«Fiorentino parlo, fiorentino penso»
L’inizio in Oltrarno, la fine a villa Santa Chiara. Il liceo Galileo, l’università interrotta per il grande salto…
Simone Innocenti

Così sembra anche lei, come le case che ha abitato. Case che hanno una numerazione e case che non ne hanno, ma sono tappe fugaci, tessere di una Firenze che è come lei: contraddittoria e burbera, fiera e delicata, folle e razionalissima. E tutti i passi — i passi che Oriana Fallaci fa nel mondo — finiscono laddove dove iniziano: in questa città. È qua che lei nasce, è qua che lei muore, il 15 settembre 2006. E lo ripete sempre: «Sono nata a Firenze, e fiorentino parlo, fiorentino penso e fiorentino sento. All’estero, quando mi chiedono a quale Paese appartengo, rispondo: Firenze. Non: Italia. Perché non è la stessa cosa».
Fiorentinissima è la prima abitazione che accoglie i suoi vagiti: in via del Piaggione, a un tiro da piazza del Cestello, pieno San Frediano, quartiere ultrapopolare, l’Oltrarno della fatica e del sudore. «La mia infanzia non è stata allegra, i miei genitori erano abbastanza poveri», dirà la giornalista nata il 29 giugno 1929. È in quelle vie e in quei cantoni che cresce e si forma, gioca alla campana e a palla avvelenata. A cinque anni la famiglia trasloca in uno scantinato in piazza del Carmine, sia pure in un palazzo nobiliare con tanto di leoni di pietra all’ingresso, in cui babbo Edoardo sconta i postumi di una pleurite e soprattutto l’ostinazione nel non prendere la tessera del fascio. Per alcuni mesi vive in un villino in viale dei Colli ospite di una zia che chiama sua madre a fare le pulizie. Poi la famiglia si sposta a Porta a Prato, accanto alla vecchia stazione Leopolda.


