Il paradosso di Putin: la sua escalation in Europa resusciterà la Nato

Con la sua aggressività ai danni dell’Europa occidentale, lo Zar può resuscitare un’Alleanza atlantica che molti consideravano avviata verso un declino irreversibile

Si può interpretare in diversi modi l’escalation di provocazioni e micro-aggressioni che Vladimir Putin orchestra ai danni della Germania e di altri paesi sul fianco Nord-Est della Nato (quelle che accadono nell’area baltica e scandinava non fanno quasi più notizia). Si può pensare che lo Zar prepara un allargamento e intensificazione della sua guerra: una fuga in avanti per dirottare l’attenzione dai suoi fallimenti, al quinto anno di una invasione dell’Ucraina che doveva durare poche settimane. In tal caso saremmo nello scenario di un lento scivolamento verso la terza guerra mondiale, ammesso che le vittime di questi attacchi vogliano e sappiano reagire. 

Si può pensare che stia semplicemente «testando» il grado di preparazione di quei paesi come la Germania che escono da decenni di disarmo, pacifismo, e letargo geopolitico; magari nella speranza di rafforzare al loro interno le correnti neutraliste e russofile come l’estrema destra AfD. Ma c’è un terzo scenario che Putin sembra non mettere in conto, e che invece sta acquistando più probabilità: con la sua aggressività ai danni dell’Europa occidentale, lo Zar può resuscitare un’Alleanza atlantica che molti consideravano avviata verso un declino irreversibile. Non c’è nulla di più efficace che un nemico in azione, per restituire una ragion d’essere alla Nato.

Una tesi abbastanza simile viene sostenuta da due esperti americani al di sopra di ogni sospetto: Kurt Campbell e Rush Doshi, tutti e due di area democratica, due protagonisti della politica estera dell’amministrazione Biden. Il primo è stato vicesegretario di Stato e coordinatore per l’Indo-Pacifico alla Casa Bianca. Il secondo era il responsabile per Cina e Taiwan nel National Security Council, sempre con Biden. Il loro saggio sulla rivista di geopolitica Foreign Affairs, «How Alliances Survive» (Come sopravvivono le alleanze), è una efficace confutazione del pessimismo oggi dominante sul futuro della Nato.

Campbell e Doshi ricordano un antefatto. Nel 1984, la decisione dell’amministrazione Reagan di schierare nell’Europa occidentale i missili nucleari a medio raggio Pershing II – benché presa come risposta a uno schieramento di missili nucleari sovietici – aveva portato centinaia di migliaia di manifestanti nelle strade delle principali città europee. Alti esponenti dei governi francese, tedesco e italiano assediarono l’allora segretario generale della Nato, il barone inglese Peter Carrington, fuori dal suo ufficio di Bruxelles. Le tensioni erano ancora forti. Gli europei si lamentarono: gli americani erano arroganti, spericolati e sprezzanti dei consigli degli alleati. Carrington li ascoltò. Poi alzò le spalle e pronunciò il suo verdetto sul perché l’indispensabilità americana imponesse agli alleati una certa indulgenza: «Purtroppo, questi sono gli unici americani che abbiamo».

Quell’aneddoto è il punto di partenza dell’analisi che Campbell e Doshi applicano alla situazione attuale. Non negano la gravità dello shock provocato dalla seconda presidenza Trump. Sostengono però che si confonde troppo facilmente la crisi politica e psicologica del rapporto con l’America con la dissoluzione delle strutture che legano gli alleati agli Stati Uniti. Quelle strutture, a loro giudizio, sono molto più robuste di quanto suggeriscano le dichiarazioni indignate dei leader europei.

Il secondo mandato Trump ha sottoposto la pazienza degli alleati a prove che Campbell e Doshi giudicano perfino più severe di quelle del primo. Minacce sulla Groenlandia e sulla Nato, ritiro di truppe dalla Germania, interferenze nella politica interna degli alleati, dazi contro paesi amici; contemporaneamente, aperture e complimenti verso Pechino e Mosca. Da qui le reazioni di Mark Carney, Friedrich Merz, Ursula von der Leyen: il vecchio rapporto con l’America sarebbe finito, l’Occidente come lo conoscevamo non esisterebbe più. A Singapore il ministro della Difesa ha descritto gli Stati Uniti non più come un partner, bensì come un padrone di casa che pretende l’affitto.

