(ANSA) – ROMA, 28 GIU – Le forze armate israeliane (Idf) e lo Shin Bet hanno annunciato di avere ucciso ieri sera a Gaza City il “terrorista Hacham Muhammad Issa al-Issa, figura di spicco dell’ala militare di Hamas e considerato uno dei fondatori dell’organizzazione”.

La notizia è stata riportata da un portavoce delle Idf – scrive Ynet -, che ha aggiunto che il suo ruolo era quello di “capo dello staff di supporto al combattimento nell’ala militare dell’organizzazione terroristica”. Inoltre, al-Issa ha avuto un ruolo significativo nella pianificazione e nell’esecuzione del massacro del 7 ottobre.

Dopo la Corte suprema, il Bilancio: Trump sfida il Senato. E Musk va all’attacco

Incassata la sentenza che frena i giudici federali, il presidente si sente più forte e punta a far avanzare i suoi tagli alle tasse

Donald Trump ha avvertito subito: l’amministrazione approfitterà immediatamente della sentenza della Corte Suprema sui poteri dei giudici federali, per eliminare appena possibile tutti i blocchi alla sua agenda, che in queste ore conta di ottenere una forte spinta dal voto in Senato sulla legge di bilancio. Perché è vero che il massimo tribunale non si è espresso nel merito dello ius soli, e quindi potrebbe ancora bocciare il decreto con cui il presidente vuole cancellare la cittadinanza automatica per chiunque nasca sul territorio americano, ma per certi versi ha fatto molto peggio. Negando infatti la validità delle ingiunzioni a livello nazionale emesse dai giudici federali, ha aperto la porta all’applicazione di qualsiasi ordine emetta il presidente. Se è legale o no si valuterà dopo, con tutte le conseguenze devastanti per chi ne subirà subito gli effetti, che in molti casi potrebbero lasciare le vittime dell’abuso costituzionale senza alcuna possibilità di ottenere rimedio. Madri che non possono registrare i figli come americani, famiglie costrette a lasciare il Paese, genitori che perdono il lavoro, diritti di ogni genere negati.

Trump però ha vinto e vuole procedere con la marcia verso l’autoritarismo, partendo da settori come immigrazione, istruzione pubblica e privata, i tagli del Doge già guidato da Elon Musk, lo smantellamento di agenzie federali come quella per lo sviluppo Usaid. L’emergenza quindi per chi vuole resistere è individuare al più presto possibile alternative, per ottenere il blocco delle iniziative potenzialmente illegali che l’amministrazione si prepara a prendere a tappeto, per far avanzare l’agenda di Trump.

Secondo un’analisi del sito Politico, la sentenza scritta dalla giudice Amy Coney Barrett lascia aperte tre scappatoie: class action; cause presentate dagli Stati e quelle basate sull’Administrative Procedure Act.

Dunque la sfida per salvare i principi basilari dello stato di diritto nelle democrazie liberali resta aperta, per quanto difficile, mentre Trump punta a far avanzare la sua agenda economica con il “Big Beautiful Bill”, che gonfierebbe il debito nazionale per finanziare 4.500 miliardi di tagli alle tasse. Per questo motivo Musk è tornato a schierarsi contro: «Questa legge distruggerà milioni di posti di lavoro e danneggerà il Paese, è completamente folle e distruttiva». Almeno tre senatori repubblicani la pensano come lui e questo potrebbe far saltare il provvedimento o costringere il vicepresidente JD Vance a intervenire per salvarlo. Mentre i democratici vogliono allungare i tempi facendo leggere l’intero testo in aula.

Il nuovo piano fiscale di Trump scatena le critiche di Musk: «Folle e distruttivo, eliminerà milioni di posti di lavoro»

«La più recente bozza del Senato distruggerà milioni di posti di lavoro in America e causerà un danno strategico immenso al nostro Paese!», ha scritto Musk su X

Elon Musk sferra un duro attacco alla proposta di legge firmata da Donald Trump per tagliare le tasse e aumentare la spesa per la difesa. In un post pubblicato su X, il miliardario ha definito il provvedimento «assolutamente folle e distruttivo». «La più recente bozza del Senato distruggerà milioni di posti di lavoro in America e causerà un danno strategico immenso al nostro Paese!», ha scritto ancora Musk. «Distribuisce sovvenzioni a industrie del passato, danneggiando gravemente quelle del futuro».

