La moda è pronta per dire addio agli stereotipi?

DE GUSTIBUS EST DISPUTANDUM – GUCCI SCEGLIE COME TESTIMONIAL LA 23ENNE ARMINE HARUTYUNYAN E SUI SOCIAL SCOPPIA UN CASINO. FIOCCANO LE ACCUSE DI SESSISMO E BODY SHAMING PER CHI LA INSULTA, MA ANCHE PER CHI METTE SOLO IN DISCUSSIONE LA SUA BELLEZZA (REQUISITO NON SECONDARIO PER UNA MODELLA) – “LIBERO”: “POSSIAMO SPINGERCI A SOSTENERE CHE LA BELLEZZA È NEGLI OCCHI DI CHI GUARDA MA, AI NOSTRI UMILI OCCHI, ARMINE RISULTA BRUTTA. MOLTO BRUTTA. E VOGLIAMO RIVENDICARE IL DIRITTO DI PENSARLO E DIRLO”

 

Armine vittima di un mondo in cui se non odi non esisti

Scorrendo gli insulti gratuiti e crudeli alla modella scelta da Gucci c’è da rabbrividire. La sua colpa? Non essere abbastanza bella secondo i disprezzatori professionisti.

 

Flavia Piccinini

 

Abbiamo passato gli ultimi vent’anni a criticare le modelle: troppo magre, troppo belle, troppo differenti dalle donne qualsiasi. Sono arrivate le oversize, e anche qui non sono mancate le critiche: troppo grasse, legittimano l’obesità, troppo poco somiglianti alle donne qualsiasi.

Adesso che la moda ha fatto della diversità la sua bandiera – modelle di etnie diverse, modelle con la vitiligine, modelle con handicap – abbiamo ancora da criticare. E questa volta lo facciamo sulla pelle, letteralmente, dell’armena Armine Harutyunyan, scelta da Gucci come mannequin.

La ragazza – 23 anni, 37,3 mila follower su Instagram – è diventata oggetto di feroci attacchi. La sua colpa? Non essere abbastanza bella, secondo (i sicuramente bellissimi) disprezzatori professionisti.

Naturalmente nella cultura dello hate sharing, dove se non odi non esisti, era abbastanza prevedibile la valanga di violenti insulti. Lasciando da parte l’analisi estetica – perché, d’accordo con André Gide, “La bellezza non sta nella cosa guardata, ma nello sguardo” –, la riflessione è certamente più complessa e ancora una volta riporta la centralità del discorso sul desiderio maschile: non sei desiderabile per un uomo? Allora non lo sei affatto. Ci sbatte davanti anche l’imperante misoginia, e le dinamiche tossiche che continuano a essere alla base dei rapporti maschio/femmina ove tutto è filtrato attraverso l’apparenza.

Scorrendo gli insulti gratuiti e crudeli, c’è da rabbrividire.

“Ma è una donna?” si sono chiesti alcuni utenti (anonimi) mettendo in dubbio la femminilità della modella, altri invece si sono focalizzati sulla sua origine armena, perché il razzismo (soprattutto quando si focalizza sulle minoranze etniche) non conosce stile se non quello del sopruso.

La lezione di Alessandro Michele – che ha ampiamente appreso dalla scuola di Barthes come la moda sia un manifesto quotidiano potentissimo – si è rivelata ancora una volta una prova contemporanea di guerra pacifica: Armine Harutyunyan ha saputo catalizzare l’attenzione mondiale come non accadeva da tempo, e ci ha riportato alla miseria stereotipata che meritiamo.

Torna in mente Schopenhauer, che era solito ripetere come la bellezza fosse “una promessa di felicità”. Effettivamente ti fa illudere, la bellezza, che ogni cosa sia possibile. Ti fa credere che avrai un lavoro più facilmente (e i dati di un recente studio americano confermano che effettivamente sia così), e che raggiungerai una vita perfetta. Ma in tempi in cui la popolarità dura quando un post su Instagram, forse già solo l’ipotesi di un successo è abbastanza.

E la bellezza viene imprigionata – in questo mondo che ambisce alla diversità – sempre di più in parametri rigidi, ristretti e sovente irraggiungibili. Parametri che sono prigioni per chi guarda, e sicurezze per chi critica illudendosi che nel sorriso placido e addomesticato di una bellezza aderente ai canoni non ci sia nulla di sovversivo.

 

Modella Gucci vittima di body shaming: viene derisa per la sua bellezza anticonvenzionale

 

Si chiama Armine Harutyunyan ed è originaria dell’Armenia.

