
TRUMP, ‘ZELENSKY È PIÙ CALMO, VUOLE UN ACCORDO’
(ANSA) – Volodymyr Zelensky è “più calmo” e “vuole un accordo”. Lo ha detto Donald Trump, secondo quanto riportato dai media americani, dopo l’incontro con il presidente ucraino a San Pietro. Un incontro che è “andato a bene”. “Zelensky sta facendo un buon lavoro e vuole un accordo. Ha chiesto più armi”, ha aggiunto Trump.
COLLOQUIO LAVROV-RUBIO SUI NEGOZIATI PER L’UCRAINA
(ANSA) – Il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov e il segretario di Stato americano Marco Rubio hanno avuto un colloquio telefonico durante il quale hanno sottolineato “l’importanza di consolidare i presupposti che stanno emergendo per avviare negoziati” sull’Ucraina, “con l’obiettivo di concordare su un percorso affidabile verso una pace sostenibile a lungo termine”. Lo rende noto in un comunicato il ministero degli Esteri di Mosca.
TRUMP, ‘PENSO CHE ZELENSKY SIA PRONTO A CEDERE LA CRIMEA’
(ANSA) – “Penso di sì”. Donald Trump ha risposto così a chi gli chiedeva se a suo avviso il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sia disposto a cedere la Crimea nell’ambito di un accordo per la fine della guerra. “La Crimea è stata ceduta anni fa, senza un colpo di arma da fuoco sparato. Chiedete a Obama”, ha messo in evidenza Trump. (
TRUMP, SAN PIETRO L’UFFICIO PIÙ BELLO CHE ABBIA MAI VISTO
(ANSA) – San Pietro è “l’ufficio più bello che abbia mai visto. E’ stata una scena molto bella”. Lo afferma Donald Trump riferendosi all’incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a margine dei funerali di papa Francesco.
TRUMP, DELUSO DA RUSSIA, PUTIN SMETTA DI SPARARE E TRATTI
(ANSA) – Donald Trump si dice molto deluso dalla Russia e ritiene che il presidente Vladimir Putin dovrebbe smettere di sparare e raggiungere un accordo. Lo afferma Donald Trump, secondo quanto riportato dai media americani.
“Mi ha detto che ha bisogno di più armi ma lo dice da tre anni. Vedremo cosa succede”, ha affermato il tycoon riferendo che Zelensky gli ha parlato “brevemente della Crimea. Ma la Crimea – ha dichiarato il presidente Usa – è stata data via da Barack Obama e da Biden 11 o 12 anni fa: è molto tempo fa, son so come si possa restituire la Crimea”.

‘Le maggiori università americane si alleano contro Trump’
(ANSA) – Le più prestigiose università americane fanno fronte comune contro il presidente Donald Trump e creano un gruppo per contrastare gli attacchi dell’amministrazione Usa al finanziamento della ricerca e all’indipendenza accademica. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti, secondo le quali il gruppo include 10 università fra le quali quelle dell’Ivy League e i maggiori istituti universitari di ricerca privati. Il gruppo è nato dopo le recenti richieste dell’amministrazione Trump a Harvard, considerate da molte università come un attacco all’indipendenza.

