
L’isolazionismo perde una battaglia, per ora

Non tutte le gaffe vengono per nuocere, dice Federico Rampini. L’ultima vicenda che ha coinvolto i vertici dell’amministrazione Trump ha rivelato un dibattito interno sulla politica estera americana, offrendo uno sguardo inedito sulle dinamiche decisionali della superpotenza. Durante una discussione strategica tra alti funzionari, tra cui il vicepresidente Jerry Vance e il ministro della Difesa, è stato incluso per errore un giornalista in una chat su un’app di messaggistica non sicura, Signal. Questa leggerezza ha permesso di conoscere il tenore del dibattito, che verteva sulla necessità di bombardare gli Houthi, la milizia filo-iraniana che controlla parte dello Yemen e che attacca navi mercantili nel Mar Rosso.
Vance ha espresso forti riserve sull’intervento, sottolineando che nel Mar Rosso transitano poche navi americane, rendendo l’area di scarso interesse vitale per gli Stati Uniti. Al contrario, ha evidenziato che il 40% del traffico commerciale marittimo europeo passa attraverso quella rotta, suggerendo che un intervento militare sarebbe principalmente a vantaggio degli alleati europei. Questo, secondo Vance, contraddirebbe la linea isolazionista di Trump, che mira a ridurre l’impegno americano in operazioni costose a beneficio di altri Paesi.
Nonostante le obiezioni di Vance, gli attacchi contro gli Houthi sono stati comunque autorizzati, segnando una vittoria per chi sostiene un ruolo globale degli Stati Uniti nel mondo. Questo episodio ha messo in luce le tensioni tra le diverse anime dell’amministrazione: da un lato, gli isolazionisti come Vance, dall’altro, coloro che vedono ancora l’America come garante della sicurezza globale. La gaffe, quindi, ha offerto una rara finestra sulle divisioni strategiche ai vertici del potere americano, dimostrando che il dibattito sulla politica estera è più vivo che mai.

Quel che sta accadendo sui mercati è un riequilibrio strutturale legato a ragioni più antiche e più profonde: l’America aveva conquistato un peso esagerato e anche il peso di Big Tech era a sua volta spropositato
È in corso un’uscita di capitali dai mercati finanziari americani, che si dirigono verso altri investimenti: in Europa e non solo. Questo è uno dei fattori che spiegano la discesa congiunta delle Borse Usa e del dollaro, in corso da diverse settimane e sia pure con qualche interruzione come il rialzo di ieri. Accade perché gli investitori bocciano la politica di Trump? La tentazione di attribuire ai mercati un ruolo di arbitro politico è fortissima, irresistibile (soprattutto se possiamo attribuire alle Borse il nostro giudizio personale e le nostre preferenze politiche). Però è quasi sempre fuorviante. Anche stavolta.
Quel che sta accadendo sui mercati è in realtà un riequilibrio strutturale legato ad altre ragioni, più antiche e più profonde. Primo: l’America aveva conquistato un peso esagerato, troppo preponderante, nei portafogli di tutti gli investitori del pianeta. Secondo: all’interno delle Borse Usa il peso di Big Tech era a sua volta spropositato. A riprova della febbre speculativa basti ricordare che l’insieme delle azioni Usa (indice Msci) nel 2023-2024 era salito del 54% contro il 17% per tutto il resto del mondo, misurato in dollari (questo confronto subisce il duplice impatto dei rialzi azionari e della sopravvalutazione della moneta americana).
Trump sicuramente innervosisce e spaventa, ma la sua azione è solo un pretesto, il catalizzatore per innescare degli aggiustamenti che erano «long overdue»: maturi da tempo. Alla fine, potrebbe uscirne un assetto un po’ meno squilibrato della finanza mondiale. E l’Europa potrebbe essere la prima a beneficiarne.
Per mettere le cose nella giusta prospettiva, bastano pochi numeri per riassumere la «dittatura dell’America» in campo finanziario. Li estraggo da una analisi pubblicata sul Financial Times da Ruchir Sharma, del fondo d’investimento Rockefeller International. Sappiamo che l’America ha l’economia più ricca del pianeta, il suo declino tante volte annunciato non si è mai verificato, il suo Pil rimane il numero uno: vale quasi il 30% di quello mondiale. Però se si guarda alla ricchezza mondiale investita in titoli americani (bond e azioni), qui siamo ben oltre il 60% del totale. È inaudito, e anomalo: da decenni e nonostante sia incappata in crisi serie (per esempio quella del 2008) l’economia americana ispira così tanta fiducia, che attira dal resto del mondo più del doppio dei capitali rispetto al suo peso effettivo misurato dal Pil.