La posizione di Musk

Le critiche di Musk arrivano a poche settimane dalla fine di una disputa pubblica tra lui e Trump, scoppiata proprio in seguito alla posizione del fondatore di Tesla e SpaceX contro alcune misure economiche contenute nei precedenti progetti legislativi repubblicani. Questa volta nel mirino di Musk, in particolare, ci sarebbe l’orientamento del piano fiscale che – secondo la sua lettura – favorirebbe settori economici tradizionali a scapito dell’innovazione tecnologica e delle industrie emergenti. Un messaggio coerente con le sue posizioni storiche, che da tempo invocano incentivi a favore di energie rinnovabili, intelligenza artificiale e tecnologie avanzate.

Accordo tra i G7 sulla tassa minima globale: esenzioni agli Usa. Giorgetti: “Compromesso onorevole”

Trump minacciava ritorsioni con la sua legge di bilancio, ora si torna a discutere in sede Ocse. Per gli attivisti dell’equità fiscale è un passo indietro

Donald Trump segna un punto al G7 sul tema della tassazione globale delle multinazionali, strappando importanti esenzioni per le compagnie statunitensi dalla Global minimum tax. Secondo il Financial Times si tratta di un passo che mina il pù grande accordo fiscale globale degli ultimi cento anni.

La presidenza canadese del G7, in una nota, spiega che è stata trovata un’intesa tre le maggiori economie per una “soluzione parallela” che in ragione della “sovranità fiscale dei Paesi” esenta le compagnie americane da alcune parti del nuovo regime fiscale, in ragione delle tasse che già pagano negli Usa.

Il segretario generale dell’Ocse, Mathias Cormann, dice che la dichiarazione dei Paesi del G7 è “una pietra miliare nella cooperazione fiscale internazionale” che “spiana la strada agli accordi per la Global minimum tax” e a una “riforma vitale nel sistema di tassazione internazionale”. Ma pare fare buon viso a cattiva sorte.

La svolta rischia di stravolgere la Global minimum tax su cui era stato raggiunto un accordo storico nel 2021 che puntava a porre fine alle pratiche di elusione fiscale delle multinazionali: in particolare le Big Tech statunitensi. Un accordo che fissava una soglia di tassazione minima del 15% dei profitti globali, recepita da diversi Paesi ma mai dagli Stati Uniti stessi che di fatto la reputavano già morta. La tassa prevede, in sostanza, una imposizione integrativa pari alla differenza tra le imposte che gravano sul gruppo in un determinato Paese e l’importo minimo del 15%.

Il quotidiano della City aggiunge che le nuove disposizioni saranno discusse nelle prossime settimane in sede Ocse, la stessa presso la quale si era fissata nel 2021 l’imposizione minima.

L’esito segue la mossa americana di inserire nel “Big beautiful bill”, il budget del presidente Trump, la possibilità di imporre “tasse di ritorsione” sugli investimenti esteri provenienti da Paesi che applicassero la Global minimum tax. Ritorsioni che ora gli Usa, come aveva anticipato il segretario al Tesoro, Sott Bessent, in settimana in vista della svolta al G7, si impegnano ora a far venire meno. Il ministro italiano Giancarlo Giorgetti definisce l’accordo dei G7 “un compromesso onorevole trovato con l’amministrazione americana che protegge le nostre imprese dalle ritorsioni automatiche originariamente previste dalla clausola 899 dell’Obbba all’esame del Senato Usa. Dobbiamo continuare a lavorare in questa direzione e favorire il dialogo”.