(ANSA) – ROMA, 27 APR – La Corea del Nord conferma lo schieramento di truppe in Russia e promette la fedele attuazione del trattato con Mosca. Lo riporta l’agenzia sudcoreana Yonghap citando l’agenzia di stampa pubblica della Corea del Nord, Kcna.
La Corea del Nord ha confermato per la prima volta di aver schierato truppe a supporto della Russia nella guerra contro l’Ucraina, in base al trattato di mutua difesa. Lo schieramento è stato effettuato “su ordine” del leader nordcoreano Kim Jong-un, in conformità con il trattato di mutua difesa tra Pyongyang e Mosca.
Lo ha riferito l’agenzia di stampa centrale coreana (Kcna) del Nord, scrive l’agenzia sudcoreana Yonghap. Citando la Commissione militare centrale della Corea del Nord, la Kcna ha riportato la prima conferma sullo schieramento di truppe in Russia, mesi dopo che migliaia di soldati nordcoreani erano stati inviati in Russia per combattere nella regione del Kursk, in prima linea.
Ucraina, Trump ora vuole stringere: «Penso che Kiev cederà la Crimea. L’incontro con Zelensky? Era l’ufficio più bello del mondo»
L’insofferenza di Trump per le frenate di Putin e il nodo delle richieste europee. Il segretario di Stato Rubio: «Cercheremo di stabilire in fretta se le due parti vogliono veramente la pace».
Domanda secca di un giornalista: «Pensa che Zelensky possa rinunciare alla Crimea?». Risposta di Donald Trump, di rientro, nel pomeriggio di domenica, alla Casa Bianca: «Penso di sì. La Crimea è stata ceduta anni fa, senza che sia stato esploso un solo colpo d’arma da fuoco».
Così il presidente americano torna sull’incontro con il leader ucraino, a margine dei funerali di Papa Francesco. Un quarto d’ora faccia a faccia, su due sedie, nella Basilica di San Pietro, «l’ufficio più bello che abbia mai visto», ha detto Trump, per poi aggiungere di aver trovato un Zelensky «più calmo e più determinato a raggiungere un accordo». Intanto, ha concluso il presidente Usa, «ha chiesto altre armi».
Si riparte da qui, per quella che secondo Marco Rubio sarà «una settimana davvero decisiva», per il negoziato con la Russia. Non è la prima volta che il segretario di Stato comunica un senso di urgenza. Ieri in un’intervista alla tv Nbc ha dichiarato: «Non esiste una soluzione militare.
L’unica possibilità è un accordo in cui entrambe le parti rinuncino ad alcune delle loro richieste e concedano qualcosa su cui non vorrebbero cedere». In altri termini, ha aggiunto, Rubio, «per mettere fine al conflitto sia Russia che Ucraina non potranno avere tutto ciò che vogliono».
Gli Stati Uniti intendono stringere: «Questa settimana cercheremo di stabilire se le due parti desiderano veramente la pace e quanto sono ancora vicine o lontane, dopo 90 giorni di mediazioni. Penso che siamo vicini, ma non abbastanza. È giusto essere ottimisti, ma serve anche realismo. È una questione complicata. Ma al momento l’unico leader che può mettere insieme le due parti è Donald Trump». Rubio, infine, ripete che l’impegno degli Usa potrebbe terminare presto: «decideremo se andare avanti o se sia meglio concentrarsi su altre questioni che, in alcuni casi, sono altrettanto, se non più importanti».
Ora, però, bisogna capire se davvero la «diplomazia funebre di Roma» (copyright del presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier) abbia cambiato qualcosa. Finora la proposta di mediazione americana ha accolto solo le tre principali richieste di Vladimir Putin: riconoscimento dell’annessione russa della Crimea; Mosca mantiene il controllo delle terre occupate con la forza; l’Ucraina non entrerà mai nella Nato.
Trump ora dice di essere molto deluso da Putin, che prosegue imperterrito a «bombardare i civili». Sabato sera, in volo sull’Air Force One, aveva scritto sui Social: «Putin mi sta solo prendendo in giro e deve essere affrontato in maniera diversa, attraverso le banche o le sanzioni secondarie?». Sempre ieri Rubio si è assunto il compito, e anche il rischio, di commentare l’affermazione del presidente. Alla domanda: perché non imponete altre sanzioni? Ha risposto così: «Nel momento in cui cominci a fare questo genere di cose, vuol dire che stai abbandonando il tavolo del negoziato e ti sei condannato ad altri due anni di guerra, e non vogliamo che ciò accada».
Ma Trump terrà conto almeno della esigenza più urgente avanzata da Volodymyr Zelensky e dai leader europei, in particolare da Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer? Vale dire: costituire una forza militare di deterrenza che garantisca la sicurezza dell’Ucraina anche nel dopoguerra.
Il Cremlino invia segnali distensivi agli Usa: «Con Washington linee comuni»
Lavrov: «Gli europei e Zelensky sfruttano Trump». Ma Putin non vuole contrariare gli Usa. Peskov: «Le trattative proseguono, ma in silenzio»
«Cosa succede se la diplomazia della spola si inceppa?» Non si dovrebbe mai cominciare un articolo con una domanda, ma questo è l’incipit di un commento apparso ieri sul sito di Izvestia, quotidiano che più fedele alla linea del Cremlino non si può. L’anonimo autore risponde che non lo sa nessuno. «E questo crea un’incertezza generale» è la sua conclusione.
Sono giorni interessanti, questi, perché basta una dichiarazione vagamente contrariata da parte del presidente americano per sollevare dubbi anche in un’opinione pubblica che fino a un attimo prima viveva nella certezza di una possibile duplice vittoria: il «cappio al collo di Zelensky», sobrio titolo del Moskovskij Komsomolets di due giorni fa, si sarebbe stretto comunque. O con una pace americana favorevole al Cremlino, o con un fallimento del quale sarebbe stato facile accusare Kiev e l’Europa.
In questa direzione vanno le parole del ministro degli Esteri Sergei Lavrov, che alla Cbs manifesta l’insofferenza russa nei confronti del Vecchio Continente affermando che «gli europei insieme a Zelensky vogliono sfruttare l’iniziativa del presidente Trump» ma intanto i suoi leader «dichiarano che sosterranno solo un accordo che alla fine renderà l’Ucraina più forte».
La sensazione di essere di fronte a un bivio importante comincia sempre dalla testa. Vladimir Putin non ama troppo l’idea di un cessate il fuoco, ma non vuole in alcun modo mettersi contro Trump a causa dell’Ucraina. Ne va degli accordi futuri e degli ambiziosi piani comuni di ridefinizione dell’ordine geopolitico. Dopo lo scetticismo mostrato sabato dal presidente americano, che ha affermato di sentirsi preso in giro dall’amico russo, come di consueto il compito di troncare e sopire il piccolo focolaio di allarme viene affidato a Dmitry Peskov, il portavoce del Cremlino al quale toccano sempre le repliche più delicate. Il lavoro tra Usa e Russia prosegue, ha detto. «Ma non può certo essere reso pubblico, può essere fatto solo in modo discreto».
Commentando poi un’altra dichiarazione di Trump secondo cui il possibile ingresso di Kiev nella Nato sarebbe stato la causa della guerra, Peskov ha affermato che nelle idee degli Usa a proposito della soluzione del conflitto ucraino, «ci sono molti elementi realmente in linea con la nostra posizione».
Quest’ultimo è un dato innegabile. Ma è vero anche che ci sono ancora alcune distanze da colmare. Lo stesso Lavrov ha reso esplicita la volontà russa di mantenere il controllo della centrale nucleare di Zaporizhzhia, che gli Usa si sarebbero offerti di rilevare nell’ambito di un piano di pace: «Se riceveremo un’offerta del genere, spiegheremo che quell’impianto è già in buone mani». Il tempo gioca a favore della Russia, la pazienza di Trump invece no. Il dilemma del Cremlino è tutto qui.
IRAN: TRUMP, ‘PRESTO UN ACCORDO SU NUCLEARE’
(Adnkronos) – “Avremo qualcosa, senza dover iniziare a sganciare bombe dappertutto”. Lo ha detto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ai giornalisti sull’Air Force One, spiegando di esser fiducioso che il team tecnico americano raggiungerà un accordo con l’Iran in merito all’arricchimento nucleare. “Per quanto riguarda la situazione con l’Iran, penso che stiamo andando molto bene”, ha affermato Trump. “Penso che si raggiungerà un accordo. Accadrà molto presto. Voglio porre fine alla situazione con l’Iran, se possibile”.
IRAN: MEDIA, ‘SVENTATO VASTO ATTACCO INFORMATICO A INFRASTRUTTURE’
(Adnkronos) – Uno degli attacchi informatici più diffusi e complessi contro le infrastrutture iraniane è stato sventato ieri. Lo riporta l’agenzia di stampa iraniana semi-ufficiale Tasnim, citando il capo della Compagnia per le comunicazioni sulle infrastrutture e aggiungendo che sono state adottate “misure preventive”

DAZI: CINA, NESSUNA TELEFONATA XI-TRUMP DI RECENTE
(LaPresse) – La Cina ha respinto le affermazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump secondo cui avrebbe ricevuto una telefonata dal leader cinese Xi Jinping. “A mia conoscenza, non c’è stata alcuna telefonata tra i due leader di recente”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun. “Vorrei ribadire che Cina e Stati Uniti non hanno avviato consultazioni o negoziati in merito alla questione delle tariffe”, ha aggiunto.

Una svastica con il volto di von der Leyen, infilzata da baionette Usa e russe: ora per i servizi di Mosca il nemico è «l’euro-nazismo»
Guardate bene questa illustrazione. Dal 16 aprile campeggia sul sito dell’Sv, l’intelligence esterna della Federazione Russa. La testa di Ursula von der Leyen, in versione vampiro, sovrasta un corpo a forma di croce uncinata con quattro estremità che finiscono in artigli insanguinati. Al centro è il cerchio blu stellato simbolo dell’Unione europea. Ai fianchi, due baionette, con le bandiere russa e americana, infilzano l’immonda creatura. Vladimir Putin ha trovato il nuovo nemico: l’euro-nazismo.
Nelle parole del suo fedele servitore, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, l’Unione europea, aizzata dalla Francia e guidata dal nuovo Führer di Bruxelles, è la contemporanea incarnazione dell’ideologia hitleriana. E come 80 anni fa, nel sanguinoso cimento della Seconda guerra mondiale, anche questa volta Mosca ha al suo fianco Washington, l’alleato americano insieme al quale l’Unione Sovietica sconfisse il nazismo, salvando sé stessa e l’Occidente.
Per la verità al tempo c’erano anche la Gran Bretagna e la Francia, ma nel revisionismo putiniano Londra e Parigi sono state rimosse, perché oggi sono di nuovo preda dell’imperialismo liberale, che ovviamente «è più distruttivo del fascismo». E in fondo, ricordano i pifferai del Cremlino, in altri momenti fatali, in Crimea alla metà dell’Ottocento e a Suez nel 1956, Mosca e Washington sbarrarono insieme la strada a Francia e Regno Unito. Dimenticate trent’anni di dura retorica antiamericana.
Dimenticate le accuse di volontà egemonica unilaterale lanciate contro gli Stati Uniti, i loro «vassalli» europei e «l’Occidente collettivo». Il «nuovo sceriffo» in carica a Washington è un amico, o almeno così sembra. E Putin, che senza nemici non sa e non può vivere, cambia la prospettiva a uso e consumo della sua opinione pubblica interna.
Certo, l’autocrate del Cremlino sta alzando la posta anche con Donald Trump: vuole stravincere in Ucraina, sogna la partenza delle truppe americane dal Vecchio Continente, tenta di coinvolgerlo in una guerra santa contro i globalisti, facendogli balenare grandi affari. Vasto programma. Ma oggi per Putin la priorità è costruire la narrazione con cui mobilitare il Paese: l’euro-fascismo, che fa dell’Europa e dei suoi Paesi, fin qui snobbati e ridicolizzati, il nuovo e formidabile nemico. Al netto dell’ignobile bugia di un dittatore che nega ogni libertà e democrazia, proprio come il nazismo, dovremmo prenderlo in parola.

