Canada: proiezioni, liberali di Carney vincono legislative

(ANSA-AFP) – Secondo le proiezioni dei media locali, è il Partito liberale di Mark Carney a vincere le elezioni legislative canadesi. I risultati preliminari del voto non permettono però di stabilire se il premier guiderà un governo di maggioranza o di minoranza.

Il primo ministro si avvierebbe quindi a portare i Liberali verso un nuovo mandato, dopo aver convinto gli elettori che la sua esperienza nella gestione delle crisi economiche lo rende pronto ad affrontare le mire del presidente americano Donald Trump. L’emittente pubblica Cbc e Ctv News hanno entrambe previsto che il Partito liberale formerà il prossimo governo canadese.

Solo pochi mesi fa la strada per il ritorno al potere dei conservatori guidati da Pierre Poilievre sembrava spianata, dopo dieci anni sotto la guida di Justin Trudeau. Ma il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e la sua offensiva senza precedenti contro il Canada, con dazi e minacce di annessione, hanno cambiato la situazione. A Ottawa, dove i liberali si sono radunati per la notte delle elezioni, l’annuncio di questi primi risultati ha provocato un applauso e grida di entusiasmo.

“Sono felicissimo, è ancora presto ma sono fiducioso che riusciremo ad avere la maggioranza”, David Lametti, ex ministro della Giustizia. La guerra commerciale di Trump e le minacce di annettere il Canada, rinnovate in un post sui social media il giorno delle elezioni, hanno indignato i canadesi e hanno reso i rapporti con gli Stati Uniti un tema chiave della campagna elettorale.

Carney, che non aveva mai ricoperto una carica elettiva e aveva sostituito Trudeau come premier solo il mese scorso, ha basato la sua campagna su un messaggio anti-Trump. In precedenza ha ricoperto la carica di governatore della banca centrale sia nel Regno Unito che in Canada e ha convinto gli elettori che la sua esperienza finanziaria globale lo rende pronto a guidare il Paese attraverso una guerra commerciale. Ha promesso di espandere le relazioni commerciali con l’estero per ridurre la dipendenza del Canada dagli Stati Uniti.

Canada, leader conservatore promette unità contro Trump

(ANSA-AFP) – Il leader conservatore canadese Pierre Poilievre ha promesso di collaborare con il governo liberale per contrastare la guerra commerciale e le minacce di annessione del presidente statunitense Donald Trump, dopo che le proiezioni hanno attribuito la vittoria al partito di Mark Carney . “Metteremo sempre il Canada al primo posto”, ha detto ai sostenitori, aggiungendo: “I conservatori collaboreranno con il primo ministro e tutti i partiti con l’obiettivo comune di difendere gli interessi del Canada e ottenere un nuovo accordo commerciale che ci lasci alle spalle questi dazi, proteggendo al contempo la nostra sovranità”

(ANSA) – WASHINGTON, 28 APR – Amazon ha lanciato il suo primo lotto di satelliti internet del Progetto Kuiper, segnando l’inizio del suo tentativo di rivaleggiare con Starlink di Elon Musk. La missione, chiamata Kuiper Atlas 1, è partita dalla Cape Canaveral Space Force Station in Florida alle 19:00 ora locale (le 23 in Italia), a bordo di un razzo Atlas V della United Launch Alliance che porterà in orbita 27 satelliti.

Con diversi anni di ritardo rispetto al suo concorrente, il colosso americano delle vendite online di proprietà di Jeff Bezos ha investito più di 10 miliardi di dollari nel progetto e intende utilizzare questa rete di satelliti per fornire un accesso a internet ad altissima velocità da ogni angolo del mondo, comprese le aree remote e le zone di guerra o disastrate. Il lancio del servizio è previsto per il 2025. Il costo è ancora sconosciuto ma dovrebbe essere “accessibile”, secondo Amazon, che vuole mantenere la formula che ne ha decretato il successo: prezzi bassi.

(ANSA) – PARIGI, 28 APR – “A Roma, non era previsto che incontrassi il presidente Trump. Abbiamo parlato qualche minuto nella basilica. Gli ho ripetuto: ‘Bisogna essere molto più duri con i russi’. Poi è arrivato Zelensky e con Keir Starmer abbiamo avuto una discussione tutti insieme. Abbiamo chiesto ai presidenti Trump e Zelensky di avviare una discussione con fiducia e di discutere dell’organizzazione delle prossime settimane. Ed è quello che hanno fatto. Hanno tolto la sedia dell’interprete perché Volodymyr Zelensky preferiva parlare in inglese e alla fine hanno discusso”.

Lo ha spiegato il presidente francese Emmanuel Macron in un’intervista al settimanale Paris-Match, dopo le polemiche sul ruolo da lui avuto nell’incontro a margine del funerale di papa Francesco fra Trump e Zelensky. “Innanzitutto, dopo le elezioni americane – ha detto Macron ripercorrendo le tappe dell’azione diplomatica della Francia – abbiamo tentato di svolgere un ruolo affinché il presidente Donald Trump e la sua squadra tenessero conto dei precedenti storici del dossier, non soltanto degli interessi dell’Ucraina ma anche quelli di tutti gli europei. E’ quello che mi ha spinto ad organizzare, a margine della riapertura di Notre-Dame a Parigi, una riunione a tre con Trump e Zelensky”.

“Nonostante il difficile episodio nell’Ufficio ovale, – ha proseguito il presidente francese – abbiamo costantemente provato a creare una dinamica affinché il presidente Zelensky accettasse la proposta di una tregua incondizionata, cosa che ha fatto a Gedda. Abbiamo anche agito per far sì che gli Stati Uniti ottenessero dalla Russia una tregua. Spetta a noi tutti costruire le condizioni per una pace solida e durevole. E’ in quest’ottica che ho ricevuto, qualche giorno fa a Parigi, Witkoff e Rubio. Ho parlato al presidente Trump la notte fra mercoledì e giovedì per esortarlo ad avere una linea più ferma con Putin”.

 Quindi ha rimarcato che “a Roma, non era previsto che incontrassi il presidente Trump. Abbiamo parlato qualche minuto nella basilica. Gli ho ripetuto: ‘Bisogna essere molto più duri con i russi’. Poi è arrivato Zelensky e con Keir Starmer abbiamo avuto una discussione tutti insieme. Abbiamo chiesto ai presidenti Trump e Zelensky di avviare una discussione con fiducia e di discutere dell’organizzazione delle prossime settimane. Ed è quello che hanno fatto. Hanno tolto la sedia dell’interprete perché Volodymyr Zelensky preferiva parlare in inglese e alla fine hanno discusso”.