Nei giorni scorsi, in occasione del Dla Piper Tax Day, i soci dello studio legale Antonio Tomassini e Christian Montinari avevano messo in luce come – in caso di esenzioni agli Usa – l’iniziativa Ocse sarebbe “destinata a restare una questione esclusivamente europea – e particolarmente onerosa per le imprese – con benefici di gettito molto limitati”. “Diventa urgente semplificare il meccanismo, trasformandolo in uno strumento per rafforzare la coesione europea anche in materia di fiscalità diretta”, ha sottolineato in quell’occasione Alberto Trabucchi, condirettore generale di Assonime.

Ancora una volta, dunque, come nel caso dei dazi o della tassazione digitale del Canada, gli Usa adottano la politica del bastone per arrivare a un accordo internazionale che secondo Markus Meinzer, direttore politico del gruppo di attivisti Tax Justice Network, rappresenta un “cedimento frettoloso” che renderebbe “morto” l’accordo sull’imposta minima. Per gli Usa, il guadagno per le Big tech in pospettiva è cifrato fino a 100 miliardi. Sullo sfondo, per altro, resta ancora il tema della tassazione sui servizi digitali, altro tassello della fiscalità che gli Usa vogliono picconare in favore dei loro campioni tech.

Dazi, dalla Cina al Regno Unito: cosa ha ottenuto (e cosa no) la politica della Casa Bianca

Secondo Wharton Penn le tariffe taglieranno il 6% del Pil Usa. Londra ha aperto alla carne di bovino e all’etanolo americani. Pechino velocizzerà l’export cinese di terre rare e magneti: Il nodo inflazione e il duello sui tassi

Sono trascorsi quasi tre mesi dal «Liberation Day» — il 2 aprile — quando il presidente degli Stati Uniti, insediato alla Casa Bianca da meno di sei mesi, ha deciso di riscrivere le regole del commercio globale, innescando un’escalation di dazi e ritorsioni. Una mossa drastica, che ha avuto conseguenze immediate sulle relazioni internazionali e ha imposto agli alleati, così come ai rivali strategici, di rivedere le proprie posizioni. Trump ha rimescolato gli equilibri geopolitici e aperto una nuova stagione di negoziati, dai contorni ancora incerti. Come dimostra lo stop improvviso e immediato, ieri, al negoziato con il Canada. 

Dopo il patto firmato con il Regno Unito, Trump ha espresso ottimismo sui progressi dei negoziati commerciali: dal consolidamento della tregua con la Cina, che per la verità in un post sul social Truth ha presentato come accordo già fatto, ai prossimi protocolli «con 4o 5 Paesi», tra cui l’intesa «imminente» con l’India. Secondo il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent gli Stati Uniti stanno cercando accordi con circa 18 partner commerciali chiave. «Se riusciamo a siglare 10 o 12 accordi importanti su 18 allora penso che potremmo avere tutto definito entro il Labor Day», cioè l’1 settembre.

Il bilancio

Che cosa ha ottenuto (e cosa no) finora il neo protezionismo di Trump? Con Pechino, Washington ha siglato un accordo quadro per velocizzare le esportazioni cinesi di terre rare e magneti verso gli Stati Uniti, componenti essenziali per l’industria elettronica, l’automotive e il biomedicale. In cambio, gli Usa ridurranno alcuni dazi nei prossimi mesi, già scesi al 30% dopo la pace di Ginevra negoziata e firmata da Bessent (erano saliti fino a uno stratosferico livello del 145%, a cui la Cina aveva risposto con dazi del 125%). L’accordo con Pechino è fondamentale per l’economia americana, fortemente dipendente dall’import cinese.

L’accordo firmato l’8 maggio con il Regno Unito elimina le tariffe su auto, permettendo a Londra di esportare fino a 100 mila veicoli all’anno con una tariffa del 10%, prima al 25%). Stop anche ai dazi sui prodotti aerospaziali. In cambio la Gran Bretagna apre all’import di bovini, etanolo e altri beni agricoli dagli Stati Uniti. Le tariffe su acciaio e alluminio britannico per ora restano però al 25%.