In tutto questo Oriana studia e anche le aule dove studia sono importanti: frequenta l’istituto magistrale in viale Matteotti, lo raggiunge a piedi e in bici. E va veloce, a scuola ha voti eccelsi nelle materie umanistiche, salta due anni. Frequenta il ginnasio al Galileo in via Martelli, pieno centro storico, a due passi dal Duomo: la cupola del Brunelleschi, oltre che dalla sua casa natale, continua a vederla da lì. E continua a farlo anche al liceo Galileo, che si trova sempre nel medesimo istituto. «Studiavo pazzamente, con piacere e con convinzione», dirà lei che muore a 76 anni e che in vita pubblica 14 libri. È proprio in quelle aule, ancora oggi frequentate da altri studenti, che per la prima volta si può vedere chi sarà quella donna. Una donna con ideali forti, parole di ferro e sguardo da giornalista: «Attraverso amici tipografi de La Nazione di Firenze pubblicai anche il Manifesto degli Studenti: che ebbe un miserabile successo. Volevamo, infatti, fare un sindacato degli studenti. Gli allievi del Galileo mi ascoltarono solo per organizzare uno sciopero nel quale non credevo».
Ma Firenze, in quegli anni, non è solo la Firenze, come ricorda Riccardo Nencini in A Firenze con Oriana Fallaci (Perrone editore, 173 pagine, 2021). È città nera di fascisti e anche città di antifascisti. Con case e fabbriche che ospitano i dissidenti. Ad esempio il complesso del Conventino a Firenze, in via Giano della Bella, è un covo di «cospiratori»: Augusto Cantini, nonno di Oriana, ci lavora come alabastraio, e negli stessi spazi dell’ex monastero ci sono i laboratori di intagliatori del legno del babbo di Oriana, Edoardo Fallaci, e dello zio Ferdinando. Lei ci andrà spesso, come staffetta partigiana. Le case cambiano spesso per gli scontri, i rastrellamenti e i bombardamenti: una è in zona Cascine, vicino alla Manifattura Tabacchi.
Ma l’unico punto fermo rimane, per lei, la Torre Mannelli: la rocca su Ponte Vecchio — dopo l’XI Agosto 1944, giorno della Liberazione — è diventato il quartier generale dei partigiani di Giustizia e Libertà. «Portavo armi, giornali clandestini, messaggi ai compagni nascosti o riuniti in formazioni partigiane. Attaccavo sui muri, con la colla, i manifesti contro i fascisti: la sera prima del coprifuoco. Li infilavo nelle tasche della gente per strada o in tranvai», dirà Oriana.
In tutto questo lei si iscrive alla facoltà di Medicina, a Careggi: ha 16 anni. Ma i soldi in casa non ci sono. «Dovevo andare a lavorare: per pagare le tasse, per mantenermi. E ben presto apparve evidente che non si può allo stesso tempo avere un lavoro e frequentare una facoltà impegnativa come quella di medicina. Costretta a una scelta tra la medicina che per molti anni ancora non mi avrebbe dato da vivere e un lavoro che già mi dava da vivere, scelsi il lavoro. Era un lavoro di reporter», dirà.
Le redazioni diventano fondamentali, per Oriana: scrive il suo primo articolo per il Mattino dell’Italia Centrale, che in quegli anni ha gli uffici in via Ricasoli 8. Viene assunta e licenziata nel 1951 per motivi politici, dopo essersi rifiutata di scrivere un articolo critico contro il leader comunista Palmiro Togliatti. Ma il lavoro da giornalista le permette di acquistare una casa in via Prati 8, la prima abitazione di Oriana. Realizzata nel dopoguerra da una cooperativa di giornalisti, quei primi guadagni sono per i suoi genitori che finalmente trovano un edificio che è una casa. Ma di tutti questi luoghi uno solo per lei è casa. «Io considero la mia vera casa la villa che ho a Greve in Chianti: un insieme rustico e bello», dirà Oriana che nel frattempo lascia Firenze per andare a L’Europeo e poi a Il Corriere della Sera. Ma Greve è la casa dove lei e Alexandros Panagulis, intellettuale greco e rivoluzionario socialista non marxista in lotta contro la dittatura dei colonnelli, vivono e che la scrittrice racconta in Un uomo (Rizzoli, 457 pagine, 1979).
Poi le sue case diventano quelle di Roma e di New York. E l’altra sua casa rimane sempre Il Corriere della Sera in via Solferino, a Milano. Una casa che la faceva dannare, ma che dopo l’11 settembre, grazie a Ferruccio de Bortoli, ospitò La rabbia e l’orgoglio, un pilastro nella storia contemporanea dell’opinione pubblica italiana. In quegli anni, che sono anche gli anni della malattia, la Fallaci tornerà spesso in Toscana: di fatto la sua ultima estate la passa all’Hotel Principe dei Piemonte, a Viareggio. E guarda il mare di Forte dei Marmi al Bagno Roma di Levante, è ospite dell’allora patron della Capannina Gherardo Guidi.
L’ultima stanza è quella di ospedale: la clinica Santa Chiara, in piazza Indipendenza, a Firenze. E poi anche l’ultima dimora è fiorentina: il Cimitero evangelico agli Allori, in via Senese 184. Sulla sua lapide una sola parola: scrittore.



Daniela Di Pace, la segretaria al fianco di Oriana Fallaci fino all’ultimo: «Ha amato e dato tantissimo, stava male per non essere stata compresa»
L’intervista. La segretaria particolare ricorda la giornalista e scrittrice a 20 anni dalla morte