In conclusione Macron ha allora spiegato: “Ho poi parlato di nuovo con Zelensky e Trump. Ho detto a quest’ultimo, ancora una volta, che dobbiamo essere molto più duri con la Russia per spingere Putin alla tregua. Ho in seguito rivisto Zelensky dopo le celebrazioni a Villa Bonaparte, dove abbiamo stabilito il lavoro delle prossime settimane. L’obiettivo è che gli americani possano andare a Kiev abbastanza rapidamente, che noi possiamo stabilire le condizioni di una tregua e che si lavori in profondità a misure di accompagnamento di un cessate il fuoco per proteggerlo dalla parte ucraina”.

Quindi ha sottolineato ancora nell’intervista: “Dobbiamo essere pronti con gli americani a inasprire i toni con la Russia per ottenere questa tregua. Credo di aver convinto gli americani della possibilità di un’escalation di minacce, e potenzialmente di sanzioni, per spingere i russi ad accettare questo cessate il fuoco”.

CARNEY, IL CANADA NON DEVE DIMENTICARE IL TRADIMENTO USA

(ANSA-AFP) – Parlando ai suoi sostenitori a Ottawa dopo la vittoria delle elezioni, il primo ministro canadese Mark Carney ha affermato che il suo Paese non dovrà mai dimenticare il “tradimento” americano. “Il nostro vecchio rapporto con gli Stati Uniti è finito” – ha detto – perché “il presidente Trump sta cercando di spezzarci per possederci”, ha dichiarato, invitando il Paese a unirsi nei “difficili mesi a venire che richiederanno sacrifici”.

VON DER LEYEN, ‘CON CARNEY PER UN COMMERCIO LIBERO E EQUO’

(ANSA) – “Congratulazioni a Mark J. Carney e al Partito liberale per la loro vittoria elettorale. Il legame tra Europa e Canada è forte – e si sta rafforzando. Sono ansiosa di lavorare a stretto contatto, sia a livello bilaterale che nell’ambito del G7. Difenderemo i valori democratici condivisi, promuoveremo il multilateralismo e sosterremo un commercio libero e equo”. Lo ha scritto, su X, la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen

La Germania chiede l’esenzione dai limiti del Patto di Stabilità per gli investimenti nella Difesa

Un portavoce del governo: «Consentirà maggior spesa mantenendo sostenibilità»

Dalla parole ai fatti. Il governo tedesco dopo aver annunciato all’inizio di marzo l’intenzione di massicci investimenti nella difesa a debito, passa ai fatti. E da Bruxelles oggi arriva la conferma. «Possiamo confermare che la Germania ha richiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per il periodo 2025-2028», è «un’importante misura complementare per consentire una maggiore spesa nazionale per la difesa, mantenendo al contempo la sostenibilità fiscale», ha dichiarato un portavoce del ministero delle Finanze tedesco. La notizia era attesa da tempo e si tratta di un passaggio tecnico. Già alla Conferenza per la sicurezza di Monaco a metà febbraio la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen aveva annunciato la possibilità per i Paesi dell’Unione di attivare la cosiddetta “clausola di salvaguardia” per aumentare le spese militari degli Stati membri.

In quell’occasione, von der Leyen aveva affermato che avrebbe applicato le regole di bilancio dell’Ue con la “massima flessibilità” in questo ambito. Il cancelliere in pectore Friedrich Merz, che con ogni probabilità sarà nominato cancelliere il prossimo 6 maggio, aveva dichiarato che «di fronte alla crescente situazione di minaccia la Germania e l’Europa devono compiere velocemente tutti gli sforzi per rafforzare la capacità di difesa del Paese e del continente». Ora questi passi decisi sulla carta stanno diventando fatti. Il ministro della Difesa del precedente governo tedesco, il socialdemocratico Boris Pistorius, dovrebbe rimanere ministro anche nel prossimo governo. Questo per garantire continuità. L’ufficialità della scelta tuttavia arriverà solo nei prossimi giorni, quando saranno resi noti anche i nomi dei ministri scelti dall’Spd, mentre la Cdu e Csu hanno già fatto sapere i nomi dei loro ministri.

Dmitry Medvedev

MEDVEDEV,NON DOVEVAMO FIDARCI DELL’OCCIDENTE, ANCHE ITALIA

(ANSA) – MOSCA, 29 APR – La Russia non avrebbe dovuto “fidarsi” di diversi Paesi occidentali, tra i quali l’Italia. Lo ha detto l’ex presidente e attuale vice segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale, Dmitry Medvedev. “Nei primi anni post-sovietici – ha affermato Medvedev, citato dall’agenzia Ria Novosti – ci siamo fidati troppo di coloro di cui non bisognava affatto fidarsi, che non meritavano la nostra fiducia”. Tra questi, Medvedev ha citato “gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, inclusi i più grandi Paesi, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia”.

MEDVEDEV, SVEZIA E FINLANDIA POSSIBILI OBIETTIVI

(ANSA) – MOSCA, 29 APR – I Paesi che hanno aderito recentemente alla Nato, Svezia e Finlandia, sono diventati automaticamente “bersagli” delle forze russe in possibili rappresaglie anche con “una componente nucleare”. Lo ha detto l’ex presidente russo e attuale vice segretario del Consiglio di Sicurezza, Dmitry Medvedev. Questi Paesi “ora si trovano in un blocco ostile a noi”, ha sottolineato Medvedev, citato dall’agenzia Tass. “Questo significa che sono automaticamente diventati un bersaglio per le nostre forze armate, con possibili attacchi di ritorsione e persino una componente nucleare”, ha affermato l’ex presidente.

MEDVEDEV, ‘ZELENSKY FARÀ UNA TRISTE FINE, ABBATTERE REGIME KIEV’

 (ANSA) – MOSCA, 29 APR – Il numero due del Consiglio di sicurezza russo, Dmitri Medvedev, ha dichiarato che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky “finirà nel modo più triste” e che le truppe russe devono concludere “con una vittoria” l’invasione dell’Ucraina e “distruggere” quello che lui, seguendo la definizione della propaganda del Cremlino, definisce “il regime neonazista di Kiev”.

Lo riporta l’agenzia di stampa ufficiale russa Ria Novosti. “Quando il capo di uno Stato, anche uno così particolare come l’Ucraina, e un tipo così patologico come questo personaggio, si vanta di queste cose, significa solo una cosa: che alla fine anche lui finirà nel modo più triste”, ha detto Medvedev, commentando la notizia, ripresa anche dalla Reuters, secondo cui Zelensky avrebbe elogiato l’intelligence ucraina per l’uccisione di alcuni alti ufficiali russi ma senza riferimenti a casi specifici.

