Chi «cancella» l’11 settembre, 25 anni dopo?

Il tempo avrebbe dovuto consegnare l’attacco delle Torri Gemelle alla storia, invece lo ha riconsegnato all’ideologia. Oggi relativismo e complottismo sono sempre più pericolosi per la nostra memoria.

25 anni dopo, l’11 settembre 2001 rischia di diventare qualcosa di diverso da ciò che fu. Non perché siano emerse nuove prove capaci di rovesciare la ricostruzione dell’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono. Su chi organizzò e compì la strage non esiste un mistero storico. Eppure intorno a quella giornata si combatte una nuova battaglia: sulla memoria, sulle responsabilità, perfino sul significato morale di ciò che accadde. 

È il tema che accomuna due interventi recenti, uno di Dan McLaughlin sulla National Review, l’altro di Douglas Murray su The Free Press. Sono due autori conservatori, la loro lettura va collocata in quell’area culturale. Ma il fenomeno che descrivono merita attenzione. Una generazione è diventata adulta senza avere alcun ricordo personale dell’11 settembre. Per molti giovani americani Osama bin Laden appartiene alla storia quanto la guerra del Vietnam. In questo vuoto della memoria diretta prosperano due forme diverse di revisionismo. La prima è il vecchio complottismo: forse Al Qaeda non fu responsabile, forse dietro l’attacco c’erano la Cia, il governo americano, Israele. La seconda è più sofisticata, insidiosa e pericolosa: non nega chi furono gli aggressori, ma attenua e in fondo legittima il loro crimine inserendolo in un bilancio delle colpe americane. 

È qui che entra in scena una nuova generazione della sinistra radicale Usa, nella quale sono emersi anche politici musulmani come Zohran Mamdani, sindaco di New York, e Abdul El-Sayed, candidato al Senato in Michigan. Nel ventesimo anniversario dell’attacco, l’11 settembre 2021, El-Sayed scrisse che piangeva le tremila vittime, i seimila feriti e le devastazioni di New York provocate «nel nome della mia fede». Ma aggiungeva che il giorno dopo avrebbe pianto circa un milione di morti, milioni di feriti e le devastazioni subite da tre paesi «nel nome dell’America». Lo stesso giorno Mamdani pubblicava un messaggio costruito su un’analoga simmetria. Quasi tremila newyorchesi erano morti l’11 settembre; ma «la morte non si è fermata». Al ricordo delle vittime di New York aggiungeva immediatamente quello delle centinaia di migliaia di morti nelle guerre successive, dei feriti e degli sfollati. Mamdani ripeté quasi identico quel messaggio negli anniversari del 2022, 2023 e 2024. 

È importante capire di quale negazionismo stiamo parlando. Mamdani non nega che gli aerei furono dirottati da terroristi islamisti. Non afferma che Bin Laden fosse innocente. Non appartiene alla categoria pur affollata dei complottisti dell’«inside job». Il suo è un revisionismo diverso: consiste nel togliere all’11 settembre la sua gravità, inserendolo subito in una contabilità nella quale alle vittime americane vengono contrapposte quelle delle guerre americane. C’è chi nota perfino una scelta linguistica. El-Sayed almeno scrive che le vittime furono provocate da qualcuno. Mamdani usa una costruzione più passiva: tremila newyorchesi «sono morti». Gli assassini scompaiono dalla frase. Subito dopo compaiono invece le vittime delle guerre americane. Il risultato è una simmetria. 

È un vecchio meccanismo perfezionato dalla propaganda sovietica. Quando all’Urss si rimproveravano i gulag, la replica consisteva nello spostare l’attenzione sul razzismo americano. Non era necessario dimostrare che il gulag non esistesse. Bastava dissolvere il giudizio morale: voi avete le vostre colpe, noi abbiamo le nostre, dunque nessuno ha il diritto di giudicare nessuno. La tecnica funziona ancora meglio quando viene applicata alla storia recente. Afghanistan, Iraq, Abu Ghraib, Guantanamo, le vittime civili delle guerre americane sono reali. La guerra in Iraq, in particolare, fu fondata su false informazioni sulle armi di distruzione di massa. Ma da questo non discende che l’attacco deliberato contro civili inermi a Manhattan sia moralmente equivalente alle guerre combattute dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre. 

Poi c’è il negazionismo letterale. Le teorie del complotto sono passate dai margini al centro della cultura digitale. L’opinionista di destra Tucker Carlson ha intervistato l’ex deputato Curt Weldon, che ha rilanciato la tesi secondo cui il World Trade Center 7 sarebbe stato abbattuto attraverso una demolizione controllata e ha evocato un interrogativo ancora più radicale: l’America potrebbe avere organizzato l’attacco contro sé stessa. All’inizio il revisionismo era più prudente. Il romanziere Gore Vidal poteva scrivere nel 2002 che ancora non sapevamo da chi fossimo stati colpiti. Altri insistevano sui rapporti della famiglia Bush con l’Arabia Saudita. Su un punto alcuni sospetti meritavano di essere approfonditi: documenti desecretati successivamente hanno dato maggiore consistenza agli interrogativi sui finanziamenti e sulle conoscenze di esponenti sauditi. Ma questa è una questione diversa dal negare la responsabilità di Al Qaeda. Bin Laden e i suoi uomini rivendicarono e celebrarono l’attacco. 