 

Armine Harutyunyan è una modella 23enne di origine armene molto affermata nel mondo della moda: oggi sfila per Gucci, che l’ha inclusa tra le 100 modelle più sexy del mondo. La giovane ha già sfilato su passerelle molto importanti ma, nonostante il suo successo, è vittima di body shaming.

In particolare, Armine è stata ricoperta da insulti e critiche dopo la sua partecipazione alla Fashion Week di Parigi lo scorso settembre; in seguito i messaggi denigratori sono proseguiti sui social da parte di misogini, razzisti, haters di tutti i tipi, tra i quali purtroppo anche tante donne e questo è ciò che stupisce di più. Molte donne, infatti, anziché mostrarsi solidali, diventano spesso perfide nei confronti di altre donne.

Armine viene così tanto criticata perché la sua bellezza non rispetta i canoni convenzionali: in tanti l’hanno definita brutta e considerano il suo aspetto non adatto al mondo della moda. Ma lei, con grande coraggio, se ne infischia e continua a fare il lavoro che ama.

A credere in Armine è stato Alessandro Michele, attuale direttore creativo di Gucci che da tempo punta proprio su scelte estetiche anticonvenzionali: secondo alcuni detrattori si tratta solo di scelte di marketing, ma in realtà l’intento è quello di veicolare una nuova idea di apertura verso la diversità e la bellezza al di fuori da ogni schema prestabilito.

 

 

Armine Harutyunyan, “la top model più brutta del mondo” travolta dalla polemica

 

Gianluca Veneziani

 

Benvenuti nel mondo alla rovescia, in cui il Brutto viene spacciato per Bello, la libertà di espressione viene bollata come body shaming, ossia derisione del corpo, e il giudizio estetico – parte fondante delle facoltà della Ragione, come ci ha insegnato Kant – viene imbrigliato dalle ipocrisie del politicamente corretto. L’armena 23enne Armine Harutyunyan è stata scelta da Gucci come volto e corpo per le sue sfilate e campagne promozionali, essendo considerata dal celebre marchio come «una delle 100 modelle più sexy del mondo». Molti, guardando le sue foto, hanno pensato semmai il contrario, cioè che sia una racchia inspiegabilmente finita nel regno per eccellenza della Bellezza. E lo hanno dichiarato pubblicamente sui social, attaccando Gucci per la scelta.

MILLE RAGIONI
Ora, la casa di moda avrà avuto le sue mille ragioni per puntare su Armine. La prima potrebbe essere quella di far parlare di sé, di sconvolgere il comune cittadino con una provocazione. Un’altra potrebbe essere l’obbedienza ai canoni del politically correct per cui bisogna capovolgere tutte le certezze alle quali finora eravamo ancorati: non esistono più maschi e femmine ma mille generi fluidi, i clandestini non sono migranti illegali ma poveri profughi, il brutto non è brutto ma un «bello anticonvenzionale». Un’altra ragione potrebbe essere la sincera convinzione, da parte del direttore creativo di Gucci, che Armine sia una bellissima donna (idea contestabile, ma legittima).

Alessandro Michele, stilista e direttore creativo Gucci dal 2015

Ciò non toglie tuttavia il diritto di critica da parte di non la pensa così e trova la Harutyunyan bruttina o bruttissima. Ed è assurdo che tutti costoro, per aver osato esprimere un’opinione estetica, vengano bollati come «sessisti», «misogini», fautori del «body shaming» o «razzisti», essendo la modella in questione un’armena (leggasi a riguardo quanto scrivono siti come quello dell’Huffington Post e di Radio 105). Vorremmo ricordare agli illiberali, che pretendono di imporre una visione unica della realtà anche quando essa fa a pugni con l’evidenza, il buon senso e il senso comune, che il parere di natura estetica, se non offensivo, è sempre lecito, che sia rivolto a maschi, femmine, animali, monumenti, opere d’arte. Certo, intelligenza vuole che non si riduca la valutazione complessiva su una persona a quell’unico aspetto né che il giudizio sulla bellezza o bruttezza influenzi il parere sugli altri aspetti, finendo per occultare altre eventuali qualità.