Questo plebiscito a favore dell’economia americana (evocato pure dal Rapporto Draghi) ha fatto sì che il dollaro, anche dopo gli ultimi cali, sia ai massimi storici del suo valore reale dagli anni Settanta del secolo scorso. In quanto alle azioni, proprio perché le aziende Usa ispirano una fiducia soverchiante in tutto il resto del pianeta, sono sopravvalutate: a parità di condizioni dei bilanci aziendali, le società Usa valgono il 50% in più delle loro «gemelle» di tutti gli altri paesi del mondo. E quando si parla della caduta recente delle Borse, pure questa va situata nel giusto contesto: dopo gli ultimi cali l’indice azionario Standard&Poor’s 500 rimane tuttora sopravvalutato del 25% rispetto alla sua media (ascendente) degli ultimi 150 anni.
La verità era nota da tempo a tutti i gestori di fondi e asset management del pianeta: dai cinesi agli arabi, da Tokyo a Singapore, da Zurigo a Francoforte, da Londra a Milano, tutti avevano fatto incetta di titoli Usa al punto da avere dei portafogli «americano-centrici», squilibrati in modo estremo a favore degli Stati Uniti. E all’interno dell’America lo stesso squilibrio si riproduceva a favore di sette sorelle BigTech. Tutto questo era squilibrato, malsano, e come tale non poteva durare all’infinito. Anche ammesso che l’economia americana continui ad avere delle buone performance in futuro, questo non giustifica il fatto che nelle scelte degli investitori esista quasi solo lei, e tutto il resto del mondo sia ridotto a una miniatura.
Tornando a Trump: sta facendo un gran caos, ma la sua comparsa non è la causa fondamentale di quanto sta avvenendo sui mercati. Un riequilibrio era doveroso da tempo, l’Europa può aspirare anch’essa a occupare il suo «posto al sole», e la rinascita di una locomotiva-Germania può accelerare questo aggiustamento nei portafogli degli investitori.
Sulla questione specifica del «dominio di Big Tech all’interno del dominio americano», altro tema che era maturo molto prima dell’arrivo di Trump, lascio la parola a un esperto di Bloomberg, Nir Kaissar, di cui vi suggerisco questa analisi:

«Il mercato azionario statunitense è in tensione. La recente correzione del 10% dell’S&P 500 ha preoccupato gli investitori, sebbene un ambiente politico altamente incerto e un mercato insolitamente concentrato rendano difficile capire cosa stia davvero spaventando gli investitori. Due punti critici emergono, uno evidente e l’altro più difficile da individuare. Il primo, ovvio, è il diluvio di dichiarazioni della Casa Bianca, alcune delle quali influenzano direttamente le aziende, in particolare quelle legate alla politica commerciale. Il clima economico è diventato così teso che persino i dirigenti d’azienda, solitamente apolitici, stanno iniziando a lamentarsi dell’agenda economica dell’Amministrazione. L’altra vulnerabilità è la forte dipendenza dell’S&P 500 dai “Magnifici Sette”, i colossi tecnologici che rappresentano quasi un terzo dell’indice. Così come la loro straordinaria crescita ha sostenuto il mercato per anni, un rallentamento potrebbe trascinarlo verso il basso. Tuttavia, le due minacce probabilmente si manifesteranno in modi diversi. Una guerra commerciale colpirebbe in modo sproporzionato i settori più esposti ai dazi, come energia, industria, materiali e beni di consumo. Un rallentamento nel settore Big Tech, invece, avrebbe un impatto diretto sui Magnifici Sette: Apple Inc., Microsoft Corp., Nvidia Corp., Amazon.com Inc., Alphabet Inc., Meta Platforms Inc. e Tesla Inc. Consideriamo ora quanto accaduto nella recente svendita del mercato: tutte e sette le aziende hanno registrato ribassi, con un calo mediano del 14,4%. Le perdite di questo gruppo hanno contribuito a quasi metà del declino complessivo dell’S&P 500. Il resto dell’indice, invece, ha mostrato una tenuta maggiore. Circa un quarto delle azioni dell’S&P 500 ha registrato guadagni in quel