“OMERTA’ E BUGIE SU ALDO MORO” DI PIERO LAPORTA.

Vito Sibilio

Oramai la pubblicistica e la saggistica su Aldo Moro è sterminata e anche chi scrive non ha resistito alla tentazione di confrontarsi con il più grande mistero della Repubblica. Il grosso degli studi è stato orientato dalla maggiore operazione di disinformazione orchestrata dal KGB in quel periodo, ossia la cosiddetta “Sphora”, volta a persuadere l’opinione pubblica della responsabilità dei servizi occidentali nel sequestro e nell’assassinio dello Statista di Maglie. Altri, compreso il mio, hanno percorso la ben più impervia Pista rossa, che porta dritta al Cremlino. Siamo di meno, ma la strada ce l’ha aperta Leonardo Sciascia e l’unica opera narrativa dedicata al Caso Moro e uscita anonima poco dopo la sua tragica scomparsa, I Giorni del Diluvio, l’ha consacrata prima ancora che Flamigni e altri si industriassero a cercare solo ad Occidente le varie responsabilità.

Mediana la linea che tenta di fare del Caso una questione tutta italiana, con tanto di addebiti alla classe dirigente dell’epoca. Forse in questa filiera si trova oggi il grosso delle indagini e della pubblicistica sia di storici che di giornalisti. Ad oggi, con il secondo volume di Piero Laporta, la pista che porta ad est e poi torna in Italia trova un nuovo, interessante, avvincente e dirompente supporto. “Omertà e bugie su Aldo Moro- Magistrati sotto accusa. Il togalitarismo” è il titolo, che però non deve trarre in inganno, in quanto il saggio non è impostato solo sulla polemica contro i magistrati che non hanno seguito tutte le piste per bene. Il sottotitolo, “Mandanti prigioni torture e tradimenti, svelato quanto lo Stato nasconde”, rende molto meglio il contenuto e, in effetti, attrae di più il pubblico. Ma cosa dice Laporta in questo libro, che segue il suo già controverso “Raffiche di bugie in Via Fani”? Non bastava già l’insieme di provocatorie dimostrazioni, deduzioni e insinuazioni di quel testo? Evidentemente no. Prefato da Paolo Guzzanti, il libro deve in effetti completare quanto mancava al suo predecessore, magari per rispondere a quesiti e dubbi che aveva suscitato nei lettori, compreso il sottoscritto.

Il libro in effetti non è concepito in un modo ordinario, ma per rispondere a domande annose, che si dispongono l’una attorno all’altra in cerchi concentrici geometricamente contraddittori, perché sono tanto ampie quanto stringenti. Dal 1978 la verità ufficiale, che evidentemente non interessa più a nessuno, scandisce che le Brigate Rosse abbiano fatto tutto da sole. A tale proposito, se appare evidente che questo non è vero, la domanda nasce spontanea: chi ha consacrato questa versione, a dispetto di ogni evidenza, occultandole con sapiente malafede? E perché? Piero Laporta non esita ad attribuire la responsabilità di ciò ad una feroce e occulta congiura di un potere tuttavia non occulto a sua volta, ma palese e strutturato tra politica e magistratura. Nel quadro delle verità ufficiali, poi, si staglia con chiarezza una asserzione che fino a Laporta nessuno ha messo mai in discussione, ossia che i sequestratori abbiano trattato con ogni riguardo il prigioniero. Eppure l’autore, frugando nelle autopsie, smentisce clamorosamente questo assunto, evidenziando i maltrattamenti inflitti al Presidente DC e collegando questo segreto ad alcune altre morti eccellenti legate alla soluzione del caso.

Ancora proseguendo nella decostruzione della storiografia dominante, Laporta si chiede se realmente gli USA volessero la morte di Moro e, contestualizzando ampiamente il Sequestro, afferma risolutamente di no, mediante una serie di argomentazioni che spaziano dalla politica estera americana alle relazioni internazionali dei Partiti nostrani e alle ricostruzioni di altri misteri nostrani, specie di quelli che Indro Montanelli definì i “conati di conati” di colpi di Stato vagheggiati alla fine degli anni sessanta e agli inizi dei settanta. Scartati gli USA come mandanti, l’Autore li cerca altrove e li individua, con un percorso non privo di scabrosità sul terreno ma sorretto da una logica a tratti spesso tagliente come una lama, mettendo in discussione un altro dogma della storiografia nostrana, ossia la Strategia della tensione. Senza voler qui anticipare chi sono i colpevoli per l’Autore, proseguiamo dicendo che egli, dopo aver discolpato gli USA, chiestosi se Moro poteva contare sull’amicizia di Mosca come a volte si afferma, altrettanto risolutamente, con lo stile irsuto che spesso lo contraddistingue, dice che non è vero e argomenta partendo dai documenti militari segreti dell’epoca.

Alla ricerca di un movente che dia un senso a questo rompicapo – Fasanella parlò di Puzzle Moro in un suo libro – Laporta scarta l’obiettivo di chiudere al PCI le porte del potere e, come Imposimato, considera la corsa al Quirinale come determinante per capire gli eventi dei 55 giorni del 1978.

Laporta, inoltre, come tutti noi che abbiamo scritto su Moro, si chiede se e come il Prigioniero tentò di comunicare con l’esterno e, perfezionando uno degli argomenti più forti del suo precedente volume, rilancia con vigore la lettura anagrammatica di molti passi delle Lettere dello Statista. Ancora, l’Autore si interroga sul ruolo innegabile di Licio Gelli e, a differenza dei più, lo mette in connessione coi servizi segreti dell’Est. Laporta poi entra nella parte che potremmo definire da elettrochock del suo libro, dando risposta ai principali interrogativi lasciati in sospeso nel suo libro precedente. La vera prigione di Moro, la presenza di esplosivo in Via Fani, il vero luogo del Sequestro del Presidente (che non era in quella strada secondo Laporta), i veri carcerieri, la natura reale dell’agguato, le circostanze autentiche della morte e gli esecutori materiali del delitto (diversi dai sequestratori che avrebbero lasciato libero il Prigioniero) sono le portate della cena delle beffe che, stando all’Autore, ci viene servita dal 1978. Il tutto suggellato da una falsa autopsia e da una valanga di ricatti che durano fino ad oggi.

Piero Laporta

Come si vede, un libro avvincente ben radicato sui quesiti cardine della storiografia sul tema e sugli anni in cui è ambientato. Ovviamente le risposte date potranno non piacere o non persuadere. Chi scrive per primo ancora si interroga su determinate soluzioni fornite ai problemi, mentre si ritrova pienamente su altre. Alcuni cardini del libro, come il nesso tra la morte di Pecorelli e Gelli, li ha fissati in Italia per primo il sottoscritto, anche se con poca fortuna. Altre cose sicuramente dovrebbero essere oggetto di ancora ampio dibattito. Ma una cosa è certa: con questo libro Laporta ha superato una barriera invalicabile fino ad oggi, decostruendo completamente la ricostruzione del Caso. Da ora in poi tutti, compreso il sottoscritto, dovranno fare i conti con questo. E i lettori non potranno fare a meno di soddisfare la curiosità che spero di aver suscitato in loro, leggendo il libro.