Ricordo di Andrea Angeli. Calcio e morte a Sarajevo

Gli incroci con il mondo dello sport dell’operatore di pace Onu nei teatri di guerra più pericolosi

Quando inizi la giornata con un’approfondita rassegna stampa, la cattiva notizia che ti tocca nel personale devi metterla in conto. A me è successo ieri mattina. È morto Andrea Angeli, un funzionario dell’Onu in pensione ben conosciuto da tutti gli inviati di guerra su vari fronti internazionali, soprattutto nei Balcani degli anni 90. Angeli era un peacekeeper, termine inglese bellissimo che descrive gli operatori di pace nei mondi più bellicosi e pericolosi. Ero entrato in contatto con lui nel 1995, quando Candido Cannavò – indimenticabile direttore della mia Gazzetta dello Sport – mi propose di andare a Sarajevo perché non era possibile che quella città meravigliosa sede delle Olimpiadi invernali dell’84 (e che dunque riguardava direttamente anche un grande quotidiano sportivo) fosse assediata ormai da anni. “Dobbiamo raccontare questo scempio anche noi” diceva Cannavò con quell’entusiasmo etico e morale che era la sua cifra di grande direttore. Me l’aveva chiesto e non ordinato, non era la solita partita di calcio: ma ovviamente non esisteva che gli dicessi “no perché ho paura”, e infatti dopo cinque minuti ero a cercare, tramite gli amici che avevo qui al Corriere, il contatto migliore per organizzare il viaggio. Il nome di Andrea Angeli saltò subito fuori: il fatto che fosse un appassionato di calcio semplificò le cose.

L’8 ottobre la nostra Nazionale – che all’epoca seguivo abitualmente – doveva giocare contro la Croazia a Spalato una gara di qualificazione agli Europei. Angeli venne a vedere la partita e in quell’occasione organizzò l’ingresso in Bosnia per me e il fotografo Giovanni Montenero: ci caricò sulla jeep del dottor Mariani, dell’ospedale pediatrico di Sarajevo, firmò i pass necessari per attraversare le linee militari della Forza di Reazione Rapida dell’Onu, e dopo l’avventuroso passaggio del Monte Igman mi diede una mano a intervistare tutto il mondo dello sport bosniaco, quello che attraversava ogni giorno il ponte di Skenderja, correndo per sfuggire i cecchini, e andava ad allenarsi nel grande palasport costruito per le Olimpiadi. Alla fine della settimana sempre Angeli ci trovò un passaggio su un aereo militare per uscire dalla Bosnia: un po’ per una situazione che per me era molto speciale, un po’ per la sensazione di attenta protezione che avevo percepito durante quei giorni, un po’ per l’aiuto operativo che mi aveva dato, ma all’aeroporto mi venne da abbracciare Andrea. È quello che faccio ancora adesso, ricordandolo qui.

Chiunque sia stato a Sarajevo in quegli anni, anche per pochi giorni come toccò a me, è rimasto legato a quella città e alla sua esperienza tragica, a quella terra, a quella gente. L’altro giorno è morto il generale Mladic, il mostro che ordinò l’esecuzione di 8000 bosniaci a Srebrenica, e dopo un primo annuncio di funerali di stato con tutti gli onori cui l’Unione europea ha reagito con sdegno, il governo serbo ha abbassato i toni, indeciso sul da farsi. Il tempo passa, ma non sana le ferite inferte dai nazionalismi, il cancro di questo secolo. Pensate che in quel lontano viaggio a Sarajevo incontrai al palasport i bambini della scuola calcio Bubamara, quelli che rischiavano ogni giorno la vita per andarsi ad allenare. Fra di loro – i tempi collimano, perchè all’epoca aveva 9 anni – doveva esserci Edin Dzeko. Ieri ha annunciato che il 2 ottobre giocherà l’ultima partita con la sua nazionale.