Serie A, il Napoli vince il campionato: lo scudetto a Conte
I gol di McTominay e Lukaku stendono i sardi e fanno esplodere di gioia il Maradona. Inutile il successo dell’Inter a Como, il titolo sfugge
Alessandro Bocci
Vale la pena aspettare sino adesso, alla trentottesima giornata su trentotto, per festeggiare lo scudetto della resistenza, della fatica, dell’amore. Il Napoli taglia il traguardo e il Maradona si lascia andare, scacciando l’angoscia e la tensione di questi giorni e di questa partita. Adesso si può dire, in barba alla scaramanzia: il Cagliari è domato e il tricolore sarà appiccicato sulle maglie azzurre dei discepoli di Conte. E alzi la mano chi avrebbe scommesso su un epilogo così il 18 agosto alla fine del pomeriggio del Bentegodi. Prima giornata: Verona-Napoli 3-0, netto, schiacciante, inquietante. Nove mesi dopo la musica è diversa, lo stadio balla impazzito e i giocatori piangono di gioia. Il secondo trionfo in tre anni. Meglio di sua maestà Maradona, che per fare la doppietta di anni ce ne aveva messi quattro.
Da Spalletti a Conte, la stessa festa anche se scudetti differenti. Quello di Luciano, arrivato a cinque giornate dalla fine, è diventato in fretta una cavalcata solitaria e trionfale. Questo è sudore e fatica, la forza della resilienza, la capacità di stare sul pezzo, di non mollare mai. Se non è il più bello, di sicuro il più sofferto.
E il Napoli soffre anche contro il Cagliari. L’ansia si moltiplica quando da Como arriva la notizia del gol di De Vrij, che porta in vantaggio l’Inter. Ma niente paura, ci pensano gli uomini d’oro, i fedelissimi di Antonio, squalificato e confinato nel sommergibile, sopra la tribuna stampa, un leone in gabbia. Prima dell’intervallo tocca a McTominay rompere l’equilibrio con una mezza rovesciata dopo un cross perfetto da destra di Politano. E a inizio ripresa si sveglia all’improvviso il tornado Lukaku che, pescato dal lancione di Rrahmani, fa fuori con il fisico e la corsa Mina e Adopo e manda Napoli in paradiso. Romelu festeggia, si fa ammonire, dedica il gol al suo mentore Conte. Il belga regala anche la palla del 3-0 a Neres, che la sciupa. Pazienza. La notte è già bella così per i napoletani. Il Cagliari, che nel primo tempo aveva fatto un’onorevole figura, si lascia un po’ andare.
Così c’è solo da aspettare la fine. Il tormento diventa pian piano estasi. E si scatena la festa sul prato di Fuorigrotta. La vittoria di Inzaghi a Como è inutile. Il Napoli vince anche se l’Inter è più forte, l’ennesima impresa di Antonio, arrivato al decimo scudetto italiano in trent’anni, uno ogni tre. Conte ha rivitalizzato una squadra che si era liquefatta dopo il trionfo con Spalletti e ha costruito un gruppo di ferro, arrivato stremato, ma felice alla meta. Dallo stakanovista McTominay che ha preso il posto di Osihmen, Kim e Kvaratskhelia nel cuore della gente, al guerriero Anguissa, sino al gigante Lukaku che sembra bolso e stanco ma alla fine mette a referto quattordici gol e dieci assist. Tutti a fare festa a Fuorigrotta. Luci, colori, canti.
Un frastuono incredibile. Lacrime e abbracci per festeggiare ciò che il Napoli ha costruito un passo alla volta, grazie alla solidità della difesa, al carattere del gruppo, alla straordinaria abilità del comandante. Dopo Verona, il Napoli ha vinto 3 partite segnando 9 gol. E alla quinta giornata ha inchiodato la Juve sullo 0-0 allo Stadium. Il Napoli cresce di giornata in giornata, nella consapevolezza. Un passo indietro di De Laurentiis che rimane in disparte e uno in avanti di Conte. Difesa di ferro. E non solo. I pareggi soffertissimi con Genoa e Parma cancellati dalla festa in questo strano venerdì prima di passione e poi di gioia sfrenata.
Napoli dice grazie anche a chi questo scudetto lo ha aiutato, a Orsolini prima e Pedro poi che hanno fermato l’Inter. O forse l’Inter si è fermata da sola. Ma questo, sotto il Vesuvio, importa il giusto. Il Napoli ha vinto e non saranno le incertezze dell’antagonista a rendere meno scintillante la nottata. L’apoteosi, prima della premiazione, quando Conte scende in campo per abbracciare i giocatori e anche il presidente De Laurentiis: da oggi i due dovranno parlare del futuro ancora tutto da chiarire. Conte potrebbe anche andarsene. Non sarebbe una sorpresa. Ma prima c’è da festeggiare. Lo scudetto è qui.


Conte, questo scudetto è un capolavoro.