Se finora il negoziato con l’Europa sembrava in alto mare, ieri la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, si è detta fiduciosa di poter chiudere la partita commerciale entro il 9 luglio, scadenza della moratoria che farebbe scattare dazi del 50% sull’import continentale. però «la scadenza del 9 luglio – secondo Trump – non è decisiva. Possiamo fare tutto quello che vogliamo: potremmo estenderla; potremmo accorciarla. Mi piacerebbe accorciarla. Mi piacerebbe mandare lettere a tutti e dire: congratulazioni, pagherete il 25%».

La scommessa

La strategia dei dazi di Trump, però, rappresenta una scommessa ad alto rischio sull’economia americana.I costi economici sono già evidenti. Nel breve termine, i dazi hanno creato nervosismo e volatilità sui mercati, listini Usa inclusi. Nel medio-lungo termine, però, potrebbero rallentare la crescita, aumentare l’inflazione strutturale e ridurre la produttività se incorporati come costi permanenti. Se gli accordi raggiunti portano a Trump benefici elettorali e geopolitici, restano molte incognite tecniche e legali sulla loro implementazione effettiva. Si attende, ad esempio, la valutazione sul merito del ricorso che ha congelato (per ora) la sentenza della Corte del Commercio internazionale di New York, che ha definito i dazi reciproci illegali.

L’economia americana è in una fase di transizione delicata. Nel primo trimestre il prodotto interno lordo è sceso dello 0,5%, in base alla rilettura finale dei dati. Pesa l’aumento delle importazioni per anticipare i dazi, ma anche il rallentamento della domanda interna, con la spesa de consumatori scesa ai minimi dal 2020. L’Ocse prevede che la crescita del Pil degli Stati Uniti rallenterà a quasi la metà del ritmo del 2024 nei prossimi due anni, passando dal 2,8% dello scorso anno all’1,6% nel 2025 e l’1,5% nel 2026 a causa dei «costi commerciali crescenti» determinati dai dazi all’importazione di Trump.

Le proiezioni

Nel lungo periodo il prezzo sarebbe molto più alto. Secondo le proiezioni del Penn Wharton Budget Model, un’iniziativa apartitica della University of Pennsylvania che fornisce analisi economiche sull’impatto fiscale delle politiche pubbliche, i dazi di Trump ridurrebbero il Pil di circa il 6% nel lungo termine e i salari del 5%. Per una famiglia di reddito medio rappresenta una perdita di 22 mila dollari nell’arco della vita. Questi numeri segnalano un impatto economico significativo, superiore a quello che si otterrebbe aumentando l’aliquota fiscale sulle società dal 21% al 36%, avverte l’istituto.

Il rischio stagflazione 

L’aumento dei prezzi rappresenta il principale rischio alla strategia economica di Trump. A maggio l’inflazione americana è tornata a salire al 2,4% dal 2,3% di aprile, mentre l’inflazione core, che esclude i prezzi di cibo ed energia, è al 2,8% invariata rispetto ai 12 mesi terminati ad aprile. Per JpMorgan i dazi già imposti spingeranno i prezzi al consumo di 0,2 punti percentuali, con un rischio di recessione al 40%. L’impulso stagflazionistico (cioè alta inflazione e bassa crescita), derivante dall’aumento dei dazi è stato «il motivo della nostra revisione al ribasso delle previsioni di crescita del Pil per quest’anno», spiega la banca guidata da Jamie Dimon, indicando una crescita economica all’1,3%  quest’anno, in calo rispetto alla previsione del 2% formulata all’inizio del 2025. 

I tassi e il duello con la Fed

 Tra le cose che Trump non ha ottenuto finora spicca il taglio dei tassi di interesse. Il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, ha ribadito più volte che non ha fretta di ridurre il costo del denaro, preferendo attendere segnali più chiari sull’evoluzione dell’inflazione e sull’impatto dei dazi, che si sono rivelati più estesi e destabilizzanti del previsto, sia sul commercio sia sulla fiducia degli investitori. La prudenza della banca centrale si traduce in un tasso di riferimento stabile al 4,5%, ben al di sopra del 2,15% della zona euro, e rappresenta uno dei principali fattori di attrito tra la Casa Bianca e la Fed.