“Innanzitutto, dobbiamo completare l’operazione militare speciale in Ucraina con una vittoria e dobbiamo distruggere il regime neonazista di Kiev, ma il regime, non lo Stato, il cui destino è una questione del futuro”, ha detto poi l’ex presidente russo usando la dicitura “operazione militare speciale” con cui il Cremlino indica l’aggressione militare contro l’Ucraina. La Russia di Putin ha invaso l’Ucraina sostenendo di volerla “denazificare”, ma la tesi di Mosca secondo cui il governo di Kiev sarebbe “neonazista” è considerata del tutto infondata dalla stragrande maggioranza degli analisti politici.

I primi 100 giorni di Trump: sondaggi negativi, record di ordini esecutivi e cause legali. Ma lui si autocelebra: «Successo senza precedenti. Mi diverto molto»

Sei americani su dieci bocciano l’operato di Donald Trump, a partire dall’economia: sta realizzando molte sue promesse elettorali, ma ora gli elettori cominciano a rendersi conto di quello che significa per le loro vite quotidiane. I repubblicani, però, restano per la maggior parte con lui

Viviana Mazza

Stasera in Michigan, Stato industriale «in bilico» che lo ha aiutato per la seconda volta a a vincere le elezioni, Donald Trump celebrerà i primi 100 giorni alla Casa Bianca. La rivista Atlantic gli ha chiesto se percepisca questo secondo mandato in modo diverso dal primo. «La prima volta dovevo gestire il Paese e sopravvivere», ha risposto riferendosi agli «imbroglioni» che lo avevano circondato (ora ha i suoi fedelissimi nel governo e la maggioranza repubblicana alla Camera e al Senato). «Adesso gestisco il Paese e il mondo. E mi diverto molto, considerato quel che faccio, che è roba seria».

Dal 20 gennaio, la Casa Bianca è in attività frenetica, a dimostrazione che il presidente sta realizzando le sue promesse. Oggi Trump dirà che sono stati «i cento giorni di maggior successo nella storia di qualunque amministrazione americana» e che «centinaia di promesse sono già state mantenute», in particolare sul controllo dei confini e per porre fine all’inflazione.

I sondaggi

Gli americani non ne sono così sicuri, a giudicare da numerosi sondaggi che mostrano un basso tasso di popolarità del presidente: per il Nytimes/Siena al 42%; Nbc al 45%; Fox, Gallup e Cnbc al 44%. Il più basso è del Washington Post/Ipsos/Abc al 39%. Per la maggior parte, Trump va leggermente meglio che nello stesso periodo del suo primo mandato (41%), ma è in discesa rispetto ai mesi scorsi e al di sotto dei suoi predecessori dalla Seconda Guerra mondiale in poi.

È tipico che un presidente registri un declino significativo di appoggio nei primi mesi di presidenza, scrive il New York Times: nel caso di Trump è sceso un po’ più rapidamente rispetto a recenti predecessori ma non è una cosa senza precedenti. I repubblicani restano per la maggior parte con lui. Tuttavia ci sono alcuni chiari moniti al presidente: ha perso terreno sull’economia, una delle ragioni principali della sua rielezione; e anche se l’immigrazione resta il tema su cui è tuttora più forte, alcuni sondaggi mostrano una leggera erosione anche qui

Iperattivismo

Trump ha firmato oltre 130 ordini esecutivi, circa tre volte quelli di Biden, ma l’impatto in molti casi è ancora incerto. Nel primo giorno alla Casa Bianca, per esempio, ha dichiarato l’emergenza energetica e la spinta alla produzione, ma non promette risultati nella riduzione dei costi delle bollette prima del prossimo anno. Alcuni obiettivi sono in contrasto gli uni con gli altri: ha promesso di abbassare il costo della vita ma anche di imporre dazi, il che probabilmente porterà all’aumento dei prezzi. Oltre 80 cause giudiziarie hanno colpito i suoi ordini esecutivi su immigrazione, politiche di genere e sul clima, il che contribuisce all’incertezza sui risultati.
Secondo i critici, Trump sta in effetti realizzando diverse sue promesse elettorali (in politica interna più che estera) ma ora gli elettori cominciano davvero a rendersi conto di quello che significa per le loro vite quotidiane. Dopo il silenzio dei primi mesi, ci sono state alcune importanti manifestazioni di protesta. Il partito democratico però ha poco da festeggiare: il 69% degli americani che dice che i democratici non capiscono i problemi della gente.

Inflazione e dazi

Sull’economia, uno dei temi su cui Trump era più forte da candidato, da presidente sta registrando una perdita di consensi. Anche senza voler ascoltare la metà degli interpellati dal New York Times che dicono che l’economia è peggiorata, sia Nbc che Cnbc registrano che la sua approvazione è al 40% su questo tema (il 61% non approva la gestione dei dazi e il 54% si aspetta che le proprie finanze peggioreranno). L’inflazione si è ridotta: dopo essere arrivata al 9,1% nel 2022, era al 3% lo scorso gennaio, il mese in cui Trump si è insediato, ed è scesa al 2,4% a marzo. «Abbiamo risolto l’inflazione», ha proclamato Trump. Ma la Federal Reserve avverte che i dazi porteranno probabilmente a prezzi più alti. La pressione ad ottenere risultati conduce l’amministrazione a predire accordi commerciali con Giappone, Sud Corea, Unione europea, che Trump punta a presentare come svolte straordinarie in linea con il mito di «maestro degli affari».

Immigrazione

Era una promessa elettorale centrale di Trump: controllare il confine. E su questo ci sono stati chiari progressi: il numero di persone che cercano di entrare illegalmente dal Messico è crollato nell’ultimo anno della presidenza di Biden, da 249.740 nel dicembre 2023 a 47.324 nel dicembre 2024. Sotto Trump è sceso a 8.346 a febbraio e 7.181 a marzo, il livello più basso da 60 anni. Ignorare le richieste d’asilo (il che è sotto esame dei tribunali) permette di espellere rapidamente i migranti.

Gli agenti dell’immigrazione fanno arresti in tutto il Paese dicendo di aver fermato membri di gang e anche persone che si professano innocenti sono state espulse senza processo. Secondo Fox News, sull’immigrazione il 55% approva l’operato di Trump. Il Wall Street Journal mostra che il 54% degli americani approva le espulsioni senza processo di sospetti membri di gang. Ma ci sono segnali di disagio, per esempio sulla revoca dei visti agli studenti stranieri o l’espulsione di immigrati illegali che hanno vissuto negli Usa per oltre 10 anni pagando le tasse e senza precedenti penali.

