L’elezione di Bergoglio avvenne a sorpresa: erano stati preparati due comunicati e uno indicava come Pontefice il cardinale Angelo Scola
Fu un Conclave a sorpresa, quello che elesse Jorge Mario Bergoglio il 13 marzo del 2013. Talmente incerto che la Conferenza episcopale italiana aveva preparato due comunicati di congratulazioni: uno per il futuro papa argentino, e uno per il cardinale Angelo Scola, allora arcivescovo di Milano, che sembrava destinato all’elezione come erede dottrinale di Benedetto XVI. Per un errore di comunicazione digitale la Cei mise in rete i complimenti a Scola, tranne poi ritirarli frettolosamente. Ma questo conferma la straordinarietà di quel marzo del 2013. E non solo perché arrivava un argentino, dunque non italiano ed extraeuropeo, e un gesuita: due novità epocali. In più, durante le votazioni nella Cappella Sistina erano girate voci malevole sulle malattie polmonari di Bergoglio da giovane: una «strategia della malattia» utilizzata anche altre volte per fermare una candidatura forte. Lo si è visto con le notizie false fatte girare a ridosso dell’attuale Conclave, durante le Congregazioni, per colpire il cardinale Pietro Parolin.
Nel 2013 l’amico honduregno di Bergoglio, Oscar Rodrigues Maradiaga era andato in pellegrinaggio da un cardinale all’altro, nella Cappella Sistina, per rassicurare gli elettori sulla sua salute. Un tipo particolare, Maradiaga. Giulio Andreotti raccontò che il dittatore cubano Fidel Castro lo avrebbe visto bene come papa. «Maradiaga è popolarissimo e suona anche la tromba», spiegò all’uomo di governo democristiano. Ma stavolta doveva giocare non per sé ma per l’amico Jorge: anche perché non era la prima volta che il futuro papa Francesco veniva bersagliato dagli strali avversari con voci malevole; e non solo sulle sue condizioni di salute. Nel 2005, quando poi era stato eletto Benedetto XVI anche con i voti di Bergoglio, l’operazione contro di lui era stata più subdola e pesante. Si raccontava che dall’Argentina, intesa sia come episcopato sia come governo, che significa il presidente Carlos Menem e il suo chiacchierato ambasciatore Esteban Caselli, erano stati diffusi dossier al limite della diffamazione contro l’allora arcivescovo di Buenos Aires. D’altronde, cardinali come l’italiano Angelo Sodano e l’argentino Leonardo Sandri avevano fatto pressioni per farlo dimettere prima dei 75 anni.
Ma alla fine l’opposizione contro Bergoglio si rivelò sterile. La maggioranza schiacciante dei cardinali latino-americani votò per lui. Lo appoggiarono gli stessi cardinali nordamericani, statunitensi e canadesi, perché appariva sobrio, severo, duro su temi dirimenti come l’aborto. E poi, per lui garantiva l’episcopato latinoamericano. A Roma, inoltre, l’arcivescovo di Buenos Aires aveva da sempre una sponda nel cardinale spagnolo Santos Abril. In più, gli amici romani di Bergoglio convinsero l’allora arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schonborn, che il pontefice doveva venire «quasi dalla fine del mondo».
In realtà, la sua ascesa era partita da Aparecida alcuni anni prima. In quella cittadina brasiliana nei pressi di San Paolo, nel maggio del 2007 si era riunita la quinta conferenza del Celam, il potente Consiglio episcopale di America latina e Caraibi. Lì si era rivelato il protagonismo latino-americano, intenzionato a guidare la Chiesa non più ritenendosi terra di missione degli europei ma rovesciando lo schema. Fornendo all’Europa e all’Occidente il suo «missionario» per eccellenza: un papa argentino. Fu da Aparecida che cominciò la marcia di Bergoglio verso il soglio di San Pietro. In quell’occasione furono ufficializzate le strategie sul cattolicesimo destinato a stare accanto soprattutto ai poveri; sulle periferie esistenziali; e su un episcopato missionario in permanenza, al servizio di una Chiesa additata come «ospedale da campo» in eterna emergenza.
I detrattori hanno sempre detto che dietro l’operazione del Conclave che elesse Francesco c’era «la mafia di San Gallo»: espressione coniata da un membro del gruppo di alti prelati riformisti che lo formarono verso la fine degli Anni Novanta del secolo scorso, il cardinale belga Gottfried Danneels. Il riferimento è ad alcuni critici radicali del papato di Benedetto XVI, che si riunivano ogni anno a San Gallo, cittadina svizzera, per elaborare strategie tendenti a cambiare gli indirizzi della Chiesa. Ne facevano parte lo stesso Danneels, Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, gesuita come Bergoglio, Walter Kasper, ex collaboratore di Ratzinger, un altro tedesco, Karl Lehman, e l’inglese Murphy O’Connor.
Sul «gruppo di San Gallo» si è ricamato molto: soprattutto da parte dei nemici di Francesco. L’ombra del «complotto progressista» ha dato armi polemiche a quanti hanno cercato di delegittimare Bergoglio. In riferimento al comportamento degli altri cardinali italiani presenti nel Conclave, ci si sente rispondere che appartiene al segreto delle votazioni: segno che la loro ennesima sconfitta brucia ancora, almeno tra alcuni; o piuttosto che erano lacerati, dopo gli scandali nel cuore del papato e dell’Appartamento di Ratzinger, e dopo gli scontri tra il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e la Cei prima di Camillo Ruini, poi di Angelo Bagnasco. È accaduto più volte, ed è un contrasto che almeno in parte spiega come mai dopo il 1978 non sia stato più eletto un italiano.