Donald Trump non ha nascosto il suo disappunto. Da settimane attacca apertamente Powell, accusandolo di essere «too late», troppo in ritardo e troppo cauto. Secondo il presidente, la Fed avrebbe dovuto già da mesi imitare la Bce e avviare un ciclo di riduzione dei tassi per sostenere la crescita e contrastare gli effetti recessivi generati dall’aumento delle tariffe commerciali. La mancata reazione della Fed è, agli occhi di Trump, un freno al pieno dispiegamento della sua strategia economica, tanto che starebbe cercando di sostituirlo prima della fine del suo mandato, in scadenza a maggio 2026. 

KIEV, ‘STANOTTE ATTACCO RECORD RUSSO, 537 MISSILI E DRONI’

(ANSA) – ROMA, 29 GIU – I russi hanno attaccato l’Ucraina con un numero record di 537 tra droni e missili nella notte. Lo afferma l’aeronautica ucraina, mentre le autorità parlano di un “attacco combinato su larga scala” anche con bombardieri strategici Tu-95MS e aerei MiG-31K.

Secondo l’aeronautica, i russi hanno lanciato “477 droni (211 abbattuti e 225 scomparsi dai radar); 4 missili Kh-47M2 Kinzhal; 7 missili balistici Iskander-M/KN-23 (uno abbattuto); 41 missili da crociera Kh-101/Iskander-K (33 abbattuti e uno scomparso); 5 missili Kalibr (4 abbattuti); 3 missili S-300”. I raid hanno raggiunto, tra le altre, le regioni di Kiev e Leopoli.

KIEV, ‘ABBIAMO PERSO UN F-16 NELLA NOTTE, MORTO IL PILOTA’

(ANSA) – ROMA, 29 GIU – L’Ucraina ha perso un altro caccia F-16 dopo che il suo pilota è stato colpito ed è morto mentre respingeva l’attacco su larga scala di missili e droni russi di stanotte. Si tratta della terza perdita di un F-16 in guerra, ha dichiarato l’esercito ucraino citato dal Guardian.

“Il pilota ha utilizzato tutte le armi di bordo e ha abbattuto sette bersagli aerei. Nell’abbattere l’ultimo, il suo aereo ha subito danni e ha iniziato a perdere quota”, ha dichiarato l’Aeronautica ucraina su Telegram, sottolineando che il pilota” ha fatto tutto il possibile e ha pilotato il jet lontano da un insediamento, ma non ha avuto tempo di eiettarsi”.

LAVROV, ‘L’OCCIDENTE VUOLE SCONFIGGERCI USANDO KIEV, MA FALLIRÀ’

(ANSA) – ROMA, 29 GIU – L’Occidente cerca di sconfiggere strategicamente la Russia, usando il regime di Kiev come ariete, ma non ci riuscirà. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov citato dalla Tass.

“Assistiamo a una situazione di stallo senza precedenti tra il nostro Paese e l’Occidente collettivo, che ha deciso di nuovo di dichiarare guerra contro di noi e infliggere una sconfitta strategica alla Russia, usando essenzialmente il regime nazista di Kiev come ariete”, ha detto Lavrov durante i colloqui con il ministro degli Esteri del Kirghizistan Jeenbek Kulubayev.

“L’Occidente non ci è mai riuscito, non ci riuscirà nemmeno questa volta”, ha affermato il capo della diplomazia russa, e “probabilmente sta iniziando a capirlo”.

(ANSA) – ROMA, 29 GIU – Il direttore del Servizio di Intelligence Estero russo, Sergei Naryshkin, ha riferito di aver parlato al telefono con il direttore della Cia, John Ratcliffe; le parti hanno concordato sulla possibilità di chiamarsi in qualsiasi momento per discutere questioni di interesse. Lo scrive la Tass. “Ho avuto una conversazione telefonica con il mio collega americano e ci siamo riservati reciprocamente la possibilità di chiamarci in qualsiasi momento per discutere questioni di interesse”, ha dichiarato Naryshkin. (ANSA).

