Baum, la crisi del cinquantenne che parlava (e litigava) con sé stesso.

Ecco l’inizio del primo romanzo di Woody Allen

Ipocondria, insofferenze, ansie: qui le pagine iniziali

Negli ultimi tempi Asher Baum aveva cominciato a parlare con se stesso. Non erano solo i borbottii occasionali di chi cerca di chiarirsi le idee o di tranquillizzarsi prima di un’ardua impresa. Né si trattava di illusorie rese dei conti con persone immaginarie, del passato o del presente. Ciò avrebbe fatto di lui uno svitato, un tipo strambo; ma non lo era. Almeno non del tutto. Che tali conversazioni fossero un segnale di demenza precoce era ugualmente escluso, dato che Baum era un cinquantenne in forma, con una memoria ben funzionante e senza alcun precedente, in famiglia, di deficit cognitivi. Ciò che gli raccomandavano i medici, al massimo, era di non esagerare col sale, di mettersi la crema solare e di correre sul tapis roulant, come per altro faceva. Se soffriva di qualcosa, era di attacchi di panico ipocondriaco: vede aprirsi l’abisso in ogni neo, colpo di tosse e unghia incarnita. Purtroppo gli capitava lo stesso anche con ogni canzone, fiore e arcobaleno. Quando Baum si guardava allo specchio, riconosceva un incrocio intelligente tra gli occhi tristi del padre e il naso semitico della madre; l’ansia, invece, apparteneva solo a lui.

I suoi capelli erano folti, ma sparavano da tutte le parti; gli occhiali Foster Grant con la montatura nera gli davano un’aria da studioso. Se fosse stato un attore del cinema, avrebbe interpretato strizzacervelli, insegnanti, scienziati o scrittori — e in effetti, nella vita, apparteneva a quest’ultima categoria. In quello stesso specchio non poteva fare a meno di notare qualche filo argenteo che esordiva qua e là; in ciò non scorgeva una promessa di saggezza, ma ad andar bene un deambulatore in alluminio.

Mentre l’estate volgeva al termine, Baum aveva preso a passeggiare per i circa trenta ettari di prato e bosco selvaggio che circondavano la loro casa di campagna con vista sul laghetto — casa intestata alla sola Connie, a onore del vero —, intrattenendosi in profonde disquisizioni con se stesso. Bordeggiando l’estremità più lontana dello stagno, dove iniziava il bosco, Baum si ritrovava spesso immerso in vivaci e solitarie discussioni su questioni impellenti. Persino a casa, se non c’era in giro nessuno, poteva intavolare una di queste conversazioni, se sentiva il bisogno di comunicare e di aprire il proprio cuore.

Dopotutto, con chi altro dovrei parlare? pensava. Chi altro è così amichevole, così affabile e perspicace, così coinvolto e ammodo? Sì, ammodo e, soprattutto, comprensivo. Chi altro mi ascolta con mente aperta ed empatica, e si preoccupa di me? A chi altro importa un accidente che io continui a spingere un macigno su per la collina? E se mai dovessi arrivare in cima, che cosa diavolo avrei ottenuto? Un macigno su una collina. Fantastico. Allora perché mi devo dannare?

Di recente Baum si era trovato sempre più spesso in disaccordo con se stesso. In alcuni casi con veemenza.

Eppure, pensava, chi se non Asher Baum può comprendere la portata della mia sofferenza e l’ampiezza delle mie preoccupazioni? C’è qualcun altro con cui posso lagnarmi e che non staccherebbe la spina dopo due minuti dei miei dubbi più profondi, dicendo: «Smettila di lamentarti, Asher: è una barba. Anche noi abbiamo i nostri problemi». Eppure cerco solo di vedere dentro la minuscola porzione di isteria in cui sono immerso ogni giorno. Oppure no, forse la questione è più complessa. Forse quello che voglio davvero è dare un senso alla vita di tutti. A tutta la baracca con i suoi burattini.

Nella sua scrittura, Baum voleva portare ordine nel caos e nella tragica verità che sembravano annuvolare ogni alba dell’umanità. Molto tempo fa aveva dichiarato guerra a colei che Auden paragona al rombo di un tuono lontano durante un picnic. Credeva di poter condurre al meglio questa battaglia contro la condizione umana facendo il romanziere, scrivendo libri pieni di pathos. Opere necessariamente ponderose, pensava, perché la notte è smisurata e il nemico conosce sporchi trucchi di ogni tipo.

Fin da subito aveva deciso che non avrebbe potuto affrontare la lotta come un semplice giornalista, riferendo i banali alti e bassi della realtà. La finzione, sentiva, era più reale della realtà, più capace di avvicinarsi all’anima e di arrivare alla verità di cosa diavolo stesse succedendo. Per l’amor di Dio, chi comanda qui? Voleva che i suoi libri avessero un impatto, che cambiassero il punto di vista della gente, e per questo doveva fare tutto per bene. Non voleva avviarsi sconfitto verso l’eternità senza aver lasciato almeno qualche volume che aiutasse gli altri ad alleggerire il cammino. Mai e poi mai sulla sua lapide si sarebbe letto: QUI GIACE ASHER BAUM. E ALLORA?

(traduzione di Alberto Pezzotta)