Jacopo Storni

«Quando faceva la chemioterapia, inghiottiva le medicine con il cherry, il liquore alla ciliegia. E poi fumava i cigarillos».
Daniela Di Pace, 68 anni, è stata la segretaria di Oriana Fallaci nei suoi ultimi diciotto mesi di vita. Mesi intensi, profondi, che le hanno cambiato la vita e le hanno lasciato addosso un pezzo dell’anima della «Signora», così come lei ha sempre chiamato la grande scrittrice fiorentina, scomparsa il 15 settembre del 2006, vent’anni fa.
Di Pace, il primo contatto con Oriana?
«Lavoravo alla segreteria del Corriere. Una mattina Piergaetano Marchetti, presidente di Rcs, mi convocò e mi chiese di seguire la signora Fallaci, che viveva a New York ed era già malata, perché ormai aveva esaurito tutte le possibilità di trovare persone disposte a seguirla: le aveva cacciate tutte».
Come reagì?
«Oh mio Dio, dissi tra me: era conosciuta in azienda come una cerbera, e quindi tutti pensavano: “Povera lei!” In realtà ero molto incuriosita dalla persona, perché da giovane avevo letto tutti i suoi libri».
La prima telefonata?
«Fu praticamente un interrogatorio del Kgb. Voleva sapere tutto di me, della mia persona, della mia vita e di chi fossi».
Il primo incontro?
«Quando iniziò a fidarsi di me, mi fece andare a New York. Aveva preso accordi con monsignor Fisichella per incontrare Papa Ratzinger in modo segreto. Mi mandò un biglietto aereo, senza farmi dire nulla né alla famiglia né in azienda. Appena scesi dall’aereo, iniziò a tempestarmi di telefonate per spiegarmi quale strada dovesse prendere l’autista, ma senza dire da chi stavo andando. Quando arrivai davanti a casa sua, mi aprì la porta una signora. La guardai e pensai: “Ho sbagliato casa”. Era una vecchiettina, con i capelli raccolti, minutissima, magrissima. Solo gli occhi ricordavano Oriana Fallaci».
Cosa le disse?
«Mi disse che aveva preparato la cena. Come da sua tradizione verso gli ospiti, mi aveva preparato una minestra e il coniglio, ma io non mangio coniglio. Però non glielo dissi, le dissi soltanto che ero stanca dopo il viaggio, così mangiai la minestra e andammo a letto».
La mattina dopo?
«Stilammo la lista delle cose che avrebbe dovuto portare per quella settimana romana, in vista dell’incontro col Papa. Il problema era l’abbigliamento. Era dimagrita talmente tanto che non aveva nulla che le andasse bene. A un certo punto mi disse: “Vede, Daniela, le donne americane sono grasse e io non trovo niente che mi vada bene. Non riesco a trovare neanche un reggiseno, perché loro sono prosperose”. Alla fine dovemmo arrangiarci con quello che aveva. Scegliemmo una gonna e io mi improvvisai sarta per restringerla. Sui capelli era stata chiara: “I veli non li metto, me lo sono tolto anche davanti a Khomeini”».
Era vanitosa?
«Molto. Teneva tantissimo al suo aspetto, fino agli ultimi giorni ha tenuto lo smalto sulle unghie».
Lei è stata una delle pochissime persone che le è stata accanto fino all’ultimo.
«Il giorno in cui arrivai a Firenze, quando era agli sgoccioli, mi chiese di chiamare Vittorio Feltri. Voleva salutarlo. Feltri, però, aveva appena subìto un intervento e non riuscì ad andare. Lei ci rimase male e mi disse: “Con tutte le prime pagine e gli articoli che ho fatto su Libero…”. Ricordo che un paio di mesi prima di morire, era ospite a casa di Feltri a Milano. Io ero preoccupata: faceva caldo e aveva avuto un calo di pressione. Chiamai il Corriere e dissi di mandare un medico. Quel pomeriggio lei arrivò con un astuccio rotondo. Lo aprì e mi disse: “Questo voglio che lo tenga lei”. Era un bracciale di fattura indiana, tempestato di zaffiri. Io le risposi: “Non posso accettarlo”. E lei: “Io sto morendo e voglio che lo tenga lei”. Poi aggiunse una frase che non ho mai dimenticato: “Se lei non fosse stata con la sua famiglia, io l’avrei adottata”».
Aveva paura della morte?
«Ne aveva paura nel senso più profondo: non sapeva cosa sarebbe successo dopo. Fino all’ultimo ha cercato una risposta alle sue domande, sul dopo. Era una domanda che continuava a tormentarla. E alla fine aveva chiesto a monsignor Fisichella di tenerle la mano».
Forte e fragile.
«Aveva una incredibile carenza di affetto. Aveva bisogno di essere accudita, coccolata e, forse, anche amata. Si sentiva sola. Dopo la trilogia sull’Islam molti l’avevano abbandonata. Credo che, dietro quella donna così combattiva e apparentemente indistruttibile, ci fosse una persona che aveva bisogno di affetto e sentirsi vicina a qualcuno».
Da cosa nasceva la sua solitudine?
«Si era rammaricata molto di non aver avuto figli. Una volta mi disse: “Vedi, ero rimasta incinta, come Sophia Loren. Ma lei è stata più brava di me, perché si è messa a letto, mentre io saltavo da un aereo all’altro. E il bambino l’ho perso”. La mancanza di figli era qualcosa di forte per lei. Me ne rendevo conto anche dal fatto che mi chiedeva spesso dei miei figli. Forse cercava di conoscere una realtà che aveva desiderato e che sentiva di aver perduto.
L’ha mai vista piangere?
«Una volta, quando le dissi che un pittore aveva realizzato un’immagine del suo volto decapitato. Mi mandò immediatamente a fare un servizio, insieme a un fotografo, per raccogliere le prove necessarie e presentare querela. Quella cosa l’aveva distrutta e, soprattutto, non riusciva a credere che si potesse arrivare a tanto».