Trump, ‘Musk è una persona meravigliosa, farà grandi cose’

(ANSA) – WASHINGTON, 29 GIU – “Elon Musk è una persona meravigliosa, farà grandi cose”. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista a Fox News registrata prima del nuovo attacco del miliardario contro la legge di spese del presidente. “Non ci siamo parlati molto in questi giorni”, ha aggiunto il tycoon.

Trump, ‘c’è un acquirente per TikTok, persone molto ricche’

(ANSA) – WASHINGTON, 29 GIU – “C’è un acquirente per TikTok”. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista a Fox News senza rivelare il nome. “Sono persone molto ricche”, si è limitato a dire il presidente che ha prorogato a settembre la scadenza per la vendita della piattaforma social ad un’azienda americana.

TRUMP A MAMDANI, SE VIENE ELETTO SINDACO NY DEVE FARE IL BRAVO

(ANSA) – WASHINGTON, 29 GIU – “Se sarà eletto sindaco di New York e io sarò presidente deve fare il bravo, altrimento non gli do’ un soldo”. Lo ha detto Donald Trump avvertendo in una intervista a Fox News il candidato democratico Zohran Mamdani. “E’ un comunista, non lo avevo mai sentito nominare prima”, ha aggiunto il presidente ribadendo le accuse dei giorni scorsi.

TRUMP A FOX NEWS PER LA PRIMA INTERVISTA DOPO L’ATTACCO IN IRAN: «TEHERAN ERA VICINA ALLA PRODUZIONE DELL’ATOMICA»

Donald Trump è intervenuto a Fox News, nel corso del programma «Sunday Morning Futures» con Maria Bartiromo, per la prima intervista dopo l’attacco in Iran. Il presidente degli Stati Uniti ha toccato più temi: dalla guerra in Medio Oriente hai rapporti con la Cina. Ha anche parlato di TikTok precisando che «c’è un possibile acquirente, un gruppo di persone molto ricche, che potrebbero comprarlo entro due settimane».

«L’Iran era vicino alla produzione della bomba atomica» ha ribadito il presidente Trump nel corso dell’intervista, insistendo che l’attacco ha permesso di distruggere i siti nucleari di Fordow, Isfahan e Nataz. «Non li abbiamo solo colpiti – ha precisato -, abbiamo provocato danni definitivi». Aggiungendo anche che onorerà i piloti che hanno bombardato i siti ospitandoli alla Casa Bianca.

Trump si è anche detto disposto a revocare le sanzioni contro l’Iran nel caso in cui Teheran decidesse di adottare una «politica più pacifica». «Se fanno quello che devono – ha detto -, se riusciranno a essere pacifici e se ci dimostreranno che non faranno più danni, le revocherò, e farebbe una grande differenza».

Ancora una volta poi ha dichiarato che «coloro che hanno fatto trapelare informazioni sui nostri attacchi contro l’Iran dovrebbero essere perseguiti». «Non so se avrò la mia legge di bilancio, “la big, beautiful, bill” sulla scrivania per essere firmata entro il 4 luglio». Ha detto Trump, aggiungendo: «L’importante è approvarla, anche due, tre, quattro giorni dopo».

Dopodiché è tornato ad attaccare il capo della Federal Reserve, Jerome Powell, colpevole secondo lui di non tagliare i tassi di interesse, precisando che «chiunque è meglio di lui» e ammettendo di avere già in mente un sostituto. Secondo i media, il tycoon starebbe valutando l’ex governatore della Fed Kevin Warsh e il direttore del Consiglio economico nazionale Kevin Hassett. Tra i candidati ci sarebbe il segretario al Tesoro Scott Bessent, l’ex presidente della Banca mondiale David Malpass e Christopher Waller.

Prorogare la scadenza del 9 luglio sui dazi? «Potrei farlo ma non credo ci sia bisogno» ha dichiarato Trump nel corso dell’intervista, precisando che il suo team «sta inviando lettere ai circa 200 Paesi colpiti dalle misure. Abbiamo fatto un accordo sui dazi con la Cina e con la Gran Bretagna, stiamo lavorando ad intese con tutti gli altri».