Il Papa riaccende la lite sul fine vita
Il Papa: “È moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito proporzionalità delle cure”
Raffaello Binelli per
In un messaggio inviato ad un convegno sul “fine vita” promosso dalla Pontificia Accademia Papa Francesco tocca un tema che di sicuro farà discutere.
Per il pontefice è “moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito ‘proporzionalità delle cure'”. Su un tema così delicato, che tocca la vita di ciascuno di noi, il Papa invoca “un supplemento di saggezza”, e spiega che “oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”.
Negli anni passati si è acceso un vero e proprio scontro su alcuni casi che hanno scosso la coscienza del Paese. Pensiamo ad esempio a Piergiorgio Welby (2006) o a Eluana Englaro (2009). Nei loro confronti si è trattato di porre fine all’accanimento terapeutico o si è preticata, invece, una forma mascherata di eutanasia? La Chiesa ha sempre condannato chi pone fine volontariamente alla vita dell’uomo. Anche se sul tema dell’accanimento terapeutico la Chiesa è fermamente contraria. L’articolo 2278 del Catechismo recita: “L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente se ne ha competenza e capacità”.
E lo stesso dicasi per l’uso degli antidolorifici, per alleviare le profonde sofferenze in caso di gravi malattie. “L’uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, – si legge nell’articolo 2279 – anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile”. A ben vedere, quindi, papa Francesco non ha detto nulla di nuovo rispetto alle posizioni ufficiali della Chiesa.

Francesco: «No all’accanimento». E riparte la spinta per varare il biotestamento
Fabio Marchese Ragona per
Con la legge sul biotestamento bloccata al Senato, dopo l’approvazione alla Camera dello scorso aprile, a riaccendere lo scontro politico ci ha pensato Papa Francesco, con un messaggio sulle questioni del «fine vita» inviato al Meeting Regionale Europeo della «World Medical Association», promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita con la presenza in Vaticano di 130 esperti di massimo livello.

Il Papa accarezza un malato
«È moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, -ha detto il Pontefice- quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito proporzionalità delle cure, serve un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona». Una chiara presa di posizione di Bergoglio contro l’accanimento terapeutico che nel giro di poche ore ha riaperto il dibattito sui temi etici lontani dall’attuale agenda politica. Con la legge, in attesa di approvazione, che vieta l’accanimento terapeutico e permette di rifiutare le terapie, compresa l’alimentazione artificiale, dopo le parole di Francesco a intervenire è stato subito un gruppo di deputati cattolici bipartisan, tra cui Paola Binetti e Rocco Buttiglione che con una nota hanno tenuto a precisare quanto «le parole di Papa Francesco sul fine-vita dimostrano che la proposta di legge approvata dalla Camera e attualmente all’esame del Senato necessita di maggior riflessione e prudenza, poiché nel testo attuale non c’è il principio di proporzionalità invocata dal Pontefice». Parla di strumentalizzazione politica delle parole del Papa invece il senatore Maurizio Gasparri di Forza Italia: «Per recuperare consensi a sinistra adesso il Pd è pronto a strumentalizzare le affermazioni di Francesco e accelerare con l’approvazione della legge sul fine vita. Non ci provino nemmeno. Il Papa è stato molto chiaro e le sue parole vanno in direzione opposta rispetto a quanto prevede la proposta in esame in Parlamento. Noi diciamo no all’eutanasia e no all’accanimento terapeutico». Di parere nettamente opposto è il senatore Ma il Pd pare pronto a prendere la palla al balzo: «Spero – dice il Ministro delle politiche agricole e Vicesegretario Pd Maurizio Martina- che le parole di Papa Francesco facciano riflettere e agire perché in Italia abbiamo bisogno di una legge giusta anche su questa frontiera delicata».
Beppino Englaro, il padre di Eluana, morta nel 2009 dopo l’interruzione della nutrizione artificiale e vissuta in stato vegetativo per diciassette anni, ammette: «Il Papa non dice niente di nuovo, oggi l’opinione pubblica è più informata, manca solo la volontà di approvare la legge sul biotestamento in Senato». E se i Radicali insieme all’Associazione Luca Coscioni ritengono le parole di Bergoglio «importanti», invocando che non ci siano però differenze morali tra la sospensione delle terapie e l’eutanasia, il Vaticano rimanda indietro la richiesta. A rimarcarlo è monsignor Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia della Vita che a Il Giornale commenta: «Il Papa richiama la tradizione della Chiesa già con Pio XII e dice chiaramente tre no: no all’accanimento, no all’abbandono, no all’eutanasia. E dice chiaramente un si all’accompagnamento del malato. Quando le cure non sono proporzionate secondo una deontologia tecnica, non bisogna insistere. Quando queste terapie producono, insomma, un danno e non danno alcuna speranza vanno chiaramente abbandonate. Niente accanimento, quindi, ma non ci sia un abbandono del paziente».