Ma i meriti di De Laurentiis sono enormi
PAOLO CONDO’
Antonio ha vinto rivitalizzando lo scheletro di una squadra campione soltanto due anni fa e poi implosa. Il presidente però entra nella storia: se i primi due scudetti del Napoli sono quelli di Maradona, terzo e quarto invece appartengono ad Aurelio, per la capacità gestionale e la ripetuta abilità nell’individuare il deus ex machina
La stagione delle sorprese si conclude con una serata in cui, per una volta, accade ciò che si prevedeva. La firma di Antonio Conte è impressa a caratteri cubitali sul quarto scudetto del Napoli, così come lo svolazzo di Luciano Spalletti era molto riconoscibile sul terzo. Ne consegue che l’uomo capace di scegliere e convincere questi registi (e da Benitez ad Ancelotti di icone ne aveva già scritturate) merita il ruolo a lui congeniale di produttore dell’operazione. Con tutto il rispetto per Corrado Ferlaino, il presidente dell’età dell’oro, i primi due scudetti del Napoli sono passati alla storia come quelli di Maradona. Terzo e quarto, invece, appartengono ad Aurelio De Laurentiis per la capacità gestionale e la ripetuta abilità nell’individuare il deus ex machina: Spalletti era reduce da un ingeneroso esonero all’Inter, Conte veniva da un’esperienza infelice al Tottenham. Molto spiegabili, ma due sconfitte.
Due scudetti in tre anni
De Laurentiis li ha battezzati idonei, tirando fuori il meglio da loro come loro hanno estratto il meglio dai giocatori. C’è evidentemente qualcosa, nella personalità ridondante del presidente, che a un certo punto cozza contro i caratteri forti che mette a capo della squadra. Vedremo nei prossimi giorni se Conte deciderà di restare o se si aggiungerà all’elenco dei separati malgrado De Laurentiis quest’anno abbia meticolosamente evitato di riscaldare l’ambiente con dichiarazioni dal sen sfuggite. C’era un accordo, ha funzionato: grazie al suo tecnico il Napoli ha vinto il titolo pur non essendo la squadra migliore del lotto, e il suo presidente può fregiarsi del secondo scudetto in tre anni. Come si diceva, la trasformazione dell’estemporaneo in regola qui era riuscita al solo Maradona.



Il record di Antonio
Conte è il primo allenatore a vincere il campionato in tre piazze (Juve, Inter e Napoli), tenendo presente che a Fabio Capello la terza stelletta venne revocata (la Juve di Calciopoli dopo Milan e Roma). Ma i due si assomigliano nel carattere e nel cursus honorum perché entrambi hanno aggiunto ai titoli «nordisti» con le grandi metropolitane, e a una perla estera, uno scudetto al Centro-Sud, evento molto più raro e dunque prezioso.
Asticella sempre alta
Conte ha vinto rivitalizzando lo scheletro di una squadra campione soltanto due anni fa e poi implosa: ma sotto la cenere la brace ardeva ancora, e le prestazioni di Rrahmani e Di Lorenzo, di Lobotka e Anguissa, dello stesso Meret, del redivivo Politano e del decisivo Raspadori appartengono al repertorio pluripremiato di Antonio. Quello che lo porta a tenere sempre altissima l’asticella con la società perché i giocatori con lui si aspettano di migliorare, e lui per questo pretende giocatori migliorabili. È un serpente che si morde la coda: chi prende Conte sa che lotterà subito per vincere, ma perché la profezia continui ad avverarsi è necessario fornirlo di giocatori con potenziale.
Scott frontman formidabile
Scott McTominay è l’esempio più chiaro di questo discorso.
Lo scozzese passa alla storia della serie A come frontman del quarto Napoli campione, ed è una statuetta differente rispetto a Maradona e Kvaratskhelia nei presepi di San Gregorio Armeno. Come già successe all’Inter con Lukaku, Conte è tornato in Italia con un uomo «scoperto» in Premier. Scoperto non in assoluto — McTominay ovviamente si conosceva — ma per come poteva impattare in un torneo diverso da tutti gli altri come il nostro. In un contesto così dipendente dalla tattica, la fisicità dirompente dello scozzese, i suoi tempi d’inserimento e l’istinto per il gol hanno fatto saltare i bunker più attrezzati.