E il suo impeto, la sua rabbia, da dove nascevano?
«Aldilà del suo essere toscana, nascevano anche dalla sua infanzia e dal fatto che fosse stata investita, fin da piccola, di responsabilità enormi. Era diventata staffetta partigiana quando era ancora molto giovane. Una volta, mentre era con un suo capitano, gli disse: “Oddio, mi hanno colpito!”. In realtà era semplicemente diventata donna. La madre non le aveva spiegato nulla di quello che le stava accadendo e, quando se ne era accorta, si era messa le mani nei capelli dicendo: “Che disgrazia!”. Poi mi raccontò che una volta, a scuola, era stata insignita di un premio per un testo che aveva scritto. Come riconoscimento le avevano dato una moneta, ma sua madre la buttò via».
Si arrabbiava anche con lei?
«Per Oriana non bisognava mai avere un minuto libero. Quando ero in metropolitana, i telefoni non funzionavano e lei si arrabbiava. Oppure, alle 9 di sera, potevo essere ai fornelli a preparare il risotto per i miei figli, ma se lei mi chiamava dovevo stare al telefono. Un’altra volta avevo la febbre e alle 2 di notte mi chiamò. Le dissi: “Signora, sono le due di notte!”. E lei mi rispose: “Va bene, adesso è sveglia”. Credo che sapesse che il timer era alla fine. Aveva bisogno di mettere tutto nero su bianco, di lasciare una traccia. Allo stesso tempo, aveva grandi slanci di generosità».
Ad esempio?
«Una volta mi telefonò dicendomi che dovevo correre in ufficio. Era sabato e, quando arrivai, trovai un pacco enorme. Ero terrorizzata: pensavo addirittura che potesse essere una bomba. Invece era un regalo. Dentro c’era un biglietto fantastico: era il suo modo di ringraziarmi. Era una stola con le code di volpe. Un regalo particolare, ma che raccontava il suo modo di dimostrare affetto e gratitudine».
Era il suo modo di amare.
«È stata una donna che ha amato molto e ha dato tantissimo, ma non è stata ricambiata allo stesso modo. Era ossessionata dall’idea di andarsene e di andarsene sola, era questo il male che aveva dentro. E poi, alla fine, questo malessere di non essere stata compresa».



Riccardo Mazzoni e l’ultima intervista a Oriana Fallaci

«Arrivai da lei la domenica, uscii che era martedì sera: ogni parola fu studiata, cancellata e riscritta»
Riccardo Mazzoni firmò l’ultima intervista alla giornalista e scrittrice sulle pagine di Panorama: «Alla fine andammo da Pinchiorri, che mandò via tutti e poi mi disse: la cena la offro io e disse: “Qui mancavano solo il Papa e la Fallaci, grazie a te la Fallaci è arrivata”»
Antonella Mollica

