Venezia per Gaza divide gli artisti

Venice4Palestine: ‘Noi in piazza’.

Setteottobre: ‘L’appello ignora Hamas’

Una doppia lettera che fa discutere quella di Venice4Palestine, il movimento spontaneo che ha chiesto in un primo momento – con un documento firmato da 1.500 artisti – spazio alla Mostra per parlare di quanto sta accadendo a Gaza, poi in una ulteriore nota solo a nome del gruppo (senza firme di adesione) anche l’esclusione dal festival di Gal Gadot e Gerard Butler e di “qualunque artista e celebrità che sostenga pubblicamente e attivamente il genocidio”.

“Quando ho firmato l’appello non c’era questa richiesta sull’esclusione di alcuni artisti, non mi appartiene, non sono d’accordo” dice oggi Ferzan Ozpetek, alla vigilia della manifestazione in favore della Palestina, e nel giorno della presa di distanza di Carlo Verdone dall’appello di Venice4Palestine.

Per Ozpetek “c’è in atto qualcosa di molto forte a Gaza, e penso che dopo tutto questo, nessuno di noi sarà mai più felice del tutto, non godremo mai più veramente delle cose, questa sofferenza ci rimarrà sempre dentro. Ma questo non deve portare a censurare l’arte, che è una forma d’espressione, o gli artisti. Basti pensare a Leni Riefenstahl che era un genio nonostante quello che mostrava… l’arte non va censurata”.

Carlo Verdone in un’intervista al Corriere della Sera ha detto di essere stato “messo in mezzo”. “Mi ha chiamato Silvia Scola, la figlia di Ettore Scola, chiedendomi se volevo firmare un appello contro quello che sta accedendo a Gaza, che va condannato in tutti i modi, nell’ambito della Mostra, manifestando a una platea ampia la sensibilità del cinema, che non è chiuso nell’indifferenza. E ho firmato”, dice il regista. “Ma i nomi dei due attori non c’erano”. “Con Verdone ci siamo sentiti. E ci siamo spiegati”, assicura Silvia Scola, interpellata dall’ANSA.

“Appena ho ricevuto la richiesta di firma dell’appello per lo Stop al genocidio mi sono subito data da fare per diffonderlo e raccogliere le adesioni ed ovviamente ho cercato per primi quei nomi che avevano più risonanza. Ho quindi parlato anche con Carlo Verdone che da subito ha aderito all’appello firmandolo”. Ma, spiega ancora l’autrice, l’esclusione dei due attori, “veniva richiesta per la loro pubblica posizione di sostegno a Netanyahu e all’esercito israeliano. E, quindi, non per una discriminazione nei confronti ad esempio di Gal Gadot in quanto israeliana, ma per il loro esplicito sostegno a questa carneficina: uno sterminio che, lo ricordiamo, non è una guerra, un semplice conflitto a fuoco, ma uno sterminio deciso a tavolino”.

Dalla parte di Verdone l’Associazione Setteottobre, convinta che “gli attori non debbano diventare il tribunale dell’inquisizione” e che sia “difficile, lo sappiamo, tirarsi fuori dall’onda pseudo buonista che investe il mondo del cinema come tanti altri mondi. Ugualmente difficile è non condannare le guerre, chi può essere a favore delle guerre? E così ha firmato. Ma adesso la invitiamo a fare un passo in più: a riflettere su ciò che ha firmato. Ha sottoscritto una grafica che rappresenta Israele grondante di sangue”.

Un appello, “che mai, mai cita Hamas e i suoi crimini!”. Venice4Palestine sostiene e partecipa alla manifestazione del 30 agosto Stop al genocidio, promossa da Centri Sociali del Nord est e Anpi “7Martiri” Venezia e per il 31 agosto alle 13.00 presso Isola Edipo al Lido promuove un incontro con la rete Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni (Bds), movimento a guida palestinese per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza.