Gli autori non liquidano queste reazioni come isteriche. Il danno alla fiducia è reale. Contestano però la conclusione che ne viene tratta: l’idea che le alleanze siano ormai condannate. La loro tesi poggia su tre argomenti. Primo: nella storia del dopoguerra le alleanze occidentali hanno già superato crisi altrettanto gravi, o perfino peggiori. Secondo: le minacce che avevano dato origine a quelle alleanze non sono scomparse; al contrario, Russia e Cina stanno contribuendo ad avvicinare le percezioni strategiche di Europa e Asia. Terzo: sotto la superficie teatrale della politica continuano ad agire forze più profonde, economiche, tecnologiche, militari e burocratiche che spingono gli alleati verso gli Stati Uniti.

È utile soprattutto il primo argomento, perché corregge una deformazione della memoria. Campbell e Doshi ci ricordano che l’età dell’oro dell’alleanza atlantica non è mai esistita. Negli anni Cinquanta Washington arrivò a minacciare conseguenze finanziarie devastanti contro la Gran Bretagna per costringerla a interrompere l’avventura di Suez. Negli anni Sessanta la Francia del generale de Gaulle uscì dal comando militare integrato della Nato. Negli anni Settanta il Senato americano sfiorò l’approvazione dell’emendamento Mansfield, che avrebbe dimezzato le truppe statunitensi in Europa.

In Asia le scosse furono ancora più violente. Con la dottrina di Guam del 1969 Richard Nixon avvertì gli alleati che dovevano assumersi una quota maggiore della propria difesa e ritirò ventimila soldati dalla Corea del Sud. Nel 1972 la spettacolare apertura di Nixon alla Cina di Mao colse di sorpresa sia Tokyo sia Taipei. La caduta di Saigon nel 1975 sembrò confermare che l’America poteva abbandonare un partner. Corea del Sud e Taiwan reagirono perfino esplorando programmi nucleari clandestini. Eppure il sistema delle alleanze asiatiche sopravvisse.

Sul terreno economico esistono precedenti impressionanti. Il «Nixon shock» del 1971 mise fine in maniera brutale e unilaterale alla convertibilità del dollaro in oro, facendo saltare l’architettura monetaria sulla quale gli alleati avevano costruito le proprie economie; contemporaneamente Washington impose una sovrattassa del 10% sulle importazioni. Nel 1985 l’Accordo del Plaza impose agli alleati un aggiustamento valutario gigantesco. In tre anni lo yen raddoppiò il suo valore rispetto al dollaro. Visto in questa prospettiva, il protezionismo di Trump è meno inedito di quanto appaia.

C’è anche un paradosso Trump. Le sue pressioni hanno danneggiato la fiducia nell’America, ma hanno prodotto alcuni risultati che Washington chiedeva da decenni. Hanno accelerato l’aumento delle spese militari europee, spinto il Giappone verso il raddoppio del bilancio della difesa, favorito una maggiore attenzione comune alla sfida tecnologica cinese. Fra il primo e il secondo mandato del repubblicano, Biden ha poi raccolto parte di quei frutti: l’alleanza AUKUS fra Stati Uniti, Regno Unito e Australia; il Quad nell’Indo-Pacifico; il riavvicinamento fra Giappone e Corea del Sud; i controlli coordinati sull’esportazione dei semiconduttori; infine la risposta congiunta di Europa e Asia all’invasione russa dell’Ucraina. Le crisi delle alleanze, sostengono Campbell e Doshi, possono generare le capacità che serviranno nella fase successiva.