La teoria alternativa ebbe però una diffusione precoce in diversi paesi musulmani. Murray ricorda un sondaggio Gallup realizzato pochi mesi dopo l’attacco: in Kuwait, Pakistan, Iran, Libano e Indonesia una maggioranza degli intervistati non credeva che gruppi di arabi fossero stati responsabili. Circolavano le teorie più disparate, compresa quella del complotto israeliano. Il fenomeno non rimase confinato lì. Nel 2016 il 45 per cento dei francesi riteneva che ancora non si sapesse chi ci fosse dietro l’11 settembre, e lo scetticismo era più forte fra i giovani. Negli Stati Uniti la grande maggioranza continua ad attribuire correttamente gli attentati ad Al Qaeda. Ma è cambiato l’ecosistema dell’informazione. Il principio «question everything», dubitare di tutto, si è trasformato in un’industria redditizia. Il podcast premia chi promette di rivelare ciò che giornali, governi e storici nasconderebbero. 

Murray descrive le tecniche ricorrenti. La prima è fingersi esperti. «Non ho mai visto un grattacielo crollare così», dice il complottista. Ma quante volte aveva visto un aereo di linea pieno di carburante schiantarsi contro un grattacielo? La seconda tecnica consiste nell’isolare un dettaglio apparentemente anomalo e trasformarlo nella chiave che dovrebbe inficiare l’intera ricostruzione: un’immagine poco nitida del Pentagono, la traiettoria di un aereo, la dinamica del crollo di un edificio. C’è una spiegazione psicologica. Possedere una conoscenza segreta è inebriante. Chi crede di aver scoperto ciò che tutti gli altri ignorano cessa di essere uno spettatore impotente e diventa membro di una minoranza di iniziati. Internet ha moltiplicato questa gratificazione. E chi non ha alcun ricordo dell’11 settembre può essere più vulnerabile alla riscrittura della storia. È accaduto con la sorprendente riscoperta, fra alcuni giovani, della «Lettera all’America» di Bin Laden: il manifesto del capo di Al Qaeda trattato sui social come se fosse un testo proibito capace di svelare le colpe nascoste dell’Occidente. 

Non bisogna confondere fenomeni diversi. Il complottista che attribuisce l’11 settembre alla Cia non dice la stessa cosa di Mamdani. Sarebbe scorretto attribuire al sindaco di New York tesi che non ha sostenuto. Ma entrambe le operazioni possono concorrere, per vie diverse, all’erosione della memoria storica. Nel primo caso si nega il fatto. Nel secondo lo si relativizza. Ed è la seconda operazione ad avere oggi maggiore rilevanza politica. Arriva da esponenti eletti, da una generazione politica emergente, e s’inserisce in una visione più ampia della storia americana: colonialismo, razzismo, imperialismo, Palestina, guerra al terrorismo diventano capitoli di un’unica requisitoria contro l’Occidente. La religione dei protagonisti non è irrilevante quando sono loro stessi a evocarla, come fa El-Sayed parlando esplicitamente della «mia fede». Ma sarebbe troppo semplice trasformarla nella spiegazione del fenomeno. Il revisionismo sull’11 settembre attraversa mondi molto diversi. Murray stesso dedica ampio spazio al complottismo della destra americana. 

Oggi la diffidenza verso le istituzioni, i media e la storia ufficiale unisce estremi che su quasi tutto il resto si detestano. Ciò che distingue una parte della nuova sinistra radicale è la lettura dell’11 settembre attraverso il prisma dell’anti-imperialismo. Il punto non è assolvere Bin Laden. È spostare subito il processo sul banco degli imputati opposto: l’America. Questa evoluzione è tanto più sorprendente a New York. Per chi visse quella giornata, l’11 settembre non fu una categoria ideologica. Furono persone che si gettavano dalle finestre, vigili del fuoco che salivano mentre tutti gli altri scendevano, famiglie che telefonavano inutilmente ai propri cari, fotografie degli scomparsi appese sui muri di Manhattan. Furono 2.977 vittime, oltre ai diciannove terroristi. Il bersaglio non era metaforico. Era una città piena di esseri umani. 

Un quarto di secolo è abbastanza perché la memoria diventi storia. Finché sopravvive una generazione che ricorda quella mattina, alcune falsificazioni incontrano il limite dell’esperienza vissuta. Quando quella generazione scompare, rimangono immagini, documenti, testimonianze. E la battaglia su come interpretarli diventa più facile da manipolare. Si possono, si devono condannare gli errori americani dopo l’11 settembre: lo hanno fatto personaggi così diversi come Barack Obama e … perfino Donald Trump. Si può sostenere che l’invasione dell’Iraq fu un errore storico. Sono state denunciate negli stessi Stati Uniti torture, violazioni dei diritti, vittime civili. Si discute da oltre un ventennio se la «guerra al terrorismo» abbia prodotto più instabilità di quanta ne abbia eliminata. Una democrazia deve poter fare tutto questo e infatti lo sta facendo. Ma la critica delle conseguenze non cambia la natura della causa. 

La mattina dell’11 settembre 2001 diciannove uomini appartenenti a un’organizzazione jihadista dirottarono quattro aerei civili. Due furono lanciati contro le Torri Gemelle, uno contro il Pentagono, il quarto precipitò in Pennsylvania dopo la rivolta dei passeggeri. Al Qaeda aveva dichiarato guerra agli Stati Uniti e Osama bin Laden rivendicò l’operazione. Venticinque anni dopo, ricordare questi fatti elementari è diventato di nuovo necessario. Forse è questo il paradosso dell’anniversario. Il tempo avrebbe dovuto consegnare l’11 settembre alla storia. Invece lo ha riconsegnato all’ideologia.

L’11 settembre 2001 era diversa la mia America