Ma, a maggior ragione quel giudizio diventa lecito, anzi necessario, per una modella che vive della sua bellezza. pareri oggettivi È come esprimere un’opinione sulle qualità tecniche di un calciatore. Essa riguarda l’elemento che fa di loro ciò che sono. Dopodiché possiamo sdilinquirci a fare distinzioni tra “ciò che è bello” e “ciò che piace”, a ricordare che la Bellezza è oggettiva e si auto-impone, laddove il gusto resta soggettivo e può riguardare ciò che bello non è. Oppure possiamo spingerci a relativizzare il Bello, a dire che esso cambia a seconda dei tempi e dei luoghi, delle culture e dei singoli individui, e sostenere che la Bellezza è negli occhi di chi guarda. Va bene tutto ma, ai nostri umili occhi, Armine risulta brutta. Molto brutta. E vogliamo rivendicare il diritto di pensarlo e dirlo. Ciò non toglie che ella possa essere un’ottima persona, intelligentissima, e magari una professionista brava a sfilare. Ma, per le fattezze che non ricordano esattamente la Venere di Botticelli, le avremmo preferito un milione di altre donne come testimonial di Gucci. Sennò, viene da dire, il modello potevo farlo pure io (e dai, Gucci, arruolami come bello «non-convenzionale»).

 

La modella di Gucci Armine Harutyunyan fa ancora discutere: in un fake il saluto romano

 

Dopo la discussione sul suo aspetto fisico e il body shaming che ha impazzato sui social, la modella armena Armine Harutyunyan, scelta da Gucci, è ancora presa di mira. Questa volta con un fake originato da una foto che ha lei stessa postato su Instagram.

Nei giorni scorsi, Harutyunyan è stata insultata ed è stata al centro di discussione perché il suo viso, con i tratti tipici della popolazione armena, non si conforma agli stereotipi dei canoni di bellezza occidentale. Alcuni sono arrivati a ipotizzare che la scelta della casa di moda sia stata un’azzeccata mossa pubblicitaria, visto che le foto della modella, spesso accompagnate da insulti e offese, sono state tra le più viste in rete.

Dopo il body shaming, arriva il fake, con la strumentalizzazione di una foto che la modella ha postato su Instagram. Di fronte all’Altare della patria, a Roma, Harutyunyan si è fatta fotografare con un braccio alzato e l’altro teso verso il basso, una gamba sollevata come in un passo di danza. La scritta diceva: “Ave sunstroke”, cioè “ave colpo di sole” e le lettere che compongono la parola “Caesar” in sovraimpressione.

Per alcuni la prova che la modella fa il saluto fascista, una tesi smentita però da un’altra foto, sempre postata su Instagram che mostra la stessa posa da un’altra angolazione, dalla quale si vede bene che si tratta di un atteggiamento scherzoso, che nulla ha a che vedere con il braccio teso di mussoliniana memoria.

 

Saluto choc dell’icona chic

 

Marco Gervasoni

 

Contrordine compagni. Armine Harutyunyan, la modella delle sfilate e della pubblicità di Gucci dalla bellezza «non convenzionale», come si dice con un termine che sarebbe molto piaciuto a George Orwell e alla sua novalangue, non può essere più il vostro mito, la vostra Marianna rivoluzionaria che conduce il popolo del femminismo, del politicamente corretto, della lotta al bieco maschilismo.

Sì, è vero, l’avete difesa strenuamente contro quattro imbecilli che l’hanno insultata in quanto «brutta» – ma diciamo pure che i canoni della bellezza sono relativi fino a un certo punto, e Armine non vi rientra. Gli odiatori ci sono cascati, ma anche voi femministe e progressisti avete contribuito a creare un evento, non facendo spendere un euro di pubblicità a Gucci ma permettendo di parlare del marchio per giorni: quello che qualsiasi impresa desidererebbe. E anzi, care femministe e progressisti, vi siete spinti persino oltre, a nobilitare una ditta, il cui scopo è (ci mancherebbe) macinare profitto, in un’azienda etica, in un attore politico capace di dire: siamo tutti uguali, belli e brutti non conta più. Peccato che l’egualitarismo di Gucci si fermi di fronte alle altre sue modelle, ragazze splendide, e che i suoi vestiti e i suoi prodotti non siano alla portata di tutti, anzi – altro che uno vale uno.