LA MACCHINA DA SOLDI DI PUTIN SI È INCEPPATA. ED È ANCHE COLPA DI TRUMP – IN TRE ANNI DI GUERRA, L’ECONOMIA DI MOSCA HA SUPERATO TUTTE LE PREVISIONI, GRAZIE ALLA COMBINAZIONE DI UNA POLITICA FISCALE ESPANSIVA, PREZZI ELEVATI DELLE MATERIE PRIME E MILITARIZZAZIONE DELL’ECONOMIA. MA ORA QUALCOSA SI È ROTTO: DALLA FINE DELLO SCORSO ANNO, LA CRESCITA È SCESA DAL 5% ALLO 0% – “THE ECONOMIST”: “CON L’ESCALATION DELLA GUERRA COMMERCIALE AMERICANA, I PREZZI DEL PETROLIO SONO CROLLATI. E GLI ECONOMISTI SONO PREOCCUPATI PER LA CINA, IL PRINCIPALE ACQUIRENTE DEL GREGGIO RUSSO…”

Estratto dell’articolo da “The Economist”
Da Kaliningrad a Vladivostok, qualcosa è cambiato. Un indice ad alta frequenza elaborato dalla banca Goldman Sachs suggerisce che, dalla fine dello scorso anno, la crescita economica annualizzata della Russia è scesa dal 5% circa allo zero. La VEB, la banca russa per lo sviluppo, rileva tendenze simili nelle sue stime di crescita mensile. Anche un indicatore ad alta frequenza del fatturato delle imprese compilato da Sberbank, il maggiore istituto di credito russo, ha registrato un calo.
Sebbene più cauto, il governo riconosce che qualcosa sta cambiando. All’inizio di aprile la banca centrale ha osservato che recentemente “diversi settori hanno registrato un calo della produzione a causa del crollo della domanda”.
Le preoccupazioni della Russia arrivano dopo tre anni in cui la sua economia ha superato quasi tutte le previsioni, grazie alla combinazione di una politica fiscale espansiva, prezzi elevati delle materie prime e militarizzazione dell’economia. Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022, gli economisti avevano previsto una contrazione del PIL annuo fino al 15%. Alla fine, il PIL è sceso dell’1,4% quell’anno, per poi crescere del 4,1% nel 2023 e del 4,3% nel 2024.
La fiducia dei consumatori ha sfiorato livelli record. Quando è sembrato che il presidente americano Donald Trump potesse concedere a Vladimir Putin ciò che voleva per porre fine alla guerra in Ucraina, alcuni hanno previsto un’ulteriore accelerazione dell’economia russa nel 2025.
Cosa c’è dietro questo improvviso rallentamento? Tre spiegazioni spiccano su tutte. La prima riguarda quella che la banca centrale russa definisce eufemisticamente la “trasformazione strutturale” dell’economia. Dopo essersi orientata in precedenza verso l’Occidente e aver accettato l’impresa privata (entro certi limiti), dal 2022 è diventata un’economia di guerra rivolta verso l’Oriente.
Questa trasformazione ha richiesto ingenti investimenti, non solo nelle fabbriche di armi e munizioni, ma anche in nuove catene di approvvigionamento che consentono un aumento degli scambi con la Cina e l’India (oltre che una maggiore produzione interna). A metà del 2024, la spesa reale in conto capitale fisso era superiore del 23% rispetto alla fine del 2021.
Secondo la banca centrale, tale adeguamento è ora completo. La spesa militare sta seguendo un andamento simile. Julian Cooper dello Stockholm International Peace Research Institute, un think tank, stima che quest’anno la spesa militare crescerà solo del 3,4% in termini reali, un forte rallentamento rispetto all’aumento del 53% dello scorso anno.
[…]
Il secondo fattore è la politica monetaria. L’inflazione russa è stata per mesi superiore all’obiettivo del 4% su base annua fissato dalla banca centrale, superando addirittura il 10% a febbraio e marzo. Una delle cause è la spesa militare aggressiva, ma anche la carenza di manodopera causata dalla coscrizione obbligatoria e dall’emigrazione dei lavoratori qualificati.
L’anno scorso i salari nominali sono aumentati del 18%, costringendo le aziende ad aumentare i prezzi. In risposta, la banca centrale ha inasprito la politica monetaria. Il 25 aprile ha deciso di mantenere il tasso di interesse di riferimento al 21%, il livello più alto dall’inizio degli anni 2000.
La sua posizione ultra-restrittiva potrebbe finalmente dare i suoi frutti. I tassi elevati hanno incoraggiato il flusso di capitali verso il rublo; una valuta più forte, a sua volta, rende le importazioni più economiche. Le aspettative dei russi sull’inflazione nei prossimi 12 mesi si stanno attenuando, passando da un picco recente di circa il 14% a circa il 13%.
[…]
Se fosse solo questo, forse Putin sarebbe soddisfatto. Per il governo russo, una piccola e graduale decelerazione potrebbe essere un prezzo accettabile da pagare se ciò significa domare l’inflazione. Il problema è che il rallentamento non è né graduale né piccolo.
Questo perché, nelle ultime settimane, un terzo fattore ha finito per prevalere su tutti gli altri: le condizioni esterne sono peggiorate. Con l’escalation della guerra commerciale americana, le previsioni di crescita globale sono crollate e i prezzi del petrolio hanno seguito lo stesso andamento. Gli economisti sono particolarmente preoccupati per la Cina, il principale acquirente di petrolio russo. Il FMI ha ridotto le sue previsioni di crescita del PIL cinese nel 2025 dal 4,6% al 4%.
Il calo dei prezzi del petrolio sta causando alla Russia ogni sorta di problema. Ha colpito il mercato azionario, dove le compagnie petrolifere rappresentano un quarto della capitalizzazione. L’indice MOEX, che traccia l’andamento delle azioni delle prime 50 società quotate, è sceso di un decimo rispetto al suo recente picco.
Con il calo delle entrate da esportazioni, il calo dei prezzi del petrolio ha un impatto diretto anche sull’economia reale. Le casse dello Stato stanno già risentendo della crisi: a marzo le entrate fiscali derivanti dal petrolio e dal gas sono diminuite del 17% su base annua.
Il 22 aprile Reuters ha riferito, citando documenti ufficiali, che il governo prevede un forte rallentamento delle vendite di petrolio e gas quest’anno. Trump potrà anche essere ben disposto nei confronti di Putin, ma con la sua guerra commerciale gli ha dato un calcio nei denti.