periodo, con un calo mediano del 6,6% escludendo i Magnifici Sette. Inoltre, le vendite non si sono concentrate solo sulle aziende più esposte ai dazi. Settori come industria e beni di consumo hanno visto tra i vincitori aziende come Ford Motor Co. e il rivenditore di generi alimentari Kroger Co. Al contrario, il settore tecnologico, tra quelli meno vulnerabili ai dazi, ha subito un duro colpo. Osservando più da vicino, la recente ondata di vendite sembra più una resa dei conti con il futuro del Big Tech che un panico per i dazi. Guardando solo al calo complessivo dell’S&P 500, questa tendenza non è subito evidente, poiché gran parte della variazione è guidata da sette titoli che oscurano il resto del mercato, in particolare le 200-300 aziende più piccole per capitalizzazione. L’attenzione sui Magnifici Sette potrebbe essere parte di un riconoscimento più ampio che l’economia sta rallentando e l’inflazione rimane ostinatamente sopra l’obiettivo del 2% della Federal Reserve, come riconosciuto dal suo presidente Jerome Powell mercoledì scorso. Non è che Big Tech sia particolarmente vulnerabile a un rallentamento economico — al contrario, le sue dimensioni lo rendono più resistente. Tuttavia, i Magnifici Sette hanno registrato tassi di crescita straordinariamente alti per anni. Anche solo un rallentamento verso tassi di crescita più normali rappresenterebbe un significativo arretramento. Sarebbe anche una cattiva notizia per l’S&P 500, probabilmente più di qualsiasi evento politico a Washington. Questo perché Big Tech ha alimentato la maggior parte dei guadagni del mercato nell’ultimo decennio. L’indice Bloomberg Magnificent Seven è aumentato del 36% annuo da giugno 2015 fino a febbraio, escludendo i dividendi, un valore multiplo rispetto al rendimento medio a lungo termine del mercato, che si aggira intorno al 6% annuo dal 1928. Senza i Magnifici Sette, il rendimento dell’S&P 500 dal 2015 scenderebbe a un modesto 5% annuo. L’ascesa dei Magnifici Sette non può essere attribuita a una bolla speculativa come quella che aveva gonfiato i titoli Internet negli anni ’90 o i cosiddetti “Nifty Fifty” negli anni ’60. Il successo del Big Tech è stato trainato da una delle più spettacolari crescite degli utili mai registrate. Gli utili per azione dell’indice Magnificent Seven sono cresciuti del 37% annuo dal 2015, più di cinque volte il tasso di crescita annuo degli utili dell’S&P 500 dagli anni ’50. Il resto del mercato non è rimasto indietro — ha registrato una crescita degli utili dell’8% annuo nello stesso periodo — ma è stato eclissato dalla crescita straordinaria del Big Tech. Poiché la crescita degli utili aveva spinto al rialzo le azioni dei Magnifici Sette, è ragionevole supporre che gli utili siano anche alla base dei recenti ribassi, questa volta guidati da aspettative di crescita inferiori. Questo scenario è supportato dalle valutazioni del gruppo, che non sono a buon mercato ma, ad eccezione di Tesla, nemmeno eccessivamente elevate. Alphabet scambia a 17 volte gli utili attesi nei prossimi 12 mesi, Meta a 22 volte e gli altri a livelli intorno a 25 volte, non molto più alti rispetto al resto dell’S&P 500, che scambia intorno a 20 volte gli utili medi del gruppo. Se il mercato continuerà a concentrarsi sui Magnifici Sette, l’S&P 500 potrebbe subire ulteriori ribassi, anche se molte altre azioni dell’indice saliranno. In tal caso, le flessioni dell’indice potrebbero coincidere con eventi politici a Washington, ma senza che questi ultimi siano la causa principale. Potrebbe anche verificarsi il contrario: se una guerra commerciale si intensificasse, le aziende più piccole, con minor potere di trasferire i costi ai consumatori, potrebbero subire il colpo maggiore, mentre Big Tech ne uscirebbe relativamente indenne. Una cosa è certa: un mercato dominato da sette titoli è un pessimo indicatore della salute generale delle azioni».