A proposito della polemica dei due documenti spiega: “Gerard Butler e Gal Gadot hanno fornito appoggio sia finanziario che ideologico alle politiche israeliane. Perché non dovrebbero essere tenuti in considerazione i comportamenti e le opinioni di queste celebrità a cui la grande risonanza mediatica dona rilevanza e influenza, normalizzando così pulizia etnica e genocidio? Non si tratta dunque di censura ma di boicottaggio culturale, cioè una delle forme storiche di protesta non violenta e di resistenza contro l’abuso perpetrato da un potere schiacciante e crudele”.

Verdone, Sorrentino e Servillo contro il boicottaggio degli attori “pro-Israele” alla Mostra del cinema di Venezia

Sull’appello di Venice4Palestine iniziano i distinguo. “Mi hanno messo in mezzo” dice il regista di Borotalco spiegando che quando ha firmato quel manifesto i nomi di Butler e Gadot non c’erano. Sorrentino è stato invece prudente fin dall’inizio: “Sono alimentato dai dubbi e ho tempi più lenti”. Su Gaza però non mostra incertezze: “C’è un genocidio”

Antonio Piccirilli

Ci sono dei “no” che fanno rumore. Come quello di Paolo Sorrentino che non ha firmato l’appello lanciato da Venice4Palestine in occasione della Biennale del cinema nonostante definisca lui stesso un “genocidio” ciò che sta accadendo a Gaza. Il suo non è un caso isolato. Nelle ultime ore anche altri artisti, primo fra tutti Carlo Verdone, hanno iniziato ad esprimere dei dubbi sulle posizioni del collettivo ProPal nato neanche due settimane fa dall’incontro di “professionisti dell’audiovisivo” mossi “dall’urgenza e la necessità di fare qualcosa che avesse un senso, e potesse in qualche modo sostenere il popolo palestinese, ormai completamente martoriato”.

Piccolo preambolo. Nel primo manifesto il collettivo esortava gli organizzatori della Mostra del Cinema di Venezia a sostenere le loro istanze e “prendere una posizione netta” sui fatti di Gaza. Nel testo si legge: “Invitiamo chi lavora nel cinema a immaginare, coordinare e realizzare insieme, durante la Mostra, azioni che diano risonanza al dissenso verso le politiche governative filosioniste: un dissenso espresso nel segno della creatività, grazie alle nostre capacità artistiche, comunicative e organizzative”. Insomma, una scelta di campo che non presta il fianco a interptetazioni. Tra i firmatari dell’appello ci sono Serena Dandini, Gabriele Muccino, Alba e Alice Rohrwacher, Claudio Santamaria, Fiorella Mannoia, Toni Servillo, Roger Waters, Ken Loach, Marco Bellocchio. E tanti altri.

Il boicottaggio verso gli attori Pro-Israele

In un secondo momento il gruppo si è però spinto più in là, chiedendo di ritirare “l’invito a partecipare alla Mostra” all’attore britannico Gerard Butler e all’attrice israeliana Gal Gadot, accusati di sostenere “ideologicamente e materialmente la condotta politica e militare di Israele”. Un boicottaggio che secondo il collettivo dovrebbe essere esteso “a qualunque artista e celebrità che sostenga pubblicamente e attivamente il genocidio”. Un invito alla censura che non è piaciuto a tutti.

Sorrentino: “A Gaza c’è un genocidio, ma sono contro la censura”

Torniamo a Sorrentino. Intervistato dal Fatto Quotidiano, il regista ha spiegato così i motivi della decisione di non firmare quel manifesto: “Ho imparato che agli appelli promossi dagli artisti, bisogna sempre pensarci due volte prima di firmare”, perché gli artisti sono emotivi, infantili “e un po’ ingenui” e “queste caratteristiche, se sono meravigliose per creare film o libri, sono invece meno efficaci quando si tratta di raccontare l’alta politica. Sicuramente ci voglio pensare”, ha aggiunto Sorrentino. “Sono in linea con il mio presidente, sono alimentato dai dubbi e ho dei tempi più lenti, non aderisco istintivamente a ogni istanza”.

