Senza visione

La democrazia divorata dal presente. Tribalismo e slogan istantanei stanno minando la nostra convivenza civile

GOFFREDO BUCCINI

Era il 2016. E, nella sua ultima intervista prima di morire, Michel Rocard allungò lo sguardo sui dieci anni che sarebbero venuti, toccando una questione cruciale per i politici. «Sono una categoria della popolazione molestata dalla pressione del tempo. Né sera né weekend tranquillo, né un momento per leggere, e leggere è la chiave della riflessione. Quindi non stanno più inventando nulla», disse il vecchio leader riformista francese: «Sentiamo che le elezioni arriveranno senza un progetto sociale». Prendersi qualche momento, meditare prima di balzare sulla giostra delle dichiarazioni usa e getta: il consiglio, quasi un testamento politico, era questo. Inascoltato ma quanto mai opportuno.

Il vuoto di visione e l’eccesso di visibilità, ovvero il presentismo, l’urgenza di stare sulla notizia e commentarla senza nemmeno capirla: questa miscela tossica, generata dalla rivoluzione digitale, stava entrando allora e sarebbe entrata con sempre più prepotenza sulla scena, vellicando, talvolta creando, le varie tribù social. Il tribalismo è infatti il terzo spigolo di un triangolo che ha racchiuso la nostra sfera pubblica in un paradosso, rendendola illimitata.

Qualsiasi ubriaco da tastiera può avere l’ambizione/illusione di interloquire direttamente col Papa o col presidente degli Stati Uniti. Al tempo stesso questa dimensione collettiva s’è fatta angusta, con le sue «camere dell’eco» e la sua polarizzazione (gli algoritmi tendono a rinchiuderci dentro aree omogenee, rafforzandoci nelle nostre convinzioni e tagliando fuori i pareri in dissenso).
La radicalizzazione sotto i nostri occhi sta insomma tutta qui, con la consolante (seppur magra) considerazione del mal comune. Ci dibattiamo fra tifosi e odiatori dell’orefice Mario Roggero e odiatori e tifosi dei due poliziotti coinvolti nella morte di Abderrahim Fakir, come se destra e sinistra fossero solo questo e l’Italia fosse soltanto un ring. Assistiamo all’annichilimento di ogni possibile complessità: come se tra Roggero e i rapinatori morti per sua mano non si potesse intravedere un processo di vittimizzazione reciproca; come se i due giovanissimi agenti di Bologna non scontassero magari una carenza di formazione e Fakir non pagasse forse una mancata assistenza sanitaria pregressa. Nessuna sfumatura tra il bianco e il nero; e un presunto tribunale del «sentire comune» che avrebbe l’ultima parola sul post più rilanciato. Ma non siamo soli in questo mondo spaccato a metà.

La faglia che sta risucchiando le opinioni pubbliche attraversa il pianeta o, almeno, il suo versante occidentale, dove esse, per manipolate che siano, hanno ancora rilevanza. Per dire, Elon Musk, il tecno-oligarca che ha condannato sul suo social X i giudici che hanno condannato Roggero, impiegò il battito di un post per soffiare sul fuoco dei disordini antislamici nell’agosto 2024 in Inghilterra, evocando l’inevitabilità della «guerra civile» e diffamando l’allora premier Keir Starmer. Ancora: buoni di qua, cattivi di là, un buco in mezzo. Un epifenomeno clamoroso del presentismo tribale è Donald Trump. Nella corsa al suo primo mandato (era ancora il fatale 2016) si trasformò nel più grande troll del mondo. Cogliendo il bisogno di semplificazione di un’America stufa del wokismo e persuasa che ogni complessità nascondesse una fregatura, semplificò il messaggio nelle 140 battute di un tweet: prendeva di mira migranti, giornalisti disabili, donne «isteriche mestruate», rivali maschi «dal pene piccolo». Era volgare, spesso osceno, ma appariva liberatorio: funzionò. E ancora funziona, in parte, dal suo social privato, Truth, con cui ogni notte il vecchio presidente manda messaggi di fuoco su tutto lo scibile, in tempo reale, alla sua tribù, i Maga, e contro chi la avversa, «gente orribile», «perdenti».

Il tribalismo e il presentismo sono le basi su cui è stato edificato il decennio populista inaugurato dalla Brexit e dalla prima elezione di Trump. Il presentismo è appunto, secondo Marc Lazar e Ilvo Diamanti, il regime di storicità del populista. Per i populisti non esistono problemi complicati ma solo soluzioni facili da attuare: e da spiegare alla tribù di riferimento, qui e ora, annullando qualsiasi scansione intermedia dell’arte della politica, che comporterebbe lo studio della questione, la successiva riflessione e la finale deliberazione. Da una parte, come si vede, c’è la ragione, dall’altra le passioni: cosa sia più facile stimolare soprattutto in tempi di vacche magre e di scarso welfare ce lo racconta la svolta sovranista e populista sempre più visibile in Europa e in America. Forse non l’ultima svolta, forse non la più pericolosa.

Qualcosa di nuovo, verrebbe da dire davvero di «alieno», sembra crescere tra cittadini ormai addomesticati dai richiami tribali o anestetizzati dall’impossibilità di incidere su decisioni impattanti nelle loro vite. Cinzia Sciuto spiega su MicroMega come le «oligarchie digitali» (Musk, appunto, ma anche Peter Thiel e altri capitani avventurosi di Silicon Valley) stiano non solo condizionando ma colonizzando dall’interno lo Stato, secondo una visione che, in nome della prevalenza della tecnica, nega il bilanciamento democratico dei poteri e la natura stessa della democrazia liberale. La trasformazione che s’intravede è transumana e, dunque, ostile all’umana dignità. Abbastanza da avere attirato l’attenzione di Leone XIV nella sua potentissima enciclica.
Non è detto che tutto sia perduto e che l’esito di questo decennio sciagurato sia una caduta nel buio pre-illuminista. Ma per liberare i cittadini dalle bolle e dalle balle occorre cominciare a restaurare con essi un rapporto di fiducia, a ripristinare un’ipotesi di destino condiviso. Rocard sosteneva nel famoso «discorso del pianerottolo» che per salvare una banlieue bisognasse iniziare riparando le cassette delle lettere. Può sembrare minimalismo, forse è sano riformismo.