Ci siete cascati di nuovo, care femministe e progressisti del politicamente corretto, ma questa volta la figura barbina è doppia perché Armine, il simbolo dell’«antifascismo» (un termine che vuole dire ormai tutto e il suo contrario) che cosa ti fa? Scatta una fotografia in cui, di fronte all’Altare della patria, saluta romanamente con il braccio destro alzato, mentre sorride un po’ enigmaticamente. Armine non lo sapeva, e forse non conosce neppure il significato di quel gesto, ma da lì a pochi metri Benito Mussolini aveva proclamato il ritorno dell’impero sui colli fatali di Roma. La fotografia, scattata nel giugno scorso, è stata postata sulla pagina Facebook della modella ma ha cominciato a circolare ieri, provocando frizzi e lazzi di godimento e di sfottò: aspettiamo cosa diranno ora gli antifascisti in servizio attivo e permanente. Rimane il dubbio che le coincidenze non siano casuali, e che ci sia lo zampino di un volpone della comunicazione per promuovere il brand. Sia questo o altro, la lezione è sempre questa, care femministe e progressiste; a imporre la morale al mondo e le lezioncine ideologiche troverete sempre qualcuno che, con un gesto futurista, farà vedere quanto siete ridicoli.

No, Armine non è bella ed è giusto essere sinceri

 

Elena Loewenthal

 

Stando all’ iconico marchio di moda per il quale sfila quest’ anno, Armine Harutyunyan è una delle cento donne più sexy del mondo. E’ una ragazza di 23 anni con un nome importante che viene dall’ Armenia.

Un viso spigoloso, due occhi neri scavati sotto un paio di sopracciglia folte, dritte e meditabonde, e un sorriso pieno di intelligenza. Ma nelle fotografie che ormai spopolano in rete indossa quasi sempre un’ espressione accigliata, come se lei ce l’ avesse con tutto il mondo. E forse ha ragione.

Perché da quando è uscita in passerella, Armine è stata investita da un’ onda anomala di bodyshaming, di pesanti insulti rivolti al suo aspetto. Un vero e proprio uragano tutto frutto dei soliti leoni (e non meno leonesse) da tastiera che, pronti a dettare al mondo le proprie leggi, l’ hanno caricata di un ricco assortimento di improperi, al cui confronto “racchia” è una carezza.

 

Come capita sempre nel mondo virtuale, non è tardata la formazione di uno schieramento opposto, con massiccia levata di scudi a difesa di Armine. Il che non è solo legittimo, ma sacrosanto.

Il punto, però, non è tanto il dovere morale e civile di salvaguardare – anche se solo virtualmente – una giovane donna vittima di insulti, quanto la strategia adottata quasi all’ unanimità: non è vero, Armine è bellissima. No, non è questa la strada.

Armine non è bellissima, e nemmeno bella. Sarà pur vero che non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace, ma per l’ appunto Armine bella proprio non lo è. Obiettivamente, per lo meno sulla base di canoni estetici assodati da secoli.

Per lei, per quel suo sguardo profondo e intelligente, per quell’ ovale che ovale non è ma triangolo, per quelle sopracciglia spinose, si può dire che è “particolare”, “interessante”, che “ha dei bei capelli” (anche se forse portarli dietro le orecchie e appiccicati alla testa non aiuta a valorizzarli). Ma bella? Diciamocelo sinceramente, proprio no.

Il punto, allora, è questo.E cioè che per un autentico progresso, per una educazione collettiva attraverso e dentro la rete, è forse giunto il momento di tentare una via che sfugga dall’ antitesi del politicamente corretto/scorretto e s’ inoltri sul terreno spinoso ma inevitabile della sincerità.

In altre parole, non negare l’ evidenza, ma accoglierla civilmente. Riconoscere che Armine bella proprio non lo è, magari ammettere pure che è bruttina. Ma che la bellezza non è una virtù né tanto meno un merito. Non è una virtù come non lo è essere bianchi invece che neri. Non è un merito come non lo è essere bruni invece che biondi. E dunque chi non è bello ma brutto non è carente né colpevole di nulla.

E proprio perché essere belli non è una virtù ma una fortuna (e neanche sempre quella), anche se non si è belle si può essere brave a sfilare, portare bene l’ abito, essere interessanti, intriganti, professionali, simpatiche e chi più ne ha più ne metta. Negare l’ evidenza che Armine non è bella non serve per combattere il pregiudizio e l’ odio da tastiera.

Anzi, può dare sponda all’ ottusità di chi se la prende con lei solo perché non è bella, solo perché obiettivamente (e statisticamente) una delle cento donne più sexy del mondo non lo è. Il vero progresso, insomma, non può prescindere da una certa dose di lucidità. Anche se, a giudicare dagli sconfortanti spettacoli di cui la rete dà prova quotidianamente, non ultimo quello ai danni dell’ intrigante modella armena, la strada per arrivare ad assunti semplici come “è brutta, è brava” (attenzione, non “è brutta ma brava”, che dice tutto il contrario) è ancora piuttosto lunga.