Qui arriviamo al cuore geopolitico del loro ragionamento. Per trent’anni Europa e Asia hanno avuto percezioni quasi opposte delle minacce. Gli europei temevano sempre più la Russia ma continuavano a vedere nella Cina soprattutto un mercato e una gigantesca fabbrica. Giappone e altri alleati asiatici temevano la potenza militare cinese, mentre consideravano la Russia soprattutto come possibile fornitore di energia. Questa divergenza faceva il gioco di Mosca e Pechino.

Ora sta accadendo qualcosa di nuovo. L’invasione dell’Ucraina ha cambiato anche la percezione europea della Cina. Pechino è diventata il principale sostegno economico, industriale, tecnologico e diplomatico della Russia. La capacità produttiva cinese contribuisce a ricostruire la base industriale militare russa che minaccia l’Europa. Sul versante opposto, Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Singapore vedono nella guerra ucraina un precedente che riguarda anche loro: se l’uso della forza premia Mosca, il messaggio può arrivare fino a Pechino. I quattro partner indo-pacifici della Nato — Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud — partecipano ormai regolarmente ai vertici dell’Alleanza. Atlantico e Pacifico cessano di essere due teatri strategici separati.

La convergenza riguarda anche l’economia. L’Europa scopre quello che Washington sostiene da anni: la Cina è una potenza mercantilista capace di utilizzare sovvenzioni, sovracapacità produttiva e scala industriale per distruggere le basi manifatturiere degli altri. Macron parla di un secondo «shock cinese». Von der Leyen denuncia sovracapacità cinesi ormai insostenibili. Questo non significa che americani, europei e asiatici concordino sulla terapia. Restano divisioni profonde su Taiwan, Ucraina, commercio e sul modo per ridurre il rischio-Cina. Ma per Campbell e Doshi la novità è decisiva: finalmente la diagnosi è comune.

Gli alleati nel frattempo cercano di ridurre la dipendenza dall’America. Il paradosso è che altre forze spingono nella direzione contraria. Sul commercio, gli Stati Uniti assorbono ormai fra il 20 e il 30% delle esportazioni degli alleati, una quota cresciuta rapidamente mentre diminuisce l’assorbimento cinese. Negli ultimi cinque anni le esportazioni verso la Cina sono diminuite di circa il 15% per l’Europa e del 20% per Giappone, Corea del Sud e India; quelle dirette negli Stati Uniti sono aumentate di circa il 30% per Europa, Corea e India. La dipendenza tecnologica è ancora più evidente. L’Europa può parlare di «sovranità digitale», ma Amazon, Google e Microsoft controllano circa due terzi del mercato mondiale del cloud. I fornitori europei hanno appena il 15% del proprio mercato domestico. Nel 2026 gli hyperscaler (i giganti di Big Tech americani) dovrebbero investire oltre 700 miliardi di dollari nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale, contro circa 13 miliardi di investimenti pubblici europei «sovrani». Ma l’interdipendenza funziona anche al contrario: l’America ha bisogno delle macchine litografiche olandesi, dell’ottica tedesca, dei prodotti chimici giapponesi e delle fabbriche taiwanesi di semiconduttori.

Ancora più stringente è il vincolo militare. Mentre l’Europa parla di autonomia strategica, oltre l’80% del nuovo piano di riarmo europeo da 860 miliardi di dollari rimane aperto alle aziende americane. Fra il 2019-21 e il 2022-24 la quota degli acquisti europei di armamenti destinata alle imprese statunitensi è salita, secondo una delle stime citate, dal 28 al 51%. L’Europa non dispone ancora di sostituti per alcune infrastrutture decisive della guerra moderna: allerta missilistica satellitare, intelligence, sorveglianza, ricognizione, sistemi di comando e controllo. Lo stesso cancelliere Merz riconosce che la dipendenza dagli Stati Uniti durerà a lungo.