L’«aiuto» di Musk

Il dipartimento di Elon Musk, che doveva ridurre la burocrazia federale e ha dato accesso a dati sensibili all’uomo più ricco del mondo, ha portato da una parte allo choc della burocrazia federale voluto da Trump, con l’esito di riuscire a cacciare migliaia di impiegati (75 mila hanno accettato la buonuscita, decine di migliaia licenziati anche se alcuni reintegrati temporaneamente dai tribunali). Ma non si sono materializzati i tagli notevoli ai costi, portando Musk a ridurre le aspettative da 1.000 a 150 miliardi (e non è chiaro se riuscirà). Dopo i problemi finanziari con Tesla, Musk ha annunciato che da maggio si occuperà meno del governo. Non mancherà a molti: secondo il Wall Street journal, il 55% crede che abbia troppo potere.

Traduzione di un estratto dell’articolo di Rebecca Falconer

Rebecca Falconer

Il presidente Trump ospiterà mercoledì i principali dirigenti di aziende tra cui Nvidia, Johnson & Johnson, Eli Lilly, GE Aerospace e SoftBank, per promuovere gli investimenti negli Stati Uniti, secondo quanto riferito dalla Casa Bianca.

Perché è importante: La Casa Bianca considera la politica degli investimenti «critica» per la sicurezza nazionale ed economica degli Stati Uniti, ma […] le minacce di Trump sui dazi hanno messo in dubbio lo status del paese come principale magnete globale per gli investimenti, spingendo molte imprese a sospendere le proprie decisioni.

Le ultime novità: Trump ospiterà amministratori delegati e leader del settore che si sono impegnati a investire negli Stati Uniti all’evento “Invest in America” […] L’evento è concepito per attirare ulteriori investitori, mettendo in risalto gli investimenti già realizzati, ha detto un funzionario della Casa Bianca.

Dettagli: Tra questi impegni di investimento figura l’accordo degli Emirati Arabi Uniti per un quadro di investimenti da 1.400 miliardi di dollari in dieci anni negli Stati Uniti.

Trump ha annunciato, poco dopo il suo insediamento, impegni da parte di OpenAI, SoftBank, Oracle e della MGX degli Emirati Arabi Uniti per investire nelle infrastrutture di intelligenza artificiale di OpenAI negli USA.

Johnson & Johnson ha promesso di spendere 55 miliardi di dollari negli Stati Uniti nei prossimi quattro anni in attività manifatturiere, ricerca e investimenti tecnologici.

La Taiwan Semiconductor Manufacturing Co. ha annunciato che investirà ulteriori 100 miliardi di dollari nella produzione di chip negli Stati Uniti.

Cosa dicono: «Il presidente Trump ha ottenuto più investimenti negli Stati Uniti in 100 giorni di quanto Joe Biden abbia fatto in quattro anni», ha dichiarato lunedì sera in un comunicato via email la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt.

«Il presidente Trump è l’imprenditore in capo dell’America ed è per questo che più di 5.300 miliardi di dollari hanno inondato il nostro paese, portando nuovi posti di lavoro e investimenti nelle comunità della classe media da una costa all’altra.»

[…] L’amministrazione Trump ha dichiarato che i dazi incoraggeranno la produzione interna e gli investimenti.

Tuttavia, i rivenditori hanno avvertito che le importazioni statunitensi potrebbero diminuire di almeno il 20% nella seconda metà del 2025 se i dazi più elevati resteranno in vigore, ed hanno espresso preoccupazione per possibili carenze di prodotti.

Negli ultimi giorni, Trump ha ammorbidito il suo tono sui dazi, e il segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato che Stati Uniti e Cina stanno discutendo […]

Wsj, ‘tensioni fra Altman e Nadella, trema la loro partnership’

(ANSA) – La “migliore partnership nel tech”, quella fra Sam Altman di OpenAI e Satya Nadella di Microsoft, inizia a dare i primi segnali di crisi. I due amministratori delegati, che hanno innescato il boom dell’intelligenza artificiale, sono sempre più in disaccordo sull’accesso che la startup dell’IA concede a Redmond ma anche sulla potenza di calcolo che Microsoft offre a OpenAI.

Le tensioni stanno montando e anche se Altman e Nadella preparano le loro società a un futuro dipendente, i due hanno un enorme potere uno sull’altro. Microsoft, che ha staccato assegni miliardari a OpenAI, può bloccare la sua riorganizzazione in società a scopo di lucro causando potenzialmente decine di miliardi di dollari di perdite per la startup. Dall’altra parte il board di OpenAI può invocare una clausola del contratto che viete a Microsoft l’accesso alla sua tecnologia più avanzata.

Neil Young

(ANSA) – I comuni trascorsi canadesi non hanno addolcito i rapporti tra Neil Young e Elon Musk: il leggendario cantante nato 79 anni fa a Toronto ha presentato un nuovo brano intitolato Let’s Roll Again a un concerto di beneficenza al Greek Theater di Los Angeles in cui, sulla melodia del classicissimo This Land Is Your Land di Woody Guthrie, intona i versi: “Se sei fascista compra una Tesla/ It’s electric, it doesn’t matter”.

Il brano manda un messaggio ai costruttori di auto: “Costruite qualcosa di speciale, che serva alla gente/ Costruite per noi un modo per vivere piu’ sicuro/ Costruite qualcosa che non uccida i nostri bambini/ Costruite qualcosa che vada a energia pulita/ Avanti America, entriamo in corsa/ la Cina e’ avanti, fanno auto pulite”.

Il fatto che le Tesla siano auto elettriche “non importa” per Young, da sempre sulle barricate della controcultura, a causa dell’ideologia trumpiana dell’uomo piu’ ricco del mondo. L’attacco musicale a Tesla arriva mentre l’azienda che ha reso Musk famoso ha registrato un crollo delle vendite nel primo trimestre dell’anno in parte a causa delle azioni del tycoon alla testa del cosiddetto Doge (Department of Goverment Efficiency.

Young non e’ certo amico di Musk che da giovane ha trascorso un paio di anni in Canada sfruttandone la cittadinanza ottenuta dalla madre Maye, e su Trump ha sparato da tempo parole di fuoco al punto da aver paura, in vista del suo prossimo tour in Europa, che al rientro gli facciano avere problemi alla frontiera.

“Dopo aver suonato in Europa, se parlo male di Trump, rischio di essere tra quelli che tornano in America e sono bloccati o messi in prigione a dormire su una lastra di cemento con una coperta di alluminio”, ha detto di recente il cantante che ha la doppia cittadinanza americana e canadese ma teme per le date della tournee negli States e per i fan che hanno acquistato i biglietti.