 

“Bellezza non convenzionale…”. Ecco cosa c’è dietro la modella

 

Il mondo della moda vuole ingannarci con i suoi virtuosismi inclusivi e rivoluzionari. Ma la verità è un’altra, e le vittime concettuali sono sempre le stesse, come le provocazioni sono solo mera trovata pubblicitaria.

 

Davide Bartoncini

 

Non è bello ciò che è bello…ma. Capita che un giorno ti svegli, e tutti parlano di nuovo di “body shaming“: un termine insopportabilmente anglofono che starebbe a significare “derisione del corpo”; un incubo nell’era del politicamente corretto e della rivoluzione dei costumi che vuole annientare ogni crisma del passato come atto di vendetta e pentimento.

La vittima, questa volta, non è una politica del Pd con un guardaroba curioso o una giornalista troppo impegnata a fare bene il proprio lavoro dall’altro capo del mondo. È una modella. Di quelle che sfilano con abiti da decine di migliaia di euro sulle passerelle di Parigi, Milano e altrove. Suona strano? A me abbastanza, quindi come dovere professionale mi tocca andare a dare uno sguardo alle pagine rosa della cronaca, e ciò che scopro è che una delle mannequin di Gucci – termine che noi tradurremmo come “manichino” (torneremo sulla questione), ma che in realtà è un modo chic e cosmopolita per dire indossatrice – tale Armine Harutyunyan, è stata annoverata tra le 100 modelle più “sexy del mondo” trovando il tacito disaccordo di troppi partigiani della bellezza ai tempi di Claudia Schiffer e Postal Market.

La ragazza ventenne, di origini armene, con un bel paio di ingombranti e foltissime sopracciglia nere, compare su tutte le prime pagine, con il suo naso potente e lo sguardo di profondità mediorientale, immortalata mentre sfila con su un capo “alla moda” che ricorda più una camicia di forza che un abito da cocktail. Sotto, o sopra, una sequela di ”strilli” giornalistici che la definiscono “una bellezza non convenzionale”. Una sorta di specie protetta da salvaguardare per il futuro. Un modo per dire “bruttarella”, ma in modo ganzo, amabile e anche un po’ cool. Perché nel mondo della moda – quella che il dandy Oscar Wilde definiva già nell’800 “una forma di bruttezza tanto intollerabile da essere costretti a cambiarla ogni sei mesi” – è quel mistero dei tempi moderni che riesce a rendere le ciabatte da mare che indossava nostro nonno con i calzettoni bianchi di spugna per i quali abbiamo deriso almeno un tre decenni i turisti tedeschi che colonizzavano le nostre città; un outfit indispensabile e di costosa tendenza. Qualcosa di “bello”. Diversamente bello.

Inutile chiosare sulla levata di scudi che hanno subito richiamato alle armi giornaliste e giornalisti di moda da ogni angolo della terra; opinionisti, attivisti, per fino sondaggisti, che si sono tutti prostrati di fronte alla bellezza non convenzionale della giovane dea armena. Una che sembrerebbe frequentare l’estetista con la stessa frequenza di un ufficiale di cavalleria cosacco del secolo scorso. Molto nature. E inutile cercare anche solo di scalfire l’epopea virtuosa del nuovo mondo della moda, che dopo aver ridotto per un decennio le donne all’anoressia per inseguire i loro miti, vuole riscattarsi mettendo sui cartelloni modelli transgender taglia Pitran per “cambiare i canoni della bellezza” e renderla, come tutto, necessariamente inclusiva.

Interessante, forse, sarebbe più che altro riflettere sul motivo di questa disperata ricerca di cambiamento; e su quanto sia paradossalmente ridicolo difenderlo a spada tratta – illudendosi che basti davvero dare in pasto alle armate di haters, che interagiscono sui social con la delicatezza di un bulldozer, una modella che i più etichetterebbero semplicemente come “bruttina” o “fantozziana”, per innescare quel nobile cambiamento che vorrebbe cancellare millenni di proporzioni greche, decenni di angeli di Victoria Secret’s, e un lustro di successi frivoli conquistati nell’etere da influencer con milioni di follower che si presentano dal chirurgo plastico con le loro gigantografie, nella speranza di fotocopiarsi e iniziare a campare di nulla cosmico anche loro.