L’ULTIMA PUTINATA – IL PRESIDENTE RUSSO HA ANNUNCIATO UN NUOVO CESSATE IL FUOCO, DOPO QUELLO DI PASQUA, QUESTA VOLTA DI TRE GIORNI, PER L’OTTANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA VITTORIA SUL NAZIFASCIMO: TRA IL 7 E L’8 MAGGIO FINO ALLA MEZZANOTTE E TRA IL 10 E L’11 MAGGIO – LA DECISIONE DI “MAD VLAD” ARRIVA DOPO LE PAROLE DI TRUMP CHE AVEVA INTIMATO: “PUTIN LA SMETTA DI SPARARE E TRATTI, SONO DELUSO DALLA RUSSIA…’
PUTIN DICHIARA NUOVO CESSATE IL FUOCO DI TRE GIORNI
(ANSA) – MOSCA, 28 APR – Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato un cessate il fuoco di tre giorni per l’ottantesimo anniversario della vittoria sul nazifascimo. Lo rende noto il Cremlino sul suo canale Telegram.
Il cessate il fuoco durerà dalla mezzanotte tra il 7 e l’8 maggio fino alla mezzanotte tra il 10 e l’11, precisa il Cremlino. “Per decisione del comandante in capo delle forze armate, Vladimir Putin – si legge in un comunicato – per ragioni umanitarie dalla mezzanotte tra il 7 e l’8 maggio alla mezzanotte tra il 10 e l’11 maggio la parte russa dichiara un cessate il fuoco. Tutte le azioni militari sono sospese in quel periodo. La Russia ritiene che la parte ucraina seguirà questo esempio”.
“In caso di violazioni del cessate il fuoco dalla parte ucraina. le forze armate russe daranno una adeguata ed efficace risposta”, si aggiunge nella nota. “La parte russa – afferma ancora il Cremlino – dichiara ancora una volta la sua disponibilità a negoziati di pace senza precondizioni, miranti ad eliminare le cause di fondo della crisi ucraina e all’interazione costruttiva con i partner internazionali”.

Wsj, Putin sta espandendo basi e truppe ai confini Nato ++
(ANSA) – ROMA, 28 APR – A circa 160 chilometri dal confine con la Finlandia, nella città russa di Petrozavodsk, gli ingegneri militari russi stanno espandendo le basi militari dove il Cremlino prevede di creare un nuovo quartier generale dell’esercito per supervisionare decine di migliaia di soldati nei prossimi anni. E’ quanto scrive il Wall Street Journal.
I soldati, molti dei quali ora in prima linea in Ucraina, dovrebbero costituire la spina dorsale dell’esercito russo in chiave anti-Nato. Il Cremlino sta ampliando il reclutamento militare, rafforzando la produzione di armi e potenziando le linee ferroviarie nelle zone di confine.

UCRAINA: CASA BIANCA, ‘TRUMP VUOLE TREGUA PERMANENTE, NON TEMPORANEA’
(Adnkronos/Afp) – Donald Trump vuole ottenere un cessate il fuoco permanente in Ucraina. Lo ha assicurato la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, lasciando intendere che il presidente americano non sarebbe soddisfatto della tregua di tre giorni annunciata da Vladimir Putin.
“È sempre più frustrato con i leader di entrambi i Paesi – ha detto la portavoce ai giornalisti – Vuole vedere un cessate il fuoco permanente. So che Vladimir Putin, questa mattina, ha offerto un cessate il fuoco temporaneo. Il Presidente ha chiarito che vuole un cessate il fuoco permanente per fermare le uccisioni e lo spargimento di sangue”.

IL PRIMATO DEL MERCATO AMERICANO NON ESISTE PIÙ – IL MODELLO ALTAMENTE FINANZIARIZZATO, BASATO SUL DEBITO, CHE HA PORTATO GLI STATI UNITI A DOMINARE IL MONDO, È ORMAI ESAURITO: TRUMP HA SOLO ACCELERATO IL DECLINO CONVINCENDO GLI INVESTITORI AD ABBANDONARE GLI USA – I TRE PROBLEMI FONDAMENTALI DEL MODELLO A STELLE E STRISCE: DIPENDENZA ECCESSIVA DALLA CRESCITA ECONOMICA TRAINATA DAI PREZZI DEGLI ASSET, ALTO DEBITO PRIVATO E AVVENTO DELLE CRIPTOVALUTE…

