Lettera al Direttore

Caro direttore,
il presidente Mattarella ha sottolineato l’importanza dell’eredità politica lasciata da Bettino Craxi. Altrettanto fa Romano Prodi circa un’altra eredità, quella lasciata dalla Democrazia cristiana. Chi può, a così tanta distanza dalla scomparsa del leader socialista e idem a proposito del dissolvimento della Dc, dirsi epigono dell’uno e dell’altra? La sensazione è che quelle tracce si siano perdute per sempre, forse essendo mancato il coraggio — ma anche la visione strategica — di separare storicamente gli errori dai pregi, perpetuando i secondi e facendo tesoro dei primi. Se fosse accaduto il contrario, ci gioveremmo di uno spirito repubblicano utile a tutti. Che invece manca.Massimo Lodi
Caro Lodi,
Le parole del presidente Mattarella hanno restituito la giusta dimensione alla figura di un leader come Bettino Craxi che non può soltanto essere racchiusa nelle inchieste e nella fuga a Hammamet. Craxi fu il protagonista della stagione dell’autonomia dei socialisti dal Pci, con il tentativo di costruire in Italia una forza socialista riformista. Il capo dello Stato ha descritto esattamente anche la rilevanza della sua azione in politica estera. La fine della prima Repubblica, il crollo dei partiti storici di quella stagione, in particolare della Democrazia cristiana, generano spesso giudizi colmi di nostalgia: soprattutto per una fase della nostra storia repubblicana in cui la politica ci è sembrata più forte, più interessata ai problemi, più competente e meno ossessionata dalla propaganda istantanea. Per molti aspetti fu così: la Dc con i suoi alleati (tra cui per un lungo tratto anche i socialisti) furono gli artefici della ricostruzione dopo la guerra, collocarono l’Italia nell’alleanza occidentale, la fecero crescere e affermare tra i Paesi più industrializzati del mondo. Lo scontro politico era aspro ma si nutriva di questioni strategiche piuttosto che della guerriglia stucchevole di questi giorni. La nostalgia deve naturalmente fermarsi davanti alla corruzione, al clientelismo, all’esplosione del debito pubblico e alla costruzione di un moloch burocratico che imprigiona ancora l’Italia e la nostra economia. Luci e ombre, dunque, in questa stagione decisiva. Grandi meriti e altrettanto grandi difetti della sua classe dirigente. Ora possiamo valutare con più equilibrio quegli anni e i suoi leader, sottraendoci alla ventata demagogica e populista che li ha travolti. E un pizzico di nostalgia forse è anche giustificata.

