«Ora indosso la tuta solo quando lavoro in fabbrica con gli operai»
Hicham Barida è il patron di Barida International, secondo produttore al mondo di macchine per l’imbottigliamenti dei vini «metodo classico»
Christian Benna per

«Per diventare imprenditore non servono tante lauree, ma coraggio, correttezza e molta umiltà. Ho imparato che il vero valore aggiunto è saper togliersi la camicia da industriale per poi indossare la tuta e tornare a lavorare insieme agli operai». Hicham Barida, patron di Barida International, diventato in pochi anni il secondo produttore al mondo di macchine per l’imbottigliamenti dei vini « metodo classico», da ragazzino faceva 8 chilometri di bicicletta per andare ad allenarsi nei campo del Fus Rabat. Esordio a 13 anni nella serie A marocchina, una presenza della nazionale Under 21. E il sogno di diventare un mediano di talento come il milanista Frank Rijkaard.
«Ero abbastanza forte ma molto ignorante. Ho imparato tutto quando sono arrivato appena ventenne in Italia, a Canelli. A forza di sgobbare ho capito che se volevo una vita migliore dovevo correre, ma non solo nei campi da calcio». Il costo del suo cartellino era troppo alto anche per le squadre della provincia. E ha dovuto rimboccarsi le maniche, nei campi agricoli e poi in fabbrica. «Ho avuto la fortuna di trovare un imprenditore come Pietro Poggio, un vero talent scout degli affari, che sponsorizzava la squadra del Canelli. Lavoravo in fabbrica e la domenica prendevo un bonus per ogni gol segnato. Ma lui, da buon piemontese, mi ha insegnato molto di più: a tenere i piedi per terra, a non sentirmi migliore degli operai solo perché guidavo un’auto costosa».


Con i primi risparmi Barida compra macchinari dal fratello del patron e in un garage avvia la sua attività. «Conto-terzista per le imprese del distretto della packaging valley astigiana». Il primo salto nel buio: un contratto da 200 mila euro per comprare una fresatrice. I debiti con le banche. La paura di non farcela. E quella «fame di sapere che deve guidare», secondo Barida, un vero imprenditore. «Nel mio garage le cose andavano bene. Servivo tutto l’indotto di Canelli, ma ho intuito per la prima volta che fare impresa è guardare oltre». In quei giorni decide di uscire dal mercato conto-terzi, che sarebbe crollato nei messi successivi, quando la crisi costringe tutti ad internalizzare la produzione, dedicandosi a qualcosa che nessuna faceva: macchine specializzate nel packaging dei vini spumanti. «Io non sapevo nulla di metodo classico, di Alta Langa. Vagamente sapevo che esisteva lo champagne. Nessuno se ne occupava, e non volevo mettermi a fare le stesse cose degli altri».
Vent’anni dopo Barida International è il secondo produttore mondiale di macchinari per spumanti e vini « metodo classico», 4 milioni di ricavi e 24 addetti. «Ci battono solo i francesi». Il più grande orgoglio? «La ditta americana che mi scrive: voglio i vostri prodotti perché sono italiani, vi preferisco ai francesi». Barida, che si sente italiano al 200%, «un vero piemontese ormai, perché qui tutti mi hanno aiutato a crescere» è molto attivo nella sua comunità: è stato presidente del Rotary club, fa parte di Atpica, l’associazione di imprese che punta sulla formazione dei giovani. «Mi arrabbio quando sento dire che i giovani non hanno voglia di lavorare. Non è vero: il problema è che non sono formati per il lavoro che serve alle imprese. A me è capitato di assumere un bracciante africano che ho trovato per strada e un 18 enne rifugiato politico dall’Iran. E certamente anche tanti ragazzi italiani. Ma ho dovuto formarli io».



Gli italiani non hanno più voglia di fare impresa? «Altra stupidaggine. Quando ho iniziato, 20 anni fa, era tutto più facile. Certo, ho fatto sacrifici ma non era una strada in salita. Mettersi in proprio oggi significa inoltrarsi in una selva di documenti e permessi, tra notai e avvocati. Io ad esempio potrei crescere ma è talmente complicato che preferisco restare il numero due del mio settore».