Parlando alla Biennale in occasione della presentazione del suo nuovo film, La Grazia, Sorrentino ha aggiunto: “Se mi si invita a riconoscere che è in corso un genocidio la risposta è assolutamente sì. Questo è uno di quei casi in cui quello che sta succedendo è evidente, non c’è tanto da stare a discutere. Le testimonianze di istituzioni assolutamente affidabili sono riscontrabili. Se invece poi si scivola dentro un’emotività che ti porta a chiedere di censurare o di boicottare, allora in questo caso faccio un passo indietro e sono meno propenso, anzi non sono per niente propenso a censurare nessuno. Soprattutto in un luogo come questo” che invece “deve accogliere chiunque, anche quelli che sostengono le posizioni più scomode e ai nostri occhi irritanti”. Parole che sui social gli sono costate più di una critica e i soliti insulti degli attivisti ProPal più intransigenti.

Verdone accusa: “Mi hanno messo in mezzo, quando ho firmato quei nomi non c’erano”

L’appello di Venice4Palestine era stato invece firmato da un altro monumento del cinema italiano, Carlo Verdone. Che però, intervistato dal ‘Corriere della sera’, ci tiene a sottolineare il suo no assoluto alla censura. E racconta. “Diciamo la verità, mi hanno messo in mezzo” si giustifica il regista motivando la sua decisione di firmare il manifesto. “Mi ha chiamato Silvia Scola, la figlia di Ettore Scola chiedendomi se volevo firmare un appello contro quello che sta accadendo a Gaza, che va condannato in tutti i modi, nell’ambito della Mostra, manifestando a una platea ampia la sensibilità del cinema, che non è chiuso nell’indifferenza. E ho firmato. In un secondo momento i promotori pro Palestina hanno aggiunto i nomi di quei due attori”. Ovvero Gerald Butler e Gal Gadot.

“Non sono d’accordo nell’escludere gli artisti” sottolinea Verdone. “Anche all’inizio della guerra in Ucraina ricordo il boicottaggio verso i tennisti russi. Ma cosa c’entravano loro? Sono sportivi, non militari né politici, giocano a tennis”. Gli attori “non possono diventare il tribunale dell’Inquisizione” dice ancora. “Gadot e Butler non c’erano sotto quello che ho sottoscritto. Quei due non sono gente che tira le bombe, sono attori come me. Gadot è israeliana, ha prestato il servizio militare, lo fanno tutti lì”.

Servillo: “L’obiettivo era accendere una luce, sono contro il boicottaggio”

E contro il boicottaggio si schiera anche Toni Servillo. “Sono stato tra i firmatari di un documento che chiedeva di accendere una luce più forte su una tragedia immane a cui stiamo assistendo” e “credo che il risultato al primo giorno di festival sia già ampiamente raggiunto”. “Non condivido per nulla” rimarca però l’attore, “il boigottaggio di artisti israeliani o di qualsiasi altro Paese a manifestazioni come la Mostra del cinema o come la Biennale arte” perché “credo che questi luoghi siano luoghi di accoglienza in cui si invita tutti e poi ci si confronta e si stabilisce civilmente su che posizione si sta, ma non sono luoghi di esclusione. Questo aspetto, ci tengo a dirlo, non lo condivido”.

I dubbi di Roberto Andò

Qualche perplessità è stata espressa anche dal regista Roberto Andò, che pur avendo firmato l’appello di Venice4Palestine ritiene “un errore porre dei veti” verso gli attori Pro-Israele. “Prendo atto del fatto, grave, che questi due attori si sono espressi a favore del governo israeliano” dice al Corriere, “ma in questa fase francamente non mi pare utile indicare, additare dei nomi. In altri termini, non sono d’accordo con la censura”.