Traduzione di un estratto dell’articolo di Rana Foroohar
Nel 2019, ho scritto un articolo riguardo al prossimo “scenario apocalittico del dollaro”, in cui un cambiamento fondamentale nella globalizzazione e verso un sistema post-Bretton Woods avrebbe portato a un calo sia del valore del dollaro statunitense sia degli asset denominati in dollari. Questo avrebbe fatto salire i rendimenti obbligazionari, così come il prezzo dell’oro e di varie valute estere.
Eccoci qua. L’S&P può salire e scendere in base agli sbalzi d’umore quotidiani del presidente Donald Trump, ma il dado per una nuova era è tratto.
[…] Rimango fermamente convinta che l’intero paradigma degli investimenti stia cambiando, e che riequilibrare i portafogli allontanandosi dal mercato statunitense sia fondamentale. Questo sarà vero con o senza una guerra commerciale.
[…] Poche grandi storie d’investimento resistono per più di un decennio, e gli Stati Uniti sono […] in cima da molto più tempo. Il modello altamente finanziarizzato, concentrato e basato sul debito che li ha portati al vertice è ormai esaurito, in modi che vanno ben oltre Trump e le sue buffonate.
Indicherei tre problemi fondamentali, a partire da una dipendenza eccessiva dalla crescita economica trainata dai prezzi degli asset. Quasi tutte le principali decisioni economiche statunitensi degli ultimi cinquant’anni sono state orientate a sostenere i prezzi degli asset — dalla deregolamentazione dei tassi d’interesse alla fine degli anni ’70, alla legalizzazione dei riacquisti di azioni proprie, fino alla retribuzione “basata sulla performance” in azioni favorita dal fisco, che ha creato l’enorme ricchezza cartacea della Silicon Valley.
Trump e i suoi collaboratori parlano di come alla gente comune (“Main Street”) non interessino i prezzi delle azioni. Ma il fatto che la crescita dei prezzi degli asset abbia superato di gran lunga quella dei redditi significa che siamo tutti più dipendenti dai mercati dei capitali.
L’esposizione delle famiglie statunitensi alle azioni è vicina a un massimo storico (azioni e fondi comuni rappresentano il 26% del totale degli asset familiari), il che implica una vulnerabilità molto maggiore a qualsiasi ribasso del mercato, sia per gli individui che per l’economia nel suo complesso.
Basti considerare che, dal 1995, “le azioni sono diventate il motore marginale delle entrate fiscali federali statunitensi”, secondo una presentazione di gennaio dell’analista Luke Gromen. “Se le azioni scendono troppo e rimangono basse, la spesa dei consumatori americani e il PIL entreranno in recessione, facendo aumentare i deficit”, scrive. Questo avverrebbe in un momento in cui l’inflazione resta una preoccupazione e i premi al rischio richiesti dagli investitori per gli asset statunitensi stanno aumentando.
[…]
Un’altra preoccupazione significativa che nutro riguardo ai mercati statunitensi è il forte aumento del debito privato e della leva finanziaria nel settore privato negli ultimi anni. I prestiti aziendali provenienti dai mercati del credito privato sono esplosi, in particolare da parte di società che in passato sarebbero state considerate troppo rischiose per ottenere prestiti bancari.
Molti dei fondi di credito privato che stanno effettuando i prestiti hanno date di scadenza — cioè un termine entro il quale non possono più rinnovare i prestiti — che arriveranno tra oggi e il 2027.
[…] L’ultimo punto da sottolineare riguarda l’introduzione di ulteriori rischi nel sistema finanziario statunitense sotto forma di criptovalute, proprio mentre l’amministrazione Trump ha adottato un atteggiamento permissivo nei confronti dell’applicazione delle normative, riducendo attivamente il personale della Securities and Exchange Commission e smantellando il Consumer Financial Protection Bureau.
Sia repubblicani che democratici hanno sostenuto il Genius Act, che spalancherebbe le porte all’uso delle criptovalute nell’economia reale, amplificando potenzialmente i rischi sopra descritti.
Il governo Biden è stato già costretto a sostenere de facto la piattaforma di criptovalute Circle al momento del fallimento della Silicon Valley Bank. La nuova legislazione, che ha recentemente superato le prime tappe sia al Senato che alla Camera dei Rappresentanti, incoraggerebbe ancora più attori, formali e informali, a entrare nel mondo delle criptovalute, un settore in cui sia il presidente Trump sia il suo consigliere Elon Musk hanno un interesse diretto.
Non sto necessariamente prevedendo che una crisi di liquidità alimentata dal debito aziendale o dalle criptovalute porterà al collasso dell’economia statunitense — anche se non mi sorprenderebbe se la prossima crisi finanziaria arrivasse proprio da questi settori. Il mio punto è che non è necessario credere che una guerra commerciale sia imminente per vedere che i mercati degli asset americani sono sempre più rischiosi e ancora sopravvalutati. Se a questo aggiungiamo il deficit di fiducia creato da Trump, direi che lo scenario di un “giorno del giudizio” per il dollaro ha ancora spazio per svilupparsi.

Trump a gamba tesa sul voto canadese: “Sarete la 51esima stella”
Oggi il Paese sceglie il nuovo governo. Ribaltate le previsioni, l’attuale premier, il Liberal Carney è dato per favorito sul conservatore Poilievre
«Ho cambiato marca di dentifricio e biscotti, yogurt e shampoo e pure il tipo di mele. Non compro più nulla “Made in Usa”». Alla vigilia del voto Claire Tremblay, 62 anni, si aggira armata di lente d’ingrandimento fra gli scaffali di Farm Boy, il supermercato su Metcalfe Street, nel cuore di Ottawa, a meno di un chilometro dal Parlamento in stile neogotico che i canadesi oggi sono chiamati a rinnovare. Gira la confezione di cosce di pollo e legge con attenzione l’etichetta: «Non lo avevo mai fatto prima dell’annuncio dei dazi che Trump ci ha imposto e delle sue parole sul Canada come 51esima stella». Concetto che il presidente Usa è tornato a ribadire nelle ultime ore, a urne aperte.
Nel supermercato non è la sola. Il boicottaggio partito a febbraio s’è ormai trasformato nel movimento “Buy canadian”, compra canadese, cui negozianti e supermercati partecipano indicando alternative locali applicando adesivi con la foglia d’acero ai prodotti. Molti hanno rimosso gli alcolici statunitensi. Gli utenti cancellano gli abbonamenti a Netflix e Amazon Prime e le vacanze in America. Mentre le minacce ribadite da Trump pure due giorni fa hanno provocato un nuovo scatto d’orgoglio: lo vedi dalle bandiere bianche e rosse, appese a ogni finestra. «Nessun presidente americano ci aveva mai parlato così. Siamo sempre stati alleati, mai competitor. Abbiamo fondato insieme la Nato, creato il G7. Abbiamo economie connesse, ogni nostro processo manifatturiero è legato a uno statunitense. Per decenni siamo stati fieri di avere il più grande confine non difeso al mondo. Proviamo un profondo senso di tradimento. Siamo offesi», spiega Greg Fergus, presidente uscente della Camera a caccia di quinto mandato fra le fila Liberal, incontrandoci nel quartier generale di Aylmer, fra i volontari affaccendati al telefono.
Qui l’ombra di Donald Trump non pesa solo sul carrello della spesa. Lo scorso 23 marzo le minacce hanno convinto il neo-premier Mark Carney, che aveva sostituito il dimissionario Justin Trudeau solo 9 giorni prima, ad anticipare le legislative previste a ottobre: «Uomo giusto al momento giusto, si è accorto di quanto gli affondi di Trump stessero cambiando gli umori degli elettori» dice lo Speaker. Nell’ultimo anno, in cima ai sondaggi c’era infatti sempre stato il bellicoso leader conservatore Pierre Poilievre: a gennaio in vantaggio addirittura di 24 punti grazie ai duri attacchi contro Trudeau, cui imputava il crescente costo della vita e degli alloggi, l’eccessiva immigrazione, la controversa tassa sulle emissioni. Poi, le dimissioni del Liberal per 10 anni alla guida del Paese, la sostituzione in corsa con Carney — ex governatore della banca del Canada che ha traghettato pure quella d’Inghilterra in piena Brexit — e le provocazioni di The Donald hanno cambiato le cose. Mettendo in difficoltà i conservatori la cui retorica era tragicamente simile a quella trumpiana su temi come immigrazione e sicurezza.
In breve, il vantaggio di Poilievre è evaporato. Gli indecisi gli hanno voltato le spalle, e l’ultimo sondaggio dà ora i Liberal in (lieve) vantaggio, 42 contro il 38,5 dei conservatori. «Fino a poche settimana fa la gente pensava a inflazione e costo della vita. Oggi s’interroga sulla futura esistenza del Paese» riflette il politologo André Lecours incontrandoci in un’aula al settimo piano della facoltà di Scienze Politiche della Ottawa University: «Trump ha fatto l’impossibile, trasformando un contesto ostile al partito di governo in uno in cui i Liberal aspirano alla maggioranza assoluta. Pure gli elettori dei partiti minori sembrano pronti a puntare su un unico candidato forte. La rivoluzione populista ha perso appeal: si cerca un leader capace di parlare la lingua economica che Trump comprende».
In un Paese dove il premier non è scelto dal popolo, il voto si è dunque trasformato in una sorta di referendum su quale dei due leader saprà meglio condurre la trattativa futura. I loro stili sono d’altronde opposti, come i cartelli rosso-Liberal e blu-conservatori che si fronteggiano al crocevia fra Hope Side e Old Richmond Road, confine fra il distretto industriale di Nepean, tutto capannoni e case a schiera, dove Carney (che abita in un’area lussuosa) sfida la poliziotta Barbara Bal. E il rurale Carleton, dove Poilievre vive e ha già vinto sette volte. Ma ora fronteggia Bruce Fanjoy, dotato di volontari molto ben organizzati.
Certo, nonostante un curriculum di tutto rispetto, Carney è politico di primo pelo, e l’inesperienza s’è vista nelle risposte rigide e complesse ai dibattiti. Capace però di trasformare una metafora sportiva in slogan condiviso: «Elbow up», in alto i gomiti, in onore della tecnica di difesa aggressiva del campione di hockey Gordie Howe. Poilievre, non ha invece reagito con tempismo al cambiamento: continuando a battere sul «decennio liberal perduto» fino a farsi rispondere da Careny: «Io non sono Trudeau». Incapace di prendere nettamente le distanze da Trump, ha finito per scatenare a polemiche all’interno del suo stesso partito: accusato di riservare attacchi più feroci ai progressisti che alla Casa Bianca.
Negli ultimi giorni ha aggiustato il tiro. Ma pure Carney ha preso iniziative centriste su tagli fiscali, ambiente e immigrazione. Alla fine, i toni dei due si somigliano: «Datemi un mandato forte per affrontare Trump e costruire la nuova economia canadese. Abbiamo bisogno di un grande cambiamento», ha ripetuto il Liberal ieri chiudendo la campagna. «Insisterò affinché Trump riconosca la nostra sovranità e smetta di imporci dazi»», gli ha fatto eco il conservatore. Finirà che più d’un elettore si porterà la lente d’ingrandimento nell’urna.