Anomalia tricolore
Questo è stato un campionato anomalo. Il Napoli ha segnato 59 gol, nessuna squadra campione ne ha mai fatti così pochi: con un numero di reti simile l’Athletic è quarto in Liga e l’Aston Villa è sesto in Premier. Con quei gol il Napoli ha raccolto 82 punti — minimo storico pareggiato — e il dato delle reti subite (27) è buono ma non eccezionale. La squadra campione ha segnato appena tre gol in più di quella giunta decima un anno fa. Sono cifre che disegnano un Napoli vincente per la straordinaria interpretazione dei momenti: 7 vittorie per 1-0, 13 col minimo scarto, 2 pareggi speculari negli scontri diretti con l’Inter (che era più forte, ma non è mai riuscita a scrollarsi di dosso il Napoli e al dunque ha perso colpi) bilancio positivo o in pari con le altre grandi (tranne la Lazio). Oltre al portentoso McTominay il ds Manna, figura rilevante di questo scudetto, ha restituito alla difesa con Buongiorno il pilastro perduto che era Kim, e con David Neres ha fatto intravvedere, non più di questo per ora, un credibile dopo-Kvara. Lukaku, infine, è la consueta posta che Conte mette sul tavolo, e che non ha tradito dando esperienza e gioco di squadra lì dove i gol stanno scemando. Non è Osimhen, certo. Ma alla fine ha vinto lo stesso, e mettendoci pure l’ultima firma.




«Il più difficile della mia carriera. Futuro? Io e De Laurentiis due vincenti ma forse diversi»
Monica Scozzafava
La corsa verso i giocatori («I miei fantastici soldati»), l’urlo, l’adrenalina in circolo, l’abbraccio fortissimo con Napoli: è scudetto al Maradona quando mancano dieci minuti alle undici della sera. Il prodigio è avvenuto, Conte lo ha benedetto dall’alto: «Il mio capolavoro? La mia impresa più difficile: insieme ai ragazzi abbiamo fatto qualcosa di clamoroso. Se resterò? Io e il presidente siamo dei vincenti, intanto festeggiamo insieme…». Ha visto Napoli-Cagliari da lassù, nel sommergibile dov’è relegato per squalifica: serio, composto. Teso. Al gol di Lukaku la gioia ha rotto gli argini del rigore. Ha sbattuto le mani contro i vetri, ha abbracciato i suoi collaboratori, ha applaudito fortissimo. Il suo uomo dal campo gli ha dedicato il gol che di fatto ha chiuso la gara e ha dato il via anzitempo alla festa. È storia, l’ha fatta il Napoli, l’ha fatta Antonio. La nave è in porto, come voleva lui, attraccata al posto d’onore. Il comandante arriva e vince al primo anno, in Italia è il quinto titolo della sua storia da allenatore.
Dunque, scudetto a Napoli in una sera di metà primavera, in cui Antonio ha il favore del pronostico e la pressione di dover vincere per forza. Condizione ideale per lui, che deve essere sotto stress per dare il meglio. L’Inter tiene il ritmo a Como ma lui, davanti, ha colto l’attimo. Grinta, cattiveria, nervi tesissimi e convinzione: in battaglia ci va così, sempre. Col corpo e con la mente. Il Maradona che urla il suo nome lo fa commuovere. Si svela, Conte: è emozionato.
Napoli lo ha incoronato, il tricolore al primo anno dopo una stagione, la scorsa, finita al decimo posto va oltre tutto, immaginazione e previsioni. Oltre anche il palmares con il quale a giugno scorso aveva riempito la valigia ed era arrivato a corte nel Palazzo Reale. Conferma i suoi record, dimostra ancora una volta che vincere è un’ossessione. Quella che te lo fa amare oppure odiare ma che di fatto lo porta nel regno degli allenatori più forti d’Europa. Ci arriva in salita, col sudore, con la lotta punto a punto, l’ambiente ostile. D’altra parte è questo il contismo allo stato puro: vincere distruggendosi.
Dopo il pareggio con il Parma si sono create le condizioni che a lui piacciono di più. Ormai lo sanno tutti, nella pressione, nel rumore dei nemici, è a proprio agio. Per 22 giornate il Napoli è stato in testa alla classifica, paradossalmente ha cominciato a perder punti (fra gennaio e febbraio) quando l’Italia del calcio iniziava a convincersi che sarebbe stato scudetto. Quindi la rimonta, il sorpasso, inserendosi là dove gli avversari sbagliavano, la nuova caduta. L’ordine di scuderia nello spogliatoio e anche fuori: «Chi vince fa la storia, gli altri possono soltanto leggerla». Un must per ogni luogo, che funziona.
Due volte su tre, nella storia della serie A, con due squadre divise da un punto, c’è stato il sorpasso. Soltanto la Juve è riuscita a mantenere il vantaggio e vincere: era quella di Conte, stagione 2014. Un caso? Forse no. La notte è di quelle da grande festa. In campo Antonio si scioglie, è felice, il lungo abbraccio con tutti i suoi giocatori è la fotografia dell’impresa. Quello con De Laurentiis, istituzionale, lascia aperto il cuore dei tifosi alla speranza. Resterà? Il comandante può: arrivare, vincere e lasciare. Eppure, il Napoli è campione d’Italia, è in Champions: c’è di meglio? Altro scenario, altra battaglia, altra vittoria. Intanto si gode la notte da re: «È stata magica». Commosso stringe forte i suoi ragazzi: sì col lavoro gli ha tolto anche l’anima, ma li ha resi invincibili.