“Se dici qualcosa contro Trump o la sua amministrazione rischi di essere bloccato al rientro. Vale se sei canadese. Chissa’ se e’ lo stesso per chi come me ha la doppia cittadinanza. Lo scopriremo assieme”, ha aggiunto il cantante. Il tour di Young in Europa comincera’ l’8 giugno e si concludera’ il 13 luglio. Le date americane vanno dall’8 agosto e includono un concerto il 15 settembre alla Hollywood Bowl.

(ANSA) – BRUXELLES, 29 APR – “Le stime dicono che la Russia spende 2 miliardi di dollari all’anno per fare disinformazione in Europa, di cui oltre il dieci percento per la disinformazione legata al cambiamento climatico”. Lo ha sottolineato la ministra polacca del clima e dell’ambiente, Paulina Hennig-Kloska, in conferenza stampa dopo aver presieduto la riunione del Consiglio Ue Ambiente informale a Varsavia.

Al centro del confronto tra i ministri dei Ventisette il contrasto alla disinformazione climatica. “Finora è mancata una discussione tra le capitali sul tema”, ha osservato la ministra, precisando che il lavoro è appena cominciato e che diversi Stati membri hanno evidenziato la necessità di “non combattere la disinformazione da soli” ma di cooperare.

Trump «irritato» dalle mosse di Putin: i territori garantiti non sono bastati

Trump «irritato» dalle mosse di Putin: i territori garantiti non sono bastati

Giuseppe Sarcina

La Casa Bianca fa sapere che «cresce l’irritazione» di Donald Trump nei confronti di Vladimir Putin. Ieri un altro segnale. Il leader russo ha proposto all’Ucraina di osservare una tregua di tre giorni, dall’8 al 10 maggio: 72 ore senza missili e droni per celebrare la fine, ottanta anni fa, della «Grande Guerra patriottica», vinta dall’Unione Sovietica sulla Germania nazista.

Secca la reazione di Karoline Leavitt, portavoce dello Studio Ovale: Donald Trump «vuole un cessate il fuoco permanente ed è sempre più frustrato per il comportamento della Russia».

Nell’ultima settimana qualcosa sembra essere cambiato nell’atteggiamento del presidente americano. Giovedì 24 aprile, dopo l’ennesimo attacco russo su Kiev, Trump aveva postato sulla sua piattaforma «Truth» un inedito «Vladimir, Stop!»Sabato 26, a bordo dell’Air Force One, di rientro da Roma, aveva scritto: «Putin mi sta solo prendendo in giro e deve essere affrontato in maniera diversa». Infine il colpo di ieri: una tregua di tre giorni non servirebbe a niente. Sarebbe, per restare in tema, un’altra «presa in giro».

Naturalmente è meglio non saltare a conclusioni affrettate: «l’irritazione», nel codice politico-diplomatico, è uno stato d’animo molto lontano da un vero strappo.

Resta da capire, però, da dove nasca il disappunto di Trump. In questi primi 100 giorni, il Capo di Stato americano ha capovolto le posizioni dell’Amministrazione Biden al punto da arrivare a votare contro una mozione di condanna dell’invasione russa, presentata all’Onu. Trump ha messo sullo stesso piano Putin, l’aggressore, e Zelensky, l’aggredito. Ma quel che più conta ha accettato la condizione più pesante che il numero uno del Cremlino ha posto per iniziare a trattare. Tutti i territori ucraini conquistati con la forza dovranno restare nelle mani dei russi. Il problema, quindi, non è solo la Crimea, ma tutta la larga fascia di territorio, equivalente a quasi un quinto della superficie totale del Paese, che va da Kherson a Lugansk. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, nell’Amministrazione di Washington nessuno crede che i russi accetteranno di restituire anche un solo centimetro di quella terra. «Gone», andata, sparita, come filtra in via informale. L’Ucraina, quindi, potrebbe essere costretta a subire molto di più di quelle che il Segretario di Stato, Marco Rubio, definisce «alcune rinunce». Del resto l’inviato per l’Ucraina,l’ex generale Keith Kellogg, il 12 aprile scorso aveva incautamente anticipato quale fosse una delle opzioni sul tavolo: Ucraina divise in tre zone, con il Sudest lasciato agli occupanti russi.

Ma proprio in virtù di concessioni così generose, Trump si aspettava da Putin un cambio di passo. A cominciare dal «sì» al cessate il fuoco e all’inizio di una trattativa senza veti. Due condizioni accettate, sia pure malvolentieri, da Zelensky. Invece Putin ha indirizzato solo belle parole alla Casa Bianca e altre bombe sulla testa di Zelensky.

Il presidente ucraino pensa di poter trasformare «l’irritazione» di Putin nell’occasione per riequilibrare la posizione americana. Finora Trump non ha accolto alcuna richiesta avanzata da Zelensky. A questo punto la più urgente si condensa in una domanda: come e chi difenderà la parte rimasta libera dell’Ucraina? Intorno a questo tema è ruotata la «diplomazia funebre» a Roma. Nel faccia a faccia con Trump, Zelensky sarebbe partito proprio da qui, chiedendo intanto altre armi agli Stati Uniti. Anche i leader europei scorgono un’opportunità. Emmanuel Macron e il premier britannico Keir Starmer stanno provando a rianimare la «coalizione dei volenterosi», con l’obiettivo di mettere insieme una forza di interposizione, o anche solo di addestramento su larga scala dei militari, da inviare in Ucraina per garantire la sicurezza nel dopoguerra. Nei prossimi giorni si moltiplicheranno le riunioni in vari formati. La prossima dovrebbe tenersi a Londra, a metà maggio, con la partecipazione dei rappresentanti di Regno Unito, Francia, Germania, Polonia, Italia, Spagna e Seae, il Servizio europeo per l’azione esterna, guidato da Kaja Kallas.

Putin: tregua di tre giorni a maggio. Ma Usa e Ucraina: non è sufficiente

La Casa Bianca «frustrata» chiede un cessate il fuoco permanente. Kiev: Mosca si fermi

Marco Imarisio

La liberazione del Kursk è per il 9 maggio, la tregua di settantadue ore è per Donald Trump. A farla breve, è tutto qui il senso degli ultimi annunci fatti dal Cremlino, il primo sabato, il secondo lunedì. In mezzo, il funerale di papa Francesco, l’incontro tra Volodymyr Zelensky e il presidente Usa, con le parole pronunciate da quest’ultimo sul leggerissimo sospetto di essere preso per i fondelli dall’amico Vladimir. Un cessate il fuoco unilaterale dall’8 al 10 maggio compreso, comunicato al mondo ben dieci giorni prima, significa che la Russia vuole anche dare l’impressione di avere la situazione in mano, mostrando, o lasciando intendere, di essere pronta a nuove concessioni.