Canada al voto, il favorito Carney: «Noi non saremo mai uno Stato Usa»
L’economista in grigio e già premier ha convinto il Paese anche grazie al «fattore Trump»
La fila si muove lenta e paziente, fuori dal Fanshawe College di London, cittadina nel cuore della Motor Valley canadese. Paziente come sanno essere i suoi abitanti, anche quando le cose si mettono male e l’ansia attanaglia perfino i politici. Qualcuno sventola i cartelli con la scritta: «Never 51st» (si legge: «Non saremo mai il 51esimo stato Usa»). Dentro, oscilla una marea di teste grigie e bianche, il popolo senior che vota Liberal. Il Partito che a gennaio pareva ormai agonizzante, spinto alla catastrofe da un Trudeau invecchiato e sempre meno amato, è oggi risorto dalle ceneri grazie al nuovo condottiero Mark Carney, un ex banchiere e business executive di 60 anni, mai eletto a una carica politica. La quintessenza dell’uomo in grigio, lontano anni luce dal glamour che fece trionfare Trudeau nel 2015. Unico guizzo noto: un tempo giocava a hockey. Eppure l’economista serio e noioso è riuscito a convincere i canadesi che solo lui ( forse) potrà domare il capriccioso Trump.
«Mark è infaticabile, calmo, sempre pronto alle sfide», lo presenta la moglie. Lui, poco carismatico ma convincente, prosegue: «Trump non è solo una minaccia economica ma esistenziale. Sta cercando di distruggerci. Vuole le nostre risorse, la nostra acqua, la nostra terra, il Paese. È una tragedia».
Poi, la stoccata al rivale, che continua a paragonarlo a Trudeau e piace di più ai giovani. «Io non sono un politico di carriera, so negoziare. Poilievre non ha alcun piano per affrontare Trump». D’altronde, solo tre giorni fa Carney ha ammesso che nell’unica telefonata con la Casa Bianca, a marzo, il presidente Usa ha ribadito che il Canada dovrebbe diventare il 51esimo stato Usa.
Se l’ex guru della finanza globale è superfavorito dai bookmakers nel duello con Poilievre deve ringraziare «il fattore Trump». Il Partito liberale è andato sul sicuro per vincere il logorio del potere, scegliendo alle plenarie di marzo un economista, maschio, bianco, con ottimi agganci a Wall Street. Carney ha fama di essere un abile negoziatore, in grado di difendere l’export canadese (l’80% va verso gli Usa) e ha spostato il partito verso il centro, rottamando la carbon tax, la più importante iniziativa ambientale di Trudeau. Ha confermato i contro-dazi agli Usa e ha subito visitato Londra e Parigi, non Washington. Dietro la massiccia svendita di Bot del Tesoro americano sui mercati globali, che hanno spinto Trump a una frettolosa retromarcia su alcune misure, ci sarebbe proprio la sua mano. Il tallone d’Achille è Pechino, con cui Carney ha avuto spesso a che fare in qualità di dirigente della Brookfield Asset Management, colosso con importanti investimenti in Cina.
Ma i canadesi sembrano pronti a perdonargli il passato da mastino della finanza purché li porti fuori dalla burrasca. Come fece da capo della Banca centrale durante la crisi del 2008. O come quando timonò la Banca d’Inghilterra, primo straniero della storia, nella tempesta della Brexit. Più complessa la posizione del filosofo Alain Denault, professore all’università di Moncton e autore di La Mediocrazia. «Tutto ciò contro cui combattevamo ieri, il neoliberalismo, le grandi banche e le multinazionali sono oggi diventati alleati, parte della resistenza all’incompetenza e al narcisismo di Trump. Non critichiamo più un banchiere coinvolto nei paradisi fiscali, lo sosteniamo perché protegga le nostre conquiste sociali», spiega al Corriere. «Sul breve periodo sarà un sollievo se Carney batterà Poilievre, ma in prospettiva perderemo una dialettica politica fondamentale. Dalla sinistra all’estrema destra del neoliberalismo voteremo tutti la stessa cosa».

Kiev: “Se Putin vuole pace, tregua sia immediata e di 1 mese”
Il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiga ha commentato su X la dichiarazione unilaterale da parte di Putin di una tregua di tre giorni dall’8 maggio. “Se la Russia vuole davvero la pace, dovrebbe cessare immediatamente il fuoco. Perché aspettare fino all’8 maggio? Se la guerra potesse essere fermata ora e la tregua mantenuta per 30 giorni, sarebbe un vero passo avanti, non solo un gesto per una parata”.
LAVROV
Da Kyiv Post
La Russia ha ufficialmente esposto le sue condizioni per porre fine alla guerra, presentando un elenco che richiederebbe all’Ucraina di rinunciare ad elementi chiave della propria sovranità.
Secondo il ministro degli Esteri Lavrov, i termini della “pace” includono:
Riconoscimento internazionale ufficiale della Crimea, di Sebastopoli, della cosiddetta DPR, LPR nonché di Kherson e Zaporizhia come territori russi.
Revoca del divieto imposto all’Ucraina di negoziare direttamente con la Russia.
Il rifiuto formale dell’Ucraina di aderire alla NATO e la conferma del suo status di paese non allineato e neutrale.
Demilitarizzazione completa e cosiddetta “denazificazione” dell’Ucraina.
Rimozione di tutte le sanzioni contro la Russia e restituzione dei beni russi congelati.
Abrogazione delle leggi ucraine che limitano l’uso della lingua russa, della cultura russa e della Chiesa ortodossa russa.