Verdone e l’appello pro Pal: «Quando ho firmato i nomi degli attori Gadot e Butler non c’erano. Noi non siamo il tribunale dell’Inquisizione»

Il regista: «Mi ha chiamato la figlia di Ettore Scola chiedendomi di firmare un appello contro quello che sta accadendo a Gaza, che va condannato in tutti i modi: ma solo dopo i promotori hanno aggiunto quei due nomi. Gli attori non devono diventare il tribunale dell’Inquisizione. Io sull’esclusione degli artisti non ci sto, non è gente che tira bombe»

Valerio Cappelli

«Diciamo la verità, mi hanno messo in mezzo», dice Carlo Verdone. In effetti, il suo nome, tra la lista dei 1500 attori e registi italiani, molti apertamente di sinistra, che vogliono boicottare i due colleghi vicini a Israele, Gerald Butler e Gal Gadot, escludendoli dalla Mostra, strideva un po’. I due sono nel cast del film dantesco di Julian Schnabel. Il bello è che la loro presenza non era nemmeno prevista. Lì hanno egualmente buttati giù dalla torre. Il punto della questione però oggi è un altro.

Verdone, è stato raggirato?
«Mi ha chiamato Silvia Scola, la figlia di Ettore Scola, chiedendomi se volevo firmare un appello contro quello che sta accadendo a Gaza, che va condannato in tutti i modi, nell’ambito della Mostra, manifestando a una platea ampia la sensibilità del cinema, che non è chiuso nell’indifferenza. E ho firmato. In un secondo momento i promotori pro Palestina hanno aggiunto i nomi di quei due attori».

Un atto illiberale?
«Non sono d’accordo nell’escludere gli artisti. Anche all’inizio della guerra in Ucraina ricordo il boicottaggio verso i tennisti russi. Ma cosa c’entravano loro? Sono sportivi, non militari né politici, giocano a tennis».

Anche il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco si era stupito di averla trovata tra i firmatari.
«Gli attori non possono diventare il tribunale dell’Inquisizione. Un festival è un tavolo di confronto, di tolleranza e di libertà. Questo invece significa censurare. Poi certo non si possono chiudere gli occhi su ciò che sta accadendo a Gaza. So che Toni Servillo, anche lui tra i firmatari, si è ravveduto, e sul Corriere è perplesso, coi sui toni pacati e riflessivi, anche Roberto Andò, che non aveva firmato».

Gli odiatori dei social diranno che ha firmato a sua insaputa?
«Non si tratta di fare un passo indietro per paura, ma di ristabilire la verità. Io sull’esclusione non ci sto. Meglio un confronto tra di noi».

Il cinema ha l’appello facile?
«Forse da parte mia c’è stato un attimo di superficialità, sai come vanno queste cose, ti dicono ha già firmato questo e quello, ma, ripeto, Gadot e Butler non c’erano sotto quello che ho sottoscritto. Quei due non sono gente che tira le bombe, sono attori come me. Gadot è israeliana, ha prestato il servizio militare, lo fanno tutti lì».

Tra l’altro nella raccolta fondi del 2017 pro esercito israeliano contestata a Butler c’era anche De Niro.
«Che è dichiaratamente progressista. Bisogna stare attenti, essere sensibili certo, ma noi artisti in queste vicende saremo sempre una goccia nell’Oceano. Quando leggo che gli israeliani hanno buttato una bomba in un ospedale sgarrupato di Gaza uccidendo tutti, feriti e medici, stiamo andando oltre, e mi indigno».

Fanno presto poi gli estremisti in malafede a far passare la gente per antisemita?
«Io dieci anni fa ho partecipato con Sami Modiano, il superstite dell’Olocausto, all’incontro con 1200 studenti in vista del loro viaggio ad Auschwitz. Mi avevano invitato perché avevano letto di una mia precedente visita al lager nazista».

Lei antisemita sarebbe stata una calunnia.
«Ma scherziamo? Il 60 per cento degli amici che frequentavano il salotto di mio padre Mario, storico del cinema, erano ebrei, Leonard Bernstein, il violinista Yehudi Menhuin. Il suo più caro amico era Piero Sadun, il pittore astrattista che durante il fascismo dovette cambiare il cognome in Duna».

Domani il movimento Venice4Palestine farà una manifestazione davanti al Palazzo del cinema.
«La facessero, per carità, non contesto nulla. La cultura non dev’essere un’arma, escludere non è cultura. Ha ragione Buttafuoco, non si può caricare sulle spalle di due attori la disumanità di una guerra infinita, che va fermata».