 Nel comunicato uscito alle 14.10 di ieri sul sito del Cremlino c’è già tutto. «Per questo periodo vengono sospese tutte le azioni di combattimento. La Russia crede che la parte ucraina debba seguire questo esempio. In caso di violazioni dell’armistizio dalla parte ucraina le forze armate della Federazione risponderanno in modo adeguato ed efficace. La parte russa dichiara per l’ennesima volta la sua disponibilità a negoziati di pace senza precondizioni, dirette ad eliminare le cause prime della crisi ucraina, ad un’interazione costruttiva con i partner internazionali».

Non è mai tardi per far tacere le armi, ma è anche vero che il netto anticipo si presta ad alcune interpretazioni. Molti politologi, sia allineati che indipendenti, lo addebitano alla volontà di fare un regalo a Trump per i suoi cento giorni di presidenza, che scadono domani. Ma al tempo stesso, questo significa che a breve non sarà annunciato nessun armistizio lungo, quindi che i colloqui sono lontani dal giungere a una sintesi soddisfacente.

La reazione quasi immediata della Casa Bianca è infatti tutt’altro che entusiasta. «Il presidente è sempre più frustrato con i leader di entrambi i Paesi», ha detto la portavoce Karoline Leavitt ai giornalisti. «So dell’offerta di Vladimir Putin. Ma Trump ha chiarito che vuole un cessate il fuoco permanente per fermare le uccisioni e lo spargimento di sangue». 

Anche da parte ucraina la proposta del Cremlino è stata letta come una specie di palliativo, nella migliore delle ipotesi. Andrii Sybiha, ministro degli Esteri del governo di Kiev, ha rilanciato sfidando Putin: «Se la Russia vuole davvero la pace, deve cessare immediatamente il fuoco. Perché aspettare fino all’8 maggio? Solo se si smette di combattere ora e per un periodo più lungo, sarà possibile dire che la buona intenzione è reale e non solo di facciata. L’Ucraina è pronta ad appoggiare un cessate il fuoco duraturo, solido e completo. È quello che proponiamo sempre, almeno per 30 giorni». 

La freddezza con la quale Usa e Ucraina hanno accolto la mossa del Cremlino risente forse dell’esito negativo della precedente tregua unilaterale dichiarata da Putin per celebrare la Pasqua. Altra musica invece nei dintorni di Mosca, ma anche questa non è una novità. «Una nuova dimostrazione delle nostre intenzioni pacifiche e un buon gesto diplomatico», scrive il canale Rybar. «Ora il pallone sta nel campo dell’avversario ma non bisogna nutrire particolari speranze, tenendo conto dell’ideologia nazionalista dell’esercito ucraino». Pavel Zarubin, l’intervistatore di fiducia del Cremlino, ha chiesto il parere dello speaker della Duma Viacheslav Volodin, reduce da un incontro con Putin: «Abbiamo forti dubbi sul fatto che Zelensky appoggi la nobile decisione del nostro presidente». 

Ma per completezza di informazione, vanno riportate anche le frasi tutt’altro che concilianti pronunciate dal ministro degli Esteri Sergei Lavrov, che ha presentato l’elenco dei desideri irrinunciabili di Mosca. «Non adesione alla Nato dell’Ucraina, suo impegno a essere un Paese neutrale, non allineato e demilitarizzato, solide garanzie di sicurezza per proteggersi da qualsiasi minaccia proveniente dalla Nato, dall’Unione europea e da alcuni dei Paesi membri lungo il nostro confine occidentale, cancellazione delle sanzioni e dei mandati di arresto internazionali e il ritorno degli asset russi soggetti al cosiddetto congelamento in Occidente». 

La giornata era cominciata con un elogio di Putin alle unità nordcoreane che hanno partecipato alla liberazione del Kursk. Kim Jong-un ha ringraziato definendo la missione dei suoi soldati «sacra per rafforzare l’amicizia e la solidarietà tra i nostri Paesi». Secondo i media russi, non è da escludere l’invio al fronte di un contingente molto più numeroso. 

CASA BIANCA CONTRO AMAZON, MOSTRARE COSTO DAZI ATTO OSTILE

(ANSA) – NEW YORK, 29 APR – Un “atto ostile e politico” da parte di Amazon. Così la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt commentando la decisione di Amazon di mostrare i costi dei dazi ai consumatori americani, specificandoli nel prezzo esposto. A chi le chiedeva dei rapporti fra Donald Trump e Jeff Bezos, Leavitt non ha commentato.

‘AMAZON, MAI CONSIDERATO DI ESPORRE COSTO DAZI NEI PREZZI’

(ANSA) – NEW YORK, 29 APR – Amazon afferma di non aver “mai preso i considerazione” la possibilità di esporre nel prezzo dei suoi prodotti il costo dei dazi. Lo riporta l’agenzia Bloomberg citando un portavoce della società che spiega che la “squadra che gestisce il negozio ultra low cost Amazon Haul ha considerato l’esposizione del costo dei dazi su alcuni prodotti. Questo però non è mai stato preso in considerazione dal sito principale di Amazon”.

La Casa Bianca ha criticato, sulla base delle indiscrezioni riportate da Punchbowl, la decisione di Amazon di mostrare il costo dei dazi definendola “ostile e politica”. 

CNN, TRUMP HA CHIAMATO BEZOS PER COSTO DAZI NEI PREZZI

(ANSA) – NEW YORK, 29 APR – Donald Trump ha chiamato Jeff Bezos per lamentarsi delle indiscrezioni sulla volontà di Amazon di mettere in evidenza il costo dei dazi nei prezzi dei suoi prodotti. Lo riporta su X una giornalista di Cnn citando alcune fonti. 

Dazi, dai quaderni per la scuola ai regali di Natale: allerta scaffali vuoti negli Usa senza un accordo con la Cina

Il segretario al Tesoro, Bessent: «Non temiamo nell’immediato di vedere scaffali vuoti. Penso che la situazione non sia sostenibile da parte cinese, quindi potrebbero decidere di chiamarmi»

Federico Fubini

Ad Atene, durante la crisi dell’euro nel 2015, l’intransigenza del governo contro Bruxelles iniziò a vacillare quando negli scaffali dei supermercati comparvero i primi spazi vuoti. Alcuni distributori greci faticavano a importare certi prodotti a causa dei dubbi fra i fornitori quanto alla moneta con cui sarebbero stati pagati. E gli Stati Uniti naturalmente non assomigliano alla Grecia, in niente. Ma il danno politico per il governo inferto da immagini degli scaffali vuoti nei supermercati potrebbe essere altrettanto pesante. Anche per Donald Trump.