UCRAINA, CHE FARE? LA VIA PER ARRIVARE A UNA TREGUA È STRETTISSIMA: TRUMP DEVE TROVARE UN ACCORDO CHE PERMETTA SIA A PUTIN CHE A ZELENSKY DI NON PERDERE LA FACCIA – SI PARTE DALLA CESSIONE DELLA CRIMEA ALLA RUSSIA: SAREBBE UNO SMACCO TROPPO GRANDE PER ZELENSKY, CHE HA SEMPRE DIFESO L’INTEGRITÀ TERRITORIALE UCRAINA. TRA LE IPOTESI IN CAMPO C’E’ QUELLA DI ORGANIZZARE UN NUOVO REFERENDUM POPOLARE NELLE ZONE OCCUPATE PER “LEGITTIMARE” LO SCIPPO DI SOVRANITA’ – MA SAREBBE UNA VITTORIA TOTALE DI PUTIN, CHE OTTERREBBE TUTTO QUEL CHE CHIEDE SENZA CONCEDERE NIENTE…
DAGOREPORT
La strada stretta per arrivare a una tregua in Ucraina passa attraverso il difficilissimo tentativo di trovare un accordo che permetta sia a Putin che a Zelensky di non perdere la faccia.
La cessione della Crimea alla Russia, ipotesi che Trump caldeggia da qualche settimana, sarebbe uno smacco troppo grande per Zelensky, che ha sempre definito l’integrità territoriale ucraina, compresa la penisola sul mar Nero, una linea rossa invalicabile.
Per questo, è difficile immaginare che l’eventuale riconoscimento americano della Crimea possa arrivare con la forza. Servirà un escamotage. L’ipotesi a cui gli sherpa starebbero lavorando è quella di organizzare un nuovo referendum popolare, questa volta riconosciuto dalla comunità internazionale, nelle zone occupate dall’esercito russo (Crimea, Donetsk, Lugansk e parti delle regioni di Kherson e Zaporizhzhia).
Il voto, è questa l’idea, potrebbe sancire una transizione “morbida”, dunque non imposta a Zelensky dall’arroganza russa e dalla faciloneria americana, accompagnata da una messa in scena, spesso usata in politica internazionale: una prova di autodeterminazione delle comunità locali che eviti un brutale “scippo” di sovranità.
Zelensky, al netto delle ipotetiche concessioni territoriali, pretende una garanzia di sicurezza dalle truppe anglo-francesi, con una salvaguardia americana sul piano logistico e di intelligence.
Putin, invece, chiede la revoca delle sanzioni alla Russia, la riapertura degli scambi commerciali con l’Occidente, e lo sblocco dei 300 miliardi di asset russi congelati in Europa, tema questo che pone a cascata un’altra annosa questione: se non con i patrimoni degli oligarchi sequestrati, come si finanzierà la ricostruzione post-bellica dell’Ucraina?

I BRICS LAVORANO AD UN FRONTE COMUNE CONTRO I DAZI DI TRUMP
(ANSA) – Al via a Rio de Janeiro l’incontro dei ministri degli Esteri dei Brics, in una due giorni di lavori in cui i capi delle diplomazie degli undici Paesi membri, tra cui Russia, Cina, Brasile e India, cercheranno di costruire un fronte comune di fronte alle politiche dei dazi del presidente Usa, Donald Trump.
Nel corso della riunione, che arriva in un momento critico per l’economia mondiale, dopo che il Fondo Monetario Internazionale ha tagliato le previsioni di crescita proprio per l’impatto delle politiche commerciali Usa, i cancellieri affronteranno le questioni geopolitiche riaffermando la difesa del multilateralismo, mentre presidenza brasiliana insisterà sulla lotta ai mutamenti climatici e più in particolare al nuovo fondo Amazzonia per sempre, con un focus sugli investimenti da parte dei Paesi più ricchi.
Il vertice si apre alle 11,15 (ora locale, le 16,15) con una sessione sul ruolo del Brics nell’affrontare le crisi globali e le soluzioni per raggiungere pace e sicurezza. A fare gli onori di casa è il ministro degli Esteri brasiliano, Mauro Vieira. L’incontro prelude al summit dei leader del 6 e 7 luglio, che si terrà sempre nella città carioca.

IL TENTATIVO DI TRUMP DI SOVVERTIRE L’ORDINE GLOBALE È GIÀ FALLITO – “THE DONALD” STA METTENDO IN ATTO UNA RITIRATA DISORDINATA: STA FACENDO COMPROMESSI OVUNQUE E, CON LA PERCEZIONE DI UN’AMMINISTRAZIONE AMERICANA IN FUGA, NESSUNO HA PIÙ FRETTA DI CHIUDERE UN ACCORDO COMMERCIALE CON GLI STATI UNITI DOPO LA MINACCIA DEI DAZI – LA SCHIZOFRENICA POLITICA DI TRUMP, CAPACE DI CAMBIARE OPINIONE PIÙ VOLTE SULLO STESSO ARGOMENTO, HA SOLO SCOSSO I MERCATI: NEI PRIMI 100 GIORNI LE AZIONI HANNO SOLO SUBITO DANNI E…


