi in modo molto critico sia contro il «Voto intelligente» che contro l’iniziativa del «Mezzogiorno», definita «pura coreografia». Il mite presidente di Jabloko, Nikolaj Rybakov, perde la pazienza e in un affollato incontro con gli elettori a San Pietroburgo dice che «il voto per gli altri partiti di sistema significa sostegno a chi ha approvato le leggi repressive e ha appoggiato la guerra», e definisce l’appello di Navalnaya e Katz «umanamente vile».
 
«Loro» conclude «stanno all’estero e vi manipolano». La replica non si farà attendere, e sarà altrettanto dura. Tutti contro tutti. Che disastro.

Ex deputati, no vax e filosofi: chi sono i membri dell’Internazionale di osservatori delle urne (dove tutti apprezzano lo zar)

Marco Imarisio

«Non è l’Italia che non ci riconosce, siamo noi abcasi che non riconosciamo l’Italia». Vito Grittani è persona gentile e di ampie vedute, seppure un pochino particolari. È noto come l’ambasciatore dell’Abkhazia, piccolo Stato separatista dalla Georgia, riconosciuto solo da Russia, Nicaragua, Siria e Venezuela. «I media dicono che io sono un sedicente ambasciatore, ma non è vero, perché io svolgo questo ruolo per conto della Russia, non dell’Italia». Una vita per la diplomazia, si legge nelle sue note autobiografiche. «Perché io credo nella libertà dei popoli».

E infatti, «per mano del ministro Lavrov», nello scorso aprile gli è stato affidato il ruolo di presidente della neonata Associazione internazionale di esperti politici ed elettorali, con l’incarico di diramare le convocazioni della Internazionale degli osservatori che adesso stanno vigilando sul buon andamento del voto. Al posto del più tradizionale Osce, che invece non è gradito a Mosca, chissà perché. Comunque, un totale di circa 250 persone da 85 Stati diversi.

Le convocazioni

A scegliere la nostra formazione ci ha pensato lo stesso Grittani: «Credo di aver fatto un buon gruppo, di persone equilibrate». Alcuni nomi sono già trapelati. Ha fatto notizia quello di Ugo Rossi, capogruppo di Futuro Nazionale a Trieste, già reduce dalla supervisione del voto durante il referendum del settembre 2022 per l’annessione delle quattro province ucraine alla Russia. Come vedremo, molti osservatori sono veterani delle elezioni russe. Il nome nuovo è quello di Angelo d’Orsi, storico, ex docente universitario, assunto a notorietà per le sue comparsate nei talk show italiani. «Non lo conoscevo di persona, ma l’ho visto in televisione e mi è sembrato perfetto».

I membri della squadra tricolore invitata a vigilare sul corretto svolgimento delle elezioni per la Duma hanno in comune un approccio non certo ostile alla Russia di oggi, per usare un gentilissimo eufemismo. Viene da Trieste anche Giorgio Deschi, irredentista convinto, in attesa di giudizio per gli scontri tra No Green Pass e forze dell’ordine del 2021, ma a suo avviso non sanzionabile «in quanto cittadino del territorio libero di Trieste». Gabriele Lorenzoni è un ex deputato del Movimento 5 Stelle, ricordato soprattutto per la sua strenua opposizione all’intervento che Volodymyr Zelensky poi finì per tenere alla Camera, nell’ottobre del 2022. Ha militato nei Cinque Stelle anche Maria Cristina Ariano, ex consigliera municipale a Roma. Donato Lorenzo Tilli, pugliese come Grittani, ha pubblicato una simpatica vignetta su Facebook poche ore fa. Una maestra chiede ai bambini «a cosa servivano i vaccini contro il Covid-19» e i piccoli rispondono in coro: «A noi un c…, ai medici per riempire il conto bancario». 

Arturo Ferrara è un filosofo bresciano che ha già presentato le sue opere a Minsk e Mosca, e si batte contro la «narrativa emergenziale» che ha prodotto «prima i vaccini inutili e dannosi e ora le armi all’Ucraina». Completa la lista l’imprenditore Stefano Tessa, residente a Mosca dove è titolare di un salone di bellezza. Anche lui, dice Grittani, reclutato dopo una apparizione televisiva.

Dalla Germania

La variopinta delegazione italiana presenta molte sfumature, diciamo così. Quella tedesca è molto più uniforme e può essere tranquillamente ricondotta alla galassia dell’ultradestra. A guidare la squadra c’è Olga Petersen, ex deputata di AfD al parlamento di Amburgo, anche lei una veterana, avendo fatto da osservatrice alle elezioni per la Duma del 2021 e alle presidenziali del 2024, che definì «democratiche e libere». 

La vicenda contribuì alla sua espulsione dal gruppo AfD di Amburgo, e proprio nel 2024 si trasferì in Russia. Waldemar Gerdt è un ex deputato AfD al Bundestag, ex membro della Commissione Esteri dalle posizioni apertamente filorusse. Thomas Röper, blogger tedesco residente a San Pietroburgo, fondatore della testata Anti-Spiegel, è spesso ospite del talk show del re dei propagandisti Vladimir Solovyov, dove gli è capitato persino di essere redarguito per le sue posizioni troppo estreme nei confronti dell’Occidente. Dal maggio 2025 è sottoposto alle sanzioni dell’Unione europea. Nella motivazione ufficiale si afferma che attraverso Anti-Spiegel ha diffuso «sistematicamente» disinformazione sulla guerra russa contro l’Ucraina. Nella lista tedesca spicca anche la figura dell’ex colonnello Torsten Postrach, oggi tesoriere dell’associazione che coltiva in salsa ultranazionalista la posizione della Nationale Volksarmee, l’esercito della Ddr.

Dalla Francia

In rappresentanza della Francia abbiamo invece l’avvocato Armand Develay, esponente della destra più radicale e complottista, già finito nei guai per alcune dichiarazioni in forte odore di antisemitismo. Ha intrattenuto rapporti con la rete dei Gilet gialli e adora i regimi dittatoriali. Nell’estate del 2020 intervenne su un media siriano filo-Assad per denunciare «il furto di petrolio nel Nord della Siria da parte degli americani». Ha fatto più volte l’osservatore, anche per i referendum fasulli sulle province ucraine. Il pubblico presente apprezzò il suo intervento al convegno che si è svolto nel 2024 a Mosca sul «nazismo ucraino nel XXI secolo». In quella occasione disse alla Tass che spera di «continuare a rieducare il pubblico affermando la verità storica dei fatti».