L’intervista

Si tratta di un problema che il presidente, per il momento, non riconosce. Lui stesso ha raccontato in un’intervista a «Time» di aver ricevuto otto giorni fa alla Casa Bianca i presidenti-amministratori delegati dei tre maggiori gruppi americani della grande distribuzione nel Paese: Ted Decker di Home Depot, Doug McMillon di Walmart e Brian Cornell di Target. «Le dirò cosa pensano – ha detto Trump a “Time”, parlando dei dazi imposti su 185 Paesi e in particolare contro la Cina –. Quegli amministratori delegati pensano che quello che sto facendo sia esattamente la cosa giusta».

Le tariffe

Altre ricostruzioni filtrate negli ultimi giorni raccontano invece una versione diversa dello stesso incontro alla Casa Bianca. I manager della grande distribuzione avrebbero presentato a Trump una lista di prodotti che rischierebbero di mancare dagli scaffali americani già da giugno, se Washington e Pechino non arrivano rapidamente a una distensione dopo le ritorsioni delle ultime settimane. Oggi i dazi americani sono al 145% su tutte le importazioni cinesi, salvo un’esenzione sull’elettronica di consumo strappata da Apple e altri gruppi tecnologici che producono nella Repubblica popolare. I dazi cinesi sui prodotti americani sono saliti invece in pochi al 125%. Così la prima e la seconda economia del mondo sono vicine a un embargo reciproco e ora dovrebbero trovare una via d’uscita.

Le esenzioni

Sulla base del precedente per i prodotti digitali, le grandi catene dei supermercati stanno insistendo per ottenere anche loro esenzioni su certe categorie di “made in China”. Gli argomenti non mancano. Uno dei timori è che, senza chiarezza entro breve tra Washington e Pechino, non partiranno gli ordinativi alle fabbriche cinesi per i prodotti del rientro scolastico americano fissato fra inizio agosto e inizio settembre; e senza una tregua commerciale entro l’inizio dell’estate, resterebbe paralizzata anche la filiera commerciale delle festività di fine anno, dai giocattoli alle decorazioni.
Soprattutto, uno stallo nei negoziati e la persistenza dell’embargo rischia di provocare meccanicamente una recessione in America. Non per un oggettivo stato di crisi, ma per i licenziamenti a catena che innescherebbe nelle filiere coinvolte. Torsten Slok, capoeconomista del fondo newyorkese da 750 miliardi in gestione Apollo Global Management, stima che l’infarto nel commercio di beni fra la Cina e gli Stati Uniti sia iniziato nella prima settimana di aprile e dovrebbe farsi sentire negli Stati Uniti fra metà e fine maggio: a quel punto inizieranno a mancare i prodotti che sarebbero dovuti arrivare nei porti americani dopo 20-40 giorni di navigazione e che erano attesi per la distribuzione nelle città nell’ultima decade di maggio. Le perdite di posti nel trasporto su gomma e nel commercio al dettaglio sarebbero immediate e pesanti.

Il rischio

Ieri Scott Bessent, il segretario al Tesoro, non è apparso del tutto convinto nell’escludere un rischio del genere. «Non temiamo nell’immediato di vedere scaffali vuoti» ha detto, sapendo che oggi stanno ancora arrivando i prodotti partiti dai porti cinesi prima del «Liberation Day» (2 aprile) che ha avviato la spirale dei dazi. «Penso che la situazione non sia sostenibile da parte cinese, quindi potrebbero decidere di chiamarmi». L’anno scorso il surplus commerciale sugli Stati Uniti ha generato l’1,84% del prodotto lordo della Repubblica popolare, secondo una stima basata sui dati doganali di Pechino. L’America nel 2024 valeva il 14,6% dell’export cinese, mentre il continente europeo il 20%. E sempre l’anno scorso gli Stati Uniti hanno derivano dalla Cina il 13% di tutte le loro importazioni.

I negoziati

In questo stallo però c’è chi si porta avanti. Il gigante dell’e-commerce asiatico Shein (di Singapore) in questi giorni sta aumentando fino al 377% i listini dei suoi prodotti, molto diffusi nelle famiglie a basso reddito negli Stati Uniti: è la reazione alla fine delle esenzioni doganali per i piccoli acquisti postali e triplica il prezzo dei prodotti per l’igiene domestica, per la cucina o del make-up.
Intanto l’amministrazione Trump cerca di portare avanti i negoziati con gli altri Paesi colpiti dai dazi «reciproci» e poi lasciati nel limbo di una sospensione con prelievi al 10% fino a fine giugno. La visibilità sui colloqui con l’Unione europea, il Giappone o la Corea del Sud resta bassa, probabilmente perché la sostanza per ora è scarsa. Sembra certo però che da Washington si stia chiedendo agli alleati di ieri di ridurre gli scambi con la Cina, se vogliono arrivare in contropartita ad un accordo favorevole con gli Stati Uniti. Per molti è una pretesa difficilissima da gestire. In attesa, magari, che l’America stessa avvii la sua distensione con Pechino varando esenzioni ai dazi su sempre nuove categorie di prodotti.    

Mastercard non rinnoverà la sua sponsorizzazione con la New York City Pride March, la marcia annuale della città per i diritti LGBTQ, per il 2025. Il colosso dei servizi finanziari ha sostenuto per circa un decennio Heritage of Pride, il gruppo no-profit che organizza la marcia di New York e altri eventi LGBTQ nell’area, ricoprendo per diversi anni il ruolo di sponsor di massimo livello e partner preferito per i pagamenti.

La decisione colloca Mastercard tra un gruppo di sponsor del NYC Pride che quest’anno non torneranno. Tra gli altri figurano il colosso degli snack e delle bevande PepsiCo, la casa automobilistica Nissan, il colosso bancario Citi e la società di consulenza PricewaterhouseCoopers.

La maggior parte di queste aziende non ha però abbandonato del tutto le attività legate al Pride negli Stati Uniti: alcune manterranno una presenza retribuita al NYC Pride tramite stand con i loro marchi.

Mastercard ha dichiarato che parteciperà comunque alla marcia di giugno a New York e ad altri eventi. «Mastercard è da lungo tempo un sostenitore delle molte comunità di cui i nostri dipendenti fanno parte, inclusa la comunità LGBTQIA+ a livello globale» ha dichiarato una portavoce.