Firenze, inizio e fine di Oriana. Firenze «perdutamente amata» e non ricambiata allo stesso modo. Il Fiorino d’oro, la massima riconoscenza per i cittadini illustri di Firenze, non arrivò mai. Fu il regista Franco Zeffirelli a comprare di tasca sua un Fiorino e a deporlo nella bara di Oriana per risarcirla del torto subito dalla città che si era sempre rifiutata di assegnarle l’onorificenza.
La pace viene siglata dieci anni dopo la morte, quando le intitolano il piazzale alla Fortezza (che oggi diventerà giardino Oriana Fallaci). E mentre a Firenze si litigava in suo nome, nel 2005 arrivò invece l’Ambrogino d’oro a Milano. A ritirarlo per lei andò Riccardo Mazzoni, che firmò l’ultima intervista alla giornalista e scrittrice sulle pagine di Panorama.
«Hanno ridotto talmente male la mia Firenze che se il sindaco si azzarda a darmi il Fiorino glielo ficco in gola, furono le sue parole in quell’occasione», ricorda Mazzoni.
Odio furioso e amore folle, come solo lei era capace. La stessa rabbia di cinque anni prima, quando immigrati somali si accamparono davanti al Battistero di Firenze per protesta. «Io non vado a rizzare tende alla Mecca — scriverà poi ne La rabbia e l’orgoglio — Io non vado a cantar Paternostri e Avemarie dinanzi alla tomba di Maometto. Io non vado a fare pipì sui marmi delle loro moschee. Quando mi trovo nei loro Paesi non dimentico mai d’essere un’ospite e una straniera. Sto attenta a non offenderli con abiti o gesti o comportamenti che per noi sono normali e per loro inammissibili. Li tratto con doveroso rispetto».
«Guai a chi tocca la mia città» fu il suo grido nel novembre 2002, all’indomani del Social Forum tanto avversato.
Mazzoni, come avvenne l’incontro con Oriana Fallaci?
«Quando arrivò l’invito del presidente della Regione Toscana ad ospitare il Social Forum a Firenze ero direttore del Giornale della Toscana. Mandai un biglietto alla Rizzoli indirizzato alla signora Fallaci spiegando che solo la sua voce poteva aiutarci nella nostra battaglia contro quell’idea folle. Una domenica mattina arrivò la telefonata: “Sono Oriana Fallaci”. Inizia così un rapporto che andrà avanti fino alla sua morte. Trascorse con me e la mia famiglia una vacanza a Viareggio al Principe di Piemonte».
L’intervista non fu una passeggiata…
«Arrivai da lei una domenica mattina alle otto con il mio computer senza immaginare quale maratona sarebbe stata. Pensavo di riuscire ad andare a vedere la partita della Fiorentina nel pomeriggio. Finimmo martedì alle 19. Ero stremato. L’intervista venne scritta e riscritta una dozzina di volte. Ogni parola veniva esaminata, ponderata e non poteva essere ripetuta nelle successive quindici righe. Così non va bene, mi diceva, butti via tutto. E si ricominciava. Solo quando arrivò la telefonata del direttore Carlo Rossella, che stava rischiando il licenziamento a causa del nostro ritardo, riuscimmo a chiudere l’intervista».
Quella sera ci fu anche una cena…
«Dopo aver spento il computer mi chiese: “Non mi sono meritata una cena in una trattoria?” Voleva ovviamente un ristorante vuoto, ossessionata com’era dalla privacy. Chiamai l’Enoteca Pinchiorri, mandarono via tutti. Fu una serata eccezionale. Quando andai a pagare il titolare mi disse che era lui che doveva qualcosa a me e non il contrario. “Qui mancavano solo il Papa e la Fallaci, grazie a te la Fallaci è arrivata”».
Alla fine il Social Forum andò bene, contrariamente alle previsioni della vigilia, e lei respinse le accuse che arrivarono di profeta di un disastro che non ci fu.
«Tutto quello che aveva fatto l’aveva fatto per amore della città e per paura che la città venisse ferita. “Io amo Firenze, non perché è mia perché sono nata a Firenze, io amerei Firenze anche se fossi nata in Cina o in Australia (…) Mi sono impaurita e quando ho saputo che il presidente della Regione aveva fatto questa sciocchezza di invitare i no global a Firenze ho visto il pericolo e ho cercato di frenarlo”. L’allora prefetto Achille Serra che gestì il Social Forum riconobbe quello che aveva fatto: “Signora, Firenze l’abbiamo salvata insieme”».
Qualcuno divide l’attività di Oriana Fallaci in due parti, prima e dopo l’11 settembre.
«È un esercizio malefico e ipocrita. Lei diceva di aver vissuto un secolo con due totalitarismi: quello rosso e quello nero. Il prossimo, diceva, vedrà il totalitarismo della religione che vuole conquistare il mondo».
Oggi che sono passati vent’anni dalla morte, Firenze si è riappacificata con Oriana Fallaci?
«In questa sinistra non vedo segni di resipiscenza. Lei fu un bardo della libertà, con una coerenza che oggi in tanti dovrebbero riconoscerle. Fu staffetta partigiana e femminista d’antan. Non dimentichiamo che fu l’unica intellettuale occidentale che intervistando Khomeini si strappò il velo davanti a lui, nello stesso tempo in cui un numero infinito di intellettuali andava in Iran per glorificare il futuro dell’umanità. Un futuro che oggi vede le donne sottomesse, che non vanno a scuola, in cui si può sposare una bambina di 9 anni, in cui un intellettuale gay viene impiccato. Qui da noi in pochi si stanno mobilitando per le gemelle iraniane di 19 anni torturate e condannate, una a morte, l’altra a 25 anni di prigione, per aver protestato contro il regime. Tutto questo lei lo aveva ben chiaro. Così come aveva ben chiara la questione antisionista e antisemita. Oggi, invece, la Regione Toscana come primo atto del suo nuovo governo ha riconosciuto lo stato Palestinese guidato da Hamas».