Un tempo ci saremmo limitati ad esprimerci con la nota locuzione latina “de gustibus”; ma adesso che davvero anche l’assenza di proporzioni, di armonie, e la cura per le sopracciglia folte come baffi da cosacco vuole esserci venduta per divina, qualcosa ci sprona a sedere dal lato del torto che era tanto caro a Brecht. Nonostante questa volta siano i posti del torto ad essere già tutti occupati, da ignoranti e cafoni che insultano una diversità dimenticando davvero che la bellezza, sempre soggettiva, non è più obbligatoria (anche se nei modelli un po’ ce l’aspettiamo ancora). Sediamo tra loro perché guardiamo a questa trovata pubblicitaria non come una gesto spontaneo e virtuoso, ma solo come l’ennesima mercificazione tetra, frutto dei nostri tempi moderni, mediocri e ipocriti.

La mercificazione di un “manichino”. Dove la donna, illudendosi di essere soggetto rivoluzionario nella lotta ai canoni estetici imposti dal sistema, si ritrova sempre e comunque ad essere oggetto.

Qualcosa di comunque vendibile, e a che prezzo, a tutte coloro che modelle non si sono sentite mai, sotto le mentite spoglie della “bellezza non convenzionale”. Qualcosa che personalmente, mi ricorda una dicitura poco felice che viene rivolta a persone che ho conosciuto, quella di “diversamente abile”. Un’espressione che ho sempre odiato nella sua ridicola e misericordiosa ipocrisia.

 

Oggi non si può dire «brutta» Domani neppure «Stupido»…

 

Dunque, Gucci sceglie una modella brutta, molta gente commenta che è brutta (come era naturale, geniale strategia di marketing) e succede un casino: è body shaming e sessismo

 

Massimiliano Parente

 

Dunque, Gucci sceglie una modella brutta, molta gente commenta che è brutta (come era naturale, geniale strategia di marketing) e succede un casino: è body shaming e sessismo.

Dicono che è una «bellezza non convenzionale», che è il nuovo modo di chiamare una bruttezza convenzionale. Ma le modelle non dovrebbero essere belle? No, in un mondo che vuole rendere tutto uguale, e dove anche la bellezza è discriminante. Tuttavia immaginate se Gucci avesse scelto come modello Steven Hawking, sono sicuro che nessuno gli avrebbe detto che è brutto e paraplegico, sia perché non era un modello, sia perché aveva un cervello che lo rendeva veramente diversamente abile, che ai miei occhi lo rendeva bellissimo. E però, attenzione, una persona molto intelligente, un genio, non discrimina i meno intelligenti? Se diciamo che Einstein è un genio non stiamo discriminando, che so, Michela Murgia quando dice una delle sue tante stronzate? Non è brain shaming? Oltre a essere sessista, perché è una donna, quindi potrebbe fare pure la modella e sarebbe bellissima (Giuliano Ferrara no, è più intelligente ma è sempre stato un orrido ciccione, per questo non ha mai fatto il modello, ma non è una donna).

Non sono certo un simpatizzante di Matteo Salvini ma gli insulti alla sua faccia e alla sua pancia non si contano sotto i suoi tweet, e nessuno si è mai lamentato di body shaming, neppure lui. Curiosamente gli insulti sulla faccia di Zingaretti sono infinitamente meno, segno che chi fa body shaming contro Salvini sono proprio i paladini di sinistra del politicamente corretto. Per carità, non è che Salvini sia bello, però se si mettesse una parrucca e facesse il modello diventerebbe una bellezza non convenzionale e potrebbe sfilare per Gucci. In ogni caso se una modella brutta con le sopracciglia come i baffi di Freddie Mercury è una bellezza non convenzionale, tutte le altre modelle convenzionali la offendono, non è che si può dire «bella questa» e «bella questa», così come trovare una magra bella offende le grasse e una pornostar maggiorata offende chi ha una prima di seno.

A essere offensivo nel politicamente corretto è che esista una gerarchia delle cose. Credo che prima o poi ci arriveremo: dare del deficiente a qualcuno è un’offesa politicamente scorretta, perché se è deficiente non sarà certo colpa sua, e non puoi fare del brain shaming. In quest’idea dove non esistono più gerarchie, in questa nuova società marxista-capitalista dove tutti sono uguali, tutto è offensivo a meno che tutto non sia messo sullo stesso piano. Io negli anni ho scritto centinaia di stroncature di romanzi mediocri (inclusi quelli della Murgia, che però sarebbe una splendida modella di Gucci) e mi rendo conto di aver fatto book shaming. Chiedo scusa.