La decisione di Nissan di non rinnovare è arrivata mentre l’azienda sta rivedendo tutte le sue spese di marketing e vendite, secondo un portavoce.

Questo ritiro più ampio è però l’ultimo segnale di un clima più freddo per le sponsorizzazioni aziendali del Pride quest’anno. Altri eventi Pride nelle ultime settimane hanno perso sponsor chiave, tra cui Anheuser-Busch InBev a St. Louis e Diageo a San Francisco. Diageo sponsorizzerà altri eventi Pride negli Stati Uniti quest’anno tramite il suo marchio Smirnoff, secondo un portavoce. AB InBev ha rifiutato di commentare.

Questo cambiamento deriva in parte dalla pressione esercitata dall’amministrazione Trump sui programmi per la diversità, equità e inclusione (DEI), e in parte dall’incertezza economica più recente provocata dagli annunci tariffari del presidente Trump, ha spiegato Eve Keller, co-presidente della United States Association of Prides, un’organizzazione no-profit che supporta gli organizzatori degli eventi Pride in tutto il Paese.

[…] Il timore di una reazione politica ha spinto anche alcune aziende che continuano a supportare le organizzazioni Pride a chiedere che i loro nomi e loghi vengano rimossi da manifesti ufficiali e articoli di merchandising.

Alcuni sponsor del NYC Pride che non hanno rinnovato avrebbero inoltre preso in considerazione modifiche introdotte dagli organizzatori nei pacchetti sponsor di quest’anno, i quali non includono più certi eventi al di fuori della marcia, che i marchi avevano precedentemente utilizzato per fini promozionali, secondo una persona a conoscenza della questione.

[…]

Due terzi degli sponsor della NYC Pride dell’anno scorso hanno accettato di rinnovare le loro sponsorizzazioni, ma gli altri sono ancora in trattative, hanno ridotto i finanziamenti o hanno dichiarato che non sponsorizzeranno l’evento di quest’anno, secondo un portavoce del gruppo.

Le sponsorizzazioni vengono solitamente concluse nei primi mesi dell’anno, ma molte sono state ritardate a causa dell’incertezza legata all’amministrazione Trump.

[…]

Secondo un sondaggio condotto da Gravity Research tra il 27 marzo e il 4 aprile su 49 dirigenti aziendali senior, il 39% ha dichiarato di prevedere una riduzione del riconoscimento del Pride quest’anno, rispetto al 9% che l’anno scorso aveva affermato di voler modificare le proprie attività. Il 41% ha dichiarato che il proprio impegno complessivo non cambierà.

Il timore di potenziali indagini federali sui programmi DEI è la principale ragione per cui i marchi si sono ritirati dalle attività di marketing legate al Pride, seguito dalla possibilità di reazioni negative da parte di attivisti e consumatori conservatori, secondo il sondaggio.

TRUMP VERSO ORDINE ESECUTIVO PER ALLENTARE PRESSIONE DAZI AUTO

(ANSA) – NEW YORK, 29 APR – Donald Trump si appresta a firmare un ordine esecutivo per allentare la pressione dei dazi sulle case automobilistiche. Anche se le tariffe del 25% sulle vetture importate negli Stati Uniti continueranno, l’ordine previene che dazi aggiuntivi, come quelli sull’acciaio e l’alluminio, si sommino.

Ma rivede anche le tariffe sui componenti, attese entrare in vigore il 3 maggio: i costruttori che producono e vendono negli Usa possono ottenere alcuni rimborsi, anche fino al 3,75% del valore della vettura. L’allentamento mette le ali a Ford e Stellantis, che salgono rispettivamente a Wall Street dell’1,2% e del 4,3%.

TRUMP CONDIVIDE POST, ‘CANADESI, AVETE VOTATO PER SUICIDARVI?’

(ANSA) – WASHINGTON, 29 APR – “Canadesi, avete davvero votato per l’auto eutanasia per fare un dispetto a Trump? Davvero?”: Donald Trump non ha ancora commentato le elezioni canadesi ma ha postato su Truth questo sibillino commento di un utente. 

BANKITALIA, PIÙ RISCHI PER LA STABILITÀ FINANZIARIA GLOBALE

(ANSA) – La corsa ai dazi innescata dagli Usa “ha innescato una fase di notevole aumento dell’incertezza e di tensioni sui mercati finanziari internazionali”, con “forti vendite” dei titoli di Stato americani. “Le tensioni si sono attenuate nelle settimane successive all’annuncio, ma i rischi per la stabilità finanziaria a livello globale sono aumentati rispetto alla fine dello scorso anno”.

Lo scrive la Banca d’Italia nel Rapporto sulla stabilità finanziaria. “Le previsioni di crescita per il 2025 per le principali economie avanzate sono state ulteriormente ridimensionate” e le condizioni dei mercati finanziari globali, più volatili, “sono peggiorate rispetto a novembre”.

BANKITALIA, RISCHI MODERATI PER ITALIA, PESA CONTESTO GLOBALE

(ANSA) – Il contesto economico e finanziario dell’Italia “è stabile dallo scorso novembre” nonostante risenta degli sviluppi globali. “I rischi per il sistema finanziario italiano restano comunque moderati”. Lo scrive la Banca d’Italia nel Rapporto sulla stabilità finanziaria.

“L’alto debito pubblico e la bassa crescita rimangono fattori di vulnerabilità” ma sono d’aiuto il mercato del lavoro, la bassa inflazione, le condizioni del mercato dei titoli di Stato e la posizione netta creditrice sull’estero che hanno favorito la recente revisione al rialzo del rating.

Secondo Bankitalia “in prospettiva si potrebbe osservare un deterioramento della qualità del credito” bancario alle imprese che rischiano un calo di redditività dai dazi, ma “l’elevato capitale è un elemento di maggiore robustezza rispetto al passato”.

BANKITALIA, FARO SU APPROCCIO USA A NORME STABLECOIN

(ANSA) – Accanto ai cryptoasset volatili come il bitcoin, con relativi rischi per la stabilità finanziaria, le istituzioni finanziarie osservano con attenzione anche gli stablecoin dove “gli sviluppi del mercato e i relativi rischi saranno influenzati anche dall’evoluzione del quadro normativo”.

Lo si legge nel Rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia. Il riferimento è a due proposte di legge sulle stablecoin negli Usa, il ‘Genius Act’ e lo ‘Stable Act’, e all’eventualità di una asimmetria con la regolamentazione europea più stringente e con l’approccio concordato nel Comitato per il rischio sistemico.