Anche la Chiesa può cambiare
Giordano Bruno Guerri per
La chiusura di papa Francesco all’accanimento terapeutico ha precedenti illustri quanto poco conosciuti, tanto che lo stesso pontefice ha ritenuto opportuno ricordarli.
Era facile, infatti, prevedere lo scalpore che avrebbe provocato la sua presa di posizione, dopo decenni in cui la Chiesa è stata arroccata sulla decisione di far proseguire la vita con tutti i mezzi e a prezzo di qualsiasi dolore. Il papa ha dunque ricordato che sessant’anni fa Pio XII, certamente non un innovatore, in un «memorabile discorso» a rianimatori e anestesisti affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici disponibili: anzi, in casi determinati, è lecito astenersene.
Parole sante. Oggi la medicina riesce a prolungare male e anche troppo a lungo – la vita di un malato terminale, senza tuttavia riuscire a guarirlo, addirittura senza nessuna speranza di guarirlo. Quindi non si può più parlare di difesa della vita: è una sorta di sfida tecnologica, un esperimento su pazienti non più in grado, spesso, di decidere da soli; nel caso migliore, un semplice vuoto legislativo. Certi trattamenti, è la conclusione di Francesco, «non giovano al bene integrale della persona». Per questo il papa chiede, con una frase bellissima, un «supplemento di saggezza» e la rinuncia all’accanimento terapeutico, se non c’è proporzionalità fra i benefici e il maleficio di vegetare soffrendo.
Del resto, ha ricordato lo stesso pontefice, nel 1980 la Congregazione per la Dottrina della Fede sostenne che è moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde al criterio etico e umanistico che in seguito verrà definito «proporzionalità delle cure» (Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980). Attenzione alle date: un anno e mezzo dopo questa dichiarazione, nel novembre del 1981, Giovanni Paolo II nominò nuovo prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Joseph Ratzinger, che diventerà suo successore.
Da allora fino a oggi – per più di 35 anni! la Chiesa è stata bloccata su posizioni bibliche, per non dire arcaiche, condizionando buona parte del mondo cattolico. Proprio quella parte che, oggi, si straccia le vesti inveendo contro un papa destabilizzante la fede e soprattutto le tradizioni. Sappiano, gli straccianti, che anche la Chiesa può cambiare idea, a seconda dei tempi e di chi la guida. Per fortuna.

Non arruolate il pontefice
Stefano Filippi per
Quello di tirare per la tonaca papa Francesco ormai è uno sport nazionale. Tutti commissari tecnici di calcio, tutti interpreti autentici di Bergoglio.
Ieri mattina il pontefice consegna un messaggio a un meeting che si tiene in Vaticano sul fine vita in cui ribadisce il no all’eutanasia citando un modernista come Pio XII e un documento rivoluzionario chiamato Catechismo della Chiesa cattolica e il fronte trasversale in difficoltà nel fare approvare la legge sul biotestamento lo arruola immediatamente tra gli adepti. Da Cappato a Cicchitto i dormienti si risvegliano: «Anche il Papa vuole la legge entro la fine della legislatura». Fieri anticlericali si riscoprono papisti e perfino i grillini, dopo l’incontro tra Luigi Di Maio e il cardinale Pietro Parolin a Washington, s’inginocchiano in San Pietro: «Il Parlamento faccia il suo dovere».
Ovviamente nel messaggio bergogliano non c’è nessun riferimento alla legge italiana. L’invito di Bergoglio alle «società democratiche» è di affrontare «con pacatezza» questi temi, «ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise». Nessun muro contro muro, quindi, ma l’invito a «tutelare tutti i soggetti coinvolti».
Il «comandamento supremo», secondo Bergoglio, è quello della «prossimità responsabile», cioè «non abbandonare mai il malato». Non lasciarlo solo. L’avvicinarsi alla morte, il momento supremo della vita, dev’essere affrontato «riconoscendo il limite che tutti ci accomuna». Cioè non procurare la morte ma accettare di non poterla impedire. Accompagnare «senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere». E una denuncia, questa sì senza precedenti, contro l’«ineguaglianza terapeutica»: i trattamenti medici sono sempre più costosi e accessibili a una minoranza di privilegiati.
L’accanimento terapeutico non è mai stato un dogma. Lo rifiutò perfino un sovversivo progressista chiamato Giovanni Paolo II, che accettò la malattia e si curò finché fu possibile, ma all’ultimo non volle essere ricoverato al Gemelli: preferì morire nel suo letto in Vaticano. «Se ci fosse stata una terapia con una ragionevole possibilità di efficacia noi l’avremmo proposta e sono convinto che egli l’avrebbe accettata», ha raccontato il professor Rodolfo Proietti, il medico di Wojtyla che lo ebbe in cura fino all’ultimo. E il Papa santo a chi gli era vicino disse:
«Lasciatemi andare».

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