Sembra improbabile che il presidente Donald Trump abbia letto molto Lenin, ma se lo avesse fatto, avrebbe potuto imbattersi nella seguente osservazione: ci vogliono degli organizzatori per fare una rivoluzione.
Tra brusche sterzate, politiche improvvisate e comunicazione confusa ed esasperata è stata un’altra settimana di caos a Washington.
Se qualcuno sa cosa diavolo stia cercando di ottenere gli Stati Uniti sul commercio — e su molto altro — mi piacerebbe saperlo, perché, essendo venuto nella capitale americana sperando di ottenere qualche intuizione, sono rimasto altrettanto confuso.
Quello che ora appare sempre più evidente, però, è che Trump è in una ritirata disordinata; sta facendo compromessi ovunque, tanto che, se il piano era quello di sovvertire l’ordine globale stabilito, si può quasi sicuramente affermare che, al di là della retorica, sia già tutto finito.
La mancanza totale di professionalità e organizzazione ha caratterizzato questo sforzo fin dall’inizio, e ora sta crollando a pezzi. Percependo un’amministrazione in fuga, nessuno ha più fretta di concludere un accordo commerciale con gli Stati Uniti. Dal Regno Unito al Canada e oltre, ottenere l’accordo giusto piuttosto che uno rapido è diventato il nuovo mantra.
Nel frattempo, Trump ha trasformato sé stesso — e gli Stati Uniti — in uno zimbello internazionale, senza contare i danni che l’incertezza politica sta arrecando all’economia globale. Si potrebbe perdonare chi pensa che il caos sia diventato l’obiettivo stesso della politica.
Costretta a fare marcia indietro ripetutamente su richieste e ambizioni, la Casa Bianca appare goffa e ridicola.
Trump deve mostrare una sorta di “vittoria”, quindi senza dubbio qualcosa che possa sembrare tale sarà alla fine estratta dal caos, ma sarà qualcosa di puramente simbolico.
Ci sono stati due ritiri particolarmente significativi: primo, la sospensione dei dazi “reciproci” di fronte a un possibile crollo catastrofico dei mercati, e secondo, il tentativo — rapidamente abbandonato — di licenziare il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, quando i mercati sono andati nel panico.
[…]
In ogni caso, il prossimo vertice dei leader del G7 in Canada, previsto tra sei settimane, è visto come una possibile occasione per formare una “coalizione dei volenterosi” contro il bullismo di Trump.
Il grande inchino di Keir Starmer a Trump, nella speranza di un accordo rapido da “primo arrivato”, è stato praticamente abbandonato in favore di un approccio più deciso. Rachel Reeves, la cancelliera, ha finalmente avuto il coraggio di affermare l’ovvio: che una migliore relazione commerciale con l’Europa è più importante di quella con gli Stati Uniti.
Prendendo in prestito dal vocabolario di Trump, la Cina ha nel frattempo respinto come “fake news” le affermazioni secondo cui sarebbe vicina a un accordo con Washington, chiedendo agli Stati Uniti di annullare tutti i dazi unilaterali se vogliono negoziare.
Tutti i segnali indicano che gli Stati Uniti si stanno preparando ad allentare i dazi contro la Cina, con prove crescenti di gravi disagi nelle catene di approvvigionamento americane.
“Le guerre commerciali sono buone e facili da vincere”, aveva detto una volta Trump; nella pratica, si stanno rivelando né buone né facili.
Secondo Anthony Scaramucci, ex (e breve) direttore delle comunicazioni di Trump, il modo corretto di interpretarlo è prenderlo sul serio ma non alla lettera. Ora stiamo imparando che dovrebbe essere il contrario: prenderlo alla lettera, ma non sul serio.
Le sue posizioni politiche cambiano con tale frequenza — spesso in modo drammatico — che è impossibile sapere cosa sia reale e cosa no. […] Sarebbe bello pensare che domani potremmo svegliarci e scoprire che è stato tutto un brutto sogno, ma purtroppo non è un incubo: la confusione sconcertante è del tutto reale.
Solo nell’ultima settimana, gli Stati Uniti sono passati dal minacciare dazi reciproci per isolare la Cina, a essere “gentili” con la Cina, a ridurre “sostanzialmente” i dazi imposti, e poi di nuovo a prevedere poche possibilità di un accordo imminente.
Questi cambiamenti sono stati inoltre annunciati in modi molto discutibili, facendo oscillare i mercati e suscitando sospetti di operazioni speculative.
Il picco di attività di trading originato da una riunione privata di JP Morgan con Scott Bessent, il segretario al tesoro americano, è stato così evidente che si poteva vedere fino a Marte.
Durante l’incontro, si dice che Bessent abbia detto agli hedge fund presenti che si aspettava una de-escalation dei dazi con la Cina, definendo insostenibile l’attuale situazione di stallo.
Dovremmo essere grati, suppongo, che dopo intense pressioni da parte dei maggiori esponenti di Wall Street e Main Street, Trump sembri aver ascoltato la voce della ragione, facendo marcia indietro su alcune delle sue posizioni più estreme.
Ma è nauseante pensare ai profitti realizzati da amici e insider grazie a questi cambiamenti repentini della politica. La situazione richiederebbe un’indagine completa del Congresso e della SEC (Securities and Exchange Commission), ma entrambe sono talmente piegate, intimorite e piene di lealisti trumpiani che è improbabile che ciò avvenga.
Nessuno sembra preoccuparsi, per quanto scandaloso possa sembrare dall’esterno. Nel frattempo, l’incertezza grava come una nube su tutte le attività economiche, mentre aziende e consumatori rimangono in attesa, pronti a qualsiasi nuova sorpresa.
La grande forza moderatrice è Scott Bessent, che è emerso come una voce solida di ragione in un gabinetto di opportunisti e squilibrati. Lentamente ma inesorabilmente, il suo consiglio sembra prevalere. Ma finché Peter Navarro — consigliere senior per il commercio e la manifattura, e uno degli artefici delle guerre commerciali — rimarrà in carica, sarà difficile prendere Trump sul serio.
Non che ci siano molte possibilità che Navarro venga licenziato. Descritto da Elon Musk come “più stupido di un sacco di mattoni”, Navarro è considerato da Trump come un membro della famiglia, un lealista di tale devozione che si è persino detto disposto a finire in prigione pur di non testimoniare contro Trump riguardo agli attacchi a Capitol Hill del gennaio 2021.

Donald Trump aveva promesso agli americani un “boom senza precedenti” se fosse stato eletto presidente. Ma, basandosi sull’andamento del mercato azionario nei suoi primi 100 giorni in carica, dipende da cosa si intende per “boom”.
L’azione è stata certamente esplosiva — solo non nel modo che gli investitori speravano. Entro il 30 aprile, Trump avrà completato i suoi primi 100 giorni alla Casa Bianca. Nonostante il rally della scorsa settimana, l’indice S&P 500 è sceso di circa l’8% dall’insediamento di Trump ed è sulla buona strada per registrare la peggiore performance nei primi 100 giorni di un presidente dal 1974, quando Gerald Ford succedette a Richard Nixon dopo le sue dimissioni.
È stata una brusca inversione di rotta che pochi a Wall Street avevano previsto, dopo due anni consecutivi di guadagni superiori al 20% e con l’aspettativa di un’agenda favorevole alla crescita. Invece, i mercati hanno oscillato selvaggiamente mentre Trump imponeva dazi praticamente su ogni Paese in cui operano aziende statunitensi — per poi sospenderne alcuni, fare eccezioni per certi settori e intensificare la guerra commerciale con la Cina.
I disordini, combinati con la spinta aggressiva dell’amministrazione per deportare lavoratori senza documenti e con il licenziamento di massa di dipendenti federali, hanno inquietato gli investitori, portando l’S&P 500 alla sua settima correzione più rapida dal 1929.
[…]
L’S&P 500 ha perso oltre il 10% in due sessioni all’inizio del mese, dopo che Trump ha imposto i dazi più pesanti da un secolo il 2 aprile. Una settimana dopo, l’indice è risalito quando l’amministrazione ha fatto marcia indietro, rinviando la maggior parte dei dazi di 90 giorni. Da allora i titoli sono rimbalzati su e giù, senza una direzione chiara. Lunedì mattina i future sull’S&P 500 erano in calo dello 0,1%, mentre i trader valutavano gli ultimi sviluppi sulle tariffe.
E Wall Street si prepara ad altri colpi. Gli speculatori hanno ampliato la loro posizione netta corta sui future dell’S&P 500 ai massimi da dicembre, secondo gli ultimi dati CFTC pubblicati venerdì.
I cali azionari dall’inaugurazione di Trump il 20 gennaio sono stati guidati dai settori beni di consumo discrezionali e tecnologia dell’informazione, con aziende come Deckers Outdoor Corp., Teradyne Inc. e Albemarle Corp. tra i maggiori perdenti. Anche Tesla Inc. di Elon Musk, United Airlines Holdings Inc., Delta Air Lines Inc. e Norwegian Cruise Line Holdings Ltd. hanno registrato performance negative.
I produttori di beni di consumo e l’industria dei semiconduttori stanno affrontando rischi di costi più alti per via dei nuovi dazi, mentre le compagnie di viaggio rischiano una diminuzione della domanda se i consumatori ridurranno le spese a fronte di una possibile crisi economica.