Esiste poi una forza meno spettacolare, quasi invisibile. Campbell e Doshi la chiamano provocatoriamente il vero «Deep State»: non un complotto di qualche cupola segreta dell’alta burocrazia, ma migliaia di militari, funzionari dell’intelligence, specialisti delle sanzioni e dei controlli all’export, banchieri centrali, negoziatori commerciali, e altri tecnocrati. Sono loro che da decenni fanno funzionare quotidianamente le alleanze. Queste reti richiedono anni per essere costruite e proprio per questo sono difficili da smantellare in pochi mesi. La loro noiosa continuità è una zavorra stabilizzatrice contro la volatilità della politica.

A questo punto gli autori allargano il ragionamento. Quali sarebbero le alternative? Un mondo multipolare in cui ciascuno pensa per sé rischierebbe di moltiplicare corse agli armamenti e proliferazione nucleare. Le sfere d’influenza sacrificherebbero l’autonomia degli Stati più piccoli e non eliminerebbero la competizione fra grandi potenze. Un nuovo concerto delle potenze – una divisione del pianeta in aree d’influenza stile Yalta – appare poco realistico. Resta una quarta possibilità, che Campbell e Doshi considerano più plausibile e più inquietante: una parziale egemonia cinese. È qui che emerge il concetto centrale del saggio: la «dimensione di scala degli alleati». La Cina possiede il doppio della capacità manifatturiera americana, la marina più grande del mondo e un surplus commerciale nei beni di 1.200 miliardi. Nessun paese occidentale, America compresa, può competere da solo con quella massa critica.

Ma sommando Stati Uniti e alleati il rapporto di forze cambia. La coalizione avrebbe più del doppio del Pil cinese a parità di potere d’acquisto, oltre il doppio delle spese militari, sarebbe prima nei brevetti e nelle pubblicazioni scientifiche più citate, principale partner commerciale della maggioranza dei paesi e rappresenterebbe metà della produzione manifatturiera mondiale contro circa un terzo della Cina. L’alleanza del futuro, quindi, non dovrebbe più essere concepita come un sistema in cui l’America protegge e gli altri ricevono. Dovrebbe diventare una macchina per mettere in comune mercati, capitali, tecnologie, industria e potenza militare.

Qui traspare l’appartenenza politica degli autori. È una riflessione post-Trump, orientata già verso il 2028. Campbell e Doshi non propongono la restaurazione dell’ordine precedente. Anzi: «non si torna indietro». Suggeriscono di utilizzare lo shock Trump per costruire alleanze meno asimmetriche. Gli europei e gli asiatici devono smettere di essere semplici consumatori della sicurezza americana e diventare produttori di potenza insieme con gli Stati Uniti.

Il metodo dovrebbe essere pragmatico: cominciare con progetti concreti, per esempio catene di approvvigionamento farmaceutiche o produzione congiunta di munizioni; affrontare i punti nei quali la dipendenza dalla Cina è più pericolosa; costruire successi limitati prima di lanciare grandi architetture. Soprattutto, sostituire la dipendenza unilaterale con una interdipendenza a doppio senso. Un’alleanza fondata sulle concessioni di un solo paese è fragile; un sistema nel quale ciascuno ha qualcosa da perdere dalla rottura è molto più resistente.

Infine serve uno scopo positivo. Non basta costruire una coalizione «contro la Cina». Il nuovo sistema deve offrire qualcosa che anche altri paesi desiderino: un ordine prospero, tecnologicamente dinamico. È forse la parte più idealistica del saggio, ma viene dopo un’analisi essenzialmente realista. Le alleanze sopravvivono non perché gli alleati si vogliono bene. Sopravvivono perché hanno bisogno gli uni degli altri.

Campbell e Doshi tornano a Lord Carrington. Gli europei e gli asiatici possono essere esasperati dall’America di Trump, ma quelli sono «gli unici americani che hanno». Gli autori aggiungono un  rovesciamento rivolto a Washington. Di fronte alla scala dimensionale della Cina e alla convergenza tra le potenze revisioniste, gli Stati Uniti avranno bisogno degli alleati più di prima. Perciò anche gli americani dovrebbero imparare la pazienza di Carrington: questi, dopotutto, sono gli unici alleati che hanno.